In quella terra aspra di vento,
chiare di occhi
e di pelle,
donne bionde,
donne belle,
animano di colori
i severi
grigi moli
Taglia l'aria
quel dialetto
rozzo e grezzo
che è di gente
un po' smagata,
forte, ironica
sguaiata
In quell'angolo di mondo
son cresciuta,
tra le rocce
e le doline
e il merletto delle spume
sullo sconfinato mare
che è legato,
incatenato,
a quel cielo
che la bora lustra
a specchio
come donna che la cera
dà al parquet a primavera.
domenica 22 agosto 2010
mercoledì 11 agosto 2010
Morire è volare
L’ambulanza sembrava scricchiolare, quasi stesse gemendo in un ballonzolare di oggetti appesi che sbattevano e cigolii che produceva la barella, tutta ruote rientranti e leve e levette che avevano impegnato - e non poco - i barellieri. Erano ragazzi: due maschi e una femmina. Erano giovani, disponibili, quasi affettuosi, soltanto che stavano diventando quasi violacei… e lustri. Di sudore?
Parlavano al telefono con un medico: sembravano rispondere alle sue domande dando dati numerici. Variabili, misteriosamente variabili, pericolosamente variabili. Ora lo capiva anche lei che qualcosa non stava andando per il verso giusto: il senso di soffocamento aumentava, cresceva il peso sul torace, come se vi si fosse assiso uno di quegli obesi più larghi che lunghi che ormai si vedono un po’ dappertutto.
“Che giorno è oggi?”
Perché le faceva una domanda cretina: era malata non deficiente. Provò a rispondere: le labbra sembravano incollate, e l’aria, l’aria dov’era?Scarseggiava, si andava rarefacendo, dalle labbra le uscì un sibilo e quella richiesta – aria –la capirono dalla sua faccia, affiorò nei suoi occhi che seguivano quanto stava accadendo con crescente paura.
Le misero la mascherina sul viso e iniziarono a pompare ossigeno. Non bastava, non respirava quasi più, stava provando formicolii fortissimi agli arti.
“Resista” a lei.
“Non sentiamo il polso” al medico con cui comunicavano via telefono.
Altri numeri, ma ormai non capiva più molto, erano i messaggi che le arrivavano dal corpo quelli che stava seguendo.
Gelo: saliva dalle gambe, aveva freddo, tremava e batteva i denti, non respirava quasi più…
“Apra gli occhi! Apra gli occhi…” a lei.
Altro dato numerico e una soffiata di ossigeno le gorgogliò sulla faccia.
“La stiamo perdendo!” al medico, all’autista, alla collega cianotica che le cercava il battito sulla gola E a lei!
Perdendo dove? Si era aperto lo sportello? Forse, dato che ora stava bene, benissimo. Volava come un uccello in gabbia in quell’ambulanza che, a sirene spiegate, si mangiava l’asfalto.
I ragazzi le davano sberlotti urlando: “Resista, siamo arrivati. Apra gli occhi, apra gli occhi, ma lei non li sentiva più, non aveva la minima intenzione di rientrare in quel corpo abbandonato sulla barella, le braccia penzoloni, il colorito da spettro.
“Oplà”, ora se la palleggiavano? Non solo, le toglievano i vestiti, le infilavano aghi e la sberlottavano sollevandole le palpebre sotto una luce cruda e forte che spioveva dall’alto.
“Cosa è successo?”
Il dolore è tornato: la assale, la aggredisce da ogni parte, la stana dal cielo, le taglia le alucce appena spuntate, la morde alla gola, le rintrona nel cervello.
E viva! E dolorosamente, inequivocabilmente, dannatamente viva. Di nuovo.
lunedì 9 agosto 2010
Domande e risposte
Le ore
o son minuti?
si son fatte di ghiaccio.
Che aspettano?
Una nuova primavera
per scorrere
ruscelli gonfi d'acqua
a divorar l'inverno?
Dove mi porta delle domande il tempo?
A ruminar parole
che si son fatte pietra,
muro,
piombo,
zavorra greve
sopra stanche spalle
sopra stanche spalle
Per strada,
sperse,
sperse,
dimenticate
son le risposte.
Come la nebbia
son svaporate.
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giovedì 5 agosto 2010
Questa guerriglia non è amore
Gli occhi sgranati sull'abisso
son di paura neri
e ancor più belli
le mani sue nervose
stringono
solo l'aria.
Quante donne ho visto così?
"Mi ama a modo suo..."
mentendo afferma
"Come sa..."
ribadisce.
