I giocolieri lanciavano gli anelli e li riacciuffavano tra gli applausi del pubblico, mentre l'acrobata ruzzolava sul pavimento e si esibiva in piroette e volteggi. Il gran finale vedeva una piramide umana con i due giocolieri e l'acrobata appollaiati sulle spalle del Moro, mentre un cane ammaestrato percorreva in lungo e in largo la pedana, allestita per i musicisti e lo spettacolo, ritto sulle zampe posteriori. La festa si animava e dalla cantina salivano i servitori con le ceste colme di bottiglie, mentre gli ospiti si scatenavano in balli meno compassati e la sarabanda e la ciga prendevano il sopravvento. Il Veneziano, sotto lo sguardo vigile della madre di Maria, tentò un paio di volte di indurla a seguirlo sulla terrazza o nello studio, ma la ragazzina assunse immediatamente quell'atteggiamento che l'aveva colpito nella locanda: un distacco composto e fermo, addolcito da quel sorriso appena accennato. Poco dopo sua madre, dopo essersi complimentata per la riuscita della festa, si allontanava accettando soltanto di essere accompagnata dal Moro fino alla locanda, per evitare spiacevoli incontri nella notte.
Sigismondo, deluso, si guardò attorno: molti ospiti ciondolavano ubriachi, altri avevano iniziato a cantare stonati nel loro dialetto, avanzi di cibo macchiavano le tovaglie e molte candele si erano sciolte attenuando la luce nel salone, mentre i partecipanti alla festa cominciavano a andarsene, dopo averlo salutato sprofondandosi in tentativi scomposti di inchini. Si versò un bicchiere di vino e con la caraffa in mano si avvicinò alla porta che dava sul terrazzo.
La notte, scura e senza stelle, sapeva di mare. S'intravedevano le sagome dei velieri e le chiazze chiare delle vele, qualche oblò illuminato dalla luce di una candela rompeva l'oscurità e nel silenzio arrivava fino a lui il suono della risacca che il canto sguaiato di qualche ubriaco per un attimo sovrastava. Una donna gli si avvicinò: indossava un costume da odalisca cucito maldestramente. Ai piedi, zoccoli. Zoccoli! Belloccia e invitante esibiva una femminilità greve, priva di sfumature. Ridacchiava borbottando qualcosa. Sigismondo pensava al raffinato gioco seduttivo a cui era abituato, a quelle feste che si protraevano fino all'alba, alle danze aggraziate, al gioco dei ventagli che, come quello dei nei, invitava o negava, maliziosamente. La notte e la delusione di non avere nel suo letto Maria gli davano una sensazione profonda di malinconia e solitudine facendo affiorare il vuoto che la sua anima celava. A quel nulla che lo spaventava, si sottrasse chiudendo gli occhi e sprofondando tra le braccia di quella sconosciuta alla quale, senza chiedere nemmeno il nome, si aggrappò, trascinandola, un po' brillo, fino alla sua camera da letto.
Poco dopo, un baluginio fosco sul mare, annunciava la nascita di un nuovo giorno. (continua...)
martedì 23 giugno 2009
Leggere Lolita a Teheran
Anni fa, mi capitò tra le mani “Leggere Lolita a Teheran”, la storia di Azar Nafisi, insegnante universitaria iraniana e delle sue ragazze, un gruppo di studentesse che si riunivano nella casa di Azar, per leggere e discutere di letteratura occidentale. Sveglie, intelligenti e piene di curiosità cosa volevano sapere? Cosa si dicevano in quei pomeriggi tra una tazza di tè, un cioccolatino e un rombo di aerei nemici che sorvolava la città, scaricando bombe sulle loro case?
Volevano conoscere l’altra faccia della luna, quella che nel loro Paese veniva negata, messa all’indice. Volevano sapere per discuterne tra loro, liberamente. Volevano parlare di politica e diritti, sessualità e libertà. Sì, volevano parlare di tutto, senza censurare i pensieri e le parole che avrebbero usato per esprimerli. Volevano leggere gli scrittori occidentali e cominciarono da Nabokov, da quel libro “Lolita” considerato scandaloso, osceno.
