La gatta miagola contrariata, osservando la pioggia in questa mattina di fine agosto che è già preludio d'autunno. Oltre i vetri della finestra il pino trasuda umidità, mentre sbocciano gli ombrelli. Anche oggi sarà giornata da bollino rosso sulle strade. Rientrano i vacanzieri.
Il primo dell'anno non cade a gennaio, cade a settembre.
Gli operai, rappresentanti di una classe sociale data per dispersa, ritornano: abbarbicati alle gru, pericolanti dai tetti, in pieno sciopero della fame, difendono con la forza della disperazione il loro lavoro. E i padroni difendono i loro profitti, comprimendo i costi di produzione, in primis stipendi e salari, poiché i prezzi non possono essere aumentati, vista la contrazione dei consumi e la concorrenza dei paesi emergenti.
I giochi sporchi si fanno di nascosto: ricordo Trentin, con gli occhi bassi, a borbottare di concertazione, comunicandoci l'abolizione della scala mobile decisa in agosto. E la copertura dall'inflazione? Ci avrebbero pensato economisti e banchieri a manovrare tassi d'interesse, riserve bancarie, emissione di titoli di Stato... Abbiamo visto come. Ora uno di loro, il ministro Tremonti, spara a zero sulla categoria, invitando al silenzio i suoi rappresentanti.
Condivido: un minuto per commemorare i morti sul lavoro e il massacro di una generazione che, in larga parte, non avrà mai un posto di lavoro stabile, né una pensione, né una casa, né dei figli.
Togliamoci il cappello ragazzi: sfila il disastro!
sabato 29 agosto 2009
La madre di tutte le libertà
In un linguaggio contenuto, mai enfatico, chiaro e, ripeto, elegante nella sua sobrietà, un internauta mi parla della sua esperienza di blogger e mi colpisce non tanto per la sua competenza, ma forse perché il suo amore per la Rete - questo mare virtuale che la tecnologia ci ha messo a disposizione che ogni giorno lascia sulla spiaggia, come conchiglie, migliaia di post - così diverso, nella modalità in cui si manifesta, dal mio, è perfettamente eguale al mio in un altro aspetto.
Io non lo conosco se non per ciò che scrive e per come lo scrive. Scrive di blog e lo fa bene. Si sente che l'argomento lo interessa e che l'ha sviscerato, girandolo e rigirandolo tra le mani, in modo da coglierne ogni aspetto. Sembra dispiacersi dell'uso improprio che alcuni ne fanno, della loro rozzezza nel maneggiare qualcosa che dovrebbe essere trattato con cura. Il blog si esprime, al meglio e al peggio, attraverso le parole e questo blogger le usa con grande attenzione, accompagnandole raramente con aggettivi- che, proprio per l'accuratezza che usa nella loro scelta, risulterebbero pleonastici - e evitandone l'uso a effetto. Lui non vuole colpire, vuole spiegare.
Se dovessi abbinare ai suoi post un sottofondo musicale sceglierei Puccini, mai Verdi: il passionale Verdi che sfida Wagner, non il sentimentale Puccini. A me, che dal "dire al fare" passo con la velocità e il frastuono della Cavalcata delle Valchirie, potrebbe insegnare il senso della misura, che non mi appartiene come indole, ma al quale ho sempre aspirato. La personalità del blogger filtra, rivelatrice di chi scrive, e a me, triestina cresciuta in un clima e una cultura mitteleuropee, sarebbe piaciuto essere come lui che, nella fotografia che lo ritrae, ha un sorriso appena accennato e gli occhialini. Questo blogger lucido e distaccato rappresenta per me ciò che non potrò ma aspirerò, per tutta la vita, a essere. La mia scrittura sovrabbondante, eccessiva nelle virgole e negli aggettivi, che scoppia dove lui scoppietta, urla dove lui sussurra, sghignazza dove lui sorride... be' è diversa, ma forse questa è proprio la ricchezza del blog, delle sue mille facce che non smettiamo mai di analizzare, studiare, ma anche e semplicemente assaporare.
Ma c'è un aspetto fondamentale e insopprimible nella sostanza della comunicazione che accomuna tutti i blogger: si chiama libertà di espresssione. E' la madre, di chi e per chi comunica, di tutte le libertà. In questi giorni perigliosi in cui un politico importante, invece di rispondere all'esigenza di chiarezza dei cittadini, denuncia il giornale che, facendo sua questa esigenza, gli ha posto una serie di domande, questa libertà ha subito un attacco senza precedenti.
Mi auguro che nella nostra democrazia, fragile nei fatti, ma ancora forte nei presupposti e nelle regole normative, i blogger facciano sentire, ancora una volta - forte e chiara - la loro voce a difesa della libertà di espressione.
Io non lo conosco se non per ciò che scrive e per come lo scrive. Scrive di blog e lo fa bene. Si sente che l'argomento lo interessa e che l'ha sviscerato, girandolo e rigirandolo tra le mani, in modo da coglierne ogni aspetto. Sembra dispiacersi dell'uso improprio che alcuni ne fanno, della loro rozzezza nel maneggiare qualcosa che dovrebbe essere trattato con cura. Il blog si esprime, al meglio e al peggio, attraverso le parole e questo blogger le usa con grande attenzione, accompagnandole raramente con aggettivi- che, proprio per l'accuratezza che usa nella loro scelta, risulterebbero pleonastici - e evitandone l'uso a effetto. Lui non vuole colpire, vuole spiegare.
