Monotona, la pioggia rigava i vetri della finestra, inzuppando la terra del giardino che esalava profumi stantii di foglie lasciate marcire. “ Sposa bagnata, sposa fortunata” le aveva squillato all’orecchio, poco prima al telefono, l'amica del cuore. Alle sue spalle, bianco e leggero, il suo abito da sposa, appoggiato a una gruccia, sembrava una nuvola spersa in un cielo in tempesta. Il campanello suonava in continuazione e fattorini frettolosi consegnavano pacchi e fiori. Sua madre e sua sorella, con gridolini d’impazienza, seguiti da esclamazioni di meraviglia, li scartavano.
Le bomboniere occupavano quasi tutto il ripiano del tavolo e la casa traboccava di fiori dai profumi intensi che, mescolandosi all'odore della pioggia, la riportavano a qualcosa che affiorava alla sua memoria, insistente, fastidioso come una mosca impazzita che, ronzando, tentasse inutilmente di uscire da una stanza chiusa.
“Sarai emozionatissima!“ Aprì la bocca per rispondere a sua madre, ma stava già svolazzando verso il corridoio, diretta all’ingresso, mentre il suono del campanello riprendeva a diffondersi per la casa. Non era emozionata, era tesa e vigile – pensò – mentre la sua attenzione si concentrava su quel profumo che evocava concitazione. E gente. Gente che la baciava, l’abbracciava, mormorando frasi di convenienza. Fiori dappertutto anche allora, abiti scuri e voci sussurrate, nella cappella mortuaria che accoglieva la bara di sua nonna. L’aveva amata molto e lei ancora avvertiva il dolore per la sua assenza. Cosa le avrebbe detto se fosse stata lì? Si sarebbe occupata dei fiori e dei regali, oppure avrebbe messo sul fuoco il bollitore, tolto i biscotti fatti in casa dalla credenza e, accarezzandola con quello sguardo gonfio d’orgoglio che abitualmente le riservava, si sarebbe seduta davanti a lei e le avrebbe chiesto:
“ Sei sicura della tua scelta?”
“ Ormai” lei avrebbe risposto.
“ Ormai un corno!” e la sua voce avrebbe avuto un’intonazione ferma, decisa. Gli occhi piantati su di lei, avrebbe aggiunto “Se non sei convinta, si blocca tutto. Per pagare e sposarsi c’è sempre tempo”.
Mentre sua madre rientrava nella stanza, l’ennesimo pacco tra le mani, lei inspirò con forza, mentre quelle parole “ Non mi sposo” volavano nell’aria schiantandosi sui volti attoniti della madre e della sorella. Con un filo di voce sua madre disse: “ Non puoi..” e la sorella si accodò, mormorando “Ormai…”
Lei, il sorriso che, accendendole lo sguardo di sollievo, diventava una risata “Ormai un corno!”gridò.
Fuori, il vento rubava le nuvole al cielo liberando il sole mentre, a mazzi, rose e giunchiglie finivano nel sacco della spazzatura.
martedì 28 aprile 2009
domenica 26 aprile 2009
Scrittrice o scribacchina
E si incomincia a rivedere, rifinire, aggiungere, togliere. Più togliere che aggiungere. Troppi avverbi, troppe virgole. Anche troppe descrizioni, forse qualche dialogo ridotto o tagliato tout court. Incomincia a uscirti dagli occhi, ma non va, non va ancora.
Ti rendi conto che dovresti parlarne con qualcuno: qualcuno di cui ti fidi. Dovrebbe amare la lettura, essere uno che sa scrivere, ma non uno scrittore, avere la pazienza di Giobbe. Ci vorrebbe un editor, ma dove lo trovi? A stento sai cos'è e ti consigliano di essere prudente. Insomma è arrivato il momento di affrontare un primo giudizio di massima, dopo avere fatto il preliminare lavoro di revisione.
E tu hai una fifa blù.
Lo consegni, aspetti. E speri.
Indispensabile sarebbe farlo leggere a chi non ha remore a massacrartelo, il libro. E l'autrice? Se necessario anche quella. Ci si resta male, ma il lettore, se preparato, dà suggerimenti e fa critiche che, se non ti stroncano invitandoti a darti all'ippica, andrebbero ascoltate, riascoltate e risentite. Nove su dieci, molte sono valide.
