Il compagno era un sognatore, un tenace, inguaribile sognatore. Il compagno era uno che credeva che il futuro avrebbe portato un mondo migliore. Per tutti. Era corretto, rigoroso, un po' spaccaballe, certo un po' serioso. Aveva un forte senso d'appartenenza il compagno.
Era onesto, sì, anche se può far ridere in un mondo come questo, lui era onesto e, quindi, un po' démodé, come il suo pugno alzato e l'Internazionale che a sentirla gli veniva sempre il groppo in gola.
Quando il compagno era una compagna, i suoi sogni si facevano ancora più audaci, quasi deliranti...
Dove siete finiti, tenaci, inguaribili sognatori convinti che il futuro avrebbe portato un mondo migliore? Voi così corretti, rigorosi, anche un po' sentimentali - che l'Internazionale l'ascoltavate in piedi, come a messa, levandovi il cappello - dove siete finiti? Cosa vi ha fatto smettere di sognare, a chi avete creduto, voi, così puntigliosi e attenti, di chi vi siete incautamente fidati? Vi facevate riconoscere subito, forse perchè in un mondo come questo eravate mosche bianche: mai al passo con i tempi che i padroni, per voi, sempre padroni erano, e bisognava diffidarne, e le donne controllarle perché il prete non le facesse votare male.
Certo eravate seriosi e anche un po' spaccaballe ma...mi mancate, compagni!
martedì 11 agosto 2009
Amarcord
In uno dei miei post rispolveravo ricordi d’infanzia e nel farlo, mi colpiva quell’immagine di ragazzina che non leggeva i quotidiani, che si annoiava assistendo a Tribuna Politica.
Era considerata “roba da uomini”, come il calcio, fare a pugni, o smadonnare. Le studentesse leggevano “Grazia”, le sartine e le commesse fotoromanzi.
Come viveva negli anni Sessanta una ragazza di estrazione piccolo borghese, in una cittadina di provincia?
Beh, devo dire che ciò che mi rendeva particolarmente diversa era la presenza di quel padre, così ingombrante in tutti i sensi. Troppo diverso dagli altri padri e incredibilmente severo, non disposto a concedere, a me e mia sorella, la minima libertà a meno che le nostre richieste non avessero alla base una valenza culturale.
Andare a un festino - si facevano in casa con quattro aranciate, qualche panino e il giradischi - era un’impresa epica. Valenza culturale: inesistente. Permesso di andarci: negato.
I maschi uscivano, le femmine, blindate.
Capii in quegli anni quanto il modo di vivere la sessualità, che mi sembrava eguale, fosse diverso.
Poi l’università: laurea in economia e commercio, matrimonio e nascita del primo figlio.
Ai colloqui di lavoro, storcevano il naso sentendo che avevo un bambino. La mia famiglia era lontana, mio marito lavorava all’estero. Cercai un lavoro che mi consentisse di conciliare …l’inconciliabile: maternità e lavoro. Avrei scoperto, anni dopo, che le poche donne che si erano laureate con me avevano “scelto” in massa l’insegnamento.
La maternità aveva istituzionalizzato la diversità: la disparità era aumentata a dismisura. Nato da un uomo e una donna, mio figlio fu allevato da un genitore soltanto: è facile immaginare quale. Battagliai per il secondo, chiedendo aiuto e collaborazione. Con il terzo figlio subentrò la rassegnazione.
Mi sentivo tradita …e non era soltanto una sensazione.
Il marito aveva fatto carriera, lui; era sempre in giro per il mondo, lui, mentre io percorrevo in lungo e in largo il perimetro della mia casa prigione. Una sera, complici la stanchezza di troppe notti perse e la luce tenue del comodino, nello specchio mi sembrò di vedere mia madre. Il cerchio si chiudeva intorno a me: ero di nuovo prigioniera. I tradimenti divennero spudorati, appena venati d’imbarazzo.
Io tacevo e pativo.
Mio marito mi guardò sorpreso, vagamente seccato, quando gli comunicai la mia decisione di andarmene. Pensava che con tre bambini piccoli non ce l’avrei fatta.
Si sbagliava.
La dura scuola alla quale ero cresciuta mi salvò. Ma ce la feci perché, vissuta in un ambiente politicizzato, avevo coscienza dei miei diritti, ero economicamente autonoma perché lavoravo, la laurea mi aveva dato una preparazione che mi permise, quando il mio ex marito non pagò più gli alimenti, di investire in borsa, uscendone prima del disastro.
