domenica 31 gennaio 2010

Giallo virtuale

Oibì, oibò! 20 punti di retrocessione. Altro risultato eccezionale per me che ho provato l'emozione di 2000 punti in meno in un sol botto! Non scrivere premia perchè rallenta la discesa. A quando un risultato invariato e, soprattutto, sulla base di quali parametri?

sabato 30 gennaio 2010

Scherzi virtuali

Per venerdì 29 gennaio 27 punti di retrocessione soltanto! Era da mesi che non ottenevo un risultato così soddisfacente: più si sta fermi, meno si viene retrocessi. Il miracolo insperato di una pausa di riflessione.

giovedì 28 gennaio 2010

Come ti muovi ti fulmino... Ma anche se stai ferma...
(retrocessione di 53 punti su Blogbabel...)

mercoledì 27 gennaio 2010

Shoah

Quali parole pssono descrivere la shoah? Quali suoni? Quali colori?
Ci vorrebbero parole nuove che io non ho.
Tintinna come un bicchiere di cristallo la paura? E la vergogna? E' muta?
Piangevano in quei carri bestiame? Qualcuno avrà pregato, altri imprecato...
Poi fame, sete, stanchezza avranno affogato i sentimenti, consentendo soltanto bisogni: i più elementari. Qualcuno sarà rimasto incollato a una fessura, a sbirciare la vita: il lampo verde di un prato, un ritaglio di cielo, un viso di donna volato via così in fretta da far credere di averlo sognato.
E dentro , penso, la consapevolezza che non avrebbero fatto ritorno. Nera, incombente e forse taciuta. Per dare e darsi un'ultima speranza...
(50 punti di retrocessione in Blogbabel...)

lunedì 25 gennaio 2010

Oibì, oibò anche gli ultimi nel loro piccolo si...

Oibì, oibò
a Blogbabel qualcuno sbagliò
per coerenza non si può
il punteggio incrementare
a chi all'ultimo posto deve arrivare
e,
se da mesi ruzzola giù,
gli spetta un meno, non un più

oibì oibò
già che ci siete
santa pazienza,
... in evidenza,
poiché mi ospita
con troppa frequenza,
ritengo ci sia una
doppia valenza

metter conviene un fiocchetto
un merletto, un qualsiasi
pennacchietto per indicare
quand'é che evidenzia
dei somari come me
la presenza

Con ossequiosa riverenza
mi inchìno
a vostra eccellenza.
(59 punti di retrocessione in blogbabel...)

domenica 24 gennaio 2010

Racconto a puntate (La vita cambia)

Era uscita dall’ospedale e aveva spiegato ai bambini che sarebbe partita per alcuni giorni. Al marito, con insolita fermezza l’aveva comunicato, non chiesto.

Il treno correva veloce quasi volesse sfuggire all’ombra delle strette valli del retroterra ligure dove il sole entrava a stento e al buio delle gallerie che una dopo l’altra aveva attraversato fischiando. Ora la linea ferroviaria si snodava lenta, costeggiando il mare e seguendo le sinuosità della costa. Gabbiani bianchi svolazzavano emettendo rochi stridii, qualche bagnante, pur essendo solo aprile, stava disteso al sole, le gambe che sbucavano dai pantaloni arrotolati. Un cane correva, ubriaco di sole e libertà, sulla spiaggia. Lodovica si riempiva gli occhi di azzurro e, abbassato il finestrino, con il permesso del viaggiatore seduto davanti a lei, respirava quell’aria aspra di salsedine che le penetrava nei polmoni portandosi via il grigiore e la nebbia della pianura padana.
Aveva bisogno di leggerezza per andare, per camminare, pochi passi o un percorso più lungo. Non aveva importanza.
Cosa c’era oltre la curva?
Si sentiva come una scolara che avesse bigiato la scuola
Ancora mare?
E oltre alla seconda curva?
Non bisogna smettere di cercare.
Un modo, un tempo per dimenticare, da qualche parte ci sarà?
Dovrà pur esserci.
Si sentiva come quel cane.
Ubriaca di libertà.