Ti senti una cacca e ricominci: a rivederlo. Di nuovo.
Lo dai da leggere a altri.
I parenti spesso plaudono alla scrittrice. Diffidarne.
Qualcuno ti consiglia di lasciarlo riposare. Come il vino? Sì, ma non troppo, potrebbe andare in aceto.
Incominci a chiederti se non sia una sfiga nera avere questa passione travolgente per la scrittura, mentre lo rivedi per la quinta volta, e lo metti nel cassetto temendo che possa essere la sua collocazione definitiva.
Tanto lavoro per nulla? Non saresti la prima. Migliaia di sogni - pardon libri - finiscono nei cassetti.
Ora però gli amici ti chiedono scherzosi "A quando la pubblicazione?" e allora passi alla fase due, digitando per la prima volta sul tuo computer "Casa editrice" e non hai ancora idea, povero tapino, del ginepraio nel quale ti stai cacciando.
E per l'esordiente e ingenuo scrittore ha inizio il viaggio nel mondo dell'editoria, uno degli ultimi gironi dell'inferno, quello in cui sarà condannato a spedire lettere, costate lacrime e sangue con accluso manoscritto, a editori che non risponderanno nemmeno con un "Fa schifo!" Non risponderanno e basta!Ho il sospetto, che si rivelerà prontamente certezza, che nemmeno leggeranno.
Il silenzio calerà sul tuo romanzo, impenetrabile come un muro di nebbia, e come su un muro di nebbia rimbalzano luci e suoni, così tutti i tuoi sforzi per farti pubblicare s'infrangeranno su porte per te sprangate sul nulla.
" Uno su mille ce la fa" e novecentonovantanove trovano soluzioni più o meno fantasiose.
Gli irriducibili se lo faranno stampare a spese proprie, o "con un contributo" alle spese su suggerimento dell'editore. Sono quelli disposti a tutto pur di vedere il proprio nome su un libro. " L'ha fatto anche Moravia" ti dicono. Vabbé, se è per questo l'ha fatto pure Pasolini, ma non mi sembra un motivo valido. Come gli illustri predecessori questi ci credono proprio al fatto di essere bravi. Incompresi, ma bravi. Bisogna tirare fuori da sé anche l'arroganza, a patto di possederla. Poi ci sono quelli che ai dannatissimi editori - che considerano la scrittura, nella fattispecie la nostra (sic), arte, un investimento valutabile in termini di capitale impiegato, rischio assunto, e possibile ritorno in termini di profitto nonché confronto con investimenti alternativi - sputerebbero in un occhio, e quindi si rifiutano di scendere a patti, affermando perentori che il loro romanzo tornerà dove in fondo è sempre stato: nel cassetto. Lo leggeranno figli e nipoti. Meglio che niente.
Ci sono poi i " prezzemolini": quelli che con sette, otto copie sotto braccio, s'infilano in qualunque luogo dove ci sia una manifestazione libresca, si consegni un premio, si parli, a qualunque titolo, di libri. E, con un po' di fortuna, chissà, potrebbero riuscire a incuriosire qualcuno che, trovandosi quel manoscritto tra le sue carte, magari un'occhio potrebbe finire per allungarlo.
Confesso che ho pensato, spesso con sollievo, che per me è stata un'avventura, esaltante ma comunque un'avventura, decisa e capitata in un'età in cui si pensa più all'ospizio che al successo. La vita, quasi tutta alle spalle, con l'inevitabile saggezza che questo comporta, mi hanno indotta ad alcune rapide considerazioni: in fondo ideologicamente sono per la fruibilità di tutto ciò che è bello(ammettendo che quello che ho scritto sia tale) da parte di tutti, onde e per cui, se a qualcuno dovesse interessare, darò modo di scaricarlo da internet. Non è questo lo spirito del blogger?
Ultima cosa: sono una curiosa e alla fin fine mi piacerebbe avere una risposta alla domanda che non ho mai smesso di pormi: " Cos'è che fa di uno che scrive uno scrittore, e io cosa sono? Scrittrice o scribacchina?"
