Come ti muovi ti fulmino... Ma anche se stai ferma...
(retrocessione di 53 punti su Blogbabel...)
giovedì 28 gennaio 2010
mercoledì 27 gennaio 2010
Shoah
Quali parole pssono descrivere la shoah? Quali suoni? Quali colori?
Ci vorrebbero parole nuove che io non ho.
Tintinna come un bicchiere di cristallo la paura? E la vergogna? E' muta?
Piangevano in quei carri bestiame? Qualcuno avrà pregato, altri imprecato...
Poi fame, sete, stanchezza avranno affogato i sentimenti, consentendo soltanto bisogni: i più elementari. Qualcuno sarà rimasto incollato a una fessura, a sbirciare la vita: il lampo verde di un prato, un ritaglio di cielo, un viso di donna volato via così in fretta da far credere di averlo sognato.
E dentro , penso, la consapevolezza che non avrebbero fatto ritorno. Nera, incombente e forse taciuta. Per dare e darsi un'ultima speranza...
(50 punti di retrocessione in Blogbabel...)
Ci vorrebbero parole nuove che io non ho.
Tintinna come un bicchiere di cristallo la paura? E la vergogna? E' muta?
Piangevano in quei carri bestiame? Qualcuno avrà pregato, altri imprecato...
Poi fame, sete, stanchezza avranno affogato i sentimenti, consentendo soltanto bisogni: i più elementari. Qualcuno sarà rimasto incollato a una fessura, a sbirciare la vita: il lampo verde di un prato, un ritaglio di cielo, un viso di donna volato via così in fretta da far credere di averlo sognato.
E dentro , penso, la consapevolezza che non avrebbero fatto ritorno. Nera, incombente e forse taciuta. Per dare e darsi un'ultima speranza...
(50 punti di retrocessione in Blogbabel...)
lunedì 25 gennaio 2010
Oibì, oibò anche gli ultimi nel loro piccolo si...
Oibì, oibò
a Blogbabel qualcuno sbagliò
per coerenza non si può
il punteggio incrementare
a chi all'ultimo posto deve arrivare
e,
se da mesi ruzzola giù,
gli spetta un meno, non un più
oibì oibò
già che ci siete
santa pazienza,
... in evidenza,
poiché mi ospita
con troppa frequenza,
ritengo ci sia una
doppia valenza
metter conviene un fiocchetto
un merletto, un qualsiasi
pennacchietto per indicare
quand'é che evidenzia
dei somari come me
la presenza
Con ossequiosa riverenza
mi inchìno
a vostra eccellenza.
(59 punti di retrocessione in blogbabel...)
a Blogbabel qualcuno sbagliò
per coerenza non si può
il punteggio incrementare
a chi all'ultimo posto deve arrivare
e,
se da mesi ruzzola giù,
gli spetta un meno, non un più
oibì oibò
già che ci siete
santa pazienza,
... in evidenza,
poiché mi ospita
con troppa frequenza,
ritengo ci sia una
doppia valenza
metter conviene un fiocchetto
un merletto, un qualsiasi
pennacchietto per indicare
quand'é che evidenzia
dei somari come me
la presenza
Con ossequiosa riverenza
mi inchìno
a vostra eccellenza.
(59 punti di retrocessione in blogbabel...)
domenica 24 gennaio 2010
Racconto a puntate (La vita cambia)
Era uscita dall’ospedale e aveva spiegato ai bambini che sarebbe partita per alcuni giorni. Al marito, con insolita fermezza l’aveva comunicato, non chiesto.
Il treno correva veloce quasi volesse sfuggire all’ombra delle strette valli del retroterra ligure dove il sole entrava a stento e al buio delle gallerie che una dopo l’altra aveva attraversato fischiando. Ora la linea ferroviaria si snodava lenta, costeggiando il mare e seguendo le sinuosità della costa. Gabbiani bianchi svolazzavano emettendo rochi stridii, qualche bagnante, pur essendo solo aprile, stava disteso al sole, le gambe che sbucavano dai pantaloni arrotolati. Un cane correva, ubriaco di sole e libertà, sulla spiaggia. Lodovica si riempiva gli occhi di azzurro e, abbassato il finestrino, con il permesso del viaggiatore seduto davanti a lei, respirava quell’aria aspra di salsedine che le penetrava nei polmoni portandosi via il grigiore e la nebbia della pianura padana.
