venerdì 29 ottobre 2010

Anche ora, anche adesso.


Odio del dolore
la voce
potentemente muta,
l'arroganza di sentirsi perfetto 
e, tra tutti i sentimenti, 
l'eletto.
Odio la sua resa alla vita
la sua debolezza. 
Odio il pietismo viscido 
che tradisce lo sguardo 
di chi mai è riuscito a tagliare un traguardo.
Odio che mi imprigioni, 
mi soffochi, 
mi domi.
Odio i suoi passi lenti, 
quell'andare pacato
i suoi tempi lunghi 
che la mia vita hanno divorato.
Odio il suo retrogustogusto 
amaro come il fiele
di un ultimo caffé, 
nero come i tuoi occhi
nei quali già danzava 
il suo sorriso di miele.
Odio la sua cadenza 
le sue contraddizioni
quel modo di spezzarti,
schiantarti
e devastarti
per farti poi scoprire,
quasi fosse un suo vezzo,
che la vita la ami
anche quando è ben dura,
anche in questo momento,
anche ora,
anche adesso.




lunedì 25 ottobre 2010

Puzza di padroni

E bravo il nostro Marchionne che seduto - quasi appollaiato come una statuaria civetta intagliata nel buio della notte -  davanti a Fazio, ieri sera a Che tempo che fa, discetta, con l'evidente ma tollerante fastidio che si prova davanti a un interlocutore un po' ottuso, di impresa. Sì perché il nostro, pur laureato in filisofia a riprova del valore, da lui ribadito, del pensiero che sviscera le idee traendone ideali, emozioni e sensazioni, è un metalmeccanico, uno che fa automobili... E' uomo del fare, lavora diciotto ore al giorno, somma e sottrae numeri per produrre utili, utili non balle. Snocciola posizioni in graduatoria, percentuali e poi butta là, con la nonchalance che si addice a un uomo del suo prestigio, quell'utile operativo trimestrale non solo elevato, ma soprattutto prodotto totalmente fuori dal patrio suolo. Sì, perché il costo del lavoro, che tanto incide sull'utile operativo, è alto, troppo alto in Italia rispetto a quello della Polonia o della Serbia. E così scopriamo che sugli operai italiani grava la responsabilità primaria della crisi del settore industriale, sulla loro esosità, sullo scarso attaccamento alla fabbrica, sulle assenze ingiustificate, sulle pretese... Quegli stessi operai ai quali Marchionne ha pensato quando, opponendosi alle richieste dei suoi più fidati collaboratori, si è rifiutato di chiudere gli stabilimenti di Pomigliano, per inciso, anche per non riconsegnare quel territorio alla mafia. Fazio ascolta e oppone a Marchionne i miserandi stipendi percepiti dagli operai, l'insicurezza del posto di lavoro, gli incentivi corrisposti dal governo alla Fiat, ma le sue parole sono spazzate via da un Marchionne seccato che sottolinea come gli incentivi abbiano favorito gli acquirenti - tra l'altro pochi - di macchine italiane e solo indirettamente la Fiat, la quale nulla deve al governo con cui ha chiuso ogni posizione debitoria.
Fazio deglutisce imbarazzo e sbandiera ignoranza economico/imprenditoriale nonché sociale consentendo a un Marchionne ormai lanciato di esporsi fino a garantire un adeguamento dei salari nostrani al livello di quelli comunitari in cambio di una collaborazione - proficua per tutti - con i sindacati. Per inciso con la controparte sindacale più riottosa - quella Cgil che ancora punta i piedi e rappresenta una parte irrilevante dei dipendenti Fiat. 
Poi si alza e se ne va, lasciando dietro a sé un odore fastidioso ma conosciuto: puzza di padroni. 

