Se il futuro è giovane cosa lo caratterizza? Due solidi sostegni: scuola e lavoro che consentono la dignità. L'anima, sono ragazzi, fatta di sana arroganza si esprime in orgoglio e voglia di misurarsi. Non manca un pizzico di fantasia: il mondo che hanno alle spalle è il nostro, dei vecchi come noi, e di noi (vecchi) porta l'impronta. E' giusto e auspicabile, direi normale, che vogliano cambiarlo. La testa coordina il tutto.
Questo è il futuro: senza l'attenzione alla cultura, senza la scuola il futuro è azzoppato. Se il titolo di studio c'è, ma non è viatico per il lavoro, il futuro non ha gambe. Si affloscia. Privato del lavoro, non autosufficiente il futuro perde la dignità. Paralizzato, piegato, smette di sognare. Non immaginare il futuro significa farlo morire. La testa va in confusione e la razionalità si avvita su se stessa in caduta libera.
I vecchi ghignano e si voltano ad ammirare l'unica realtà per loro significativa: il Passato. Il mondo balugina, la luce si spegne: li abbiamo messi al mondo e come le gatte che partoriscono alle soglie dell'inverno, li abbiamo uccisi?
Come loro li abbiamo divorati: i nostri figli, il nostro futuro?
mercoledì 2 dicembre 2009
martedì 1 dicembre 2009
Un certo Montesquieu
Fini interviene in difesa della Magistratura e, con eleganza, zittisce Bondi che smarrito sembra chiedersi: "Ma cosa sta succedendo?" Ministro Bondi le hanno soltanto rinfrescato la memoria su un principio fondamentale che caratterizza la democrazia: anche chi è stato eletto dal popolo e ha quindi il diritto/dovere di governare deve soggiacere a un limite: la legge. E' eletto al di sopra del popolo per conto del quale agisce, ma non al di sopra della legge. Perché il potere corrompe e può indurre in tentazione e per questo la nostra Costituzione, che non è un Libro dei sogni ma è un sogno di Libro prevede che i tre poteri (normativo, esecutivo e giudiziario) siano autonomi nel loro ambito, ma si controllino l'un l'altro, come dei mastini. A chi s'ispira? A un certo Montesquieu... Se lo faccia regalare per Natale, ministro Bondi!
Sconfitti e perdenti
Anch'io, come tanti genitori italiani, ho visto partire mio figlio. Non ho scritto lettere ai giornali, ho capito che qui, nel suo Paese, non avrebbe avuto un futuro. Non avendo scelto la connivenza ho lottato per un Paese diverso, con tutte le mie forze. Oggi lei, dottor Pier Luigi Celli, dichiarandosi un perdente, mi ha fatto capire che io sono solamente una sconfitta. Se partissimo da questa considerazione, forse si potrebbe ricominciare. Perlomeno a sperare.
domenica 29 novembre 2009
Mentre leggevamo Colette Dowling...
A mia nipote non leggerò Cenerentola, la storia di questa bella fanciulla che spazzando, pulendo e lustrando aspetta che "qualcuno" si accorga della sua bravura, della sua bontà e della generosità che alberga nel suo cuore, in netto contrasto con la durezza, la stupidità e la superbia della madre e delle sorellastre. Non le racconterò che una fatina un po' distratta accorrerà in suo aiuto per consentirle di andare al ballo a incontrare il suo principe e men che meno che abbandonerà i suoi stracci e le sue scope perché lui la porterà all'altare, dopo averla ritrovata facendo indossare la scarpina di cristallo a tutte, o quasi, le fanciulle da marito del Regno (della pia illusione) fino ad arrivare a lei, meschina nei suoi stracci, ma fulgida di virtù, soprattutto domestiche!
Sarebbe bello e sano per lei strutturarsi e diventare adulta senza immedesimarsi in stereotipi stantii (ma potenti), come questa "peppa lessa". Sarebbe interessante ipotizzarle una Cenerentola, che ne so, che scappa alla sera per frequentare un corso serale d'informatica, si cerca un lavoro e se ne va da casa a scoprire il mondo e anche l'amore, certamente, ma rapportandosi alla pari e non facendosi "salvare" da un improbabile principe azzurro, turchino o violetto, attratto da lei sì, ma tutta intera, audacia, intelligenza e intraprendenza comprese.