Aveva bisogno di leggerezza per andare, per camminare, pochi passi o un percorso più lungo. Non aveva importanza.
Cosa c’era oltre la curva?
Si sentiva come una scolara che avesse bigiato la scuola
Ancora mare?
E oltre alla seconda curva?
Non bisogna smettere di cercare.
Un modo, un tempo per dimenticare, da qualche parte ci sarà?
Dovrà pur esserci.
Si sentiva come quel cane.
Ubriaca di libertà.
E’ buio, e non voglio svegliarmi. Serro le palpebre, se potessi le incollerei per non aprirle, per non vedere.
Mi tappo le orecchie: le voci, alterate, mi strappano definitivamente al sonno.
Poi, i tonfi.
Mastico il gusto amaro della paura. Mi entra nel sangue e arriva al cervello.
Rimbomba.
Non posso scappare, non c’è un solo posto dove andare di notte, al buio.
Le gambe mi tremano, di freddo e di paura.
Mi tremano sempre più forte. Mi uccideranno?
C’è qualcosa che suona: un rumore insistente, lacerante.
“ Svegliati Lodovica “.
Di chi è questa voce, la conosco, è una voce che mi riporta indietro. A tanto tempo fa. Ma io gli occhi non li apro.
Ho tentato di alzarmi, mamma, ma non sto in piedi, sto malissimo. Non è che non voglia…non posso aiutarti. Singhiozzo.
Mi dovete spiegare perchè sono di nuovo qui, in questa casa buia, fredda, in questa prigione senza sbarre dalla quale non posso scappare.
Il suono lacerante non dà tregua.
Apro gli occhi.
Intorno a me mobili estranei. Una lama di luce chiara filtra dalle imposte socchiuse.
Il trillo della sveglia continua, monotono, a tagliare il silenzio.
E’ stato un incubo.
E’ stato soltanto un incubo.
Mi passano per la testa, mi rimbombano dentro frasi sconnesse, mentre a bocconi, a morsi recupero me stessa.
Recupero i pezzi della donna che sono diventata, recupero la mia dignità, ma anche quella fragilità che mi è propria, che non posso, non voglio più negare.
Mi alzo, vado in cucina e accendo la radio.
Dalla finestra intravedo il cielo, la giornata si annuncia serena.
Esco sul terrazzo, mi avvolgo in una coperta e sorseggio il mio caffé, mentre il giorno sfugge silenziosa alla stretta della notte. Il panorama davanti ai miei occhi è ampio: cielo e mare si fondono all’orizzonte in un azzurro indistinto. Gli stridii rochi dei gabbiani punteggiano il silenzio cadenzato dal mormorio della risacca.
Sulla seggiola, accanto a me, “La recherche du temps perdu“. L’ho finito ieri, il libro. Appena cominciata è invece un’altra e ben più impegnativa ricerca.
E’ da lontano che devo ripartire: è da quel grumo di dolore e di rabbia inespressa che devo iniziare.
Ho l’indirizzo di uno psicologo.
L’appuntamento è per le quattro del pomeriggio.
Ieri ho sentito i ragazzi. Il padre ha portato Alessandra da sua madre...
I ragazzi erano disorientati, attenti alle parole che usavano.
Ho sentito una fitta di rimorso, una pugnalata nel ventre e ho capito che mi sono massacrata a sufficienza. Sanno che sono la mia vita, il mio orgoglio, il sangue che mi scorre nelle vene e la mia allegria. Non possono raccontarsi balle. Nemmeno io. Non potrò essere una buona madre fino a quando non avrò guardato in faccia i miei demoni, uno a uno, accettando di convivere con loro.
Un passero tenta una manovra di avvicinamento. Gli allungo una briciola di pane.
Esita, avanza e indietreggia, combattuto tra fame e paura. Cosa prevarrà? Dipenderà dalla sua voglia di vivere, dalla sua fame di vita.
Afferra la sua briciola e prende il volo.
Prende il volo e va’.