Fu durissimo e senza la protezione familiare (mio padre era morto, mia madre non aveva approvato la mia scelta di separarmi, indicandomi la via della sopportazione e/o rassegnazione) mi resi conto di quanto fosse difficile vivere la condizione femminile, senza un uomo accanto e con tre figli piccoli. La ventata di libertà del ’68 , la speranza di poter avere “tutto e subito” non era più nemmeno un borin…
Le donne della mia generazione, avendo conquistato il diritto di divorziare, abortire, vivere la propria sessualità, hanno avuto una facoltà di scelta che le madri non ebbero, ma il filo rosso della continuità tra le generazioni, impostato sull’accettazione, la rinuncia, il sacrificio femminile connessi alla dipendenza, anche e soprattutto economica, si era spezzato. Avevamo scelto di non identificarci in modelli femminili che consideravamo perdenti e per molte la lacerazione dalle madri che si sentirono spesso tradite, fu pesante. Il buon senso, la saggezza femminili, noi che avevamo vissuto il ’68, li avevamo gettati a mare, crescendo le figlie in modo nuovo, diverso, muovendoci su un terreno sconosciuto. La complicità, che si espresse nella sorellanza, fece emergere l’invidia femminile, i piccoli ambigui giochi di potere di chi non avendone, era stato abituato a tramare nell'ombra. Questi figlie senza padre, con madri impegnate nel lavoro, hanno avuto, diventate adulte, non pochi problemi. Nonne e madri contrapposte e spesso in aperto conflitto provocarono perdita di radici comuni e, quindi, di sicurezza, difficoltà a identificarsi, acquisendo una individualità autonoma. Il tutto in un tourbillon di nuovi compagni e compagne dei genitori che, allargando le famiglie soltanto in senso quantitativo, toglievano loro spessore. Il femminismo ci aveva dato molto, ma ci aveva lasciate anche con le ossa rotte, frantumate in pezzi che non si sarebbero mai fusi del tutto.
C’è una specificità femminile che ci rende diverse, profondamente, dagli uomini e questo primo limite del movimento femminista, che ci voleva trasformate in maschietti secondo un ingenuo concetto di parità, io ( come molte altre donne) l’ho vissuto sulla mia pelle e dolorosamente.
Il nocciolo duro della diversità è la maternità, che ha ben poco a che fare con la paternità. C’è una sessualità che ha una valenza emotiva diversa più esigente e coinvolgente. Noi siamo madri anche se non abbiamo figli, siamo intessute di maternità, così come i maschi pensano e agiscono in funzione sempre della sessualità. Al di là del mondo maschile, logico e razionale, non c’è il vuoto, c’è un’altra cultura, legata alla natura, al corpo, a tempi biologici stringenti che ritmano un altro mondo, quello femminile che non è inferiore, è soltanto diverso.
Ma il potere, quello economico/finanziario, è nelle mani dei maschi. Saldamente. E qui la diversità diventa inferiorità. E, a questo punto, nella attuale realtà economico/sociale di grande crisi, questa inferiorità alza un muro davanti alle donne, che sono le prime a perdere il posto di lavoro e le ultime a trovarne uno nuovo.
La tregua che sarebbe potuta nascere, capendo finalmente che la diversità non va combattuta, ma accettata e valorizzata, che non deve far paura, ma incuriosire, che non è scarsità, ma ricchezza, si è rotta nuovamente tra maschi e femmine. Questo è un altro pesante problema che possiamo addebitare alla crisi e non è un problema da poco, perché rimanda quel confronto lucido, serrato tra uomini e donne a data da destinarsi, contribuendo a incancrenire i problemi esistenti.
Era considerata “roba da uomini”, come il calcio, fare a pugni, o smadonnare. Le studentesse leggevano “Grazia”, le sartine e le commesse fotoromanzi.
Come viveva negli anni Sessanta una ragazza di estrazione piccolo borghese, in una cittadina di provincia?
Beh, devo dire che ciò che mi rendeva particolarmente diversa era la presenza di quel padre, così ingombrante in tutti i sensi. Troppo diverso dagli altri padri e incredibilmente severo, non disposto a concedere, a me e mia sorella, la minima libertà a meno che le nostre richieste non avessero alla base una valenza culturale.
Andare a un festino - si facevano in casa con quattro aranciate, qualche panino e il giradischi - era un’impresa epica. Valenza culturale: inesistente. Permesso di andarci: negato.
I maschi uscivano, le femmine, blindate.
Capii in quegli anni quanto il modo di vivere la sessualità, che mi sembrava eguale, fosse diverso.
Poi l’università: laurea in economia e commercio, matrimonio e nascita del primo figlio.
Ai colloqui di lavoro, storcevano il naso sentendo che avevo un bambino. La mia famiglia era lontana, mio marito lavorava all’estero. Cercai un lavoro che mi consentisse di conciliare …l’inconciliabile: maternità e lavoro. Avrei scoperto, anni dopo, che le poche donne che si erano laureate con me avevano “scelto” in massa l’insegnamento.
La maternità aveva istituzionalizzato la diversità: la disparità era aumentata a dismisura. Nato da un uomo e una donna, mio figlio fu allevato da un genitore soltanto: è facile immaginare quale. Battagliai per il secondo, chiedendo aiuto e collaborazione. Con il terzo figlio subentrò la rassegnazione.
Mi sentivo tradita …e non era soltanto una sensazione.
Il marito aveva fatto carriera, lui; era sempre in giro per il mondo, lui, mentre io percorrevo in lungo e in largo il perimetro della mia casa prigione. Una sera, complici la stanchezza di troppe notti perse e la luce tenue del comodino, nello specchio mi sembrò di vedere mia madre. Il cerchio si chiudeva intorno a me: ero di nuovo prigioniera. I tradimenti divennero spudorati, appena venati d’imbarazzo.