Ti rendi conto che dovresti parlarne con qualcuno: qualcuno di cui ti fidi. Dovrebbe amare la lettura, essere uno che sa scrivere, ma non uno scrittore, avere la pazienza di Giobbe. Ci vorrebbe un editor, ma dove lo trovi? A stento sai cos'è e ti consigliano di essere prudente. Insomma è arrivato il momento di affrontare un primo giudizio di massima, dopo avere fatto il preliminare lavoro di revisione.
E tu hai una fifa blù.
Lo consegni, aspetti. E speri.
Indispensabile sarebbe farlo leggere a chi non ha remore a massacrartelo, il libro. E l'autrice? Se necessario anche quella. Ci si resta male, ma il lettore, se preparato, dà suggerimenti e fa critiche che, se non ti stroncano invitandoti a darti all'ippica, andrebbero ascoltate, riascoltate e risentite. Nove su dieci, molte sono valide.
Ti senti una cacca e ricominci: a rivederlo. Di nuovo.
Lo dai da leggere a altri.
I parenti spesso plaudono alla scrittrice. Diffidarne.
Qualcuno ti consiglia di lasciarlo riposare. Come il vino? Sì, ma non troppo, potrebbe andare in aceto.
Incominci a chiederti se non sia una sfiga nera avere questa passione travolgente per la scrittura, mentre lo rivedi per la quinta volta, e lo metti nel cassetto temendo che possa essere la sua collocazione definitiva.
Tanto lavoro per nulla? Non saresti la prima. Migliaia di sogni - pardon libri - finiscono nei cassetti.
Ora però gli amici ti chiedono scherzosi "A quando la pubblicazione?" e allora passi alla fase due, digitando per la prima volta sul tuo computer "Casa editrice" e non hai ancora idea, povero tapino, del ginepraio nel quale ti stai cacciando.
E per l'esordiente e ingenuo scrittore ha inizio il viaggio nel mondo dell'editoria, uno degli ultimi gironi dell'inferno, quello in cui sarà condannato a spedire lettere, costate lacrime e sangue con accluso manoscritto, a editori che non risponderanno nemmeno con un "Fa schifo!" Non risponderanno e basta!Ho il sospetto, che si rivelerà prontamente certezza, che nemmeno leggeranno.
Il silenzio calerà sul tuo romanzo, impenetrabile come un muro di nebbia, e come su un muro di nebbia rimbalzano luci e suoni, così tutti i tuoi sforzi per farti pubblicare s'infrangeranno su porte per te sprangate sul nulla.
" Uno su mille ce la fa" e novecentonovantanove trovano soluzioni più o meno fantasiose.
Gli irriducibili se lo faranno stampare a spese proprie, o "con un contributo" alle spese su suggerimento dell'editore. Sono quelli disposti a tutto pur di vedere il proprio nome su un libro. " L'ha fatto anche Moravia" ti dicono. Vabbé, se è per questo l'ha fatto pure Pasolini, ma non mi sembra un motivo valido. Come gli illustri predecessori questi ci credono proprio al fatto di essere bravi. Incompresi, ma bravi. Bisogna tirare fuori da sé anche l'arroganza, a patto di possederla. Poi ci sono quelli che ai dannatissimi editori - che considerano la scrittura, nella fattispecie la nostra (sic), arte, un investimento valutabile in termini di capitale impiegato, rischio assunto, e possibile ritorno in termini di profitto nonché confronto con investimenti alternativi - sputerebbero in un occhio, e quindi si rifiutano di scendere a patti, affermando perentori che il loro romanzo tornerà dove in fondo è sempre stato: nel cassetto. Lo leggeranno figli e nipoti. Meglio che niente.
Ci sono poi i " prezzemolini": quelli che con sette, otto copie sotto braccio, s'infilano in qualunque luogo dove ci sia una manifestazione libresca, si consegni un premio, si parli, a qualunque titolo, di libri. E, con un po' di fortuna, chissà, potrebbero riuscire a incuriosire qualcuno che, trovandosi quel manoscritto tra le sue carte, magari un'occhio potrebbe finire per allungarlo.