domenica 24 ottobre 2010

Giovani e disoccupazione

Mentre me ne sto qui, in queste giornate ancora piene di luce, a pensare - che molto d'altro ormai non riesco a fare - mi vengono in mente i disoccupati, sì proprio loro. Li immagino come una lunga fila di persone, a testa china, incollati l'uno all'altro: in attesa. Cosa aspettano e cosa pensano? Come vivono, o meglio, come non vivono i disoccupati? Si alzano tardi perché si addormentano tardi, tardissimo... guardano film che la TV trasmette a ore impossibili, tanto loro non sono stanchi: sono soltanto angosciati e quindi cercano di distrarsi, ma invece di addormentarsi, sfiniti dal lavoro quotidiano, davanti alla solita pappa americana tutta eroi ed effetti speciali, incominciano a vedere film di pregio. E' una televisione che era loro sconosciuta, che all'inizio li fa un po' sbadigliare, ma poi... Poi iniziano a pensare, con fatica si staccano dal pensiero ricorrente e angosciante che domina il loro cervello, quel posto di lavoro perduto diventato nel ricordo simbolo di un Eldorado da sogno. Guardano film intelligenti e scoprono di avere un cervello anche se per molto, forse troppo tempo, lo hanno ignorato: al punto di credere a un ometto che snocciolava bugie come una mitragliatrice proiettili, al punto di credere che la crescita economica sarebbe stata inarrestabile, il posto di lavoro sicuro, ricchezza e benessere a portata di mano. Capiscono di essere stati ingannati, sfruttati e poi "gettati a mare" come la zavorra di una nave in un mare in tempesta. Lo sconforto diventa rabbia, si colora di umiliazione mentre scatta l'invidia, esplode la collera. A volte a farne le spese sono figli e mogli, oppure i genitori, dai quali si è ritornati per avere un tetto sulla testa, instaurando convivenze impossibili. Si oscilla tra la depressione che uccide e la rabbia che fa uccidere. Serpeggia la ribellione, lievita come un dolce appena infornato. Una generazione fatta a pezzi apre gli occhi sul deserto che l'avidità dei padri ha lasciato in eredità ai figli. I progetti, i sogni si rivelano illusioni, pure illusioni, si vive all'insegna della provvisorietà, si naviga a vista, come navi nella nebbia. Nemmeno i più ottusi potrebbero pensare a una crisi congiunturale: è in atto un cambiamento epocale la cui portata è imprevedibile, anche se qualcosa sembra emergere dalla nebbia.
Sarà un mondo più povero, molto più concorrenziale: un mondo nel quale l'America e l'Europa faranno i conti con la Cina, l'India e altri paesi emergenti, altre culture... Sarà un passaggio di consegne morbido o strideranno cupe le armi? Il  potere non si concede, né si cede. Si conquista, si strappa a chi lo detiene.
Speriamo che i nostri giovani, obbligati a smettere la tuta, non indossino la divisa... Sarebbe l'ultimo schiaffo del Potere a una generazione che ha già pagato un prezzo altissimo.
Speriamo che Leone, Coppola, Monicelli, Rosi, Scorsese e Cimino, in quelle lunghe notti davanti alla TV, abbiano insegnato loro qualcosa.

lunedì 18 ottobre 2010

Velo d'organza


Velo d'organza


Nell'aria tiepida della sera
quella tua grazia,
appena scoperta
velo d'organza
la racchiudeva.

Velo da sposa
inghiottiva il pallore
ardevano i ceri 
sull'altare maggiore

Rossovestita,
molto scollata,
con la sapienza
che richiedeva
ballare il tango,
assecondavi
la sua arroganza

Di pizzo i guanti
sulle tue mani
senza domani
lo segui a stento
è un  valzer lento
sempre più lento

come la vita
che più non danza.
Porti pazienza.

domenica 17 ottobre 2010

Neuroni adieu...