E’ buio, e non voglio svegliarmi. Serro le palpebre, se potessi le incollerei per non aprirle, per non vedere.
Mi tappo le orecchie: le voci, alterate, mi strappano definitivamente al sonno.
Poi, i tonfi.
Mastico il gusto amaro della paura. Mi entra nel sangue e arriva al cervello.
Rimbomba.
Non posso scappare, non c’è un solo posto dove andare di notte, al buio.
Le gambe mi tremano, di freddo e di paura.
Mi tremano sempre più forte. Mi uccideranno?
C’è qualcosa che suona: un rumore insistente, lacerante.
“ Svegliati Lodovica “.
Di chi è questa voce, la conosco, è una voce che mi riporta indietro. A tanto tempo fa. Ma io gli occhi non li apro.
Ho tentato di alzarmi, mamma, ma non sto in piedi, sto malissimo. Non è che non voglia…non posso aiutarti. Singhiozzo.
Mi dovete spiegare perchè sono di nuovo qui, in questa casa buia, fredda, in questa prigione senza sbarre dalla quale non posso scappare.
Il suono lacerante non dà tregua.
Apro gli occhi.
Intorno a me mobili estranei. Una lama di luce chiara filtra dalle imposte socchiuse.
Il trillo della sveglia continua, monotono, a tagliare il silenzio.
E’ stato un incubo.
E’ stato soltanto un incubo.
Mi passano per la testa, mi rimbombano dentro frasi sconnesse, mentre a bocconi, a morsi recupero me stessa.
Recupero i pezzi della donna che sono diventata, recupero la mia dignità, ma anche quella fragilità che mi è propria, che non posso, non voglio più negare.
Mi alzo, vado in cucina e accendo la radio.
Dalla finestra intravedo il cielo, la giornata si annuncia serena.
Esco sul terrazzo, mi avvolgo in una coperta e sorseggio il mio caffé, mentre il giorno sfugge silenziosa alla stretta della notte. Il panorama davanti ai miei occhi è ampio: cielo e mare si fondono all’orizzonte in un azzurro indistinto. Gli stridii rochi dei gabbiani punteggiano il silenzio cadenzato dal mormorio della risacca.
Sulla seggiola, accanto a me, “La recherche du temps perdu“. L’ho finito ieri, il libro. Appena cominciata è invece un’altra e ben più impegnativa ricerca.
E’ da lontano che devo ripartire: è da quel grumo di dolore e di rabbia inespressa che devo iniziare.
Ho l’indirizzo di uno psicologo.
L’appuntamento è per le quattro del pomeriggio.
Ieri ho sentito i ragazzi. Il padre ha portato Alessandra da sua madre...
I ragazzi erano disorientati, attenti alle parole che usavano.
Ho sentito una fitta di rimorso, una pugnalata nel ventre e ho capito che mi sono massacrata a sufficienza. Sanno che sono la mia vita, il mio orgoglio, il sangue che mi scorre nelle vene e la mia allegria. Non possono raccontarsi balle. Nemmeno io. Non potrò essere una buona madre fino a quando non avrò guardato in faccia i miei demoni, uno a uno, accettando di convivere con loro.
Un passero tenta una manovra di avvicinamento. Gli allungo una briciola di pane.
Esita, avanza e indietreggia, combattuto tra fame e paura. Cosa prevarrà? Dipenderà dalla sua voglia di vivere, dalla sua fame di vita.
Afferra la sua briciola e prende il volo.
Prende il volo e va’.
Come me. (Fine)

sabato 23 gennaio 2010

Destino

"Il destino è cieco" mi disse, il primo giorno in cui lo incrociai, in quella Milano convulsa, intrico di strade e follia di ingorghi. Sembrava seguirmi, io lo controllavo con la coda dell'occhio. Forse volevo soltanto una conferma, era un periodo difficile, quello in cui una donna non è più giovane, ma non è ancora vecchia e in quel non essere si concede di esistere, per una volta fuori dagli schemi.
Poi, lui mi avrebbe detto: "Non ti seguivo; ti notai perché mi tenevi d'occhio, attenta come un borseggiatore inchiodato nella metropolitana alla borsa incautamente lasciata aperta da una signora un po' svagata".
Non mi sorprese: ora non ero più giovane, ero definitivamente e sicuramente vecchia: al posto del viso intatto una saggezza greve nella sua solidità.
" E' da tempo che il destino mi ha impietosita..."
Mi guardò, ottuso.
Gli sorrisi:"Gli prestai i miei occhi quel giorno perché ti portasse da me".
"E i tuoi?"
"A cosa mi sarebbero serviti? A guardare fingendo di non vedere? Volevo averti senza assumermene la responsabilità".
Tossì, imbarazzato.
"Come hai fatto a capire?"
Risi piano, lo vedevo imbarazzato e confuso anche voltandogli le spalle. Avrei potuto descriverlo: dalla sigaretta stretta tra le dita nervose allo sguardo incerto, alla cravatta dal nodo largo per deglutire in fretta qualunque boccone, anche il più indigesto.
"Capire che cosa?"
Sentii il suo sollievo diffondersi nella stanza mentre il tono della sua voce ritrovava l'abituale sicurezza.
La verità è greve, pesante come la saggezza, pensai. Macigni ad inchiodare i sogni al terreno. A me bastava volassero, ancora, almeno per una manciata di mesi.