Mentre un libro si può commentare e soprattutto scegliere (e la letteratura per l'infanzia ci consente un'ampia scelta) la tv, troneggiante al centro del salotto, se venisse oscurata o scaraventata fuori dalla finestra farebbe sentire la mia nipotina diversa rispetto ai compagni di scuola e agli amici. Che fare? Stare lì accanto a lei e farle prendere il veleno a piccole dosi per immunizzarla, approfittando di ogni domanda per spiegare potenziando il suo senso critico? E' così che sono stata, mio malgrado, costretta a seguire programmi che non conoscevo. E' così che ho potuto vedere lo stereotipo femminile veicolato dalla tv. Stereotipo o archetipo di una nuova civiltà/inciviltà?. L'immagine della donna - filtrata da quello schermo spettacolo dopo spettacolo in un crescendo di sguaiatezza e volgarità, di volti pietrificati dal bisturi e bocche spalancate su penosi squittii - non riuscivo a definirla. Non reale, ma nemmeno immaginaria o virtuale. Falsa?! Come spiegare a un bambino quella falsità? Come spiegare che si mente sapendo di mentire perché l'obiettivo non è informare ma incrementre l'audience, costi quel che costi, fregandosene della responsabilità che dovrebbe assumersi chi fa e dà informazioni? Sembrebbe essere la moda corrente, ma come spiegarlo a una bambina che ha già le prime curiosità dell'adolescente che diventerà? Che senso ha eliminare i giochi di genere quando la televisione ci propina certi programmi?
Mentre leggevamo "Il complesso di Cenerentola" e "La sindrome di Biancaneve" di Colette Dowling aprendo gli occhi sugli stereotipi insiti nelle favole, Karl Popper cercava di richiamare la nostra attenzione su un pericolo più subdolo che come un Cavallo di Troia penetrava nelle nostre case senza che capissimo che avrebbe invaso ben più dei nostri salotti. Era lo strapotere televisivo che ha consegnato il Paese a Berlusconi. Ho trovato tra le mie scartoffie un articolo del '97 di Massimo Ammaniti titolato "La tv non crea mostri" scritto su Repubblica.
Oggi lo se la sentirebbe ancora di sottoscriverlo o darebbe ragione a Sir Karl Popper?
Sarebbe bello e sano per lei strutturarsi e diventare adulta senza immedesimarsi in stereotipi stantii (ma potenti), come questa "peppa lessa". Sarebbe interessante ipotizzarle una Cenerentola, che ne so, che scappa alla sera per frequentare un corso serale d'informatica, si cerca un lavoro e se ne va da casa a scoprire il mondo e anche l'amore, certamente, ma rapportandosi alla pari e non facendosi "salvare" da un improbabile principe azzurro, turchino o violetto, attratto da lei sì, ma tutta intera, audacia, intelligenza e intraprendenza comprese.
Mentre un libro si può commentare e soprattutto scegliere (e la letteratura per l'infanzia ci consente un'ampia scelta) la tv, troneggiante al centro del salotto, se venisse oscurata o scaraventata fuori dalla finestra farebbe sentire la mia nipotina diversa rispetto ai compagni di scuola e agli amici. Che fare? Stare lì accanto a lei e farle prendere il veleno a piccole dosi per immunizzarla, approfittando di ogni domanda per spiegare potenziando il suo senso critico? E' così che sono stata, mio malgrado, costretta a seguire programmi che non conoscevo. E' così che ho potuto vedere lo stereotipo femminile veicolato dalla tv. Stereotipo o archetipo di una nuova civiltà/inciviltà?. L'immagine della donna - filtrata da quello schermo spettacolo dopo spettacolo in un crescendo di sguaiatezza e volgarità, di volti pietrificati dal bisturi e bocche spalancate su penosi squittii - non riuscivo a definirla. Non reale, ma nemmeno immaginaria o virtuale. Falsa?! Come spiegare a un bambino quella falsità? Come spiegare che si mente sapendo di mentire perché l'obiettivo non è informare ma incrementre l'audience, costi quel che costi, fregandosene della responsabilità che dovrebbe assumersi chi fa e dà informazioni? Sembrebbe essere la moda corrente, ma come spiegarlo a una bambina che ha già le prime curiosità dell'adolescente che diventerà? Che senso ha eliminare i giochi di genere quando la televisione ci propina certi programmi?