Io tacevo e pativo.
Mio marito mi guardò sorpreso, vagamente seccato, quando gli comunicai la mia decisione di andarmene. Pensava che con tre bambini piccoli non ce l’avrei fatta.
Si sbagliava.
La dura scuola alla quale ero cresciuta mi salvò. Ma ce la feci perché, vissuta in un ambiente politicizzato, avevo coscienza dei miei diritti, ero economicamente autonoma perché lavoravo, la laurea mi aveva dato una preparazione che mi permise, quando il mio ex marito non pagò più gli alimenti, di investire in borsa, uscendone prima del disastro.
Fu durissimo e senza la protezione familiare (mio padre era morto, mia madre non aveva approvato la mia scelta di separarmi, indicandomi la via della sopportazione e/o rassegnazione) mi resi conto di quanto fosse difficile vivere la condizione femminile, senza un uomo accanto e con tre figli piccoli. La ventata di libertà del ’68 , la speranza di poter avere “tutto e subito” non era più nemmeno un borin…
Le donne della mia generazione, avendo conquistato il diritto di divorziare, abortire, vivere la propria sessualità, hanno avuto una facoltà di scelta che le madri non ebbero, ma il filo rosso della continuità tra le generazioni, impostato sull’accettazione, la rinuncia, il sacrificio femminile connessi alla dipendenza, anche e soprattutto economica, si era spezzato. Avevamo scelto di non identificarci in modelli femminili che consideravamo perdenti e per molte la lacerazione dalle madri che si sentirono spesso tradite, fu pesante. Il buon senso, la saggezza femminili, noi che avevamo vissuto il ’68, li avevamo gettati a mare, crescendo le figlie in modo nuovo, diverso, muovendoci su un terreno sconosciuto. La complicità, che si espresse nella sorellanza, fece emergere l’invidia femminile, i piccoli ambigui giochi di potere di chi non avendone, era stato abituato a tramare nell'ombra. Questi figlie senza padre, con madri impegnate nel lavoro, hanno avuto, diventate adulte, non pochi problemi. Nonne e madri contrapposte e spesso in aperto conflitto provocarono perdita di radici comuni e, quindi, di sicurezza, difficoltà a identificarsi, acquisendo una individualità autonoma. Il tutto in un tourbillon di nuovi compagni e compagne dei genitori che, allargando le famiglie soltanto in senso quantitativo, toglievano loro spessore. Il femminismo ci aveva dato molto, ma ci aveva lasciate anche con le ossa rotte, frantumate in pezzi che non si sarebbero mai fusi del tutto.
C’è una specificità femminile che ci rende diverse, profondamente, dagli uomini e questo primo limite del movimento femminista, che ci voleva trasformate in maschietti secondo un ingenuo concetto di parità, io ( come molte altre donne) l’ho vissuto sulla mia pelle e dolorosamente.
Il nocciolo duro della diversità è la maternità, che ha ben poco a che fare con la paternità. C’è una sessualità che ha una valenza emotiva diversa più esigente e coinvolgente. Noi siamo madri anche se non abbiamo figli, siamo intessute di maternità, così come i maschi pensano e agiscono in funzione sempre della sessualità. Al di là del mondo maschile, logico e razionale, non c’è il vuoto, c’è un’altra cultura, legata alla natura, al corpo, a tempi biologici stringenti che ritmano un altro mondo, quello femminile che non è inferiore, è soltanto diverso.
Ma il potere, quello economico/finanziario, è nelle mani dei maschi. Saldamente. E qui la diversità diventa inferiorità. E, a questo punto, nella attuale realtà economico/sociale di grande crisi, questa inferiorità alza un muro davanti alle donne, che sono le prime a perdere il posto di lavoro e le ultime a trovarne uno nuovo.
La tregua che sarebbe potuta nascere, capendo finalmente che la diversità non va combattuta, ma accettata e valorizzata, che non deve far paura, ma incuriosire, che non è scarsità, ma ricchezza, si è rotta nuovamente tra maschi e femmine. Questo è un altro pesante problema che possiamo addebitare alla crisi e non è un problema da poco, perché rimanda quel confronto lucido, serrato tra uomini e donne a data da destinarsi, contribuendo a incancrenire i problemi esistenti.
lunedì 10 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Quando riapriva gli occhi le facevano ingoiare cucchiaiate di uno sciroppo amaro come il fiele. Andò avanti così per giorni, squassata dalla febbre, fino a quando, una mattina, Maria si sollevò, rizzandosi a sedere sul letto, e lasciando scorrere lo sguardo intorno a sé. Stranita. Quanti giorni erano passati vagando in quegli incubi che l'avevano collocata al di fuori del tempo e dello spazio? Ma ora guardandosi attorno riconosceva i luoghi, ritrovando i suoi punti di riferimento, gli oggetti che sancivano le sue abitudini, il volto della figlia, il brusio che saliva dal vicolo, i raggi del sole che s'insinuavano prepotenti nella stanza.