Se dovessi abbinare ai suoi post un sottofondo musicale sceglierei Puccini, mai Verdi: il passionale Verdi che sfida Wagner, non il sentimentale Puccini. A me, che dal "dire al fare" passo con la velocità e il frastuono della Cavalcata delle Valchirie, potrebbe insegnare il senso della misura, che non mi appartiene come indole, ma al quale ho sempre aspirato. La personalità del blogger filtra, rivelatrice di chi scrive, e a me, triestina cresciuta in un clima e una cultura mitteleuropee, sarebbe piaciuto essere come lui che, nella fotografia che lo ritrae, ha un sorriso appena accennato e gli occhialini. Questo blogger lucido e distaccato rappresenta per me ciò che non potrò ma aspirerò, per tutta la vita, a essere. La mia scrittura sovrabbondante, eccessiva nelle virgole e negli aggettivi, che scoppia dove lui scoppietta, urla dove lui sussurra, sghignazza dove lui sorride... be' è diversa, ma forse questa è proprio la ricchezza del blog, delle sue mille facce che non smettiamo mai di analizzare, studiare, ma anche e semplicemente assaporare.
Ma c'è un aspetto fondamentale e insopprimible nella sostanza della comunicazione che accomuna tutti i blogger: si chiama libertà di espresssione. E' la madre, di chi e per chi comunica, di tutte le libertà. In questi giorni perigliosi in cui un politico importante, invece di rispondere all'esigenza di chiarezza dei cittadini, denuncia il giornale che, facendo sua questa esigenza, gli ha posto una serie di domande, questa libertà ha subito un attacco senza precedenti.
Mi auguro che nella nostra democrazia, fragile nei fatti, ma ancora forte nei presupposti e nelle regole normative, i blogger facciano sentire, ancora una volta - forte e chiara - la loro voce a difesa della libertà di espressione.
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Romanzo a puntate I Dellapicca
Daviça aveva appreso dalla madre, che a sua volta aveva imparato dalla nonna, a riconoscere, macerare e distillare le erbe, a catturare gli scorpioni per infilarli nella bottiglia della grappa da usare per scacciare i reumatismi e a utilizzare le ragnatele per proteggere le ferite e le ustioni. Non aveva quasi finito di trangugiare il suo tè che Branko era caduto in un sonno senza sogni, profondo, quasi comatoso.
Al suo risveglio era piombato nella cucina perfettamente ripulita, e facendosi largo tra la gente venuta a omaggiare il morto, era entrato nella camera da letto dove il fratello, vestito con l'abito nuovo, sembrava dormisse tra mazzi di ginestre che le donne avevano raccolto e intrecciato. Pur sentendosi intontito e privo di aggressività, si era limitato a pensare dipendesse dal sangue perduto e dallo spavento e dalla violenza dell'agguato e, ora, mentre il dolore scacciava ogni altro sentimento, sentiva piegarsi le gambe e farsi confuso il pensiero.
In quello stato d'animo si ritrovò seduto nella chiesa ortodossa, frastornato dalle parole pronunciate dal pope, i novizi festeggiati il giorno prima di nuovo in chiesa, quasi una replica della giornata appena passata: di nuovo tra ginestre, canti e gente, ma in una apoteosi di morte non di vita. La moglie, al suo fianco, lo controllava attenta, il volto pallidissimo che il fazzoletto nero e l'abito da lutto facevano risaltare. Era quasi rauca a furia di cantare, lamentarsi e piangere, com'era tradizione fare in quelle circostanze. Al suo fianco Zastros si attaccava alla sua gonna smarrito e piagnucoloso, non capendo bene cosa stesse succedendo, ma riportando un'impressione generale di paura, angoscia e dolore che avrebbe da quel giorno sempre associato alle ginestre, al loro spavaldo colore e al profumo intenso dei loro fiori.
Al cimitero calarono il corpo nella fossa, senza cassa, avvolto in un lenzuolo, all'uso slavo.
Poi tutti fecero ritorno alla casa del defunto per il banchetto. Quelle ore successive all'agguato rimasero nella memoria di Blanko confuse e frammentate anche e, soprattutto, a causa del potente sedativo che la moglie aveva aggiunto alla bevanda del marito, rendendolo così debole da impedirgli di organizzare e dare attuazione alla vendetta. Ora che finalmente anche il complesso rituale previsto per la morte era stato rispettato, mentre nella camera da letto di Blanko e Daviça calavano le ombre della notte nella casa improvvisamente deserta e silenziosa, e il marito, dopo aver trovato un confuso conforto tra le bianche braccia della moglie, si era addormentato pesantemente addosso a lei, Daviça poteva permettersi il lusso di riflettere su ciò che era avvenuto. Quel perpetrarsi di agguati, vendette e ritorsioni avrebbe finito per distruggere entrambe le famiglie e aver evitato il peggio in quella circostanza non la poneva al riparo da decisioni scellerate in seguito. Era indispensabile trovare una soluzione definitiva che ponesse fine a quella faida sancita nella loro razza da una consuetudine che aveva lo stesso valore di una legge o ordinamento che fosse stato imposto dal Senato della Serenissima. I rappresentanti veneziani della Repubblica si guardavano bene dall'interferire in quelli che consideravano affari interni, connessi a quelle che ritenevano abitudini selvagge di popoli a loro inferiori. Si ammazzassero pure tra loro gli Slavi, l'importante era soltanto che i campi venissero coltivati, la legna imbarcata con il marmo e le damigiane di olio e vino e il pesce seccato, stivato per benino, nelle navi che facevano la spola tra l'Istria e Venezia - pensò Daviça, prima di cadere anche lei in un sonno popolato da incubi che la svegliarono varie volte nel corso della notte facendola rifugiare tra le braccia del marito che, borbottando qualcosa al suo orecchio, la rassicurava.