Mentre leggevamo "Il complesso di Cenerentola" e "La sindrome di Biancaneve" di Colette Dowling aprendo gli occhi sugli stereotipi insiti nelle favole, Karl Popper cercava di richiamare la nostra attenzione su un pericolo più subdolo che come un Cavallo di Troia penetrava nelle nostre case senza che capissimo che avrebbe invaso ben più dei nostri salotti. Era lo strapotere televisivo che ha consegnato il Paese a Berlusconi. Ho trovato tra le mie scartoffie un articolo del '97 di Massimo Ammaniti titolato "La tv non crea mostri" scritto su Repubblica.
Oggi lo se la sentirebbe ancora di sottoscriverlo o darebbe ragione a Sir Karl Popper?
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venerdì 27 novembre 2009
Il corpo batte un colpo (2)
Penso al corpo - quello femminile soprattutto, con la superba simmetria delle sue curve, sfumate, perfette come la linea delle colline sullo sfondo del cielo, la pelle fine, setosa dei vent'anni, la geometria che la storia personale disegna sui volti un po' più maturi, velo a sbiadire la bellezza ma anche accenno a un'individualità che con gli anni si farà inconfondibile - e mi chiedo se sia possibile accostarsi a tutto ciò con angoscia, con sofferenze a volte quasi intollerabili. Sembrerebbe di sì. I canoni estetici che ingabbiano la bellezza sono mutevoli, ma perché virano in una direzione invece che in un'altra? E perché questo vale soprattutto per le donne?
Il corpo maschile che è nell'immaginario femminile l'espressione della forza non richiede un profilo perfetto, ma piuttosto una struttura che questa forza sia in grado di supportare. Forza e attitudine al comando, forse. Penso alle divise militari: cappelli, pennacchi, giacche imbottite, il tutto finalizzato a ingrandire e allungare, a dare maggior presenza fisica in funzione di una maggiore prestanza fisica.
E la donna? La moda femminile è ancora più significativa. Se escludiamo il Settecento con la leziosità dei cicisbei, espressione della decadenza di una classe (quella nobiliare)che la borghesia nascente spazzerà via, l'abito maschile non fu mai d'intoppo all'espressione della forza. Ben diverso risulta l'abito femminile che, indipendentemente dalle variazioni che assume, mantiene intatta una costante: la scomodità, esasperata fino alle estreme conseguenze. Gli esempi si sprecano: gonne lunghe a intralciare il passo, busti stretti fino a deformare la struttura dello scheletro, acconciature arzigogolate a ingabbiare i capelli e a pesare sulla testa. Ma anche i jeans a pelle della mia giovinezza, i reggiseni a balconcino, i tacchi a stiletto da dodici centimetri, lo stivaletto cinese che spezzando le dita del piede dava alle donne orientali quella particolare andatura che veniva considerata seducente. La moda sottintende il riferimento praticamente costante a due archetipi che abitano l'immaginario maschile e femminile. L'uomo seduce con la forza e l'autorevolezza, la donna seduce esasperando i canoni estetici che ne definiscono la bellezza e forse la fragilità.
Fino alle nostre nonne - e per me che sono nata nella Seconda Guerra Mondiale anche alle nostre madri - le donne avevano un obiettivo prioritario: trovare un marito e, subito dopo, avere dei figli. Un destino biologico che diventava destino sociale o tout court, destino. Il femminismo ha cambiato profondamente il mondo femminile: la donna di oggi può scegliere.
Siamo sicuri che possa scegliere?
A livello normativo non è mai stata tanto tutelata (processo breve permettendo), non è mai stata tanto libera di scegliere il proprio futuro, non ha mai avuto a disposizione una tecnologia così perfezionata per modificare il proprio aspetto fisico... Allora perché dal mondo femminile sale quel lamento di fondo, quella insoddisfazione profonda e quel disagio che trovano proprio nel corpo il bersaglio sul quale si infrangono, come onde di tempesta, le contraddizioni femminili?
Le donne oggi studiano più dei maschi e sono libere come i maschi. Ma, a livello lavorativo, hanno le stesse opportunità dei maschi? Direi di no e le "quote rosa" lo evidenziano. A parità di titolo di studio e capacità, verificate con test attitudinali, il datore di lavoro sceglie un maschio. Perché l'eventuale paternità non inciderà sul suo lavoro. Perché anche se non più destino sociale la maternità resta struttura portante della femminilità e il bambino, vero o fantasticato, una realtà con la quale le donne devono fare i conti. Esiste allora una "mistica della maternità"? Esiste un approccio alla maternità diverso da quello maschile alla paternità e molto più coinvolgente. Quindi più colpevolizzante? E in che misura ancora legato a modelli codificati dalla ripetitività di comportamenti indotti?
