lunedì 23 dicembre 2013

All you need is love? Balle!

Caro Michele, mi permetto di darti del tu come compagna (suona strana oggi questa bellissima parola che evoca ricordi tanto gloriosi quanto dolorosi) che alla speranza di un mondo migliore ha associato la scelta dolce/amara di essere madre. Nel tuo libro Gli sdraiati tu liquidi l'infanzia di tuo figlio assimilando il tuo rapporto con lui, in quegli anni, al rapporto che lega il padrone di un cucciolo al suo cane. Amare un cucciolo, per di più adorante, non richiede particolari qualità. Lui , tuo figlio, è cresciuto nella tua casa, tra pappe e cacche, come si conviene a ogni bambino, e tu, fuori da quella casa, nel vasto mondo, hai lavorato al cambiamento, come si conviene a un uomo del tuo stampo, a un borghese di sinistra. La definizione non è mia, è tua.
Pure io ho lavorato, sono un'insegnante, e, come te, ho sognato e sperato, ma anche cercato, di cambiare il mondo.
All'università avevo studiato più Keynes che Marx, ma aveva provveduto mio padre, comunista e sindacalista, a colmare le lacune. Un papà progressista, ma non con le figlie. Strappargli il permesso per andare a ballare richiedeva una lotta all'ultimo sangue. Come ogni padrone che si rispetti, imponeva le sue condizioni. Era severissimo. La mia infanzia non è stata la tua, per me il cambiamento impellente, improrogabile doveva partire dalla famiglia, doveva riguardare il rapporto tra maschio e femmina. Sono una ribelle, ma prima di essere una lavoratrice ribelle, sono stata figlia, donna, madre, moglie... ribelle.
Letti i libri delle femministe americane, ignorati i consigli (pieni di buon senso) di mia madre, mi sposai, mi laureai, un figlio di nove mesi sulle ginocchia mentre battevo a macchina la tesi di laurea, trovai lavoro e... smisi di dormire. Passavo le notti in bianco, cantando nenie all'alieno che tenevo tra le braccia: un cucciolo tenerissimo, intelligentissimo... ma ringhioso. Anarchico, precoce, mi vampirizzava. Io, cresciuta tra regole e orari, educazione austro-ungarica, non mettevo paletti, non delimitavo i suoi spazi facendolo sentire sperso, spaventato: avrebbe voluto un giardinetto, non una sconfinata prateria. Il padre non se ne occupava, pappe e cacche non lo riguardavano. Quando, raramente, era a casa, anche se il bambino strillava durante la notte, lui riusciva a dormire, e poi io con le mie nenie lo facevo scivolare nel sonno. L'alieno per quattro anni dormì solamente di giorno: brevi sonnellini spezzati da risvegli urlanti. Il padre girava il mondo per lavoro. Lo stipendio consistente era il suo, il mio andava in baby sitter...  Mi avrebbe preferita a casa, a fare a moglie di rappresentanza. Il mio stipendio -  diceva - serviva soltanto a collocare il nostro reddito in uno scaglione più alto, facendoci pagare più imposte.
Tutta questo per farti notare, caro Michele, che un bambino non è  un cucciolo,  che va seguito, ascoltato, osservato da entrambi i genitori  e dal primo momento in cui apre gli occhi. Si deve o si dovrebbe creare un rapporto continuativo, fatto di attenzione, affetto e rispetto. Dove ho sbagliato io? Imponendo a mio figlio una libertà non dosata secondo i suoi crescenti bisogni di autonomia, ma a misura del "mio" famelico bisogno di libertà. La natura dà due genitori, la società, per tutta una serie di motivi, spesso, troppo spesso, li riduce a uno soltanto. Quattro occhi vedono più di due, il confronto tra genitori può ridurre il numero degli errori. Almeno credo.