"Questa guerriglia che ti sta devastando,
amica mia
di certo non è amore... "
le dico.
Non ascolta
Quante donne ho visto così?
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lunedì 2 agosto 2010
Ore 10.25 Bologna
Era un mattino d'estate, traffico da bollino rosso. Le fabbriche chiuse e le autostrade intasate. Treni stipati di passeggeri: ragazzi con gli zaini sulla schiena e famiglie. Il padre in testa con la valigia più pesante e la moglie dietro, la sporta con la bottiglia della coca cola e i panini con la mortadella. I figli piccoli per mano, ben stretti, ché perderli è un secondo.
La stazione di Bologna è un intrico di rotaie che si intersecano e, per raggiungere la Riviera romagnola, con le sue spiagge di sabbia e l'acqua bassa come i prezzi delle pensioni, le Ferrovie dello Stato hanno istituito treni speciali. L'Italia è ormai entrata nel club dei paesi industrializzati, quindi in agosto... Tutti al mare!
La stazione è piena di gente, c'è aria di festa, gracchiano gli autoparlanti in sottofondo, nell'aria una risata e il pianto di un bambino, voci che gridano nomi... Un uomo entra nella sala d'aspetto e... vola. Volano con lui calcinacci e corpi, valige che si aprono in un arcobaleno di indumenti che scendono a terra. Una pioggia di calcinacci, corpi bruciati, smembrati. Polvere, tanta polvere che pietosa si alza a occultare l'orrore.
La stazione di Bologna è un intrico di rotaie che si intersecano e, per raggiungere la Riviera romagnola, con le sue spiagge di sabbia e l'acqua bassa come i prezzi delle pensioni, le Ferrovie dello Stato hanno istituito treni speciali. L'Italia è ormai entrata nel club dei paesi industrializzati, quindi in agosto... Tutti al mare!
La stazione è piena di gente, c'è aria di festa, gracchiano gli autoparlanti in sottofondo, nell'aria una risata e il pianto di un bambino, voci che gridano nomi... Un uomo entra nella sala d'aspetto e... vola. Volano con lui calcinacci e corpi, valige che si aprono in un arcobaleno di indumenti che scendono a terra. Una pioggia di calcinacci, corpi bruciati, smembrati. Polvere, tanta polvere che pietosa si alza a occultare l'orrore.
Sono le 10.25 sull'orologio della stazione di Bologna.
L'urlo delle autoambulanze riempie l'aria.
Come in guerra.
domenica 1 agosto 2010
La questione morale
"Berlusconi è... "e giù tutta una serie di accuse! A milioni di italiani non occorre rinfrescare la memoria, milioni di italiani sanno perfettamente chi è il Cavaliere, perché il Cavaliere non ha cambiato pelle, né bandiera, né ha modificato forma e sostanza dei suoi proclami. E' rimasto quello che era: un uomo che è sceso in campo e si è dato alla politica per non finire in galera, un personaggio che ha ottenuto finanziamenti "allo scoperto" da un sistema bancario che non concede fido senza firme di fideiussione di madre, padre e amante, ma nel caso di Berlusconi ha cambiato le regole, perché chi garantiva era qualcuno di tutto "rispetto", sconosciuto, inafferrabile, ma solido: un fantasma per tutti, ma non per i funzionari della banca alla quale il Cavaliere si rivolse.
Amico dei potenti, quasi per osmosi diventa potente e poi, rapidamente, onnipotente.
Troppo.
Il primo colpo di coda è quello di Veronica, la moglie. Scrive ai giornali e chiede il divorzio.
E in questi trent’anni di convivenza che cosa ha fatto? Si è tappata occhi e orecchie facendosi ammansire con dimore e regali principeschi? Ora che il forziere è pieno ha un soprassalto di dignità offesa?
Tardiva, direi.
Veronica, con le sue parole incrina l’immagine faticosamente e abilmente costruita del Cavaliere che prosegue indomito per la sua strada, attorniato dai codazzo dei servi plaudenti, ma un po’ imbarazzati.
Sempre più imbarazzati, anche se ancora plaudenti.
Ora è la volta di Fini che del Cavaliere ci elenca i limiti, che noi ben conosciamo. E non da oggi. E lui, il braccio destro del capo, lui, il politico attento, misurato, l’uomo dallo sguardo di ghiaccio, soltanto ora ha preso le misure al cavaliere? Soltanto ora, lo ritiene illiberale, affetto da bulimia di potere? Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini si era lasciato incantare dal pifferaio magico, subendone la malia?
Dubito.