Confesso che ho pensato, spesso con sollievo, che per me è stata un'avventura, esaltante ma comunque un'avventura, decisa e capitata in un'età in cui si pensa più all'ospizio che al successo. La vita, quasi tutta alle spalle, con l'inevitabile saggezza che questo comporta, mi hanno indotta ad alcune rapide considerazioni: in fondo ideologicamente sono per la fruibilità di tutto ciò che è bello(ammettendo che quello che ho scritto sia tale) da parte di tutti, onde e per cui, se a qualcuno dovesse interessare, darò modo di scaricarlo da internet. Non è questo lo spirito del blogger?
Ultima cosa: sono una curiosa e alla fin fine mi piacerebbe avere una risposta alla domanda che non ho mai smesso di pormi: " Cos'è che fa di uno che scrive uno scrittore, e io cosa sono? Scrittrice o scribacchina?"
sabato 25 aprile 2009
Scrittura mon amour
La scrittura come fatica così pesante, così intensa, non l’avevo ipotizzata. Quella ricerca del ritmo e quella fluidità che si possono, si devono spezzare quando irrompe sulla scena qualcosa che cambia, modifica definitivamente, creando un ‘prima’ e un ‘dopo’ nettamente distinti, spesso mancavano a ciò che scrivevo, risultavano difficili da trovare come un ago in un pagliaio.
Il carattere di chi scrive influenza la scrittura? E gli scrittori hanno qualcosa in comune? Risponderei sì a entrambe le domande. Gli scrittori sono artisti, il loro modo di percepire la realtà è diverso, più immediato e profondo. Come gli scienziati sono curiosi. Lo scrittore osserva, studia il mondo che lo circonda nei minimi particolari per dare verosimiglianza a ciò che scrive, ma il suo obiettivo è emozionare e solo in subordine informare. La sua capacità è quella di trasformare il resoconto in racconto. Vive in una dimensione ‘altra’ , è un sovvertitore di destini, un collezionista di vite che divora con appetito bulimico, ma…ma la sua furibonda fantasia deve essere filtrata attraverso la rigorosità dei passaggi logici, trovando un costante equilibrio tra passione, ragione e forma stilistica.
Predisposto all’ascolto, partecipa a ciò che gli viene raccontato, da un bambino come da un vecchio, consegnandosi calzato e vestito all’emozione. Non può difendersi, porsi al riparo dalla vita chi vuole scrivere: la serenità è senza storia. E’ noia. Con un “E vissero felici e contenti …” le fiabe si concludono e i romanzi cominciano.
Ma l’emozione va filtrata, depurata, ripulita. Come un puledro selvaggio va domata, è lo scrittore che sceglie le parole, che ne stabilisce il trotto o le scatena al galoppo, ma tenendo saldamente in mano le redini. La scrittura è passione e delle passioni ha le caratteristiche: è dirompente, prorompente, esclusiva; non tollera concorrenti, né diversivi, reclama per sé ogni spazio. Fa piazza pulita del pudore, ti consegna al lettore nella tua intimità, senza veli, senza infingimenti. Il tuo lato in ombra sotto il sole a picco…
Lo scrittore si cala, speleologo dell’anima, nei cunicoli, fruga nella memoria riportando a galla i ricordi dimenticati, lustrandoli e facendoli brillare come fossero nuovi di pacca dopo averli strappati, a brandelli, a morsi all’oblio. Spazia nel tempo, prevedendo il futuro che altro non è se non una verosimile ipotesi tra le tante che la fantasia suggerisce, e veleggia nello spazio, facendo del mondo il suo palcoscenico.
Mi rimane sempre una domanda, la domanda per eccellenza, quella a cui non riesco a dare una risposta: cosa differenzia chi scrive da uno scrittore?
Il carattere di chi scrive influenza la scrittura? E gli scrittori hanno qualcosa in comune? Risponderei sì a entrambe le domande. Gli scrittori sono artisti, il loro modo di percepire la realtà è diverso, più immediato e profondo. Come gli scienziati sono curiosi. Lo scrittore osserva, studia il mondo che lo circonda nei minimi particolari per dare verosimiglianza a ciò che scrive, ma il suo obiettivo è emozionare e solo in subordine informare. La sua capacità è quella di trasformare il resoconto in racconto. Vive in una dimensione ‘altra’ , è un sovvertitore di destini, un collezionista di vite che divora con appetito bulimico, ma…ma la sua furibonda fantasia deve essere filtrata attraverso la rigorosità dei passaggi logici, trovando un costante equilibrio tra passione, ragione e forma stilistica.