Tu, Michele, una mattina, improvvisamente, hai scoperto che il cucciolo era diventato alto come te, dotato di parola... un adulto insomma, al quale fare, finalmente e saggiamente, da Padre. E il padre chi è? E' il dispensatore delle regole, quello che insegnerà al figlio a stare  al mondo, quel mondo che lui, il padre, conosce bene, anche se non è riuscito a renderlo migliore. Anzi, a dire la verità, è sì riuscito a cambiarlo, ma in peggio. O non è riuscito a evitare che altri lo peggiorassero.
L' infanzia di tuo figlio non sembra aver lasciato ricordi in te.
Dalla culla all'adolescenza il passo non è breve... Non dai notizie sullo scolaro delle elementari, sul ragazzino delle medie, sui compleanni, il primo giorno all'asilo, gli amichetti per casa, le favole lette insieme, le domeniche al cinema, il primo giorno con i pattini, gli scii, la bicicletta senza le rotelle... 
Ad un tratto, come un coniglio bianco dal cilindro di un prestigiatore, scaturisce un adolescente che mangia come un uomo, ingombra come un adulto, puzza come un adulto, ma non ragiona come un adulto, perché non sa cosa voglia dire essere  "grande".  Lui è solo alto e spallato, pesa come  te, ma non ha la tua esperienza, non ha esperienza, tout court. Se la dovrà fare, tra errori e patemi. Come te, come tutti.
E' questo il momento in cui scopri l'alieno, e vedere girare per casa un marziano non è facile. Capisco... Io, l'alieno l'avevo già conosciuto, avevo trovato il modo di comunicare, ero abituata alle sue metamorfosi ( alle loro metamorfosi perché di figli, in rapida successione ne avevo avuti altri due, facendo fuggire il marito da una casa che sapeva troppo di Nutella e borotalco per approdare a lidi più tranquilli e gratificanti), ai cambiamenti. In fondo non era quello che avevamo voluto? Cambiare tutto, e subito?
Ma non basta che le cose cambino, è importante la qualità del cambiamento.
"E' l'evoluzione della specie" dice il tuo ragazzo. E' il progresso tecnologico, è la politica marcia, è la scomparsa dei valori, è la globalizzazione, è la crisi mondiale, è il berlusconismo, è la brutta copia dell'America con la festa del Ringraziamento in cui i figli tornano a casa solamente per scannarsi con i genitori e ignorare il tacchino. E' questo mondo che non è più a nostra misura che ci è scoppiato sotto il culo, quasi a nostra insaputa - diciamo noi (vecchi). Però, confessa, vorresti anche aggiungere che lui, tuo figlio, ha accanto uno come te: progressista (pure tu?), intelligente, ironico, colto, giornalista, scrittore. Uno che ha la voglia e la capacità di accompagnarlo nella crescita, di indicargli la strada.
Ma quello (il figlio), non parla, non ascolta, nemmeno litiga con te: ti ignora e basta! Non ti ritene autorevole, anzi ti obbliga a essere autoritario! Uno come te che ha sempre privilegiato il dialogo, il confronto!  
Gli alieni non saremo per caso noi, Michele, noi che non li abbiamo respinti ma li abbiamo ingannati, o abbiamo permesso che altri li ingannassero?
Per te Michele, sarà guerra tra giovani e vecchi... E' evidente che i vecchi saranno sconfitti; basterà sospendere la somministrazione dei farmaci che li tengono in vita, lasciandoli morire di malattia e delusione. Quanta sofferenza costano i cambiamenti, quante correzioni di rotta prima di capire....
E pensare che il nostro inno era "All you need is love"...