(continua...)
Nb. Mi scuso con i miei lettori per la versione "andata in onda", che avevo appena abbozzato
senza titolo e senza riferimento all'etichetta. Sto facendo delle prove sul blog e il mio pc improvvisa di testa sua e non risponde ai comandi...
Al suo risveglio era piombato nella cucina perfettamente ripulita, e facendosi largo tra la gente venuta a omaggiare il morto, era entrato nella camera da letto dove il fratello, vestito con l'abito nuovo, sembrava dormisse tra mazzi di ginestre che le donne avevano raccolto e intrecciato. Pur sentendosi intontito e privo di aggressività, si era limitato a pensare dipendesse dal sangue perduto e dallo spavento e dalla violenza dell'agguato e, ora, mentre il dolore scacciava ogni altro sentimento, sentiva piegarsi le gambe e farsi confuso il pensiero.
In quello stato d'animo si ritrovò seduto nella chiesa ortodossa, frastornato dalle parole pronunciate dal pope, i novizi festeggiati il giorno prima di nuovo in chiesa, quasi una replica della giornata appena passata: di nuovo tra ginestre, canti e gente, ma in una apoteosi di morte non di vita. La moglie, al suo fianco, lo controllava attenta, il volto pallidissimo che il fazzoletto nero e l'abito da lutto facevano risaltare. Era quasi rauca a furia di cantare, lamentarsi e piangere, com'era tradizione fare in quelle circostanze. Al suo fianco Zastros si attaccava alla sua gonna smarrito e piagnucoloso, non capendo bene cosa stesse succedendo, ma riportando un'impressione generale di paura, angoscia e dolore che avrebbe da quel giorno sempre associato alle ginestre, al loro spavaldo colore e al profumo intenso dei loro fiori.
Al cimitero calarono il corpo nella fossa, senza cassa, avvolto in un lenzuolo, all'uso slavo.
Poi tutti fecero ritorno alla casa del defunto per il banchetto. Quelle ore successive all'agguato rimasero nella memoria di Blanko confuse e frammentate anche e, soprattutto, a causa del potente sedativo che la moglie aveva aggiunto alla bevanda del marito, rendendolo così debole da impedirgli di organizzare e dare attuazione alla vendetta. Ora che finalmente anche il complesso rituale previsto per la morte era stato rispettato, mentre nella camera da letto di Blanko e Daviça calavano le ombre della notte nella casa improvvisamente deserta e silenziosa, e il marito, dopo aver trovato un confuso conforto tra le bianche braccia della moglie, si era addormentato pesantemente addosso a lei, Daviça poteva permettersi il lusso di riflettere su ciò che era avvenuto. Quel perpetrarsi di agguati, vendette e ritorsioni avrebbe finito per distruggere entrambe le famiglie e aver evitato il peggio in quella circostanza non la poneva al riparo da decisioni scellerate in seguito. Era indispensabile trovare una soluzione definitiva che ponesse fine a quella faida sancita nella loro razza da una consuetudine che aveva lo stesso valore di una legge o ordinamento che fosse stato imposto dal Senato della Serenissima. I rappresentanti veneziani della Repubblica si guardavano bene dall'interferire in quelli che consideravano affari interni, connessi a quelle che ritenevano abitudini selvagge di popoli a loro inferiori. Si ammazzassero pure tra loro gli Slavi, l'importante era soltanto che i campi venissero coltivati, la legna imbarcata con il marmo e le damigiane di olio e vino e il pesce seccato, stivato per benino, nelle navi che facevano la spola tra l'Istria e Venezia - pensò Daviça, prima di cadere anche lei in un sonno popolato da incubi che la svegliarono varie volte nel corso della notte facendola rifugiare tra le braccia del marito che, borbottando qualcosa al suo orecchio, la rassicurava.
(continua...)
Nb. Mi scuso con i miei lettori per la versione "andata in onda", che avevo appena abbozzato
senza titolo e senza riferimento all'etichetta. Sto facendo delle prove sul blog e il mio pc improvvisa di testa sua e non risponde ai comandi...
