giovedì 9 ottobre 2008

Res derelicta

Una trentenne laureata - giovanissima - con ottimi voti, master, primo inserimento nel mondo del lavoro, acquisizione di una professionalità operativa...
Poi, una mattina come le altre, la sua vita deraglia, arenandosi su un binario morto.
Come una balena suicida.
Il mercato l'ha marchiata: esubero.
No, non è, come sarebbe suo diritto, una scatenata ragazza; è un'escrescenza, un tumore nuovo che dilaga e che deve essere eliminato, messo ai margini. Il mercato non ne ha bisogno.
E lei, lei che cosa fa?
Incomincia a mandare curricula in giro. Si presenta a colloqui di lavoro.
Ma deve anche mangiare e vestirsi e...vivere.
Dalle finestre della sua casa - ora può permettersi il lusso di passarci le ore alla finestra -, quando l'oscurità tinge di nero le strade, vede ombre furtive intorno ai cassonetti dell'immondizia. Qualcosa scompare in un sacchetto di plastica.
Incuriosita, si mette di vedetta anche la sera successiva.
Stessa scena.
Il giorno dopo fa un giretto e butta l'occhio.
La domenica, al mercatino delle pulci, stende una vecchia tovaglia appoggiandoci sopra una brocca scheggiata, tre bicchieri spaiati,
un ventaglio senza una stecca e una giacca "Anni'80". Come lei, res derelicta.
Da Santoro, a "Annozero", una ragazza ha raccontato ieri sera la sua storia.
Storia di ordinaria emarginazione.
Storia che si andrà ripetendo, di città in città, di paese in paese.
Quante persone scaricherà, come rifiuti maleodoranti lasciati a marcire nelle strade, l'attuale gravisssima crisi finanziaria?
Si parla di milioni di euro bruciati in una sola giornata nei mercati borsistici di tutto il mondo, ma del futuro di una intera generazione, di cui si sta facendo scempio, non parla nessuno? Questa giovane donna tremante, intimidita dalle telecamere, strozzata dalla disperazione e dalla rabbia, è l'immagine speculare dei rampanti che hanno giocato con i nostri soldi, ma, soprattutto, con la vita, nostra e dei nostri figli.
Impunemente?

PER CAPIRE E CAPIRMI?