domenica 15 dicembre 2013

Lettera a una figlia

Era una giornata d'inverno, limpida come solo a Trieste - grazie alle bora - le giornate possono essere terse. Prima di chiudermi la porta alle spalle, avevo abbracciato in fretta tua nonna e baciato i tuoi fratelli. Il medico aveva detto: "Non oltre il 15 dicembre... Sarebbe pericoloso per il feto e la madre (tu e io). Faremo un parto pilotato e tenteremo di evitare un cesareo..." L'ostetrica era stata più esplicita, "Non sarà una passeggiata" aveva detto. E non fu una passeggiata. Nascesti di sera, il cielo ormai nero come l'inchiostro, un persistente singhiozzo che ti tormentava. L'ostetrica, pensierosa, commentò: "Nascono quasi tutti così: sono i bambini del terremoto... ". Il terremoto del Friuli, quello del 6 maggio del settantasei, il giorno in cui il medico mi comunicò che sarei diventata madre per la terza volta. Ricordo tutto della tua  nascita: la paura, la gioia, il dolore. Tuo padre che dormiva sulla poltrona della mia camera, il giornale sportivo allargato sulle ginocchia, le parole infastidite del medico: "Vada a dormire fuori!" (Fu in quel momento che percepii la sua indifferenza, la fine del nostro rapporto?)
Sei nata bella, bellissima, il ritratto della bisnonna di cui porti il nome. Non è stato difficile crescerti... A te, e forse anche a me, il merito di aver infranto la catena dei rapporti difficili tra madre e figlia (poiché per generazioni abbiamo partorito solo figlie femmine). Affetto e rispetto tra noi, al di là degli inevitabili errori di ogni madre e delle scelte, non sempre condivise ma rispettate, di ogni figlia. Con te ho vissuto una maternità serena. La serenità non l'avevo mai conosciuta.
Sono passati in fretta questi anni, sono successe tante cose, abbiamo condiviso il dolce e l'amaro della vita... Tu sei cresciuta e io invecchiata. Tanto è cambiato intorno a noi, ci circonda un mondo difficile: tu hai ancora intatta la tua forza, io sto perdendo (ho già perso?) la mia.
Ricordi quel giorno all'ospedale? Non rammento l'ospedale, come le galere si assomigliano tutti e, ormai, sono frequenti i miei ricoveri e scarsa la mia memoria. Tu arrivasti, una ventata di vitalità e dolcezza, in quella stanza che sapeva di malattia e dolore. Via le scarpe! Ti allungasti sul letto accanto a me, la testa sulla mia spalla... Ti addormentasti tenendomi stretta. Entrarono un medico, un'infermiera... Io mi misi un dito sulla bocca.
Uscirono senza dire una parola.
In punta di piedi.
Tanti auguri, piccola.

Salsomaggiore, 15 dicembre 2013

sabato 16 novembre 2013

Help me


"Oh, che fortuna!, la trovo... "
Silenzio, più aggressivo di qualunque parola.
"Andiamo male".
"In che senso?"
 Mi verrebbe voglia di urlarle "In tutti i  sensi umanamente possibili", ma, educatamente, comincio a elencare: "Gli spasmi/crampi non sono diminuiti sospendendo il farmaco: come si chiama? Jou...?"
Storpio il nome, lei corregge, non suggerisce. A me, chissà perché, torna alla mente la maestra delle elementari. Mentre la mia mente cerca nei ricordi, lei sospira.
Torno a bomba.
"In compenso (forse sarebbe meglio "aggiunta" al posto di compenso, lei è così precisa!), sono debolissima, rigida e traballante... "
"Ha provato a prendere il farmaco miorilassante che le ho prescritto?"
"Sì".
"Le  serve?"
"Si!,  ma.... "
"Ma... "
"Ho la minima a 45"
"Minima cosa!?"
"Pressione , dottoressa, pressione... la minima!"
 Anche se mi sto irritando e "agitando" per cui, probabilmente, in questo momento, ho una pressione da ictus.
"Lei ha sempre questo problema; dovrebbe consultare il cardiologo... "
"Già fatto!"
Silenzio.
Attesa.
"Mi ha consigliato di consultare il neurologo: lei"
"Ah!"
Asciutta.
Il silenzio si protrae, mentre io, imbarazzata, ricorrendo alle frasi fatte (perché la testa mi si vuota, ma provate voi a essere brillanti con una pressione minima capace solo di  garantirvi la sopravvivenza) sbotto in un: "Perso per perso (?), tanto vale tornare alla vecchia terapia e posologia... "
"Si... Ora la lascio; mi stanno chiamando".
"Arrivederci, dottoressa, e... GRAZIE"
"Si figuri".

venerdì 15 novembre 2013

 Emil Cioran, "Invano l'Occidente cerca per sé una forma di agonia degna del proprio passato." 

mercoledì 13 novembre 2013

Dov'erano le madri? E i padri?