giovedì 27 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Daviça sentì il rumore dei passi, pesanti, e le voci, alterate, mentre, balzata dalla sedia e in preda al terrore, cercava di riconoscere quelle voci. Chi aveva perduto per sempre: il marito, il padre, il cognato? O, forse, erano salvi e sarebbero state altre donne a piangere in quella primavera che nell'aria fredda del primo mattino sapeva ancora d'inverno? Ma la porta che si spalancava lasciando entrare Blanko, con il fratello più giovane gettato sulla spalla come un sacco di patate, la fece respirare di sollievo, subito venato di vergogna per quella felicità di vedere vivo il marito che i suoi occhi non erano riusciti a nascondere
Dietro gli altri due uomini. Con una manata il marito liberò la tavola, stendendovi il fratello mentre urlava alla moglie: "Prendi dell'acqua, andate a chiamare il barbiere... " tagliando con il coltello la camicia e mettendo a nudo la ferita. La madre di Daviça, scuotendo la testa, mormorò: " Povero Bosak, povero ragazzo... non c'è più niente da fare" mentre Blanko cercava di tamponare il sangue, chiamando il fratello e mescolando bestemmie a invocazioni ai santi, nella cucina dove la luce del sole illuminava il volto del ragazzo, disteso sul tavolo, il capo ripiegato sulla spalla, il viso che sbiancava mentre il sangue scivolando dal tavolo arrossava il pavimento. Entrò il barbiere che, dopo essersi chinato sul ferito, alzò gli occhi sconsolato sui presenti, rendendo con quello sguardo superflua ogni parola, poi, con rispetto e leggerezza chiuse gli occhi al ragazzo borbottando "Occupiamoci dei vivi!"
Blanko aveva una ferita da coltello per un colpo di striscio al braccio e il barbiere, dopo essersi seduto e aver pulito la ferita, cominciò a ricucirla.
"Fate in fretta " borbottò Blanko e rivolgendosi al padre ordinò: "Caricate il fucile che quei due rinnegati li ammazzo!"
Sulla cucina calò un silenzio che per qualche istante nessuno osò infrangere: la madre di Daviça cominciò in silenzio a pulire il pavimento, gli altri due uomini, furenti di rabbia e dolore, stavano già caricando il fucile. Daviça era lucida, quasi fredda mentre pensava che doveva trovare un modo per porre fine al massacro. Nessuno avrebbe osato in quel momento contraddire Blanko e lei sapeva che nemmeno le sue lacrime l'avrebbero fermato, nemmeno ricordargli che aveva un figlio... "La gente della nostra razza lava le offese con il sangue" pensò provando una cupa disperazione, ma non rassegnazione.
"Beviamo qualcosa di caldo: siamo tutti sconvolti e tu, Blanko, hai perso molto sangue" disse e veloce si avvicinò al camino. Pochi minuti dopo la fiamma scaldava l'acqua nel samovar e la donna s'infilava nella tasca del grembiule un boccettino.
Blanko a bassa voce raccontava l'agguato che, ad eccezione di alcuni irrilevanti particolari, non era diverso da quelli che, in quella faida che da tre generazioni insanguinava il paese, l'avevano preceduto, opponendo i Sokol ai Dabrovich. I Sokol, una famiglia numerosa e povera di contadini e pastori, avevano lavorato spesso per i Dabrovich, da generazioni i più ricchi e arroganti del paese. C'era stato all'origine della faida un diverbio finito a coltellate, apparentemente per un furto d'agnelli, ma nel paese si mormoravano pettegolezzi che le beghine riportavano fermandosi a chiacchierare sul sagrato della chiesa, i volti, sotto i fazzoletti bassi, improntati alla disapprovazione e alla sorpresa.
Dietro gli altri due uomini. Con una manata il marito liberò la tavola, stendendovi il fratello mentre urlava alla moglie: "Prendi dell'acqua, andate a chiamare il barbiere... " tagliando con il coltello la camicia e mettendo a nudo la ferita. La madre di Daviça, scuotendo la testa, mormorò: " Povero Bosak, povero ragazzo... non c'è più niente da fare" mentre Blanko cercava di tamponare il sangue, chiamando il fratello e mescolando bestemmie a invocazioni ai santi, nella cucina dove la luce del sole illuminava il volto del ragazzo, disteso sul tavolo, il capo ripiegato sulla spalla, il viso che sbiancava mentre il sangue scivolando dal tavolo arrossava il pavimento. Entrò il barbiere che, dopo essersi chinato sul ferito, alzò gli occhi sconsolato sui presenti, rendendo con quello sguardo superflua ogni parola, poi, con rispetto e leggerezza chiuse gli occhi al ragazzo borbottando "Occupiamoci dei vivi!"
Blanko aveva una ferita da coltello per un colpo di striscio al braccio e il barbiere, dopo essersi seduto e aver pulito la ferita, cominciò a ricucirla.
"Fate in fretta " borbottò Blanko e rivolgendosi al padre ordinò: "Caricate il fucile che quei due rinnegati li ammazzo!"
Sulla cucina calò un silenzio che per qualche istante nessuno osò infrangere: la madre di Daviça cominciò in silenzio a pulire il pavimento, gli altri due uomini, furenti di rabbia e dolore, stavano già caricando il fucile. Daviça era lucida, quasi fredda mentre pensava che doveva trovare un modo per porre fine al massacro. Nessuno avrebbe osato in quel momento contraddire Blanko e lei sapeva che nemmeno le sue lacrime l'avrebbero fermato, nemmeno ricordargli che aveva un figlio... "La gente della nostra razza lava le offese con il sangue" pensò provando una cupa disperazione, ma non rassegnazione.
"Beviamo qualcosa di caldo: siamo tutti sconvolti e tu, Blanko, hai perso molto sangue" disse e veloce si avvicinò al camino. Pochi minuti dopo la fiamma scaldava l'acqua nel samovar e la donna s'infilava nella tasca del grembiule un boccettino.