Avevo preso appuntamento con un impiegato del “ Libraccio “ e, tra poco, i ragazzi mandati a imballare e caricare i libri, che avevo venduto al negozio, sarebbero arrivati: li stavo aspettando.
Seduta su una poltrona, mi guardavo attorno, lasciando scivolare lo sguardo sulla vecchia scrivania ingombra, come sempre, di carte, sul divano un po’ logoro, che ultimamente era diventato la mia cuccia, e sulla grande libreria che, fino a quel momento, avevo evitato di guardare.
Ormai, la decisione di sbarazzarmi di tutti quei libri era stata presa. Potevo concedermi il lusso di prenderli in mano e dare la stura ai ricordi. Ogni libro di quegli scaffali aveva sottolineato un momento della mia vita: una scelta, un’emozione, una scoperta, un regalo di compleanno, un pomeriggio d’inverno accucciata sotto una coperta a leggere, o la luce liquida, snervante, di quelle giornate estive che non ne vogliono sapere di arrendersi alla notte.
I libri: la mia passione e il mio orgoglio.
Quando avevo scoperto la lettura? Qual era stato il libro che mi aveva aperto le porte di un mondo alternativo, l’isola ignorata dalle mappe, il luogo dove poter fuggire senza rischiare di essere riacchiappati?
Quale fu il primo libro che lessi? Lo possedevo ancora oppure l’avevo perduto in uno dei tanti traslochi fatti? Frugai nella memoria, rivedendomi nella casa della mia infanzia, nella camera da letto dei miei genitori, accovacciata sul pavimento a leggere, in fretta, divorata dall’ansia, dopo essere riuscita con fortunose ricerche a trovare il regalo che mia madre aveva acquistato per il mio compleanno. Nel pacchetto, che avevo aperto, un libro: Hans Christian Andersen, Il brutto anatroccolo. L’avevo divorato con quella curiosità davanti alla parola scritta che mai più mi avrebbe abbandonata.
Chiedendomi dove fosse finito, cominciai a cercarlo con ansia.
Eccolo: era nell’ultimo ripiano in alto, dove non riuscivo mai a spolverare. Lo conserverò per leggerlo a un mio eventuale nipote, pensai. Non si può crescere ignorando le favole di Andersen.
Non essendo riuscita a soddisfare le mie aspettativa con i figli, mi sentivo pronta a ritentare con i nipoti. E’ proprio vero che capire non significa cambiare. Che ne sapevo di ciò che un bambino del Duemila avrebbe dovuto conoscere o non conoscere?
Io, ad esempio, non avendo ricevuto un’educazione letteraria avevo letto di tutto. Addirittura, da bambina, aspettavo sempre ansiosamente il ritorno di mia madre, per gettarmi sui fogli di giornale in cui veniva avvolta la spesa. Toglievo l’insalata, scartavo le arance, spianavo il foglio con cura e… leggevo!
A scuola, negli ultimi anni, mi ero sottratta alla noia di interminabili lezioni di ragioneria isolandomi nella lettura, di nascosto sotto al banco, dei romanzi di Wilde, Hemingway e Steinbek.
Eccoli, nel ripiano in basso, accanto ai libri di cucina, di macrobiotica e medicina orientale, mescolati con alcuni volumi che trattano argomenti di femminismo. Mi soffermai, con le mani diventate di colpo fredde e sudate, su uno in particolare. Era partita da lì, dalla lettura di quel libro, la mia presa di coscienza femminista? No, prima c’erano stati lo sconcerto e la rabbia.
Mio figlio aveva pochi mesi. Non dormiva di notte e io con lui. Mi era stato diagnosticato un “ esaurimento nervoso” . Il mio medico mi aveva indirizzata da un neurologo. Ricordavo bene le sue parole, a conclusione della visita:
“ Signora, lei è diventata madre, ora i suoi progetti di lavoro dovranno essere accantonati. Il suo compito, da questo momento, sarà quello di occuparsi di suo figlio“.
“ Anche mio marito è diventato padre e ha appena accettato un’offerta di lavoro che lo obbligherà a lunghi soggiorni all’estero “ avevo risposto, un po’ incerta, sentendomi avvolgere da una lunga occhiata densa di malcelato disprezzo, come se non capissi o, peggio ancora, fingessi di non capire. Io non mi ero data per vinta e, pur sentendomi molto a disagio, avevo ribattuto:
“ Io mi sono appena laureata, mentre mio marito ha interrotto gli studi. Vorrei tentare di conciliare la famiglia con il lavoro e mio marito potrebbe o, meglio, dovrebbe aiutarmi. Mio figlio dorme poco ed io sono stanchissima, ma voglio lavorare come sta facendo lui. Questo bambino abbiamo deciso insieme di averlo. Amo mio figlio e mio marito, ma non voglio essere soltanto una madre e una moglie “.
Finalmente ero riuscita a dire ciò che pensavo, a sintetizzare in quella frase il valore dei miei affetti, ma anche il mio valore, che intendevo mettere in gioco.
La voce dell’uomo, seduto davanti a me, aveva tagliato l’aria , azzerandomi:
“ La sua angoscia dipende dalla sua immaturità. Cominci con tre pillole al giorno, poi aumenteremo la dose. Vedrà che l’aiuteranno a crescere ”.
“ Le pillole deve prenderle anche mio marito? “avevo chiesto, prima di essere sbattuta fuori con malagrazia. Mi ero ritrovata, tra le mani la boccetta delle pillole, confusa e avvilita, nell’anticamera dello studio, pensando, mio marito lontano e la mia famiglia in un’altra città, che sarei stata sola, sola con quel bambino spaventato come me, sola ad affrontare un’altra notte, nell’attesa delle prime luci dell’alba, passeggiando lungo il corridoio.
Il libro che tenevo fra le dita lo lessi anni dopo, qualche mese dopo il mio divorzio.