Come me. (Fine)
Il treno correva veloce quasi volesse sfuggire all’ombra delle strette valli del retroterra ligure dove il sole entrava a stento e al buio delle gallerie che una dopo l’altra aveva attraversato fischiando. Ora la linea ferroviaria si snodava lenta, costeggiando il mare e seguendo le sinuosità della costa. Gabbiani bianchi svolazzavano emettendo rochi stridii, qualche bagnante, pur essendo solo aprile, stava disteso al sole, le gambe che sbucavano dai pantaloni arrotolati. Un cane correva, ubriaco di sole e libertà, sulla spiaggia. Lodovica si riempiva gli occhi di azzurro e, abbassato il finestrino, con il permesso del viaggiatore seduto davanti a lei, respirava quell’aria aspra di salsedine che le penetrava nei polmoni portandosi via il grigiore e la nebbia della pianura padana.
Aveva bisogno di leggerezza per andare, per camminare, pochi passi o un percorso più lungo. Non aveva importanza.
Cosa c’era oltre la curva?
Si sentiva come una scolara che avesse bigiato la scuola
Ancora mare?
E oltre alla seconda curva?
Non bisogna smettere di cercare.
Un modo, un tempo per dimenticare, da qualche parte ci sarà?
Dovrà pur esserci.
Si sentiva come quel cane.
Ubriaca di libertà.
E’ buio, e non voglio svegliarmi. Serro le palpebre, se potessi le incollerei per non aprirle, per non vedere.
Mi tappo le orecchie: le voci, alterate, mi strappano definitivamente al sonno.
Poi, i tonfi.
Mastico il gusto amaro della paura. Mi entra nel sangue e arriva al cervello.
Rimbomba.
Non posso scappare, non c’è un solo posto dove andare di notte, al buio.
Le gambe mi tremano, di freddo e di paura.
Mi tremano sempre più forte. Mi uccideranno?
C’è qualcosa che suona: un rumore insistente, lacerante.
“ Svegliati Lodovica “.
Di chi è questa voce, la conosco, è una voce che mi riporta indietro. A tanto tempo fa. Ma io gli occhi non li apro.
Ho tentato di alzarmi, mamma, ma non sto in piedi, sto malissimo. Non è che non voglia…non posso aiutarti. Singhiozzo.
Mi dovete spiegare perchè sono di nuovo qui, in questa casa buia, fredda, in questa prigione senza sbarre dalla quale non posso scappare.
Il suono lacerante non dà tregua.
Apro gli occhi.
Intorno a me mobili estranei. Una lama di luce chiara filtra dalle imposte socchiuse.
Il trillo della sveglia continua, monotono, a tagliare il silenzio.
E’ stato un incubo.
E’ stato soltanto un incubo.
Mi passano per la testa, mi rimbombano dentro frasi sconnesse, mentre a bocconi, a morsi recupero me stessa.
Recupero i pezzi della donna che sono diventata, recupero la mia dignità, ma anche quella fragilità che mi è propria, che non posso, non voglio più negare.
Mi alzo, vado in cucina e accendo la radio.
Dalla finestra intravedo il cielo, la giornata si annuncia serena.
Esco sul terrazzo, mi avvolgo in una coperta e sorseggio il mio caffé, mentre il giorno sfugge silenziosa alla stretta della notte. Il panorama davanti ai miei occhi è ampio: cielo e mare si fondono all’orizzonte in un azzurro indistinto. Gli stridii rochi dei gabbiani punteggiano il silenzio cadenzato dal mormorio della risacca.
Sulla seggiola, accanto a me, “La recherche du temps perdu“. L’ho finito ieri, il libro. Appena cominciata è invece un’altra e ben più impegnativa ricerca.
E’ da lontano che devo ripartire: è da quel grumo di dolore e di rabbia inespressa che devo iniziare.
Ho l’indirizzo di uno psicologo.
L’appuntamento è per le quattro del pomeriggio.
Ieri ho sentito i ragazzi. Il padre ha portato Alessandra da sua madre...
I ragazzi erano disorientati, attenti alle parole che usavano.
Ho sentito una fitta di rimorso, una pugnalata nel ventre e ho capito che mi sono massacrata a sufficienza. Sanno che sono la mia vita, il mio orgoglio, il sangue che mi scorre nelle vene e la mia allegria. Non possono raccontarsi balle. Nemmeno io. Non potrò essere una buona madre fino a quando non avrò guardato in faccia i miei demoni, uno a uno, accettando di convivere con loro.
Un passero tenta una manovra di avvicinamento. Gli allungo una briciola di pane.
Esita, avanza e indietreggia, combattuto tra fame e paura. Cosa prevarrà? Dipenderà dalla sua voglia di vivere, dalla sua fame di vita.