Era viva e aveva fame.
Teresina le cinguettava intorno descrivendole la disperazione di Sigismondo, le visite continue dello speziale che, tetro, aveva formulato le ipotesi peggiori tra cui anche la perdita del senno o della memoria...E, invece, ricordava tutto, anche quei terribili momenti, quando disperata si era gettata in mare. Maria non rispondeva: pensava. Ma davvero aveva deciso di uccidersi e la sua mente sconvolta le aveva fatto balenare davanti agli occhi il Moro, in tutta la sua prestanza, seminudo e bellissimo, per indurla a gettarsi tra le onde? O più semplicememte, e la sua natura pratica e spiccia la induceva a ritenerla l'ipotesi più valida, intonita dal sole, sfiancata dalla fatica della strada percorsa in fretta, digiuna, lo stomaco e la mente sottosopra per quella maternità che le piombava addosso in un momento già molto difficile, aveva avuto un mancamento credendo di vedere il Moro, soltanto perchè era a lui che pensava quando aveva perduto conoscenza?
Era stata al suo capezzale ad assisterla anche la madre che, dall'espressione cupa e dalle occhiate oblique che ora, muta e arcigna, le indirizzava, doveva aver saputo qualcosa o dalla servetta o da qualche sua frase mormorata nel delirio. Non gliene importava molto, si era salvata, stava bene e avrebbe fatto tesoro del suo tempo a venire. Aveva guardato in faccia la morte, forse per qualche secondo l'aveva seguita nel suo mondo di gelo e di nebbia, ma era riuscita a sfuggirle, lasciandole tra le dita soltanto quell'accenno di vita che si era portata in grembo. Ripensò a quel bambino che non aveva voluto, che aveva accolto come si accoglie un intruso, pensando soltanto a scacciarlo, e un dolore, che assumeva il sapore aspro del rimorso, le alterò lo sguardo. Sapeva, come ogni donna sa, anche se giovanissima o sventata, che quel bambino non voluto sarebbe rimasto nel suo cervello, carne della sua carne sarebbe riemerso a tradimento nei sogni, avrebbe alimentato gli incubi e se lo sarebbe portato dietro fino alla tomba, cercandolo e trovandolo in ogni sguardo o balbettio di bambino, perché ogni donna è madre nell'anima e nel cervello prima che nel corpo, e la maternità, struttura portante della sua identità - accolta, negata o anche soltanto fantasticata - ne costituisce l'essenza.
Era viva e aveva fame.
Teresina le cinguettava intorno descrivendole la disperazione di Sigismondo, le visite continue dello speziale che, tetro, aveva formulato le ipotesi peggiori tra cui anche la perdita del senno o della memoria...E, invece, ricordava tutto, anche quei terribili momenti, quando disperata si era gettata in mare. Maria non rispondeva: pensava. Ma davvero aveva deciso di uccidersi e la sua mente sconvolta le aveva fatto balenare davanti agli occhi il Moro, in tutta la sua prestanza, seminudo e bellissimo, per indurla a gettarsi tra le onde? O più semplicememte, e la sua natura pratica e spiccia la induceva a ritenerla l'ipotesi più valida, intonita dal sole, sfiancata dalla fatica della strada percorsa in fretta, digiuna, lo stomaco e la mente sottosopra per quella maternità che le piombava addosso in un momento già molto difficile, aveva avuto un mancamento credendo di vedere il Moro, soltanto perchè era a lui che pensava quando aveva perduto conoscenza?
Era stata al suo capezzale ad assisterla anche la madre che, dall'espressione cupa e dalle occhiate oblique che ora, muta e arcigna, le indirizzava, doveva aver saputo qualcosa o dalla servetta o da qualche sua frase mormorata nel delirio. Non gliene importava molto, si era salvata, stava bene e avrebbe fatto tesoro del suo tempo a venire. Aveva guardato in faccia la morte, forse per qualche secondo l'aveva seguita nel suo mondo di gelo e di nebbia, ma era riuscita a sfuggirle, lasciandole tra le dita soltanto quell'accenno di vita che si era portata in grembo. Ripensò a quel bambino che non aveva voluto, che aveva accolto come si accoglie un intruso, pensando soltanto a scacciarlo, e un dolore, che assumeva il sapore aspro del rimorso, le alterò lo sguardo. Sapeva, come ogni donna sa, anche se giovanissima o sventata, che quel bambino non voluto sarebbe rimasto nel suo cervello, carne della sua carne sarebbe riemerso a tradimento nei sogni, avrebbe alimentato gli incubi e se lo sarebbe portato dietro fino alla tomba, cercandolo e trovandolo in ogni sguardo o balbettio di bambino, perché ogni donna è madre nell'anima e nel cervello prima che nel corpo, e la maternità, struttura portante della sua identità - accolta, negata o anche soltanto fantasticata - ne costituisce l'essenza.
domenica 9 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Di nuovo quel suono cupo, pesante, un rintocco di campana a morto.