Ricordo quella loro cresciuta intellettiva e umana, le confidenze che si facevano più spinte, i discorsi sulla sessualità, il bisogno di libertà che faceva capolino e cresceva mentre le vesti nere che indossavano diventavano, per alcune, mortificazione di una bellezza che non era più soltanto del corpo, ma anche della mente. La capacità critica emergeva prepotente, i processi logici si facevano stringenti, consequenziali mentre il desiderio di libertà diventava più forte di giorno in giorno. La loro insegnante, liberandone le menti, le sospingeva verso la libertà dei corpi, delle idee, delle parole. Sempre più difficile risultava paludarsi in neri abiti, nascondere i capelli, accettare la proibizione anche del canto, mentre cominciava a apparire assurdo non uscire con un uomo, non scegliersi un compagno, chinare la testa e continuare a essere sottomesse.
Vedendo morire quella giovane, bellissima ragazza, i jeans macchiati di sangue, le mani disperate del suo ragazzo a raccoglierne il capo, a cercare di frenare l’emorragia di sangue che se la sarebbe portata via in pochi minuti, ho pensato a quel libro.
Ho pensato a Azar e a quelle ragazze.
A tante oscure Azar.
A tante oscure ragazze.
Alla stupidità di chi pensa che il bisogno di libertà si possa soffocare, quando esplode.
A colpi di pistola.
Volevano conoscere l’altra faccia della luna, quella che nel loro Paese veniva negata, messa all’indice. Volevano sapere per discuterne tra loro, liberamente. Volevano parlare di politica e diritti, sessualità e libertà. Sì, volevano parlare di tutto, senza censurare i pensieri e le parole che avrebbero usato per esprimerli. Volevano leggere gli scrittori occidentali e cominciarono da Nabokov, da quel libro “Lolita” considerato scandaloso, osceno.
Ricordo quella loro cresciuta intellettiva e umana, le confidenze che si facevano più spinte, i discorsi sulla sessualità, il bisogno di libertà che faceva capolino e cresceva mentre le vesti nere che indossavano diventavano, per alcune, mortificazione di una bellezza che non era più soltanto del corpo, ma anche della mente. La capacità critica emergeva prepotente, i processi logici si facevano stringenti, consequenziali mentre il desiderio di libertà diventava più forte di giorno in giorno. La loro insegnante, liberandone le menti, le sospingeva verso la libertà dei corpi, delle idee, delle parole. Sempre più difficile risultava paludarsi in neri abiti, nascondere i capelli, accettare la proibizione anche del canto, mentre cominciava a apparire assurdo non uscire con un uomo, non scegliersi un compagno, chinare la testa e continuare a essere sottomesse.
Vedendo morire quella giovane, bellissima ragazza, i jeans macchiati di sangue, le mani disperate del suo ragazzo a raccoglierne il capo, a cercare di frenare l’emorragia di sangue che se la sarebbe portata via in pochi minuti, ho pensato a quel libro.
Ho pensato a Azar e a quelle ragazze.
A tante oscure Azar.
A tante oscure ragazze.
Alla stupidità di chi pensa che il bisogno di libertà si possa soffocare, quando esplode.
A colpi di pistola.
domenica 21 giugno 2009
I Dellapicca (Il Ballo)
Il padrone di casa si fece largo tra gli ospiti che, rispettosi, si scostavano facendogli ala. Un cenno d’intesa con i musicisti e le note della musica si levarono alte a dominare il chiacchiericcio: il salone per un istante sembrò immobilizzarsi, mentre Maria si voltava e Sigismondo, già alle sue spalle, s’inchinava, gli occhi che cercavano una verifica finale di cui il suo istinto maschile non avrebbe avuto bisogno. Le offrì il braccio mentre qualcuno si affiancava: poi, alla luce delle candele, prese il via la danza. Maria era un po’ impacciata ma il Veneziano, a suo perfetto agio, la conduceva con le movenze aggraziate e quasi leziose che quel ballo richiedeva.
La madre di Maria, impacciata ma orgogliosa, mangiava fritòle con il mignolo alzato, sproloquiando con alcuni ospiti che si complimentavano per il costume, ma soprattutto per la bellezza, della figlia mentre, le guance flosce vistosamente arrossate e le mani rovinate dal lavoro in agitazione, si godeva quel momento di gloria che riscattava tutta la sua miserabile vita, ancora incredula per l’invito ricevuto e per l’evidente interesse del Veneziano per la figlia. Di nascosto dal marito, aveva dato in pegno la catenina del battesimo, la fede nuziale e gli orecchini regalati a Maria per la Cresima, ottenendone in cambio una piccola somma che le aveva permesso di far confezionare l’abito della figlia dalla stessa cucitrice che aveva preparato i due abiti più belli della festa. Non aveva badato a spese nella speranza di accalappiare quello che le era sembrato un ottimo partito per la figlia.