L’ondata femminista, partendo dall’America, aveva investito il nostro Paese e, leggendo quel libro, ebbi la conferma che, di tutto, avrei avuto bisogno nei primi mesi della mia maternità, ma, certamente, non di pillole, che mi erano state prescritte soltanto per “ Tenere calmi gli indigeni “ come avrebbe esclamato il personaggio femminile di uno dei romanzi che più avevo amato.
Ma il femminismo fino a che punto mi aveva cambiata? Fino a che punto, come nel caso della macrobiotica o della medicina alternativa, mi aveva fornito solo un alibi per evitare di affrontare, in modo diretto, il mio profondo malessere?
Era stata comunque una stagione esaltante, necessaria per arrivare almeno alla consapevolezza, un momento nel quale ogni domanda sembrava, improvvisamente e miracolosamente, avere trovato una risposta. Quanto avevo letto in quegli anni: Marie Cardinal, Anna Del Bo Boffino, e, lasciando scorrere il dito sul dorso dei libri: Bellotti , Dowling, e… Friedan la grande Friedan: Mistica della femminilità!
Per quanto tempo mi cullai nell’illusione che, per essere felice, sarebbe stato sufficiente non mangiare carne, ingurgitare riso e pane integrale e pensare che gli uomini, tutti, fossero sciovinisti e maschilisti?
Il tempo passava, mentre io giravo e rigiravo tra le mani libri di narrativa, poesia, saggi, sistemandoli negli scatoloni per poi riprenderli e ricollocarli negli scaffali, al loro posto, in un andirivieni senza sosta e senza senso. Ero ormai all’apice della confusione quando lo sguardo mi cadde sullo scaffale dei libri per bambini.
I miei figli non erano più bambini, almeno a livello di età anagrafica. Due di loro erano già usciti di casa, senza avanzare pretese su quei vecchi libri. La più piccola, ancora con me, si era addormentata, annoiata, persino su Topolino.
E qui cosa c’era? I libri che avevo letto per il mio lavoro. Ah, questi li avrei gettati via tutti, e subito! Ero stanca di fare l’insegnante, non sapevo più cosa fosse giusto insegnare né ai miei figli, né a quelli degli altri.
Non avevo più certezze, ma soltanto paura e…rabbia. Sì! rabbia nei confronti di coloro i cui nomi ritrovavo stampati sulle copertine dei miei libri. Eccolo!, l’autore americano che pontificava sull’educazione dei bambini; recentemente si era scusato con i lettori.
“ Forse ho sbagliato “ aveva ammesso.
Perché non mi ero fidata del mio istinto, del buonsenso di mia madre che, dubbiosa, mi guardava scuotendo la testa? Perché non avevo trovato dentro, nel profondo, quel filo rosso che lega senza soluzione di continuità, le figlie alle madri, alle nonne, alle bisnonne, dando vita a un sapere femminile che, se facciamo attenzione, sussurra e canta dentro di noi, indicandoci la strada?
Questi libri li scaraventai con violenza nel sacco ai miei piedi.
“ I libri leggili pure, solo ricorda che un libro è un libro e che devi pensare con il tuo cervello “ Gorkj scrisse in uno dei suoi racconti.
L’avevo dimenticato?
Ancora uno scaffale da controllare ed, eventualmente, vuotare: ancora narrativa e poesia. Ecco Neruda, Montale, Ungaretti, Quasimodo…
Quante ore passate su questi libri. Quale il motivo o i motivi di questa passione? Per anni, mi sembrò sufficiente rispondermi “ Per capire e per capirmi “.
Davanti alla mia scelta di liberarmi dei miei amati libri questa risposta, ora, mi appariva falsa. Magari avessi valutato criticamente! I libri erano stati la mia droga, il mio modo di scappare dal mondo. Forse, e non paradossalmente, avevo letto proprio per evitare di capire.
Era arrivato il momento di farlo? Di togliermi di dosso tutti gli alibi che quei libri mi avevano aiutata a costruire? Era arrivato il momento di affrontare i fantasmi, di snidare i segreti dagli angoli bui nei quali li avevo relegati? Prendere per mano mia figlia e, insieme a lei, guardare in faccia il mostro, quel mostro che aveva spento i suoi colori, si era succhiato la sua allegria, la sua giovinezza e ora, ora voleva anche il suo futuro. Non c’era libro al mondo che avrebbe potuto darmi il coraggio di farlo. Ormai l’avevo capito.
Il suono del campanello interruppe le mie riflessioni. I ragazzi del LIBRACCIO erano entrati, iniziando subito a imballare gli scatoloni. Erano tutti studenti universitari. Scherzavano con mia figlia, alla quale non avevo confidato nulla di ciò che mi passava per la mente, giustificando la vendita dei libri con motivazioni economiche legate alla malattia della sorella. Lei, che aveva intuito qualcosa, mi guardava dubbiosa, anche se fingeva di scherzare per alleggerire l’atmosfera.
Quando i primi scatoloni, gonfi di volumi, imboccarono la porta di casa, incominciai a singhiozzare senza ritegno. Incurante dell’imbarazzo di mia figlia, pensavo che non li avrei mai più ritrovati, che si sarebbero persi nei meandri di questa grande città, che stavo soltanto aggiungendo un altro dolore a quelli che già mi dilaniavano. I ragazzi mi guardavano un po’ imbarazzati, ma io ero disperata. Si stavano portando via la mia isola che non c’è, il mio ultimo frammento d’infanzia, le mille vite di cui mi ero nutrita per non pensare alla mia, le storie e le fole che mi avevano fornito incrollabili alibi.
Ora la libreria era quasi vuota, ridotta all’osso, come la mia anima.
Nella foga, uno degli studenti, ridacchiando e guardando Afra, la mia ragazza, con occhi golosi, aveva distrattamente imballato anche “ Anna Karenina “.