Soffoca: fluttua nell'acqua. La gonna le si allarga intorno facendola sembrare una medusa. Paura? No! Dov'è il Moro? Si nasconde? E' inutile gridare anche se ora ha freddo. Mostruose creature marine, ghignanti, verdi di pelle e occhi l'afferrano. Mio Dio, una è Angela, l'altra... la sorella? Ridono, ridono, risate che sembravano singhiozzi nell'acqua che riempie le loro bocche spalancate. Non riesce ad afferrarle. Le sfuggono...
"Aggrappatevi alla gonna".
"Calmati! E' tutto finito, stai tranquilla"
Perché ridono? La stanno trascinando verso il fondo, l'acqua è sempre più scura.
Non le vede più, ma le sente ridere.
"Fate silenzio! Fate silenzio!"
Il mare è rosso, ora è un mare di sangue che le entra in bocca, la soffoca, dolce, nauseabondo...Le bambine colano a picco, lei tenta di trattenerle, ma le sfuggono dalle mani e scendono, scendono là dove l'acqua si fa scura e densa, mentre lei risale, liberata da quelle mani aggrappate alla sua gonna, sale verso la luce e...
"Svegliati Maria..."
"Svegliati!"
Qualcuno la scuoteva, obbligandola ad aprire gli occhi... Sigismondo? Sembrava verde anche lui, mentre la guardava con un'espressione strana, come stesse soffocando: lui... come se gli mancasse l'aria.
"Ma cosa hai fatto?"
Cosa aveva fatto? Era annegata, aveva rischiato di annegare.
Balbettò.
"Sono scivolata. Sui sassi"
"Hai perso il bambino. Lo sapevi di aspettare un bambino?"
"Sì!"
Finalmente riusciva a parlare, tentando di giustificarsi, mormorò "... Bagnarmi la fronte, forse sono svenuta".
Sigismondo la guardò dubbioso.
"Se non ci fosse stato quel pescatore...Ti ha sentita gridare".
"Angela dov'è? E' annegata anche lei?"
"Ma cosa dici? Riposa, riposa" le sussurrò Sigismondo, provando nel sentire che nominava l'altra figlia un lungo brivido e in gola il sapore aspro del rimorso.
Prima di ripiombare nel sonno sentì un parlottio. Riconobbe la voce di Teresina. Si calmò.
Un cucchiaio le stava scivolando in bocca: sputò. Non voleva essere disturbata. Il suo corpo le rimandava ondate di dolore e brividi di febbre, mentre cedeva a un sonno agitato che si popolava nuovamente di incubi. (continua...)
Soffoca: fluttua nell'acqua. La gonna le si allarga intorno facendola sembrare una medusa. Paura? No! Dov'è il Moro? Si nasconde? E' inutile gridare anche se ora ha freddo. Mostruose creature marine, ghignanti, verdi di pelle e occhi l'afferrano. Mio Dio, una è Angela, l'altra... la sorella? Ridono, ridono, risate che sembravano singhiozzi nell'acqua che riempie le loro bocche spalancate. Non riesce ad afferrarle. Le sfuggono...
"Aggrappatevi alla gonna".
"Calmati! E' tutto finito, stai tranquilla"
Perché ridono? La stanno trascinando verso il fondo, l'acqua è sempre più scura.
Non le vede più, ma le sente ridere.
"Fate silenzio! Fate silenzio!"
Il mare è rosso, ora è un mare di sangue che le entra in bocca, la soffoca, dolce, nauseabondo...Le bambine colano a picco, lei tenta di trattenerle, ma le sfuggono dalle mani e scendono, scendono là dove l'acqua si fa scura e densa, mentre lei risale, liberata da quelle mani aggrappate alla sua gonna, sale verso la luce e...
"Svegliati Maria..."
"Svegliati!"
Qualcuno la scuoteva, obbligandola ad aprire gli occhi... Sigismondo? Sembrava verde anche lui, mentre la guardava con un'espressione strana, come stesse soffocando: lui... come se gli mancasse l'aria.
"Ma cosa hai fatto?"
Cosa aveva fatto? Era annegata, aveva rischiato di annegare.
Balbettò.
"Sono scivolata. Sui sassi"
"Hai perso il bambino. Lo sapevi di aspettare un bambino?"
"Sì!"
Finalmente riusciva a parlare, tentando di giustificarsi, mormorò "... Bagnarmi la fronte, forse sono svenuta".
Sigismondo la guardò dubbioso.
"Se non ci fosse stato quel pescatore...Ti ha sentita gridare".
"Angela dov'è? E' annegata anche lei?"
"Ma cosa dici? Riposa, riposa" le sussurrò Sigismondo, provando nel sentire che nominava l'altra figlia un lungo brivido e in gola il sapore aspro del rimorso.
Prima di ripiombare nel sonno sentì un parlottio. Riconobbe la voce di Teresina. Si calmò.
Un cucchiaio le stava scivolando in bocca: sputò. Non voleva essere disturbata. Il suo corpo le rimandava ondate di dolore e brividi di febbre, mentre cedeva a un sonno agitato che si popolava nuovamente di incubi. (continua...)