Si ritrovavano ogni mattina nel bar a sinistra in Piazza Nigra; anche oggi che l'aria trasudava nebbia ad annuciare un altro inverno e le prime gocce di pioggia rimbalzavano sul selciato.
"Ciao Giovanni, come va?" Era Michele che, in piedi davanti al bancone, si accendeva una sigaretta.
"Solito... " borbottò l'altro,  facendo un cenno alla barista, la Gianna, ogni giorno un po' più inquartata a dimostrazione delle sue origini contadine, il seno ampio e generoso come quella sua risata che accendeva sempre negli occhi di Michele bagliori dimenticati.
Entrarono Mario e Lorenzo: bagnati e infreddoliti.
Si conoscevano ormai tutti e si chiamavano per nome. Quando erano in vena ricordavano i tempi eroici, quei tempi ormai lontani in cui erano stati tanti e agguerriti, decisi a lottare fino all'ultimo uomo: decisi a non arrendersi. Per una questione di dignità, di decoro...
Il nemico era stato abile: si era insinuato nella loro terra in modo subdolo, senza dare nell'occhio: una puntata qua e una là, furtarelli di poco conto che, come la zampata di un gatto, lasciavano segni sottili, quasi invisibili.
La tigre si era acquattata nell'ombra a spiarli, a studiarli... Era cominciata la guerra, ma senza una dichiarazione ufficiale, una guerra negata da tutti. E quel disagio che serpeggiava nel Paese, quell'intoppo negli spostamenti, quella mancanza di nerbo, la fragilità? E la stanchezza? E tutti o quasi a dire "La gioventù non è più quella di un tempo, non ha carattere, si spaventa di fronte si problemi, trema... ".
In effetti, nonostate il Paese sembrasse lo stesso, a un osservatore attento non sarebbero sfuggiti quel rallentamento nelle attività produttive, quella mancanza di progettualità, quell'apatia che obbligava  chi di dovere a fornire aiuti, supporti...
Il deterioraramento lento ma inarrestabile aveva richiesto approfondimenti, analisi  particolareggiate: il nemico era stato individuato, fotografato... , intuito più che visto. Finalmente aveva un nome, un volto: il nemico si era materializzato, apparendo per ciò che era: un morbo maledetto, invasivo, potente e inarrestabile. Destinato, in tempi più o meno lunghi, a vincere ogni resistenza, a fiaccare ogni anelito di libertà.
Il Paese era rimasto sbigottito, atterrito. Incredulo. Ma come: allora non era dipeso da nessuno! Beh, da qualcuno sì, ovviamente, ma risalire alle responsabilità precise sarebbe stato difficile e a questo proposito, si vagava ancora nella nebbia più fitta, nella nebbia delle ipotesi.
E così era cominciata la Resistenza.
Erano stati stanati uno a uno... e ormai erano pochi, troppo pochi per far funzionare il Paese.
Si trovavano là al bar dell'angolo, ad aspettare il loro turno.
Lei lanciò loro un'occhiata pensosa, anche un po' complice e mormorò: "Confidiamo nella ricerca ragazzi! E... resistiamo!"
I suoi neuroni, con uno sforzo quasi eroico, raddrizzarono le spalle, assumendo un'aspetto vagamente marziale. Fuori, un raggio di sole, trafitte le nuvole, accarezzò il selciato sconnesso prima di essere nuovamente imbrigliato nella prigione compatta delle nuvole. Come lei.

La libertà è...

La libertà viene data per scontata quando c'è, un po' come la salute. Poi però succede qualcosa - un simbolo leghista imposto all'interno di una scuola, tanto per dirne una - ed ecco che scatta dentro di noi una sorta di allarme, un disagio che fa accapponare la pelle. Cosa sta succedendo o - ancora più inquietante come domanda - cosa succederà?

In un film di Marco Risi, Fortapasc, una frase "Ci sono i giornalisti, giornalisti, e... gli altri" mi fa scorrere di nuovo un brivido sulla pelle, mentre mi chiedo come sia possibile vivere in un Paese dove si muore per avere scelto di fare bene il proprio lavoro. L'attacco forse più pericoloso è alla madre di tutte le libertà, quella d'informazione. E Santoro, giornalista che non s'inchina al potere, che dà voce alla rabbia, alla paura, all'umiliazione accendendo i riflettori sulla parte in ombra del nostro Paese, quella invisibile, non solo non viene premiato - come dovrebbe accadere in ogni paese civile -  ma viene punito.