Predisposto all’ascolto, partecipa a ciò che gli viene raccontato, da un bambino come da un vecchio, consegnandosi calzato e vestito all’emozione. Non può difendersi, porsi al riparo dalla vita chi vuole scrivere: la serenità è senza storia. E’ noia. Con un “E vissero felici e contenti …” le fiabe si concludono e i romanzi cominciano.
Ma l’emozione va filtrata, depurata, ripulita. Come un puledro selvaggio va domata, è lo scrittore che sceglie le parole, che ne stabilisce il trotto o le scatena al galoppo, ma tenendo saldamente in mano le redini. La scrittura è passione e delle passioni ha le caratteristiche: è dirompente, prorompente, esclusiva; non tollera concorrenti, né diversivi, reclama per sé ogni spazio. Fa piazza pulita del pudore, ti consegna al lettore nella tua intimità, senza veli, senza infingimenti. Il tuo lato in ombra sotto il sole a picco…
Lo scrittore si cala, speleologo dell’anima, nei cunicoli, fruga nella memoria riportando a galla i ricordi dimenticati, lustrandoli e facendoli brillare come fossero nuovi di pacca dopo averli strappati, a brandelli, a morsi all’oblio. Spazia nel tempo, prevedendo il futuro che altro non è se non una verosimile ipotesi tra le tante che la fantasia suggerisce, e veleggia nello spazio, facendo del mondo il suo palcoscenico.
Mi rimane sempre una domanda, la domanda per eccellenza, quella a cui non riesco a dare una risposta: cosa differenzia chi scrive da uno scrittore?
venerdì 24 aprile 2009
Camilla
“ Eh sì! Fu proprio l’anno in cui i gerani continuarono, anche in pieno inverno, a fiorire: piccoli fiori striminziti, pallidi per la scarsa luce che le brevi giornate invernali concedevano. Ostinatamente, anche tra una spruzzata di neve e l’altra, i gerani continuarono a fiorire, i colori che si confondevano con le strisce arcobaleno delle bandiere della pace che, stracciate dal vento, imbrattate dallo smog, infradiciate dalla pioggia, fecero capolino sempre più numerose sui davanzali delle finestre dando alla città un inquietante effetto colore. Eh sì, ragazzi! Fu proprio l’anno in cui scoppiò la guerra “.
Camilla, rattrappita dall’artrosi, sedeva davanti al computer, lasciando scorrere lo sguardo sul monitor. Accanto, la badante cyborg batteva per lei sui tasti con leggerezza. Negli occhi della donna, sommersi dalle rughe, emergevano confondendosi ricordi ed emozioni che il computer memorizzava. L’avevano invitata a raccontare, come una delle ultime sopravvissute all’orrore della guerra, e centinaia di “menti” stavano incamerando, senza interromperla, i suoi ricordi come informazioni.
L’emozione le prendeva la gola mentre il pensiero tornava a quegli anni.
Riprendendo il filo del discorso, Camilla proseguì: “ Eh sì, ragazzi! Io notai, con stupore e inquietudine, la fioritura invernale dei gerani e la crescita anomale delle piante sul mio terrazzo, che lo avevano trasformato in una giungla equatoriale. Poi cominciarono i bombardamenti sulle città e gli attentati. I primi segnali del cambiamento climatico in atto si erano avvertiti già prima della guerra, ma la situazione divenne esplosiva dopo che migliaia di bombe trasformarono intere zone del pianeta in deserti rossastri e brulli, crivellati di buche profonde. Il paesaggio terrestre si trasformò in paesaggio lunare e quelle zone, come ben sapete, vengono oggi utilizzate soltanto per ambientarvi, risparmiando sugli effetti speciali, film di fantascienza”.
Camilla, sommersa dal peso dei ricordi, per un istante tacque. Poi, faticosamente, riprese a raccontare:
“ Il silenzio invase quelle valli che, come ferite, incidevano la terra, circondò le macerie, si accoccolò pietoso accanto ai morti, e tutto si sbriciolò in polvere sotto il sole che continuava a incendiare in tramonti arroventati quel paesaggio di morte.