Le ragazzine sono innocenti: bambine in corpi di donne, bambine che avrebbero dovuto crescere, diventare adulte sotto l'ala protettrice delle madri.
Le madri, le maaaaadri! Dov'erano? Cos'erano? Tutto il perbenismo sociale si unisce compatto e punta l'indice sulle madri. La mistica dell'amore materno è dura a morire.
In una società dove tutto è cambiato o sta cambiando, le madri vengono chiamate  a fare argine a quel fiume impazzito che è l'odierna realtà del Paese. I politici rubano in massa, gli imprenditori, per un profitto più alto, delocalizzano le imprese e sbattono sul lastrico migliaia di lavoratori, la libertà sessuale è una conquista, la bellezza è un "talent" (come dice Freccero, un po' annoiato, durante una trasmissione televisiva) e quindi va sfruttata... Ma le madri no! Le madri, solide come le statue dell'Isola di Pasqua, sono lì, devono essere lì, immobili e immutabili, come l'amore che nutrono nei confronti dei cuccioli. A rassicurarci.
E invece dobbiamo aprire gli occhi e guardarle queste donne, persone che non hanno saputo/potuto  essere madri. E chiederci perché, e cercare di capire e smettere di caricare sulle loro spalle, incapaci di sostenere il peso di una maternità cosciente, anche il peso, ben più grande, del nostro bisogno di rassicurazione.
Queste madri sono lo "scarto" di un processo di crescita che è avvenuto, che era auspicabile avvenisse, ma che è stato tumultuoso, tortuoso, difficile, ha richiesto (e richiede, perché è ancora in corso) aggiustamenti, studio, analisi, confronto... Soprattutto su quel pianeta, ancora poco esplorato, che è il rapporto madre/figlia femmina.
Sono responsabili, eccome queste madri!, ma non sono le uniche responsabili di ciò che è avvenuto, e sta avvenendo, nelle famiglie, nella società.
Quando una società riduce le persone a scarti, numeri, esuberi, esodati (e via discorrendo) è comodo incolpare le madri, ma è stupido. Soprattutto è inutile, non risolve il/i problema/i.
Perché nessuno ha chiesto notizie dei padri? Queste ragazzine sono state partorite per partenogenesi o hanno un padre? Forse le madri erano divorziate, ma si divorzia dalle mogli non dai figli. Oppure non è così?
Chi è assente non può essere giudicato; a scuola (e nella società) si sospende il voto: si usa un acronimo, quel s.e.g. che sta per senza elementi di giudizio. Come se lo scrollarsi di dosso la responsabilità di fare i padri fosse un peccato veniale, solo un peccato veniale...
E quelli che pagavano le minorenni? Uomini, seri professionisti, padri a loro volta di ragazzine della stessa età? Qui il peccato si colora di reato, ma rimane la sensazione di sguazzare nella melma del dejà vu. Non lo ha fatto anche qualche personaggio di primo piano nel Paese, non a caso chiamato "papi"... ma "gli uomini si  sa.... "
Resta il fatto che a queste ragazzine è stata scippata l'innocenza. I colpevoli sono tanti, non tutti perseguibili per legge, ma le madri, senza dubbio colpevoli, lo sono un po' più di tutti gli "altri".
Tanto per cambiare!

domenica 10 novembre 2013

E ancora....


Colava gerani il terrazzo,
rossi come sangue,
e rondini
il cielo

Girasoli di luce
sbocciavano
nella notte.

Sfinita
mi addormentavo
sulla tua spalla.

La vita
era allora,
e ancora,
arcobaleno di colori.

Pensieri sparsi...

Fatta su, quasi rattrappita, osservo il mondo da questo fazzoletto di terra emiliana che le colline, quasi un brivido avesse increspato il terreno, movimentano dolcemente. Piove, è novembre; non piovesse l'aria sarebbe comunque impregnata di umidità sotto questo cielo grigio perla che le rondini hanno appena abbandonato. Non capisco o, forse, non voglio capire. Dentro, un terremoto ha cambiato la geografia dei luoghi: c'è ancora tutto, ma confuso, spaiato. Forse lo è sempre stato? Rifiuto l'aggressione dei ricordi, non mi fido. Nemmeno di loro. Si scelgono ad arte i ricordi: per falsare la storia: soprattutto la nostra. La fatica non la ricordo mai e quella solitudine, che ancora oggi mi ostino a chiamare libertà nonostante i suoi fantasmi, quei desideri insoddisfatti  e le speranze che avevano già allora il sapore amaro dell'illusione, è diventata da tempo una costante e, proprio per questo motivo, non pesa. Le donne conoscono l'ingiustizia più degli uomini perché, ancora lontane dall'eguaglianza, sono  immerse nel terreno paludoso della diversità che ancora significa inferiorità... spesso ai loro stessi occhi. Purtroppo.