Blanko a bassa voce raccontava l'agguato che, ad eccezione di alcuni irrilevanti particolari, non era diverso da quelli che, in quella faida che da tre generazioni insanguinava il paese, l'avevano preceduto, opponendo i Sokol ai Dabrovich. I Sokol, una famiglia numerosa e povera di contadini e pastori, avevano lavorato spesso per i Dabrovich, da generazioni i più ricchi e arroganti del paese. C'era stato all'origine della faida un diverbio finito a coltellate, apparentemente per un furto d'agnelli, ma nel paese si mormoravano pettegolezzi che le beghine riportavano fermandosi a chiacchierare sul sagrato della chiesa, i volti, sotto i fazzoletti bassi, improntati alla disapprovazione e alla sorpresa.
Gentile Presidente...
Gentile Presidente del Consiglio,
mentre scrivevo quell’aggettivo “gentile” mi saliva alla gola una certa ridarola perché la gentilezza che è fatta di misura, attenzione all’altro da sé e una punta di ritrosia, non è tra le sue – pur numerose – doti.
Oggi mi è giunta la notizia da parte di un caro amico di un altro licenziamento. La mia reazione, sulla base dei suoi illuminati consigli, è stata subito improntata a giovialità, barzellette - tratte dal suo ricco e variegato repertorio - sui disoccupati (in questo caso non ci sarà cassa integrazione date le modeste dimensioni dell’industria fallita) e tanto sano ottimismo, improntato a una visione della giornata del disoccupato spaparanzato in mutande (non è poco in queste giornate di caldo torrido) davanti alla TV a godersi i programmi prodotti dalle sue reti. Ma quello aveva proprio il magone, e era plumbeo: come uno di sinistra, quelli che le cose se le fanno andare male proprio per potersi lamentare, per poter scendere in piazza. Ammettessero mai che è una scusa per portare il cane a passeggio, pora bestia…
E’ tutta invidia, Presidente perché Lei è ricco, bello e famoso. Be’, io sulla bellezza avrei qualche dubbio, ma le donne la trovano irresistibile, un vero e proprio trombeur de femmes, pardon tombeur, come certamente la sua fortunata consorte potrebbe, in qualunque momento, confermare se, a furia di bazzicare corsi sull’etica negli e degli affari, non avesse finito per perderci la testa e pensare (quando le donne usano la parte che va dal collo in su, mi permetto di fare mio un suo concetto, i guai sono all’ordine del giorno) che negli affari ci siano regole morali da rispettare e che preferire alla moglie cinquantenne tre sedicenni sia da malati. Idee malsane che le ha messo in testa quel filosofo da quattro soldi che si ostina a frequentare, perché fa tanto intellettuale di sinistra.
Comunque Presidente, e con questo concludo, io la stimo e la ammiro moltissimo, lei è il mio punto di riferimento, il faro che illumina la mia un po’ grigia esistenza. E’ riuscito a farsi dare dalle banche finanziamenti miliardari senza alcuna garanzia, in amicizia, facendosi presentare da politici di rilievo, diventati suoi amici. (Come se la conquista Lei la gente…) quando a me in banca, dove mi conoscono da quando il nonno, buonanima, mi metteva cinquemila lire per il compleanno sul libretto di risparmio, non concedono nemmeno mille euro di scoperto sul conto. E’ sempre circondato da donne splendide… un po’ leggerine, un po’tanto eh, eh, - altrimenti perché le chiamerebbero veline? Non pago, guadagna un treno di soldi e quando ha un problema, va in Parlamento e si commissiona una legge che, come un abito fatto da un sarto, - vuoi mettere - calzi a pennello sulla sua persona. Be’, chi può le leggi come gli abiti, se le fa “su misura” o “ad personam”.
E ora, Presidente, La saluto e le auguro di farsi una bella vacanza ma, dia retta a me, la Veronica la lasci a casa che questa volta ha proprio esagerato e, si ricordi che Noi Italiani la vogliamo in forma, sempre giovane, pimpante, mica come Prodi che sembrava suo nonno.
Buone vacanze Presidente!
mentre scrivevo quell’aggettivo “gentile” mi saliva alla gola una certa ridarola perché la gentilezza che è fatta di misura, attenzione all’altro da sé e una punta di ritrosia, non è tra le sue – pur numerose – doti.
Oggi mi è giunta la notizia da parte di un caro amico di un altro licenziamento. La mia reazione, sulla base dei suoi illuminati consigli, è stata subito improntata a giovialità, barzellette - tratte dal suo ricco e variegato repertorio - sui disoccupati (in questo caso non ci sarà cassa integrazione date le modeste dimensioni dell’industria fallita) e tanto sano ottimismo, improntato a una visione della giornata del disoccupato spaparanzato in mutande (non è poco in queste giornate di caldo torrido) davanti alla TV a godersi i programmi prodotti dalle sue reti. Ma quello aveva proprio il magone, e era plumbeo: come uno di sinistra, quelli che le cose se le fanno andare male proprio per potersi lamentare, per poter scendere in piazza. Ammettessero mai che è una scusa per portare il cane a passeggio, pora bestia…
E’ tutta invidia, Presidente perché Lei è ricco, bello e famoso. Be’, io sulla bellezza avrei qualche dubbio, ma le donne la trovano irresistibile, un vero e proprio trombeur de femmes, pardon tombeur, come certamente la sua fortunata consorte potrebbe, in qualunque momento, confermare se, a furia di bazzicare corsi sull’etica negli e degli affari, non avesse finito per perderci la testa e pensare (quando le donne usano la parte che va dal collo in su, mi permetto di fare mio un suo concetto, i guai sono all’ordine del giorno) che negli affari ci siano regole morali da rispettare e che preferire alla moglie cinquantenne tre sedicenni sia da malati. Idee malsane che le ha messo in testa quel filosofo da quattro soldi che si ostina a frequentare, perché fa tanto intellettuale di sinistra.