“ Siete bellissima questa sera e, se permettete, qui nessuno è in grado di valutare il vostro travestimento meglio di me” e, lasciandole scivolare addosso uno sguardo ammirato, Sigismondo concluse dicendo ” Se vi avessi incontrata a Venezia, vi avrei seguita proponendomi come vostro cavaliere e non avrei avuto occhi che per voi”.
" Perché nessuno meglio di voi..?"
" Perché a Venezia il Carnevaleè un modo di essere, di vivere, è uno sprazzo di follia che il Senato della Repubblica tutela, è rimescolamento di carte nel gioco della vita che concede di essere sotto la maschera ciò che non si è."
Maria lo ascoltava attenta, affascinata.
" Ho visto costumi degni di una regina trasformare per una notte una popolana in una nobile e viceversa" concluse Sigismondo.
Maria arrossì e non rispose, mentre l'uomo, che nella danza incrociava, le chiedeva:
“ Perché la luna? E’ stata una vostra idea?”
“ Perché amo la notte …
“ E il mistero?” lui le chiese, interrompendola.
“ Potreste essere una veneziana “ aggiunse mentre lei gli si avvicinava sfiorandolo per un istante.
“ Perché non una triestina?”
“ La vostra città è una pietra preziosa di valore, ma grezza..”
“ E Venezia com’è?” lei chiese, curiosa
“ Come voi: unica e inimitabile. “
Domande e risposte s'incrociavano tra loro come dame e cavalieri nella quadriglia...
In quel momento la musica cessò e il Moro si fece largo tra la gente seguito da due giocolieri e un acrobata, i campanelli del berretto che tintinnavano, mentre saliva sul palco e dava inizio allo spettacolo. (continua…)
La madre di Maria, impacciata ma orgogliosa, mangiava fritòle con il mignolo alzato, sproloquiando con alcuni ospiti che si complimentavano per il costume, ma soprattutto per la bellezza, della figlia mentre, le guance flosce vistosamente arrossate e le mani rovinate dal lavoro in agitazione, si godeva quel momento di gloria che riscattava tutta la sua miserabile vita, ancora incredula per l’invito ricevuto e per l’evidente interesse del Veneziano per la figlia. Di nascosto dal marito, aveva dato in pegno la catenina del battesimo, la fede nuziale e gli orecchini regalati a Maria per la Cresima, ottenendone in cambio una piccola somma che le aveva permesso di far confezionare l’abito della figlia dalla stessa cucitrice che aveva preparato i due abiti più belli della festa. Non aveva badato a spese nella speranza di accalappiare quello che le era sembrato un ottimo partito per la figlia.
“ Siete bellissima questa sera e, se permettete, qui nessuno è in grado di valutare il vostro travestimento meglio di me” e, lasciandole scivolare addosso uno sguardo ammirato, Sigismondo concluse dicendo ” Se vi avessi incontrata a Venezia, vi avrei seguita proponendomi come vostro cavaliere e non avrei avuto occhi che per voi”.
" Perché nessuno meglio di voi..?"
" Perché a Venezia il Carnevaleè un modo di essere, di vivere, è uno sprazzo di follia che il Senato della Repubblica tutela, è rimescolamento di carte nel gioco della vita che concede di essere sotto la maschera ciò che non si è."
Maria lo ascoltava attenta, affascinata.
" Ho visto costumi degni di una regina trasformare per una notte una popolana in una nobile e viceversa" concluse Sigismondo.
Maria arrossì e non rispose, mentre l'uomo, che nella danza incrociava, le chiedeva:
“ Perché la luna? E’ stata una vostra idea?”
“ Perché amo la notte …
“ E il mistero?” lui le chiese, interrompendola.
“ Potreste essere una veneziana “ aggiunse mentre lei gli si avvicinava sfiorandolo per un istante.
“ Perché non una triestina?”
“ La vostra città è una pietra preziosa di valore, ma grezza..”
“ E Venezia com’è?” lei chiese, curiosa
“ Come voi: unica e inimitabile. “
Domande e risposte s'incrociavano tra loro come dame e cavalieri nella quadriglia...