Non vorrei si usasse la questione morale, che si nutrì della passione politica di Berlinguer, per ottenere un vantaggio personale.
Staremo a vedere.
sabato 31 luglio 2010
I topi abbandonano la nave di Capitan Berlosco
I topi più astuti avevano abbandonato la nave, dopo aver sentito non soltanto puzza di naufragio ma anche quelle parole sconnesse che il comandante, Capitan Berlosco, tronfio di orgoglio e prosopopea, aveva pronunciato solcando in lungo e in largo, la falcata a misura delle corte gambette, il ponte della nave. A essere sinceri non che fosse una novità, spesso il suo braccio destro l'aveva soppesato meravigliandosi che un ometto, così corto e inquartato dagli anni, riuscisse a racchiudere in sé una simile carica di arroganza, ma era stata proprio quell'arroganza a sostenere e soddisfare l'avidità del capo, la sua inesauribile voglia di dominio, di potere e di denaro, di cui tutti, in maggiore o minore misura, avevano beneficiato.
Se una dote non si poteva non riconoscergliela - pensò Fino, così chiamato sia per il fisico longilineo ed elegante, sia per la capacità d'individuare, con sicuro intuito politico e prima degli altri, i segnali di un cambiamento, era quella di soggiogare, quasi irretire, da grande istrione qual era, il suo interlocutore. Eh sì, il capo, alla testa dei suoi Bassotti - per non sfigurare i collaboratori era solito sceglierseli della sua altezza, ma per lui, Fino, aveva fatto un'eccezione, viste le evidenti qualità - aveva scorrazzato, instancabile e inafferrabile, per tutti i mari, assaltando e depredando velieri e creandosi anche la fama di corsaro, quando in realtà era stato sempre e solo un predone, il capo indiscusso della Banda Bassotti. Da quel bugiardo patentato che era, Capitan Berlosco la sua discesa in campo l'aveva giustificata dichiarandosi al servizio di un Regno e del suo sovrano, dando alla "corsa", la razzia che era solito fare, un alone tra il rocambolesco e il donchisciottesco che avevano contribuito a fare di lui una figura quasi leggendaria. Ma poi aveva esagerato, perdendo il senso della misura, ignorando ogni regola, addirittura quelle di chi, più potente di lui, ne aveva tollerato la presenza, in cambio di denaro, molto denaro, prendendone però le distanze e iniziando a guardarsi attorno alla ricerca di complicità meno imbarazzanti.
E Fino, l'occhi azzurro freddo e tagliente che sapeva guardare lontano... aveva capito.
Il braccio destro, diventato "sinistro" in una notte, si allontanava portandosi appresso i i suoi uomini, una vigorosa bracciata dietro all'altra sotto le stelle che tremolavano sussurrando "On n'est jamais trahi que par le siens!".
Se una dote non si poteva non riconoscergliela - pensò Fino, così chiamato sia per il fisico longilineo ed elegante, sia per la capacità d'individuare, con sicuro intuito politico e prima degli altri, i segnali di un cambiamento, era quella di soggiogare, quasi irretire, da grande istrione qual era, il suo interlocutore. Eh sì, il capo, alla testa dei suoi Bassotti - per non sfigurare i collaboratori era solito sceglierseli della sua altezza, ma per lui, Fino, aveva fatto un'eccezione, viste le evidenti qualità - aveva scorrazzato, instancabile e inafferrabile, per tutti i mari, assaltando e depredando velieri e creandosi anche la fama di corsaro, quando in realtà era stato sempre e solo un predone, il capo indiscusso della Banda Bassotti. Da quel bugiardo patentato che era, Capitan Berlosco la sua discesa in campo l'aveva giustificata dichiarandosi al servizio di un Regno e del suo sovrano, dando alla "corsa", la razzia che era solito fare, un alone tra il rocambolesco e il donchisciottesco che avevano contribuito a fare di lui una figura quasi leggendaria. Ma poi aveva esagerato, perdendo il senso della misura, ignorando ogni regola, addirittura quelle di chi, più potente di lui, ne aveva tollerato la presenza, in cambio di denaro, molto denaro, prendendone però le distanze e iniziando a guardarsi attorno alla ricerca di complicità meno imbarazzanti.
E Fino, l'occhi azzurro freddo e tagliente che sapeva guardare lontano... aveva capito.
Il braccio destro, diventato "sinistro" in una notte, si allontanava portandosi appresso i i suoi uomini, una vigorosa bracciata dietro all'altra sotto le stelle che tremolavano sussurrando "On n'est jamais trahi que par le siens!".
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