Romanzo a puntate I Dellapicca
Balzò in piedi e gli corse incontro, allungò le braccia e strinse a sé il nulla. Sconvolta, confusa, Maria fece ancora qualche passo, il terreno che, di colpo, sprofondava sotto ai suoi piedi. L'acqua le arrivò alla gola, mente gli abiti, inzuppati e pesanti, la trascinavano verso il fondo. Sprofondò e l'acqua l'avvolse, come in un acquario. L'istinto di conservazione e l'immagine della figlia la spinsero di nuovo, boccheggiante, con la testa fuori. Ingoiò aria, acqua, gli occhi che le bruciavano, mentre annaspava muovendosi scompostamente, combattuta tra il desiderio di lasciarsi andare, smettere di lottare e la voglia di vivere. Poi, tutto scomparve e una coltre nera le calò sugli occhi, mentre il suo corpo fluttuava leggero e i capelli si allargavano intorno a lei sfiorandole il volto, avviluppandosi intorno al collo quasi volessero imprigionarla o proteggerla.
"Si sta svegliando..."
"Sst! Parlate piano..."
"Grazie a Dio!"
Questa era la voce di Teresina, ne era sicura. Aprì la bocca per parlare e il dolore al basso ventre la trafisse. Confusamente ricordò la sensazione di soffocamento, l'acqua. Allora non era morta. I morti non soffrono, oppure sì? Aprì un occhio e vide Teresina e il marito. Accanto a lui un uomo che conosceva...Chi era? Eppure l'aveva già visto. Lo speziale, ecco chi era.
"Teresina" mormorò e la ragazza si chinò.
"Maria che cosa hai fatto?" Era la voce di Sigismondo, ma diversa. Non sembrava nemmeno la sua voce. Si avvicinò e le prese una mano.
"Cerca di dormire ora. Hai bisogno di riposare".
Lei annuì, era troppo stanca per rispondere, e ripiombò in quel suo mondo nero, buio come la notte più profonda che, stranamente, non la spaventava.
Sigismondo chinandosi verso Teresina le disse:"Vegliala tu per un paio d'ore. Poi, svegliami. Sono stravolto, ho bisogno di riposo. Tra qualche ora ti darò il cambio. Lo speziale è ottimista: anche se ha perso il bambino, se la caverà".
La ragazza annuì e, abbassato il lume si sedette accanto al letto. Sentì parlottare i due uomini alle sue spalle, poi la porta si aprì richiudendosi con un tonfo attutito.
Da un campanile giunse un rintocco di campana. Lugubre.
Poi sulla stanza calò il silenzio. Il volto di Maria, pallidissimo nella luce fioca sembrava quello di una morta e Teresina si chinò più volte per sentirne il respiro, borbottando tra sé e sé confuse preghiere e domande senza risposta. Fuori la notte avvolgeva la città in un'oscurità che solo le luci sulle barche dei pescatori al largo, spezzavano, baluginando fioche come fiammelle sulla nera superficie del mare.
Il Moro, ignaro, dormiva nella sua cabina sulla Capinera, cullato dal rollio del veliero.
(continua...)
"Si sta svegliando..."
"Sst! Parlate piano..."
"Grazie a Dio!"
Questa era la voce di Teresina, ne era sicura. Aprì la bocca per parlare e il dolore al basso ventre la trafisse. Confusamente ricordò la sensazione di soffocamento, l'acqua. Allora non era morta. I morti non soffrono, oppure sì? Aprì un occhio e vide Teresina e il marito. Accanto a lui un uomo che conosceva...Chi era? Eppure l'aveva già visto. Lo speziale, ecco chi era.
"Teresina" mormorò e la ragazza si chinò.
"Maria che cosa hai fatto?" Era la voce di Sigismondo, ma diversa. Non sembrava nemmeno la sua voce. Si avvicinò e le prese una mano.
"Cerca di dormire ora. Hai bisogno di riposare".
Lei annuì, era troppo stanca per rispondere, e ripiombò in quel suo mondo nero, buio come la notte più profonda che, stranamente, non la spaventava.
Sigismondo chinandosi verso Teresina le disse:"Vegliala tu per un paio d'ore. Poi, svegliami. Sono stravolto, ho bisogno di riposo. Tra qualche ora ti darò il cambio. Lo speziale è ottimista: anche se ha perso il bambino, se la caverà".
La ragazza annuì e, abbassato il lume si sedette accanto al letto. Sentì parlottare i due uomini alle sue spalle, poi la porta si aprì richiudendosi con un tonfo attutito.
Da un campanile giunse un rintocco di campana. Lugubre.
Poi sulla stanza calò il silenzio. Il volto di Maria, pallidissimo nella luce fioca sembrava quello di una morta e Teresina si chinò più volte per sentirne il respiro, borbottando tra sé e sé confuse preghiere e domande senza risposta. Fuori la notte avvolgeva la città in un'oscurità che solo le luci sulle barche dei pescatori al largo, spezzavano, baluginando fioche come fiammelle sulla nera superficie del mare.
Il Moro, ignaro, dormiva nella sua cabina sulla Capinera, cullato dal rollio del veliero.