In quel momento la musica cessò e il Moro si fece largo tra la gente seguito da due giocolieri e un acrobata, i campanelli del berretto che tintinnavano, mentre saliva sul palco e dava inizio allo spettacolo. (continua…)
I Dellapicca
Nella casa di Sigismondo, il salone riluceva alla luce delle candele mentre il Moro, addobbato da giocoliere con un costume rosso fuoco e un cappello a sonagli, una torcia ben salda nella mano sinistra, accoglieva le carrozze che, una dopo l'altra, si fermavano davanti all'ingresso.
La via, nella sera che incupiva, si animava di colori, sete sgargianti, piume, broccati, velluti e voci, frusci e ticchettio di tacchi che salivano i gradini che portavano all'ingresso. I cocchieri schioccavano ordini sonori ai cavalli, tagliava l'aria qualche colpo di frusta, mentre si aprivano gli sportelli delle carrozze da cui sbocciavano, ampie e morbide come fiori sfatti, gonne femminili.
Il padrone di casa, nella sua stanza, si rimirava nello specchio. Si era fatto confezionare un abito da paggio, con le brache corte a sbuffo di velluto viola e azzurro, le calze, in lana color verde muschio, che sottolineavano le gambe dritte e muscolose e una giacchetta con le maniche che esplodevano a palloncino , intonata alle calze e alle brache. In testa, una parrucca a caschetto, la frangia che sfiorava gli occhi scuri, dandogli un'aria da ragazzo.
Raddrizzate le spalle, Sigismondo gonfiò il petto e sorrise, compiaciuto, all'immagine di sé che lo specchio gli rimandava, prima di scendere a controllare che tutto fosse pronto. Per un istante ebbe quasi la sensazione di essere tornato a Venezia, nel palazzo sul Canal Grande, ma subito si rese conto che la scenografia che lo circondava era nettamente inferiore, quasi una replica in tono minore, se non una caricatura, di ciò a cui era abituato. Nel salone, che si andava riempiendo di gente e di colori, risuonava un'altra parlata e molte maschere erano soltanto un'accozzaglia di indumenti diversi dai quali sarebbe stato impossibile risalire a personaggi definiti. I pochi nobili, che vivevano in città, avevano declinato l'invito e la folla, che andava animando il salone, ruotava intorno o era parte del mondo che lui e il Moro frequentavano...Ma era, comunque, un suo piccolo trionfo personale quello che in quella sera si consumava e, inoltre, il suo pensiero andava alla figlia del locandiere, a quella giovane donna di nome Maria, che era deciso a avere, e che aveva invano cercato di dimenticare tra le braccia di alcune fra le donne, che gli erano appena sfilate di fronte, ammiccando maliziose e misurandosi in inchini un po' maldestri.
Ma dov'era Maria? Pensò per ben due volte di averla identificata, ma mentre la delusione gli cancellava il sorriso dal volto, nei suoi occhi lo sguardo tornava a posarsi con insistenza sulla porta nel cui vano si inquadravano ancora le ultime maschere in arrivo.
E se non fosse venuta? Nell'ingresso la pendola batteva cupa e sorda le ore e il cicaleccio aumentava. Intorno a una delle donne appena entrate si accalcavano uomini, resi arditi dal mascheramento. La risata della donna lo disturbava: aveva un timbro alto e sciocco. Notò che indossava un vestito da pavone. Animale bello ma stupido - pensò, mentre l'interesse per la festa scemava in lui e la delusione gli si disegnava sulla bocca che la maschera non copriva.
Lanciò un ultimo sguardo all'ingresso, prima di chiedere a un servitore di sprangare il portone, quando nel vano della porta apparve una figura femminile che rimase un attimo ferma, quasi incerta tra l'entrare e il voltare le spalle e uscire.
Era una maschera che alludeva alla luna: vestita d'argento dalla testa ai piedi, capelli di un biondo quasi bianco, intrecciati a stelle che brillavano a ogni movimento del capo, avanzava con la grazia di una damina veneziana da carillon. Avvolta in un mantello di seta che le scendeva dalle spalle, camminava, lasciando intravedere un abito di pizzo color ghiaccio
e scarpine di seta chiara, ricamate a stelle d'argento.
La maschera incorniciava soltanto gli occhi, svelando nel sorriso enigmatico il suo inconfondibile fascino.