Afferra la sua briciola e prende il volo.
Prende il volo e va’.
Come me. (Fine)
sabato 23 gennaio 2010
Destino
"Il destino è cieco" mi disse, il primo giorno in cui lo incrociai, in quella Milano convulsa, intrico di strade e follia di ingorghi. Sembrava seguirmi, io lo controllavo con la coda dell'occhio. Forse volevo soltanto una conferma, era un periodo difficile, quello in cui una donna non è più giovane, ma non è ancora vecchia e in quel non essere si concede di esistere, per una volta fuori dagli schemi.
Poi, lui mi avrebbe detto: "Non ti seguivo; ti notai perché mi tenevi d'occhio, attenta come un borseggiatore inchiodato nella metropolitana alla borsa incautamente lasciata aperta da una signora un po' svagata".
Non mi sorprese: ora non ero più giovane, ero definitivamente e sicuramente vecchia: al posto del viso intatto una saggezza greve nella sua solidità.
" E' da tempo che il destino mi ha impietosita..."
Mi guardò, ottuso.
Gli sorrisi:"Gli prestai i miei occhi quel giorno perché ti portasse da me".
"E i tuoi?"
"A cosa mi sarebbero serviti? A guardare fingendo di non vedere? Volevo averti senza assumermene la responsabilità".
Tossì, imbarazzato.
"Come hai fatto a capire?"
Risi piano, lo vedevo imbarazzato e confuso anche voltandogli le spalle. Avrei potuto descriverlo: dalla sigaretta stretta tra le dita nervose allo sguardo incerto, alla cravatta dal nodo largo per deglutire in fretta qualunque boccone, anche il più indigesto.
"Capire che cosa?"
Sentii il suo sollievo diffondersi nella stanza mentre il tono della sua voce ritrovava l'abituale sicurezza.
La verità è greve, pesante come la saggezza, pensai. Macigni ad inchiodare i sogni al terreno. A me bastava volassero, ancora, almeno per una manciata di mesi.
Poi, lui mi avrebbe detto: "Non ti seguivo; ti notai perché mi tenevi d'occhio, attenta come un borseggiatore inchiodato nella metropolitana alla borsa incautamente lasciata aperta da una signora un po' svagata".
Non mi sorprese: ora non ero più giovane, ero definitivamente e sicuramente vecchia: al posto del viso intatto una saggezza greve nella sua solidità.
" E' da tempo che il destino mi ha impietosita..."
Mi guardò, ottuso.
Gli sorrisi:"Gli prestai i miei occhi quel giorno perché ti portasse da me".
"E i tuoi?"
"A cosa mi sarebbero serviti? A guardare fingendo di non vedere? Volevo averti senza assumermene la responsabilità".
Tossì, imbarazzato.
"Come hai fatto a capire?"
Risi piano, lo vedevo imbarazzato e confuso anche voltandogli le spalle. Avrei potuto descriverlo: dalla sigaretta stretta tra le dita nervose allo sguardo incerto, alla cravatta dal nodo largo per deglutire in fretta qualunque boccone, anche il più indigesto.
"Capire che cosa?"
Sentii il suo sollievo diffondersi nella stanza mentre il tono della sua voce ritrovava l'abituale sicurezza.
La verità è greve, pesante come la saggezza, pensai. Macigni ad inchiodare i sogni al terreno. A me bastava volassero, ancora, almeno per una manciata di mesi.
venerdì 22 gennaio 2010
Racconto a puntate (La vita cambia)
E passarono anche quei primi giorni successivi all’intervento. La sventagliata di proiettili che l’veva colpita non aveva leso organi vitali. Miracolosamente. Il suo corpo si riprendeva, avevano ricominciato a darle da mangiare, si era alzata dal letto, era arrivata da sola fino al bagno.
Davanti allo specchio, posto sopra al lavandino, aveva osservato, stupita, quel pallido fantasma che la fissava con occhi straniti. Quanto era dimagrita? Sembrava una vecchia bambina, pallida e sottile come un fuscello. Perché aveva permesso...? Che cosa aveva permesso?
Una voce alle sue spalle la fece sobbalzare. Sua madre era entrata silenziosa, con quel passo attento, esitante, che non le aveva mai visto, le mani che s’intrecciavano nervose mentre le si avvicinava osservandola con attenzione.