Questo libro l'avrei ritrovato, miracolosamente restituitomi dal destino che, per cambiare la nostra storia, segue strani e imperscrutabili sentieri, alcuni anni dopo, su una bancarella di libri usati.
Sulla prima pagina, con la grafia tonda e infantile di mia figlia, una dedica “ A mia madre, perché ricordi, come scrive Tolstoj, che tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo “.
La brezza soffiava leggera sulla darsena, zeppa di bancarelle colorate.
“ Ci facciamo una pizza? “ e poi, a bassa voce: “ Ricordi mamma? “
Tra le braccia stringe sua figlia, mia nipote.
E come potrei non ricordare?

martedì 7 ottobre 2008

Barbara, nomen omen

Cara Barbara Berlusconi, mi permetto, solo perchè potrei, per età, esserti madre, di darti alcuni consigli.
Hai avuto la fortuna, tale considerata dai più, di nascere in una famiglia tra le più ricche del reame. Nata da un padre potente e una madre bella e dedita ai figli, attorniata da fratelli e sorelle titolari di incarichi prestigiosi nella galassia di società che fanno capo a tuo padre, hai avuto in dono, da madre natura, come se tutto questo non bastasse, un fisico più che accettabile e una graziosa testolina. La mamma, saggiamente, ti ha tenuta lontana dagli schermi televisivi che hanno fatto la fortuna di papà, facendoti crescere in scuole prestigiose, sconfinati parchi verdi che, nella magione di papà, hanno accolto i tuoi giochi infantili, sorvegliata da guardie del corpo, allietata dalla compagnia di cani di razza e amichetti della tua stessa estrazione sociale. Ti sei iscritta alla facoltà di Filosofia: eh già, hai privilegiato il mondo dei valori, chè, a te, i mezzi non sono mai mancati.
Sei anche diventata madre...