Ecco che il corpo torna prepotente alla ribalta come corpo materno segnato dalla gravidanza, dall'allattamento che sono o possono essere vissuti come attentati alla seduttività. Ma oggi il corpo materno è attentato anche alla carriera della donna. E quali sono le donne in carriera: quelle che hanno certi requisiti professionali o anche quelle che vengono scelte da maschi potenti soltanto per la loro bellezza? E anche qui è sul corpo che si accendono in modo nuovamente contraddittorio le luci dei riflettori.
Inoltre, mai come al giorno d'oggi tante carriere femminili consentono l'accesso solo alle donne belle o a quelle considerate tali secondo i correnti canoni estetici. All'ultimo concorso per Miss Italia ho visto sfilare ragazze con corpi identici, talmente eguali da sembrare fatte in serie. Ricordo le attrici dei miei tempi, ognuna bella in modo profondamente diverso (la Taylor, la Monroe o Sofia Loren erano diversissime), che della diversità facevano motivo d'orgoglio.
Ampliandosi le possibilità e/o le progettualità femminili nuove contraddizioni sono esplose nelle donne di oggi, mettendoci nella condizione di incominciare a capire le difficoltà che queste ragazze si trovano ad affrontare. Se poi le inseriamo in un contesto storico di crisi economica e le collochiamo in un mercato finalizzato solo al profitto e regolato ancora da comportamenti "pensati" da maschi, forse il loro disagio diventa più comprensibile e meritevole di attenzione. E anche il corpo assume un rilievo, un'importanza e un peso che giustificano la sua collocazione nuova, e il diverso approccio che anche la letteratura, con la sua intrinseca capacità di anticipare i cambiamenti all'interno della società, gli ha riservato.
Il corpo maschile che è nell'immaginario femminile l'espressione della forza non richiede un profilo perfetto, ma piuttosto una struttura che questa forza sia in grado di supportare. Forza e attitudine al comando, forse. Penso alle divise militari: cappelli, pennacchi, giacche imbottite, il tutto finalizzato a ingrandire e allungare, a dare maggior presenza fisica in funzione di una maggiore prestanza fisica.
E la donna? La moda femminile è ancora più significativa. Se escludiamo il Settecento con la leziosità dei cicisbei, espressione della decadenza di una classe (quella nobiliare)che la borghesia nascente spazzerà via, l'abito maschile non fu mai d'intoppo all'espressione della forza. Ben diverso risulta l'abito femminile che, indipendentemente dalle variazioni che assume, mantiene intatta una costante: la scomodità, esasperata fino alle estreme conseguenze. Gli esempi si sprecano: gonne lunghe a intralciare il passo, busti stretti fino a deformare la struttura dello scheletro, acconciature arzigogolate a ingabbiare i capelli e a pesare sulla testa. Ma anche i jeans a pelle della mia giovinezza, i reggiseni a balconcino, i tacchi a stiletto da dodici centimetri, lo stivaletto cinese che spezzando le dita del piede dava alle donne orientali quella particolare andatura che veniva considerata seducente. La moda sottintende il riferimento praticamente costante a due archetipi che abitano l'immaginario maschile e femminile. L'uomo seduce con la forza e l'autorevolezza, la donna seduce esasperando i canoni estetici che ne definiscono la bellezza e forse la fragilità.
Fino alle nostre nonne - e per me che sono nata nella Seconda Guerra Mondiale anche alle nostre madri - le donne avevano un obiettivo prioritario: trovare un marito e, subito dopo, avere dei figli. Un destino biologico che diventava destino sociale o tout court, destino. Il femminismo ha cambiato profondamente il mondo femminile: la donna di oggi può scegliere.
Siamo sicuri che possa scegliere?
A livello normativo non è mai stata tanto tutelata (processo breve permettendo), non è mai stata tanto libera di scegliere il proprio futuro, non ha mai avuto a disposizione una tecnologia così perfezionata per modificare il proprio aspetto fisico... Allora perché dal mondo femminile sale quel lamento di fondo, quella insoddisfazione profonda e quel disagio che trovano proprio nel corpo il bersaglio sul quale si infrangono, come onde di tempesta, le contraddizioni femminili?