“ Sei magra da far paura “.
“ Sembrerò più giovane “ le rispose, ironica.
Poi si era alontanata con quell’andatura incerta, traballante che non accennava a migliorare. Aveva percorso tutto il corridoio, arrivando davanti a una finestra. Sbirciando fuori, aveva intravisto il giardino dell’ospedale che affiorava, spoglio, da una nebbia azzurrina, i rami degli alberi che disegnavano intorno ai tronchi lucidi di pioggia una ragnatela leggera che spezzava la monotonia del luogo. A tratti, invasivo, l’urlo di una sirena spezzava il silenzio dell’ospedale.
Lodovica aveva appoggiato la fronte sul vetro della finestra, provando una sensazione di freschezza. Giovanni era venuto soltanto una volta ed era rimasto a guardarla in silenzio, l’occhio che correva all’orologio. Non avevano più nulla da dirsi. Si mordicchiò un labbro, pensosa. Aveva bisogno di un marito? Stava ponendosi la domanda in modo sbagliato. Desiderava un marito? Ne aveva già avuto uno e erano stai anni durissimi. Cosa desiderava? La testa le si vuotò, di colpo, e incominciò a sudare freddo.
Avrebbe voluto tante cose.
Quali?
Non lo sapeva.
Allora provaci, dai! Quella voce le martellava dentro, ostinata!
Prova, anche se è difficile dopo tanti anni passati a fare piazza pulita dei propri desideri e spesso addirittura dei più elementari bisogni. Vorrei essere capita e… rispettata? Soltanto rispettata? Aspetta che ci arriviamo, disse a se stessa e poi aggiunse:”Osa, osa per una volta! Trova il coraggio di dire ciò che vorresti.” E dal profondo, come una bolla d’aria che salisse nell’acqua a conquistare i suoi spazi di cielo, salì quel desiderio antico, aspro e mai soddisfatto. Avrebbe voluto essere amata con l’intensità con la quale lei sapeva amare. Avrebbe voluto riemergere dall’anestesia e vedere Giovanni accanto al suo letto, preoccupato soltanto di starle accanto, di farle sentire che c’era e ci sarebbe stato sempre. Al suo fianco ad affrontare insieme le difficoltà. Era stanca di rapporti contenuti, dosati con il bilancino, filtrati attraverso convenienze di comodo e opportunismi più o meno dichiarati. Perché si era sempre accontentata? Perché non aveva preteso di più? Era vissuta affettivamente di briciole, era sopravvissuta riconoscente come quei bastardini, raccattati nei canili, che leccano la mano a chiunque non li prenda a calci nel didietro.
Quel primo desiderio che aveva trovato la forza di esprimere aveva dato la stura al marasma che aveva sempre compresso, tenuto nascosto, reso muto e sordo.
Pensò che avrebbe avuto voglia di ballare, di nuotare, camminare su una spiaggia deserta nel silenzio di un giornata che muore, guardando il sole accucciarsi nell’acqua all’orizzonte... Voleva riempirsi gli occhi di colori. Erano anni che quei colori mandavano bagliori dentro di lei, erano anni che lei chiudeva gli occhi per non vederli, che filtrava attraverso un grigiore indistinto la sua fantasia, la sua creatività, negandola e negandosi. La vita è un dono, è preziosa, un secondo d'incertezza a un angolo di strada, quel pensiero che ti attraversa la mente "Sì, passo prima in banca" e la tua vita va in pezzi davanti alla pistola di un bulletto che gioca a fare il Bandito, o alla sventagliata di proiettili di una testa di c... diciamo cuoio.
Scoppiò in una risata, poi, sfinità scivolò nel sonno. (continua...)
Davanti allo specchio, posto sopra al lavandino, aveva osservato, stupita, quel pallido fantasma che la fissava con occhi straniti. Quanto era dimagrita? Sembrava una vecchia bambina, pallida e sottile come un fuscello. Perché aveva permesso...? Che cosa aveva permesso?
Una voce alle sue spalle la fece sobbalzare. Sua madre era entrata silenziosa, con quel passo attento, esitante, che non le aveva mai visto, le mani che s’intrecciavano nervose mentre le si avvicinava osservandola con attenzione.
“ Sei magra da far paura “.
“ Sembrerò più giovane “ le rispose, ironica.