Comunque Presidente, e con questo concludo, io la stimo e la ammiro moltissimo, lei è il mio punto di riferimento, il faro che illumina la mia un po’ grigia esistenza. E’ riuscito a farsi dare dalle banche finanziamenti miliardari senza alcuna garanzia, in amicizia, facendosi presentare da politici di rilievo, diventati suoi amici. (Come se la conquista Lei la gente…) quando a me in banca, dove mi conoscono da quando il nonno, buonanima, mi metteva cinquemila lire per il compleanno sul libretto di risparmio, non concedono nemmeno mille euro di scoperto sul conto. E’ sempre circondato da donne splendide… un po’ leggerine, un po’tanto eh, eh, - altrimenti perché le chiamerebbero veline? Non pago, guadagna un treno di soldi e quando ha un problema, va in Parlamento e si commissiona una legge che, come un abito fatto da un sarto, - vuoi mettere - calzi a pennello sulla sua persona. Be’, chi può le leggi come gli abiti, se le fa “su misura” o “ad personam”.
E ora, Presidente, La saluto e le auguro di farsi una bella vacanza ma, dia retta a me, la Veronica la lasci a casa che questa volta ha proprio esagerato e, si ricordi che Noi Italiani la vogliamo in forma, sempre giovane, pimpante, mica come Prodi che sembrava suo nonno.
Buone vacanze Presidente!
mercoledì 26 agosto 2009
Racconto La soffitta virtuale dell'anima
La luce di settembre filtrava dalla finestra, chiusa da una grata, e i nostri passi di bambini sollevavano nuvole di polvere che, intercettate dal chiarore, svelavano un pulviscolo dorato in movimento. Mia sorella e io eravamo andate a trovare degli amici di famiglia che avevano appena traslocato e, con i nostri due amichetti, stavamo esplorando la soffitta della nuova casa. Nel locale, quasi vuoto, un baule troneggiava. Chiuso, anzi come verificammo tentando di aprirlo, sprangato.
Giovanni - il grande del gruppo - il volto che tradiva la delusione, ci saltò sopra battendo i piedi con rabbia: toc, toc... toc, toc e, pausa stizzita, toc finale con piroetta. Si udì uno scatto e mentre Giovanni balzava a terra, il coperchio del baule si sollevò lentamente con un cigolio che sembrò fremere nell'aria, mentre tuttti e quattro ci sporgevamo, la curiosità e la meraviglia che s'incrociavano nei nostri sguardi, a osservare.
C'era una divisa dell'esercito: grigia, i profili neri: la croce uncinata ci fece capire subito a chi fosse appartenuta. Perfettamente stirata e spazzolata era riposta con cura.Sotto, avvolto nella carta velina, prese vita tra le nostre mani un abito rosso, impalpabile:la gonna plissettata e il corpino con le spalle al'americana, trasparente e accompagnato da una sottoveste di raso rosso. C'erano anche delle scarpe da donna con il tacco alto, un fiocco davanti e, in fondo, ancora qualcosa: un pacco di lettere legate da un nastro di velluto.
La voce di nostra madre ruppe l'incanto. Sprangammo il baule che si rinchiuse con un tonfo e scendemmo, ma ormai la curiosità ci ribolliva dentro e le lettere, nascoste in un posto sicuro, le leggemmo una dopo l'altra, nei pomeriggi passati a giocare, legati a doppio filo da quel segreto che avevamo giurato di non confidare a nessuno. E così scoprimmo la storia d'amore tra quell'ufficiale tedesco e una ragazza ebrea...
I genitori dei nostri amici, che erano ricorsi all'aiuto di un fabbro per aprire il baule, dopo averne ispezionato il contenuto, piuttosto delusi, lo lasciarono in un angolo e se ne dimenticarono, ma noi bambini continuammo le ricerche. E, a furia di chiedere, una mattina c'imbattemmo in un vecchietto che, durante la guerra, aveva abitato in quella zona. Ricordava quasi tutto di quegli anni terribili, anche quella retata di ebrei fatta dalle SS naziste. Noi bambini lo ascoltammo increduli con il fiato sospeso ripescare nella memoria il ricordo di quella notte di terrore mentre, davanti ai nostri occhi, prendeva forma il balenare degli elmetti. Quasi ci sembrò di udire le urla, i latrati dei cani, mentre lui diceva:" C'era anche una ragazza, giovane, grandi occhi scuri, i capelli corti, a riccioli. Singhiozzava, il padre le gridò 'Scappa...Scappa' e lei fuggì".
"Quindi si salvò?" e la mia domanda era sulle labbra di tutti e quattro noi bambini.
"No, un soldato puntò il mitra, il padre della ragazza si gettò su di lui. Si udirono degli spari e, pochi minuti dopo la camionetta ripartiva...Padre e figlia erano al suolo".