(continua...)
sabato 8 agosto 2009
L'Italia non è un Paese normale
Dal diario di Maria Rossi, professoressa.
Profilo di Tilvio Terlusconi.
L'alunno è deboluccio in Italiano, un vero disastro in Storia, non conosce nemmeno i nomi dei sette re di Roma. Poco riflessivo. Abituato a spararle grosse per fare colpo sul suo interlocutore. Non si confronta con chi gli sta di fronte, si scontra. Un po' arruffone ma portato al comando, se sbaglia, non lo ammette. Nonostante le mie reiterate spiegazioni - tanto per fare un esempio - considera il termine unanimità sinonimo di maggioranza. Non sarebbe stupido, ma c'è qualcosa in lui...
Pizzicato a copiare dal Brunone, quello sì un bravo studente, polemizza dicendo che se la maggioranza copia, i copiatori sono maggioranza e io, pagata con il denaro dei contribuenti per insegnare, non posso attaccarlo, infastidendolo, ma devo permettergli di farsi i suoi affari. In pace.
E', infatti, un traffichino. Si mormora - ma non si è mai potuto provarlo - sia solito rubacchiare i compiti dai cassetti dei docenti, in Sala Insegnanti, per poi rivenderli. Sembrerebbe aver sedotto, a questo scopo, la bidella. Ha fatto parecchi soldi, troppi per questo, sia pur lucroso, commercio di compiti. E' belloccio ma piccolo, destinato a inquartarsi e, alla cena di maturità, avrei giurato avesse il rimmel. Mah?!
Attitudini: "venditore nato". Ha venduto ai più ingenui lo stesso compito, maldestramente modificato, più volte. Mi è stato detto che, atteso fuori dalla scuola per fargliela pagare, si è presentato con i carabinieri, convinti della sua innocenza da testimoni falsi, da lui ricompensati con copie gratuite di compiti. E', infatti, bugiardo, ma molto persuasivo. Una volta l'ha fatta grossa: ha rubato dal cassetto del preside riuscendo a cavarsela con un ricatto. Ha promesso alla Rosina, la Mantegani che ha le più belle tette di tutta la scuola ma è un'oca, di sposarla se lei avesse inguaiato il preside. E quella scema l'ha fatto e ha pure perso l'anno per la disperazione di essere stata piantata.
Nel tema assegnato in classe "Cosa vorreste fare da grandi" ha dichiarato di voler diventare Presidente della Repubblica, Papa o L'Uomo più Ricco d'Italia. Povero Tilvio, mi fa quasi tenerezza, quanti sogni destinati a finire in un cassetto! E lui? Be', in un Paese normale: nelle patrie galere!
Profilo di Tilvio Terlusconi.
L'alunno è deboluccio in Italiano, un vero disastro in Storia, non conosce nemmeno i nomi dei sette re di Roma. Poco riflessivo. Abituato a spararle grosse per fare colpo sul suo interlocutore. Non si confronta con chi gli sta di fronte, si scontra. Un po' arruffone ma portato al comando, se sbaglia, non lo ammette. Nonostante le mie reiterate spiegazioni - tanto per fare un esempio - considera il termine unanimità sinonimo di maggioranza. Non sarebbe stupido, ma c'è qualcosa in lui...
Pizzicato a copiare dal Brunone, quello sì un bravo studente, polemizza dicendo che se la maggioranza copia, i copiatori sono maggioranza e io, pagata con il denaro dei contribuenti per insegnare, non posso attaccarlo, infastidendolo, ma devo permettergli di farsi i suoi affari. In pace.
E', infatti, un traffichino. Si mormora - ma non si è mai potuto provarlo - sia solito rubacchiare i compiti dai cassetti dei docenti, in Sala Insegnanti, per poi rivenderli. Sembrerebbe aver sedotto, a questo scopo, la bidella. Ha fatto parecchi soldi, troppi per questo, sia pur lucroso, commercio di compiti. E' belloccio ma piccolo, destinato a inquartarsi e, alla cena di maturità, avrei giurato avesse il rimmel. Mah?!
Attitudini: "venditore nato". Ha venduto ai più ingenui lo stesso compito, maldestramente modificato, più volte. Mi è stato detto che, atteso fuori dalla scuola per fargliela pagare, si è presentato con i carabinieri, convinti della sua innocenza da testimoni falsi, da lui ricompensati con copie gratuite di compiti. E', infatti, bugiardo, ma molto persuasivo. Una volta l'ha fatta grossa: ha rubato dal cassetto del preside riuscendo a cavarsela con un ricatto. Ha promesso alla Rosina, la Mantegani che ha le più belle tette di tutta la scuola ma è un'oca, di sposarla se lei avesse inguaiato il preside. E quella scema l'ha fatto e ha pure perso l'anno per la disperazione di essere stata piantata.
Nel tema assegnato in classe "Cosa vorreste fare da grandi" ha dichiarato di voler diventare Presidente della Repubblica, Papa o L'Uomo più Ricco d'Italia. Povero Tilvio, mi fa quasi tenerezza, quanti sogni destinati a finire in un cassetto! E lui? Be', in un Paese normale: nelle patrie galere!
venerdì 7 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Maria, appena i due uomini si furono allontanati, si rivolse a Teresina. "Allora, cosa ti ha dato?"