Dopo due mesi dallo scoppio della guerra, mio marito morì nell’attentato che distrusse la metropolitana di Milano “.
La platea mandò dei commenti. Tutti i libri di scuola riportavano video e testimonianze di uno dei più terribili attentati di quegli anni. In quella grigia giornata autunnale, complice anche la pioggia che cadeva fitta, rimbalzando sugli ombrelli e formando larghe pozzanghere sull’asfalto, quasi tutti avevano preso la metropolitana…
I vigili del fuoco, richiamati da tutto il Paese, avevano scavato per mesi, riportando in superficie corpi sfigurati e oggetti personali sui quali i familiari delle vittime si avventavano alla ricerca di un ricordo dei loro congiunti che li aiutasse ad identificarli. In una scatola, che conteneva soltanto anelli, una fede con incise quelle parole: - Camilla, dodici dicembre 2010 –
Se l’accarezzò furtivamente, sfiorando l’anulare destro, piegato dall’artrite.
La commozione le chiuse la gola, mentre la badante si alzava per accostava il carrozzino alla vetrata della sala. Il sole era una palla violacea e incandescente e, sotto all’astronave che dondolava lenta, girava su se stessa la terra!
Sorrise.
Le avevano promesso che avrebbero riportato le sue ceneri dove era nata, in quella terra, segnata con la sigla XK 23, terra che per lei era ancora roccia carsica, aspra e bianca dietro ai cespugli di sommacco e biancospino. E mare che mormorava, urlava o sussurrava…
Come spiegare tutto ciò a quelle strane creature?
La guerra, soprattutto quella batteriologica dell’ultimo periodo, aveva sterminato quasi completamente la popolazione della Terra.
Ma essendosi già fatta strada la concezione dell’informazione–coscienza, la sua indistruttibilità e il concetto della mente come software collocato in quell’hardware che è il cervello, aveva anche avuto attuazione il progetto che contemplava il dowloading della mente. I computer che la guerra batteriologica non aveva danneggiato contenevano menti disincarnate praticamente immortali libere di vagare all’interno della rete. Ma il corpo gravame per l’anima e l’intelletto, e nessuno meglio di Camilla, tormentata da acciacchi senili poteva saperlo, era anche trait d’union con la natura circostante, o meglio ciò che la natura era stata. Potevano capirlo recuperando nella memoria le informazioni legate alle emozioni, ma un tramonto sul mare, l’aria di primavera, il profumo della vita da assaporare con i sensi…
Dovrebbero uccidermi, pensò, vendicarsi del nulla o poco fatto per evitare lo scempio, il massacro…ma, nell’astronave sospesa nello spazio vibrava soltanto il silenzio.
Camilla, rattrappita dall’artrosi, sedeva davanti al computer, lasciando scorrere lo sguardo sul monitor. Accanto, la badante cyborg batteva per lei sui tasti con leggerezza. Negli occhi della donna, sommersi dalle rughe, emergevano confondendosi ricordi ed emozioni che il computer memorizzava. L’avevano invitata a raccontare, come una delle ultime sopravvissute all’orrore della guerra, e centinaia di “menti” stavano incamerando, senza interromperla, i suoi ricordi come informazioni.
L’emozione le prendeva la gola mentre il pensiero tornava a quegli anni.
Riprendendo il filo del discorso, Camilla proseguì: “ Eh sì, ragazzi! Io notai, con stupore e inquietudine, la fioritura invernale dei gerani e la crescita anomale delle piante sul mio terrazzo, che lo avevano trasformato in una giungla equatoriale. Poi cominciarono i bombardamenti sulle città e gli attentati. I primi segnali del cambiamento climatico in atto si erano avvertiti già prima della guerra, ma la situazione divenne esplosiva dopo che migliaia di bombe trasformarono intere zone del pianeta in deserti rossastri e brulli, crivellati di buche profonde. Il paesaggio terrestre si trasformò in paesaggio lunare e quelle zone, come ben sapete, vengono oggi utilizzate soltanto per ambientarvi, risparmiando sugli effetti speciali, film di fantascienza”.