E allora, cara Barbara, un po' di discrezione!
La morale, eh, la morale...
Personalmente mi ha distrutto la vita.
Convenienza e morale non vanno d'accordo.
Affari e morale, ancora meno.
Denaro e morale, poi, fanno a cazzotti.


E tu, Barbara Berlusconi, abituata fin da piccola, all'odore dei soldi ci hai fatto il naso?
Il denaro si spende, non si annusa, presumo mi ricorderesti, perchè, se lo facessimo, potremmo cadere secchi al suolo, come nello spot che pubblicizza calzature che fanno respirare il piede. E, inoltre, il denaro quanto più si accumula, tanto più puzza.


Finchè si tratta di giocare alla signora impegnata,nell'associazione di cui sei presidente, vicepresidente(?), tra i figli di papà che vi hanno aderito, beh, te lo concediamo.
Però, cerca di non esagerare! Suvvia,ti ripeto, un po' di discrezione. Mamma Veronica se la merita per tutto il tempo e il denaro profusi nel tentativo di darti un'educazione.


Sai, Barbara, affari e morale,come ti ho già detto, mal si conciliano. Un fra' Francesco, quando decise di criticare i principi su cui si reggeva il mondo dal quale proveniva, per prima cosa si spogliò. Di tutto, compreso l'abito che indossava. E si era in pieno inverno.
Ti ripeto, Barbara Berlusconi, lascia perdere i discorsi sulla morale, chè, questa parola sulle labbra di una Berlusconi suona, a dir poco, stridente e, come ti direbbe quella buon'anima di mia nonna, "non sputare nel piatto in cui mangi".


Non è chic!

venerdì 3 ottobre 2008

Cambiamenti

" Alla tua età è difficile, quasi impossibile entrare nella logica del computer " mi dicevano, eppure io ci mettevo un'ostinazione difficile da capire anche per me che la vivevo. Sentivo, captavo l'esistenza di un collegamento tra la mia passione per la scrittura e l'uso del pc.
Chi scrive è curioso: di vite da tradurre in storie, di sentimenti da descrivere. La sua curiosità lo induce a ficcare il naso dappertutto, a frugare nelle pieghe del mondo, a origliare non visto, a osservare con grande attenzione la realtà che lo circonda per consentirgli di creare un fantastico verosimile. E' quindi normale che colga con maggiore immediatezza e acutezza i segnali di cambiamento della società in cui vive, ai quali la sua fantasia potrà dare sbocchi mutevoli. Non a caso chi scrive sembra, a volte, essere dotato di capacità divinatorie, ma, in realtà, è la sua abitudine a creare il verosimile che può farlo credere.


Ignorare l'uso del computer, oggi, equivarrebbe, a non avere mai visto una trasmissione televisiva quarant'anni fa. Si può fare, ma isola in un mondo che appartiene al passato, e di cui si conservano i moduli comunicativi e le caratteristiche. La mia curiosità si è soddisfatta sui libri, che mi hanno dato cultura e divertimento. Altre contaminazioni non riuscirei a cogliere.



Il computer che cosa mi sta dando?
Al'inizio, e parlo di mesi, angoscia, il senso frustrante della mia stupidità, una logica che sentivo estranea, in aperto conflitto con tutto ciò che aveva caratterizzato, fino a quel momento, la mia vita. L'istruzione, che serve a ridurre il numero di passaggi logici che possono essere dati per scontati in una discussione, diventava barriera e limite alla comprensione di fronte alla "bestia", solida e stolida, con la quale non si può dare nulla per scontato, ma che, come uno stambecco di montagna, è in grado di andare avanti,instancabile, balzando velocissimo di roccia in roccia, sciorinandoti di fronte il mondo. Il computer, assolutamente consequenziale, mai casuale.