Poi si era alontanata con quell’andatura incerta, traballante che non accennava a migliorare. Aveva percorso tutto il corridoio, arrivando davanti a una finestra. Sbirciando fuori, aveva intravisto il giardino dell’ospedale che affiorava, spoglio, da una nebbia azzurrina, i rami degli alberi che disegnavano intorno ai tronchi lucidi di pioggia una ragnatela leggera che spezzava la monotonia del luogo. A tratti, invasivo, l’urlo di una sirena spezzava il silenzio dell’ospedale.
Lodovica aveva appoggiato la fronte sul vetro della finestra, provando una sensazione di freschezza. Giovanni era venuto soltanto una volta ed era rimasto a guardarla in silenzio, l’occhio che correva all’orologio. Non avevano più nulla da dirsi. Si mordicchiò un labbro, pensosa. Aveva bisogno di un marito? Stava ponendosi la domanda in modo sbagliato. Desiderava un marito? Ne aveva già avuto uno e erano stai anni durissimi. Cosa desiderava? La testa le si vuotò, di colpo, e incominciò a sudare freddo.
Avrebbe voluto tante cose.
Quali?
Non lo sapeva.
Allora provaci, dai! Quella voce le martellava dentro, ostinata!
Prova, anche se è difficile dopo tanti anni passati a fare piazza pulita dei propri desideri e spesso addirittura dei più elementari bisogni. Vorrei essere capita e… rispettata? Soltanto rispettata? Aspetta che ci arriviamo, disse a se stessa e poi aggiunse:”Osa, osa per una volta! Trova il coraggio di dire ciò che vorresti.” E dal profondo, come una bolla d’aria che salisse nell’acqua a conquistare i suoi spazi di cielo, salì quel desiderio antico, aspro e mai soddisfatto. Avrebbe voluto essere amata con l’intensità con la quale lei sapeva amare. Avrebbe voluto riemergere dall’anestesia e vedere Giovanni accanto al suo letto, preoccupato soltanto di starle accanto, di farle sentire che c’era e ci sarebbe stato sempre. Al suo fianco ad affrontare insieme le difficoltà. Era stanca di rapporti contenuti, dosati con il bilancino, filtrati attraverso convenienze di comodo e opportunismi più o meno dichiarati. Perché si era sempre accontentata? Perché non aveva preteso di più? Era vissuta affettivamente di briciole, era sopravvissuta riconoscente come quei bastardini, raccattati nei canili, che leccano la mano a chiunque non li prenda a calci nel didietro.
Quel primo desiderio che aveva trovato la forza di esprimere aveva dato la stura al marasma che aveva sempre compresso, tenuto nascosto, reso muto e sordo.
Pensò che avrebbe avuto voglia di ballare, di nuotare, camminare su una spiaggia deserta nel silenzio di un giornata che muore, guardando il sole accucciarsi nell’acqua all’orizzonte... Voleva riempirsi gli occhi di colori. Erano anni che quei colori mandavano bagliori dentro di lei, erano anni che lei chiudeva gli occhi per non vederli, che filtrava attraverso un grigiore indistinto la sua fantasia, la sua creatività, negandola e negandosi. La vita è un dono, è preziosa, un secondo d'incertezza a un angolo di strada, quel pensiero che ti attraversa la mente "Sì, passo prima in banca" e la tua vita va in pezzi davanti alla pistola di un bulletto che gioca a fare il Bandito, o alla sventagliata di proiettili di una testa di c... diciamo cuoio.
Scoppiò in una risata, poi, sfinità scivolò nel sonno. (continua...)
mercoledì 20 gennaio 2010
Dal diario di un' ipocondriaca.
Il battito cardiaco accelerava. Implacabile. Sentivo il tu, tu, tuuu del telefonino.
"Rispondi, Cristo, rispondi...Sei un medico, non un venditore di detergenti per la casa".
"Si?"
"Sono io dottore... "
"Ah, buongiorno. Come andiamo?" con la flemma abituale.
"Male!" balbetto
"Che problemi ha?" chiede come domandasse nome, cognome e codice fiscale.
"Tanti ma oggi... "e la testa mi si è già vuotata e veleggia verso la morte e l'incontro/scontro con il Paradiso, o più probabilmente l'Inferno.
"Oggi?" cortese ma svagato, con lo stesso tono con cui chiederebbe a un bambino il suo nome senza fare lo sforzo di ascoltarlo.