Camilla, sommersa dal peso dei ricordi, per un istante tacque. Poi, faticosamente, riprese a raccontare:
“ Il silenzio invase quelle valli che, come ferite, incidevano la terra, circondò le macerie, si accoccolò pietoso accanto ai morti, e tutto si sbriciolò in polvere sotto il sole che continuava a incendiare in tramonti arroventati quel paesaggio di morte.
Dopo due mesi dallo scoppio della guerra, mio marito morì nell’attentato che distrusse la metropolitana di Milano “.
La platea mandò dei commenti. Tutti i libri di scuola riportavano video e testimonianze di uno dei più terribili attentati di quegli anni. In quella grigia giornata autunnale, complice anche la pioggia che cadeva fitta, rimbalzando sugli ombrelli e formando larghe pozzanghere sull’asfalto, quasi tutti avevano preso la metropolitana…
I vigili del fuoco, richiamati da tutto il Paese, avevano scavato per mesi, riportando in superficie corpi sfigurati e oggetti personali sui quali i familiari delle vittime si avventavano alla ricerca di un ricordo dei loro congiunti che li aiutasse ad identificarli. In una scatola, che conteneva soltanto anelli, una fede con incise quelle parole: - Camilla, dodici dicembre 2010 –
Se l’accarezzò furtivamente, sfiorando l’anulare destro, piegato dall’artrite.
La commozione le chiuse la gola, mentre la badante si alzava per accostava il carrozzino alla vetrata della sala. Il sole era una palla violacea e incandescente e, sotto all’astronave che dondolava lenta, girava su se stessa la terra!
Sorrise.
Le avevano promesso che avrebbero riportato le sue ceneri dove era nata, in quella terra, segnata con la sigla XK 23, terra che per lei era ancora roccia carsica, aspra e bianca dietro ai cespugli di sommacco e biancospino. E mare che mormorava, urlava o sussurrava…
Come spiegare tutto ciò a quelle strane creature?
La guerra, soprattutto quella batteriologica dell’ultimo periodo, aveva sterminato quasi completamente la popolazione della Terra.
Ma essendosi già fatta strada la concezione dell’informazione–coscienza, la sua indistruttibilità e il concetto della mente come software collocato in quell’hardware che è il cervello, aveva anche avuto attuazione il progetto che contemplava il dowloading della mente. I computer che la guerra batteriologica non aveva danneggiato contenevano menti disincarnate praticamente immortali libere di vagare all’interno della rete. Ma il corpo gravame per l’anima e l’intelletto, e nessuno meglio di Camilla, tormentata da acciacchi senili poteva saperlo, era anche trait d’union con la natura circostante, o meglio ciò che la natura era stata. Potevano capirlo recuperando nella memoria le informazioni legate alle emozioni, ma un tramonto sul mare, l’aria di primavera, il profumo della vita da assaporare con i sensi…
Dovrebbero uccidermi, pensò, vendicarsi del nulla o poco fatto per evitare lo scempio, il massacro…ma, nell’astronave sospesa nello spazio vibrava soltanto il silenzio.
I sogni son desideri
Se ci lasciassimo scivolare, senza freni inibitori, lungo il crinale delle emozioni, disponibili a snidare i segreti, mandati in castigo, faccia contro il muro, come bambini disobbedienti dimenticati negli angoli bui della coscienza, cosa potrebbe succedere? Di scoprire l’altra faccia della luna, quella in ombra…la terra dove i lupi sbranano gli agnelli e i sogni diventano incubi per liberare i segreti dalle loro prigioni.
Lo psicologo che, a lato, sussurra: “ I sogni son desideri “…
Lo psicologo che, a lato, sussurra: “ I sogni son desideri “…
Primavera
Improvvisamente l'aria fredda, aspra e ventosa, si addolcisce. La sciarpa intorno al collo stringe, avverto l'impaccio dei guanti.
Questa mattina, andando in ufficio, il ramo era brullo, nero di pioggia e lustro come una pelle di serpente. Ora che, ciondolando stanchezza, torno a casa dal lavoro, una gemma è spuntata e sembra inturgidirsi sotto i miei occhi.