Coglievo in chi mi stava accanto, in primis due dei miei figli, una diversità, rispetto alla terza figlia che si rifiutava di usare il pc, che si manifestava in tanti particolari.
Il computer era cultura, divertimento, informazione, comunicazione, scambio, fruibili in contemporanea, velocemente e facilmente. Un minuto qui e un minuto lì, mentre canta Gianna Nannini, si accende l'icona di skipe e un'immagine invade lo schermo.
Tutto corre, scorre mischiandosi in una realtà che non è reale ne immaginifica: è virtuale.
E' il vero in versione informatica, collocato in un tempo... oh, il tempo non si sa quale sia, ma si sa che è veloce. Non ci si sofferma se non un istante, perchè si deve cogliere una tendenza, come si estrapolasse una curva da una serie di dati e questi presi uno a uno non avessero significato.


Cambia il linguaggio: diventa incisivo: si scrive soltanto quello che ai miei tempi si sottolineava. Frasi lunghe: bandite! Descrizioni: condensate in un aggettivo, perchè qualcosa ti alita sul collo, ti spinge. Perché descrivere ciò che si può far vedere? Il mondo è grande e vogliamo vederlo tutto.
E gustare un tramonto o il sapore di una pioggia d'agosto?
Un lampo di montagne e mare e cielo, e via.... Per animarli, che deriva da anima - non dimentichiamocelo - un video. Per me il video muove, ma non anima. E chi lo dice che l'anima non si stia cercando un altro habitat? Un luogo diverso per un'anima differente.
Un non luogo che, nell'immagine, nel movimento, in una musicalità che il metodico urto della musica da discoteca ingabbia in marcia cadenzata, sia capace di annullare i confini.
Intravedo un mondo da spettatrice su un otto volante. Se chiudo gli occhi potrebbe sembrare una visione onirica. Sogni virtuali e sogni reali. L'ultima contaminazione? Il confine, come concetto si fa labile... Cristo ma è questo il traguardo di chi scrive! La tecnologia lo consente. Abbiamo trovato un habitat nuovo per l'anima tecnologica?

mercoledì 1 ottobre 2008

Ancora sul blog.

Ragazzi, oggi ho scrittto il mio centesimo post.
La mia grafomania deborda, ma il web è un mare, anzi un oceano pronto ad accogliere tra i suoi flutti, anche le mie parole. In un bla bla assordate cosa fanno 100 miserabili post? Un sussurro, un alito di vento. Altro che lifting! Altro che antidepressivi: aprite un blog! che, oltre tutto, è privo di effetti collaterali. Invece di non farti pensare, imbambolato e emotivamente sedato, aggredendoti sui tuoi pensieri fissi maniacal/ossessivi, ti stuzzica, ti sollecita, ti risveglia, ti spedisce fuori, letteralmente, nel mondo, a chiacchierare di ciò che ti è più congeniale.

Nessuno ti ascolta? Perchè a 80 euro per venticinque minuti di supporto psicologico, disteso su un lettino, voltando le spalle all'analista - geniale Freud, non c'è che dire, anche nella scelta dell'ambiente e del posizionamento - ti ascolta qualcuno? E se sbirciando alle tue spalle cogli lo psicanalista a palpebre abbassate? E' per concentrarsi su ciò che emerge dai tuoi monologhi? No, è per farsi un bel sonno, tanto sei tu, paziente, che devi, raccontando, cogliere le contraddizioni, calarti nel pozzo senza fondo dei ricordi a recuparare brandelli di vissuto da incastrare uno accanto all'altro per farne un bel puzzle.
Prezzo, a lavoro finito, ammesso e non concesso che si finisca? Sorvoliamo!