Vuotando la soffitta, aveva ritrovato quelle lettere. Il camion del trasloco sarebbe arrivato tra poco e nella nuova casa, come ormai un po' dappertutto per mancanza di spazio, non avrebbe più avuto una soffitta, ma un pensiero le passò per la mente: il blog - strumento che non smetteva mai d'irretirla - poteva servire anche a delineare un passato, a dare corpo alla memoria collettiva, diventando "soffitta dell'anima" in cui i nipoti avrebbero frugato per ritrovare le tracce di un passato sconosciuto, dei segreti di famiglia, dei ricordi senza i quali il loro presente sarebbe stato scarsamente decifrabile e... piatto. Accese il pc portatile e incominciò a battere sui tasti.
Giovanni - il grande del gruppo - il volto che tradiva la delusione, ci saltò sopra battendo i piedi con rabbia: toc, toc... toc, toc e, pausa stizzita, toc finale con piroetta. Si udì uno scatto e mentre Giovanni balzava a terra, il coperchio del baule si sollevò lentamente con un cigolio che sembrò fremere nell'aria, mentre tuttti e quattro ci sporgevamo, la curiosità e la meraviglia che s'incrociavano nei nostri sguardi, a osservare.
C'era una divisa dell'esercito: grigia, i profili neri: la croce uncinata ci fece capire subito a chi fosse appartenuta. Perfettamente stirata e spazzolata era riposta con cura.Sotto, avvolto nella carta velina, prese vita tra le nostre mani un abito rosso, impalpabile:la gonna plissettata e il corpino con le spalle al'americana, trasparente e accompagnato da una sottoveste di raso rosso. C'erano anche delle scarpe da donna con il tacco alto, un fiocco davanti e, in fondo, ancora qualcosa: un pacco di lettere legate da un nastro di velluto.
La voce di nostra madre ruppe l'incanto. Sprangammo il baule che si rinchiuse con un tonfo e scendemmo, ma ormai la curiosità ci ribolliva dentro e le lettere, nascoste in un posto sicuro, le leggemmo una dopo l'altra, nei pomeriggi passati a giocare, legati a doppio filo da quel segreto che avevamo giurato di non confidare a nessuno. E così scoprimmo la storia d'amore tra quell'ufficiale tedesco e una ragazza ebrea...
I genitori dei nostri amici, che erano ricorsi all'aiuto di un fabbro per aprire il baule, dopo averne ispezionato il contenuto, piuttosto delusi, lo lasciarono in un angolo e se ne dimenticarono, ma noi bambini continuammo le ricerche. E, a furia di chiedere, una mattina c'imbattemmo in un vecchietto che, durante la guerra, aveva abitato in quella zona. Ricordava quasi tutto di quegli anni terribili, anche quella retata di ebrei fatta dalle SS naziste. Noi bambini lo ascoltammo increduli con il fiato sospeso ripescare nella memoria il ricordo di quella notte di terrore mentre, davanti ai nostri occhi, prendeva forma il balenare degli elmetti. Quasi ci sembrò di udire le urla, i latrati dei cani, mentre lui diceva:" C'era anche una ragazza, giovane, grandi occhi scuri, i capelli corti, a riccioli. Singhiozzava, il padre le gridò 'Scappa...Scappa' e lei fuggì".
"Quindi si salvò?" e la mia domanda era sulle labbra di tutti e quattro noi bambini.
"No, un soldato puntò il mitra, il padre della ragazza si gettò su di lui. Si udirono degli spari e, pochi minuti dopo la camionetta ripartiva...Padre e figlia erano al suolo".
Vuotando la soffitta, aveva ritrovato quelle lettere. Il camion del trasloco sarebbe arrivato tra poco e nella nuova casa, come ormai un po' dappertutto per mancanza di spazio, non avrebbe più avuto una soffitta, ma un pensiero le passò per la mente: il blog - strumento che non smetteva mai d'irretirla - poteva servire anche a delineare un passato, a dare corpo alla memoria collettiva, diventando "soffitta dell'anima" in cui i nipoti avrebbero frugato per ritrovare le tracce di un passato sconosciuto, dei segreti di famiglia, dei ricordi senza i quali il loro presente sarebbe stato scarsamente decifrabile e... piatto. Accese il pc portatile e incominciò a battere sui tasti.
martedì 25 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Avevano mangiato, ballato e bevuto per tutto il giorno e per buona parte della notte. Ora, nella casa dello sposo, la stanchezza cominciava a segnare d'ombre i volti degli invitati e dei musicanti che si succedevano a rotazione, dando però, ormai, segni evidenti di stanchezza. Molti ciondolavano sproloquiando tra loro, stravaccati sulle sedie, aggrappati all'ultimo bicchiere di grappa, mentre dalle finestre s'insinuava la prima pallida luce del nuovo giorno e il profumo del caffè turco si diffondeva nell'aria. Soprattutto gli uomini ne scolavano, tazzina dopo tazzina, grandi quantità per ridare forza alle gambe che l'alcool aveva infiacchito.
Daviça si avvicinò al marito, che stava chiacchierando con un vicino di casa che lavorava alle sue dipendenze, il figlio addormentato appoggiato sulla spalla. Il fratello più giovane del marito, impaziente , li attendeva già sulla porta. Blanko le tolse il bambino di dosso, rassicurandolo con un paio di carezze, poi, salutati i padroni di casa, si avviarono uscendo poco dopo all'aperto. Il cielo, a Oriente, schiariva e l'aria, fredda e tersa, anche se la primavera era ormai avanzata, risuonava del canto degli uccelli. Poi, quel rumore: appena un fruscio seguito dal suono secco che produce un ramo spezzato e sul sentiero, che curvava costeggiando il bosco, apparvero i Sokol. Alti, le gambe allargate e piantate al suolo come tronchi d'albero, i pollici infilati nella cintura...