Non mi meraviglierei se esplodesse, srotolandomi davanti agli occhi una foglia, nuova di pacca.
Euforica, respiro aria di primavera.
Questa mattina, andando in ufficio, il ramo era brullo, nero di pioggia e lustro come una pelle di serpente. Ora che, ciondolando stanchezza, torno a casa dal lavoro, una gemma è spuntata e sembra inturgidirsi sotto i miei occhi.
Non mi meraviglierei se esplodesse, srotolandomi davanti agli occhi una foglia, nuova di pacca.
Euforica, respiro aria di primavera.
giovedì 23 aprile 2009
La scrittura non è solo malia
La scrittura? Quale?
Quella incontenibile come un fiume in piena, densa e sfibrante come una notte estiva? Quella che aggredisce per capire, che scava nel dolore, nello sgomento del protagonista contando su una sensibilità che è invalidante come una ferita e salvifica come un'ultima spiaggia? Come trovare tecnicamente la capacità di controllo del mezzo espressivo, come piegare alle proprie esigenze emotive le parole?
Ci sono tanti modi di esprimere, per esempio, il dolore: il dolore arrivava a ondate che si susseguivano incalzandola, senza lasciarle spazio, sommergendola, togliendole il respiro. La testa le girava intorno a poche parole, ossessive, ma che non riusciva a pronunciare. Per pochi secondi s'illuse di non aver capito, ma fu un sollievo momentaneo...
Tentiamo ancora:
aprì la bocca per respirare e boccheggiò cercando invano un po' d'aria, una via di fuga.
Capì di essere accerchiata, imprigionata, braccata, in balia di un dolore dilagante, nero come una notte abbandonata dalla luna, aspro come un terrore infantile, bruciante come una ferita inferta all'orgoglio.
Oppure:
il dolore provato avrebbe sfigurato per sempre la sua anima, rendendo il suo sguardo
azzurro freddo come un lago d'inverno, oscurato da brume e spazzato, senza tregua, da un vento di tramontana.
E se:
il dolore la ingoiò, svuotandola di tutto ciò che era stata.
Ultimo tentativo:
tagliente come un coltello, il dolore la straziò.
Ancora uno:
negli occhi, vuoti, non c’era più posto, nemmeno per il dolore.
Quale tra queste modalità espressive del sentimento del dolore può considerarsi la migliore? Dipende dal
contesto? Qualcuna è troppo ridondante e le ultime troppo scarne?
(continua)
Quella incontenibile come un fiume in piena, densa e sfibrante come una notte estiva? Quella che aggredisce per capire, che scava nel dolore, nello sgomento del protagonista contando su una sensibilità che è invalidante come una ferita e salvifica come un'ultima spiaggia? Come trovare tecnicamente la capacità di controllo del mezzo espressivo, come piegare alle proprie esigenze emotive le parole?
Ci sono tanti modi di esprimere, per esempio, il dolore: il dolore arrivava a ondate che si susseguivano incalzandola, senza lasciarle spazio, sommergendola, togliendole il respiro. La testa le girava intorno a poche parole, ossessive, ma che non riusciva a pronunciare. Per pochi secondi s'illuse di non aver capito, ma fu un sollievo momentaneo...
Tentiamo ancora:
aprì la bocca per respirare e boccheggiò cercando invano un po' d'aria, una via di fuga.
Capì di essere accerchiata, imprigionata, braccata, in balia di un dolore dilagante, nero come una notte abbandonata dalla luna, aspro come un terrore infantile, bruciante come una ferita inferta all'orgoglio.
Oppure:
il dolore provato avrebbe sfigurato per sempre la sua anima, rendendo il suo sguardo
azzurro freddo come un lago d'inverno, oscurato da brume e spazzato, senza tregua, da un vento di tramontana.
E se:
il dolore la ingoiò, svuotandola di tutto ciò che era stata.
Ultimo tentativo:
tagliente come un coltello, il dolore la straziò.
Ancora uno:
negli occhi, vuoti, non c’era più posto, nemmeno per il dolore.
Quale tra queste modalità espressive del sentimento del dolore può considerarsi la migliore? Dipende dal
contesto? Qualcuna è troppo ridondante e le ultime troppo scarne?
(continua)
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