Sigismondo, come un viaggiatore sperso in una notte buia, la seguì, mentre intorno il cicaleccio si spegneva e Maria avanzava splendente e intrigante come una luna d'agosto.
La via, nella sera che incupiva, si animava di colori, sete sgargianti, piume, broccati, velluti e voci, frusci e ticchettio di tacchi che salivano i gradini che portavano all'ingresso. I cocchieri schioccavano ordini sonori ai cavalli, tagliava l'aria qualche colpo di frusta, mentre si aprivano gli sportelli delle carrozze da cui sbocciavano, ampie e morbide come fiori sfatti, gonne femminili.
Il padrone di casa, nella sua stanza, si rimirava nello specchio. Si era fatto confezionare un abito da paggio, con le brache corte a sbuffo di velluto viola e azzurro, le calze, in lana color verde muschio, che sottolineavano le gambe dritte e muscolose e una giacchetta con le maniche che esplodevano a palloncino , intonata alle calze e alle brache. In testa, una parrucca a caschetto, la frangia che sfiorava gli occhi scuri, dandogli un'aria da ragazzo.
Raddrizzate le spalle, Sigismondo gonfiò il petto e sorrise, compiaciuto, all'immagine di sé che lo specchio gli rimandava, prima di scendere a controllare che tutto fosse pronto. Per un istante ebbe quasi la sensazione di essere tornato a Venezia, nel palazzo sul Canal Grande, ma subito si rese conto che la scenografia che lo circondava era nettamente inferiore, quasi una replica in tono minore, se non una caricatura, di ciò a cui era abituato. Nel salone, che si andava riempiendo di gente e di colori, risuonava un'altra parlata e molte maschere erano soltanto un'accozzaglia di indumenti diversi dai quali sarebbe stato impossibile risalire a personaggi definiti. I pochi nobili, che vivevano in città, avevano declinato l'invito e la folla, che andava animando il salone, ruotava intorno o era parte del mondo che lui e il Moro frequentavano...Ma era, comunque, un suo piccolo trionfo personale quello che in quella sera si consumava e, inoltre, il suo pensiero andava alla figlia del locandiere, a quella giovane donna di nome Maria, che era deciso a avere, e che aveva invano cercato di dimenticare tra le braccia di alcune fra le donne, che gli erano appena sfilate di fronte, ammiccando maliziose e misurandosi in inchini un po' maldestri.
Ma dov'era Maria? Pensò per ben due volte di averla identificata, ma mentre la delusione gli cancellava il sorriso dal volto, nei suoi occhi lo sguardo tornava a posarsi con insistenza sulla porta nel cui vano si inquadravano ancora le ultime maschere in arrivo.
E se non fosse venuta? Nell'ingresso la pendola batteva cupa e sorda le ore e il cicaleccio aumentava. Intorno a una delle donne appena entrate si accalcavano uomini, resi arditi dal mascheramento. La risata della donna lo disturbava: aveva un timbro alto e sciocco. Notò che indossava un vestito da pavone. Animale bello ma stupido - pensò, mentre l'interesse per la festa scemava in lui e la delusione gli si disegnava sulla bocca che la maschera non copriva.
Lanciò un ultimo sguardo all'ingresso, prima di chiedere a un servitore di sprangare il portone, quando nel vano della porta apparve una figura femminile che rimase un attimo ferma, quasi incerta tra l'entrare e il voltare le spalle e uscire.
Era una maschera che alludeva alla luna: vestita d'argento dalla testa ai piedi, capelli di un biondo quasi bianco, intrecciati a stelle che brillavano a ogni movimento del capo, avanzava con la grazia di una damina veneziana da carillon. Avvolta in un mantello di seta che le scendeva dalle spalle, camminava, lasciando intravedere un abito di pizzo color ghiaccio
e scarpine di seta chiara, ricamate a stelle d'argento.
La maschera incorniciava soltanto gli occhi, svelando nel sorriso enigmatico il suo inconfondibile fascino.