Teresina scosse la testa, dicendole:"Nulla! Teme l'ira, se venisse a saperlo, del padrone". La donna davanti a lei la guardò con un'espressione che non riuscì a decifrare, poi, dopo essersi avvolta le spalle nello scialle e averle detto "Bada a Angela", aprì il portoncino e uscì. La servetta borbottando "I xe tuti mati!" salì al piano superiore a svegliare la bambina.
Maria, percorso il vicolo, si diresse verso il porto. Sentiva il bisogno di calmarsi e riflettere in solitudine. Conosceva una stradina, poco più di un sentiero tra i rovi, che scendeva verso il mare concedendo l'accesso a una lingua di terra sassosa dove in primavera fiorivano le ginestre.
Camminò a lungo, di buon passo, il borin che scherzava con i suoi riccioli e le gonfiava la gonna, lasciandosi alle spalle la frenesia di carretti, uomini, merci e velieri del porto. Il mare, alla sua sinistra, riluceva sotto il sole. Alla sua destra pini marittimi si arrampicavano sulla collina tra bianche rocce che inasprivano il paesaggio. Eccolo! Il sentiero si distingueva a stento e scendeva ripido. Svoltò e con cautela incominciò a scendere. La gonna la impacciava e, con gesto deciso, la sollevò avanzando a fatica tra rovi e sassi. Lo scialle s'impigliò in un ramo, strappandosi. Lei sorrise e lo lasciò sventolare come una bandiera. L'avrebbe ripreso al ritorno: era accaldata e stanca, ma si sentiva meglio.
Il sentiero davanti a lei si aprì e Maria si lasciò scivolare a terra, sfinita. Intorno a lei lo stridio roco dei gabbiani rompeva il silenzio. Il mare l'affascinava, facendola fantasticare. A volte si alzava per vedere sorgere il sole o, in albe in cui grigia sfumava la notte, restava alla finestra lasciando scivolare lo sguardo sulle rocce bianche come fantasmi che la luna, primo di scolorare nel cielo, illuminava. Amava quella sua città battuta dal vento, eccessiva nella sua vitalità ridanciana, arrogante ma genuina.
Un rumore turbò la quiete, facendola sobbalzare spaventata. Qualcuno nuotava con ampie bracciate dirigendosi verso la spiaggetta. Pochi minuti e, irreale come un miraggio e altrettanto sconvolgente, emergeva dall'acqua, in un arcobaleno di spruzzi iridescenti, il Moro. (continua...)
Teresina scosse la testa, dicendole:"Nulla! Teme l'ira, se venisse a saperlo, del padrone". La donna davanti a lei la guardò con un'espressione che non riuscì a decifrare, poi, dopo essersi avvolta le spalle nello scialle e averle detto "Bada a Angela", aprì il portoncino e uscì. La servetta borbottando "I xe tuti mati!" salì al piano superiore a svegliare la bambina.
Maria, percorso il vicolo, si diresse verso il porto. Sentiva il bisogno di calmarsi e riflettere in solitudine. Conosceva una stradina, poco più di un sentiero tra i rovi, che scendeva verso il mare concedendo l'accesso a una lingua di terra sassosa dove in primavera fiorivano le ginestre.
Camminò a lungo, di buon passo, il borin che scherzava con i suoi riccioli e le gonfiava la gonna, lasciandosi alle spalle la frenesia di carretti, uomini, merci e velieri del porto. Il mare, alla sua sinistra, riluceva sotto il sole. Alla sua destra pini marittimi si arrampicavano sulla collina tra bianche rocce che inasprivano il paesaggio. Eccolo! Il sentiero si distingueva a stento e scendeva ripido. Svoltò e con cautela incominciò a scendere. La gonna la impacciava e, con gesto deciso, la sollevò avanzando a fatica tra rovi e sassi. Lo scialle s'impigliò in un ramo, strappandosi. Lei sorrise e lo lasciò sventolare come una bandiera. L'avrebbe ripreso al ritorno: era accaldata e stanca, ma si sentiva meglio.
Il sentiero davanti a lei si aprì e Maria si lasciò scivolare a terra, sfinita. Intorno a lei lo stridio roco dei gabbiani rompeva il silenzio. Il mare l'affascinava, facendola fantasticare. A volte si alzava per vedere sorgere il sole o, in albe in cui grigia sfumava la notte, restava alla finestra lasciando scivolare lo sguardo sulle rocce bianche come fantasmi che la luna, primo di scolorare nel cielo, illuminava. Amava quella sua città battuta dal vento, eccessiva nella sua vitalità ridanciana, arrogante ma genuina.
Un rumore turbò la quiete, facendola sobbalzare spaventata. Qualcuno nuotava con ampie bracciate dirigendosi verso la spiaggetta. Pochi minuti e, irreale come un miraggio e altrettanto sconvolgente, emergeva dall'acqua, in un arcobaleno di spruzzi iridescenti, il Moro. (continua...)
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