Il blog è il regno, incontrastato, della parola: si nutre, si alimenta, s'ingozza di parole.
Ecco, il problema forse è proprio questo: non c'è un filtro. Ma dove c'è, è valido? Il bla, bla televisivo chi lo filtra? E soprattutto in funzione di quali obiettivi si effettua la cernita? Idem per i giornali. Qui è come sui banchi dei mercati di strada: hai davanti un'accozzaglia di robaccia, dentro la quale devi mettere le mani e cercare. E spesso, io sono una patita dei mercatini, puoi trovare qualcosa di bello, strano, originale. Costo: di un caffè al bar. Quindi dal blog, se uno aguzza l'orecchio, sale un mormorio, confuso nel bla, bla,una musica nuova che potrebbe diventare canto, che - chissà! - potrebbe essere diversa e... spontanea, non orchestrata dall'alto.
Vi sembra poco?


Il blog è libero, ancora libero in una società astuta che ha sostituito la libertà con la sua rappresentazione. Essendo libero è creativo. Nel mio primo e esitante post ho parlato di una stanza virtuale, facendo mio il bisogno di uno spazio che mi appartenesse, perchè più si riduce la spazio fisico più la fantasia ha bisogno di prendere il volo.
E se a qualcuno il tuo blog non andasse a genio? Clicca e passa oltre. Non ti legge. Viceversa ti lascia un commento, si presenta, ti comunica il suo indirizzo. E' un blablagare molto più gratificante, vitalizzante e tonico. In fondo, anche se dici delle cavolate, ti tollerano, ti consentono ( anche quelli che non sopportano Berlusconi) di esprimere il tuo parere. Spesso non lo condividono, ma te lo spiegano, dedicandoti un'attenzione che in famiglia te la raccomando.
Se grugniscono - i figli - è già molto, uno scambio di opinioni te lo concedono a Natale, quando sanno che sotto l'albero c'è il regalo.


Quando si discute, qualche volta succede, essendo tutto scritto - carta canta e villan dorme, non ti possono dare della visionaria, accusandoti di esserti inventato una certa frase. E' un po' come in un commissariato di polizia: " la qui presente a domanda risponde..." e ciò che dici assume una valenza, un'importanza che ti gratifica. Il concetto della traccia, sia pur lieve come bava di lumaca, riscalda il cuore di noi poveri e polverosi mortali destinati alla dissoluzione.

Quasi, quasi lo suggerisco al mio analista che ho incontrato, in metrò, che fissava muto, tetro, il viaggiatore accanto a lui. Quando gli ha chiesto:" Che ne pensa della crisi finanzia.. " quello, scocciato, ha fatto un passo avanti e si è messo a fissare il vuoto, fuori dal finestrino, quasi sperasse in una materializzazione, nel buio, di Valeria Marini. A furia di bla, bla, anche se percepiti soltanto come rumore di fondo, è andato un po' fuori di testa anche lui. Gli ho infilato in tasca l'indirizzo del mio blog e, muta, gli ho fatto un cenno di saluto con la manina. Era conciato proprio male!

martedì 30 settembre 2008

Ci restano i barbari.

L'impero è alle corde.
E' troppo viziato, troppo raffinato, troppo dubbioso, troppo impegnato a sproloquiare per agire.
Chi sarà lo sfidante?
Chi non è nè viziato, nè raffinato, nè dubbioso.
Impegnato a fare, non a parlare.
Un barbaro. Qualunque.

Pazzia

" E' il pazzo che è in noi a obbligarci all'avventura, se ci abbandona siamo perduti " così scrive E.M. Cioran. La razionalità punta alla riflessione, alla valutazione misurata e attenta di tutti gli elementi che consiglierebbero o meno una scelta.
Compito della razionalità è far insorgere il dubbio, tagliando le gambe all'azione.
Senza pazzia non ci sarebbero cambiamenti
Per questo ci spaventa tanto?
Per questo la recintiamo, isolando i pazzi?