Le donne oggi studiano più dei maschi e sono libere come i maschi. Ma, a livello lavorativo, hanno le stesse opportunità dei maschi? Direi di no e le "quote rosa" lo evidenziano. A parità di titolo di studio e capacità, verificate con test attitudinali, il datore di lavoro sceglie un maschio. Perché l'eventuale paternità non inciderà sul suo lavoro. Perché anche se non più destino sociale la maternità resta struttura portante della femminilità e il bambino, vero o fantasticato, una realtà con la quale le donne devono fare i conti. Esiste allora una "mistica della maternità"? Esiste un approccio alla maternità diverso da quello maschile alla paternità e molto più coinvolgente. Quindi più colpevolizzante? E in che misura ancora legato a modelli codificati dalla ripetitività di comportamenti indotti?
Ecco che il corpo torna prepotente alla ribalta come corpo materno segnato dalla gravidanza, dall'allattamento che sono o possono essere vissuti come attentati alla seduttività. Ma oggi il corpo materno è attentato anche alla carriera della donna. E quali sono le donne in carriera: quelle che hanno certi requisiti professionali o anche quelle che vengono scelte da maschi potenti soltanto per la loro bellezza? E anche qui è sul corpo che si accendono in modo nuovamente contraddittorio le luci dei riflettori.
Inoltre, mai come al giorno d'oggi tante carriere femminili consentono l'accesso solo alle donne belle o a quelle considerate tali secondo i correnti canoni estetici. All'ultimo concorso per Miss Italia ho visto sfilare ragazze con corpi identici, talmente eguali da sembrare fatte in serie. Ricordo le attrici dei miei tempi, ognuna bella in modo profondamente diverso (la Taylor, la Monroe o Sofia Loren erano diversissime), che della diversità facevano motivo d'orgoglio.
Ampliandosi le possibilità e/o le progettualità femminili nuove contraddizioni sono esplose nelle donne di oggi, mettendoci nella condizione di incominciare a capire le difficoltà che queste ragazze si trovano ad affrontare. Se poi le inseriamo in un contesto storico di crisi economica e le collochiamo in un mercato finalizzato solo al profitto e regolato ancora da comportamenti "pensati" da maschi, forse il loro disagio diventa più comprensibile e meritevole di attenzione. E anche il corpo assume un rilievo, un'importanza e un peso che giustificano la sua collocazione nuova, e il diverso approccio che anche la letteratura, con la sua intrinseca capacità di anticipare i cambiamenti all'interno della società, gli ha riservato.
giovedì 26 novembre 2009
Scherzando, scherzando...
Se c'è un uomo assai deciso
questo è il prode Calderoli
Qua si tratta di trovare in un caso cosa fare,
in un altro cosa dire
I quartieri a luci rosse a lui sembrano carini
quelle case che eran chiuse alle donne e ai bambini
lui le affida al buon Casini
che nel nome ha già il destino di allestire un bel casino.
Tv pubblica o privata?
Dice il prode Calderoli che la pubblica
è accozzaglia di programmi assai scadenti
Vespa in testa, Fede in coda,
la penisola la inchioda
a seguire quel geniaccio che
sull'intrattenimento
(e anche sull'inquadramento)
dir dobbiamo che è un portento
Ma il nostro Calderoli deve ancora fare i conti
con coloro che son pronti sul lavoro a cazzeggiare.
Dice il prode Calderoli di lasciarli a casa a oziare
ma Brunetta s'alza ritto sullo scranno
urla strepita e fa danno:
fannulloni dentro o fora?
Calderoli e il buon Brunetta
qui Disfida è di Barletta
Ma mentre il Belpaese aspetta
fannulloni dentro o fora
il Paese va in malora!
questo è il prode Calderoli
Qua si tratta di trovare in un caso cosa fare,
in un altro cosa dire
I quartieri a luci rosse a lui sembrano carini
quelle case che eran chiuse alle donne e ai bambini
lui le affida al buon Casini
che nel nome ha già il destino di allestire un bel casino.
Tv pubblica o privata?
Dice il prode Calderoli che la pubblica
è accozzaglia di programmi assai scadenti
Vespa in testa, Fede in coda,
la penisola la inchioda
a seguire quel geniaccio che
sull'intrattenimento
(e anche sull'inquadramento)
dir dobbiamo che è un portento
Ma il nostro Calderoli deve ancora fare i conti
con coloro che son pronti sul lavoro a cazzeggiare.
Dice il prode Calderoli di lasciarli a casa a oziare
ma Brunetta s'alza ritto sullo scranno
urla strepita e fa danno:
fannulloni dentro o fora?
Calderoli e il buon Brunetta
qui Disfida è di Barletta
Ma mentre il Belpaese aspetta
fannulloni dentro o fora
il Paese va in malora!
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