Emetto un respiro da asmatica, tanto per fargli capire la gravità della situazione.
Non dà segno di vita, io ripeto il respiro strozzato e ansimo un "Non respiro... "
"Da quando?" chiede, stesso tono di voce.
Come sarebbe da quando? E che importanza ha? Bastano pochi minuti per morire soffocati. E se continuerà questa inutile telefonata risolveremo in fretta il problema.
"Be'... " prendo la cosa alla larga per fargli capire che...
Riesce a venire allo studio?"
"Tenterò" rispondo.
"L'aspetto" e sbatte giù il telefono, senza suggerire un qualsivoglia intervento, un farmaco da usare in queste emergenze, se la situazione dovesse peggiorare. Anche se mi sembra altamente improbabile che possa esistere qualcosa di peggio di ciò che sto provando.
Arranco furiosa tra sciarpe, berretto, borsa, elenco dei farmaci che prendo, telefonino (non si sa mai che debba chiamare il 118 per un ricovero urgente) e dopo aver lasciato scorrere lo sguardo sulla casa (che io non rivedrò mai più) raggiungo il suo studio. Mi fa passare immediatamente, mi ausculta da tutte le parti, misura la pressione, la frequenza del battito e poi ausculta il cuore.
Sembra perplesso.
Scuote la testa.
Lo sapevo: infarto, anche se non c'è il dolore al petto, si tratta di un infarto.
Silente, come la neve che ha cominciato a fioccare e che intravedo dalla finestra.
Come il suo silenzio che non oso spezzare.
"Tachicardia... " dice pensoso.
"Da infarto?" chiedo anzi constato.
"Da ansia" conclude.
Avrei voglia di baciarlo in fronte, ma un pensiero, come una nuvola sul mare che può portare l'uragano, mi attraversa la mente.
"Se si fosse sbagliato?"
"Rispondi, Cristo, rispondi...Sei un medico, non un venditore di detergenti per la casa".
"Si?"
"Sono io dottore... "
"Ah, buongiorno. Come andiamo?" con la flemma abituale.
"Male!" balbetto
"Che problemi ha?" chiede come domandasse nome, cognome e codice fiscale.
"Tanti ma oggi... "e la testa mi si è già vuotata e veleggia verso la morte e l'incontro/scontro con il Paradiso, o più probabilmente l'Inferno.
"Oggi?" cortese ma svagato, con lo stesso tono con cui chiederebbe a un bambino il suo nome senza fare lo sforzo di ascoltarlo.
Emetto un respiro da asmatica, tanto per fargli capire la gravità della situazione.
Non dà segno di vita, io ripeto il respiro strozzato e ansimo un "Non respiro... "
"Da quando?" chiede, stesso tono di voce.
Come sarebbe da quando? E che importanza ha? Bastano pochi minuti per morire soffocati. E se continuerà questa inutile telefonata risolveremo in fretta il problema.
"Be'... " prendo la cosa alla larga per fargli capire che...
Riesce a venire allo studio?"
"Tenterò" rispondo.
"L'aspetto" e sbatte giù il telefono, senza suggerire un qualsivoglia intervento, un farmaco da usare in queste emergenze, se la situazione dovesse peggiorare. Anche se mi sembra altamente improbabile che possa esistere qualcosa di peggio di ciò che sto provando.
Arranco furiosa tra sciarpe, berretto, borsa, elenco dei farmaci che prendo, telefonino (non si sa mai che debba chiamare il 118 per un ricovero urgente) e dopo aver lasciato scorrere lo sguardo sulla casa (che io non rivedrò mai più) raggiungo il suo studio. Mi fa passare immediatamente, mi ausculta da tutte le parti, misura la pressione, la frequenza del battito e poi ausculta il cuore.
Sembra perplesso.
Scuote la testa.
Lo sapevo: infarto, anche se non c'è il dolore al petto, si tratta di un infarto.
Silente, come la neve che ha cominciato a fioccare e che intravedo dalla finestra.
Come il suo silenzio che non oso spezzare.
"Tachicardia... " dice pensoso.
"Da infarto?" chiedo anzi constato.
"Da ansia" conclude.
Avrei voglia di baciarlo in fronte, ma un pensiero, come una nuvola sul mare che può portare l'uragano, mi attraversa la mente.
"Se si fosse sbagliato?"
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