Sigismondo, come un viaggiatore sperso in una notte buia, la seguì, mentre intorno il cicaleccio si spegneva e Maria avanzava splendente e intrigante come una luna d'agosto.
venerdì 19 giugno 2009
I Dellapicca
Calava il sole sul mare in quella sera d’estate e Sigismondo e il Moro bevevano uno alla salute dell’altro, soddisfatti dalla piega che stavano prendendo i loro affari. Il Moro si era rivelato un ottimo capitano, conoscitore di tempeste e di uomini, coraggioso senza essere temerario, freddo nel prendere le decisioni ma, allo stesso tempo, capace di calarsi, quasi la riconoscesse, nella sofferenza o nell’angoscia dei suoi uomini. Uomini strani i marinai: poco amanti delle regole, incuranti della sicurezza, e capaci, in certe sere di bonaccia, d’intravedere tra acqua e cielo, dietro una coltre di nebbia, vele vuote di vento e di voci. Il Moro, per far credere ai suoi uomini di essere sotto l’effetto dell’alcol, li metteva di guardia in compagnia di una fiasca di rum, perché lui, che aveva passato la vita in mare, più di una volta aveva avvistato spettrali velieri, carichi di cadaveri, navigare veloci come se gli equipaggi fossero ai remi. In quelle sere di bonaccia, in cui gli uomini cantavano canzoni d’amore, sottolineate dal suono del clarino che illanguidiva i ricordi tingendoli di rimpianto, il Moro si chiudeva nella propria stanza, i pugni contratti, gli occhi, fissi sulla parete, che s’incupivano…
Sigismondo alzò il boccale, piacevolmente stordito dall’alcool e voltandosi verso il locandiere borbottò: “Brindo alla vostra bellissima figlia e al fortunato che se la sposerà”. L’oste ridacchiò alzando il bicchiere che l’altro gli aveva riempito. Il Moro taceva concentrato sulla tenda che si era scostata lasciando intravedere qualcuno che spiava. Maria occhieggiava, lasciando scorrere lo sguardo su Sigismondo che, alto e sprezzante, alzava il bicchiere continuando a fissare la tenda dietro la quale lei si riparava. Perché quell’uomo, nonostante quello che era successo, continuava a frequentare il locale? Cosa voleva? Si vociferava che lui e il Moro fossero molto abili nel trattare gli affari e che si stessero arricchendo. Il Veneziano, come veniva ormai da tutti chiamato, stava ampliando e arredando la casa in cui viveva. In giro, si diceva che avesse ricavato un salone, rilucente di specchi e ori,dal vecchio magazzino e che avrebbe dato una festa, cogliendo a pretesto il Carnevale, con l’obbligo di presentarsi in maschera e su invito. Sigismondo, al bancone, poco dopo salutando l’oste gli allungò un invito. “ Sarei onorato di avere nella mia casa, che inaugurerò a Carnevale la vostra splendida figli e …sua madre, naturalmente” mormorò, prima di uscire, un po’ malfermo sulle gambe, dal locale, seguito dal servo, la veste di seta nera che frusciava a ogni passo e lo spadino che s’intravedeva quando nel passo, come ali di rondine in volo, la veste si apriva, scostandosi dal corpo.
(continua…)
Sigismondo alzò il boccale, piacevolmente stordito dall’alcool e voltandosi verso il locandiere borbottò: “Brindo alla vostra bellissima figlia e al fortunato che se la sposerà”. L’oste ridacchiò alzando il bicchiere che l’altro gli aveva riempito. Il Moro taceva concentrato sulla tenda che si era scostata lasciando intravedere qualcuno che spiava. Maria occhieggiava, lasciando scorrere lo sguardo su Sigismondo che, alto e sprezzante, alzava il bicchiere continuando a fissare la tenda dietro la quale lei si riparava. Perché quell’uomo, nonostante quello che era successo, continuava a frequentare il locale? Cosa voleva? Si vociferava che lui e il Moro fossero molto abili nel trattare gli affari e che si stessero arricchendo. Il Veneziano, come veniva ormai da tutti chiamato, stava ampliando e arredando la casa in cui viveva. In giro, si diceva che avesse ricavato un salone, rilucente di specchi e ori,dal vecchio magazzino e che avrebbe dato una festa, cogliendo a pretesto il Carnevale, con l’obbligo di presentarsi in maschera e su invito. Sigismondo, al bancone, poco dopo salutando l’oste gli allungò un invito. “ Sarei onorato di avere nella mia casa, che inaugurerò a Carnevale la vostra splendida figli e …sua madre, naturalmente” mormorò, prima di uscire, un po’ malfermo sulle gambe, dal locale, seguito dal servo, la veste di seta nera che frusciava a ogni passo e lo spadino che s’intravedeva quando nel passo, come ali di rondine in volo, la veste si apriva, scostandosi dal corpo.
(continua…)
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