Daviça già prendeva Zastros, la voce del marito che le rimbombava nel cervello "Scappa, scappa... il bambino". Intorno a lei il fogliame fitto come un mare verde e negli occhi un balenio d'acciaio. Coltelli, di nuovo coltelli che il sole nascente faceva brillare, coltelli a pareggiare i conti con il sangue, a lasciare vedove e orfani. Non piangeva Daviça, aveva sempre saputo che sarebbe successo. Ancora pochi passi: il sentiero deviava a sinistra e la casa era, ormai, a pochi passi. Le aprì sua madre. Le parole non servirono; lo sguardo atterrito urlava ciò che la gola non osava pronunciare.
"Dove?" Suo padre con il cognato, i fucili tra le mani "Dove?" le ripeteva. "Alla prima curva del bosco". Era la sua voce quella? Era Zastros che piangeva tra le sue braccia? A Daviça sembrava che gli uccelli avessero smesso di cantare. Sua madre pregava, a tratti malediceva.
La giovane donna, poi, seduta nella cucina ancora in penombra, le mani abbandonate in grembo, cominciò ad aspettare, mentre il suono di una civetta, lugubre, infrangeva il silenzio.
"La civetta ha cantato" mormorò la vecchia e spense il lume.
"La civetta ha cantato con il cielo già chiaro" continuò, scuotendo il capo. Daviça non le rispose. Li rivedeva i fratelli Sokol, alti e biondi, passeggiare davanti alla chiesa ortodossa. Sputavano per terra quando lei passava e la paura era più forte dell'umiliazione. Si rivide al matrimonio: i fiocchi lucidi che svolazzavano nel vortichio della danza e le braccia del marito che l'afferravano, cingendola. Proteggendola. Tese l'orecchio: solamente il borbottio dele preghiere insolentiva il silenzio là nella casa di pietra dal tetto di ardesia che il sole, ormai alto, faceva brillare.
Lontano, dove la collina si abbassava e la terra incontrava il mare s'intravedeva all'orizzonte un veliero. Sul pennone più alto sventolava la bandiera con l'aquila a due teste della Marina austriaca.
Daviça si avvicinò al marito, che stava chiacchierando con un vicino di casa che lavorava alle sue dipendenze, il figlio addormentato appoggiato sulla spalla. Il fratello più giovane del marito, impaziente , li attendeva già sulla porta. Blanko le tolse il bambino di dosso, rassicurandolo con un paio di carezze, poi, salutati i padroni di casa, si avviarono uscendo poco dopo all'aperto. Il cielo, a Oriente, schiariva e l'aria, fredda e tersa, anche se la primavera era ormai avanzata, risuonava del canto degli uccelli. Poi, quel rumore: appena un fruscio seguito dal suono secco che produce un ramo spezzato e sul sentiero, che curvava costeggiando il bosco, apparvero i Sokol. Alti, le gambe allargate e piantate al suolo come tronchi d'albero, i pollici infilati nella cintura...
Daviça già prendeva Zastros, la voce del marito che le rimbombava nel cervello "Scappa, scappa... il bambino". Intorno a lei il fogliame fitto come un mare verde e negli occhi un balenio d'acciaio. Coltelli, di nuovo coltelli che il sole nascente faceva brillare, coltelli a pareggiare i conti con il sangue, a lasciare vedove e orfani. Non piangeva Daviça, aveva sempre saputo che sarebbe successo. Ancora pochi passi: il sentiero deviava a sinistra e la casa era, ormai, a pochi passi. Le aprì sua madre. Le parole non servirono; lo sguardo atterrito urlava ciò che la gola non osava pronunciare.
"Dove?" Suo padre con il cognato, i fucili tra le mani "Dove?" le ripeteva. "Alla prima curva del bosco". Era la sua voce quella? Era Zastros che piangeva tra le sue braccia? A Daviça sembrava che gli uccelli avessero smesso di cantare. Sua madre pregava, a tratti malediceva.
La giovane donna, poi, seduta nella cucina ancora in penombra, le mani abbandonate in grembo, cominciò ad aspettare, mentre il suono di una civetta, lugubre, infrangeva il silenzio.
"La civetta ha cantato" mormorò la vecchia e spense il lume.
"La civetta ha cantato con il cielo già chiaro" continuò, scuotendo il capo. Daviça non le rispose. Li rivedeva i fratelli Sokol, alti e biondi, passeggiare davanti alla chiesa ortodossa. Sputavano per terra quando lei passava e la paura era più forte dell'umiliazione. Si rivide al matrimonio: i fiocchi lucidi che svolazzavano nel vortichio della danza e le braccia del marito che l'afferravano, cingendola. Proteggendola. Tese l'orecchio: solamente il borbottio dele preghiere insolentiva il silenzio là nella casa di pietra dal tetto di ardesia che il sole, ormai alto, faceva brillare.
Lontano, dove la collina si abbassava e la terra incontrava il mare s'intravedeva all'orizzonte un veliero. Sul pennone più alto sventolava la bandiera con l'aquila a due teste della Marina austriaca.
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