 La verità, cibo per stomaci forti, sorella siamese della liberta, poiché l'una non può esistere scissa dall'altra, è ormai diluita, triturata, ridotta in poltiglia da una informazione che deve rassicurare, tenere calmi gli indigeni.

Raramente come in questo momento l'unione può e deve fare la forza. La spaccatura all'interno del sindacato, il lancio di uova contro le sedi sindacali sono l'espressione di una guerra tra poveri che sta perdendo di vista i veri responsabili della crisi. Mentre gli operai riempiono le strade di striscioni colorati e di rabbia, i banchieri in doppio petto si defilano e - lungi dal ricominciare a speculare su cambi e titoli - continuano a spostare miliardi da una piazza finanziaria all'altra per incrementare i loro profitti. Perché nessuno li ha fermati, perché
per fermarli dovrebbero essere emanate nuove leggi a tutela del risparmiatore, perché per fermarli dovrebbe essere ripristinata una normativa di controllo sull'esercizio del credito... Perché nel nostro Paese siamo fin troppo impegnati a emanare nuove leggi, finalizzate al controllo sì, ma di uno dei tre fondamentali poteri la cui indipendenza garantisce la tenuta della democrazia, il potere giudiziario.

E allora ben vengano a farci scattare n piedi, come la platea di Annozero, le parole di una delle più belle canzoni di Gaber, la libertà è... partecipazione!

mercoledì 6 ottobre 2010

Barcellona e Woody Allen

Due turiste americane, cresciute a latte e bistecche al sangue, sbarcano a Barcellona. E' estate, il sole arroventa le guglie della cattedrale voluta da Gaudì, fa brillare di colori pastosi una città calda, sensuale... Mani brune pizzicano le corde di una chitarra. La rossa camicia del pittore, cangiante, fa risaltare il suo sguardo, impudico quanto la proposta che l'uomo fa alle due ragazze... E il vecchio Woody decolla: si dice ciò che non si pensa, si fa quello che non si dice, ci si misura con la vita o ci si nasconde in questa città di cui Cristina, una delle due ragazze, quella che ha già programmato tutta la sua vita futura sulla base dei solidi rassicuranti valori borghesi che le sono stati inculcati, cerca di cogliere l'identità catalana, per farne l'oggetto della sua tesi di laurea, per contenere nella gabbia delle parole, il calore che le divampa dentro, quella passione nascenteche la indurrà a cedere alla lusinga di quello sguardo che le scivola sulla pelle come una bruciante, insostenibile carezza. In pochi minuti scoprirà la donna che potrebbe essere, ma solo per negarla, come i desideri ai quali per sempre rinuncerà, scegliendo di sposare il solido, rassicurante fidanzato americano.
L'amica che l'accompagna invece sceglie - subisce? - il fascino del pittore, la disordinata anarchia della sua vita, lo scontro/incontro con la donna che è stata sua moglie e che riappare nella sua vita, sconvolgendola con la violenza di un tornado. Penelope Cruz è nera di occhi e capelli quanto l'amante americana dell'ex marito è bionda e pallida, quasi a sottolinearne la diversità  e il potere dell' attrazione/repulsione. Concentrato di genialità alla quale tutti s'inchinano ammirati ne incarna tutta la prepotenza, la bellezza e la mancanza di limiti. E' troppo per l'americana che forse nella dipendenza dell'amante dalla ex moglie, scoprirà una debolezza in cui  riconoscersi e ricacciarsi, insoddisfatta, alla ricerca di una completezza che si capisce o intuisce essere solo una chimera, un'ipotesi, una promessa non mantenuta.
Un attimo e... via, come la vita.