martedì 12 gennaio 2010

Racconto a puntate (La vita cambia)

Ludovica era tornata a casa dopo aver accompagnata la madre alla stazione, i ragazzini che litigavano sul sedile posteriore della macchina. L’aveva sommersa di parole, valanghe di parole, le aveva detto che non sarebbe riuscita ancora per molto a reggere quella situazione, aveva pianto e imprecato. D’altronde aveva gli occhi per vedere, ma si rifiutava anche soltanto di guardare.
Alla stazione, con il treno che arrivava sbuffando, baciandola in fretta le aveva sussurrato quella frase – che ormai stava diventando un ritornello stantio tra loro – quella frase che non le era né d’aiuto né di conforto: “Gli uomini sono tutti così… ”
Aveva affrontato l’ultima curva, sentendo una fitta di dolore al petto: lo sguardo che registrava l’abituale squallore della stalla cadente, la casa tetra e grigia, il giardinetto attraversato dal viottolo fangoso.
Era arrivata a casa.
Suo marito non c’era. Nemmeno il cane.
La sensazione di solitudine e di abbandono l’avevano presa alla gola.
Era sola sul cocuzzolo di quella collina aspra e silenziosa, in quella casa gelida, a combattere con le mosche, con i figli, con gli alunni, con le stufe, i polli e la disperazione.
Un cielo bigio gravava opprimente e qualche goccia di pioggia aveva cominciato a cadere.
Dov’era suo marito? Un borbottio di tuono aveva rotto il silenzio e la pioggia era aumentata d’intensità, mentre restava lì, senza avere la forza di fare un passo, sentendo che l’umidità, le penetrava nelle ossa. Cristo Santo, ma cosa aveva fatto della sua vita? Come si era ridotta? Elemosinava amore di nuovo e, come sempre, non ne riceveva. A nulla era valso assecondare suo marito, venire a vivere in questo posto dimenticato da Dio…
Un brivido di freddo sulla pelle, il maglione bagnato che aderiva al corpo e la voce dei ragazzi che, già all’interno della casa, la chiamavano, l’aveva riportata alla realtà.
In cucina pane sbocconcellato, due salami decapitati e bottiglie di vino dappertutto. Mosche a volontà.
“Abbiamo fame, mamma. Cosa si mangia?”
Riordinando meccanicamente, aveva preparato la cena.
“Aspettiamo il babbo?”
Aspettiamo il babbo.
Le colline erano già nere contro il tramonto quando arrivò.
Si guardò intorno. Non fece una carezza ai bambini, il suo sguardo la trapassò quasi fosse diventata trasparente.
“Ho già mangiato”disse, prendendo il giornale sportivo dal tavolo.
Lei colse la delusione sul viso dei figli. Lucrezia gli si avvicinò, lui la scansò senza guardarla, senza vederla. Gli chiese qualcosa. Non rispose, forse non aveva sentito.
“La bambina sta parlando con te” disse.
Di nuovo non rispose. Alzò soltanto gli occhi e la guardò.
Cosa le si scatenò dentro in quel momento? Si vide per un istante come lui la vedeva: una donnetta noiosa che gli aveva scodellato tre marmocchi in rapida successione, un ingombro, un fastidio, un gravame di orari, di pranzi e cene con i ragazzini che si facevano i dispetti, favole raccontate a voce bassa, lunghi pomeriggi domenicali passati a sbadigliare davanti al televisore e fuori… il mondo, pieno di persone da conoscere, luoghi dove andare. Donne intriganti con i tacchi a spillo e gli occhi invitanti, altro che lei, trentenne che passava la vita a spignattare, correggere compiti, schiaffata in poltrona in tuta da ginnastica, un libro che la isolasse dal mondo sulle ginocchia. Una che odiava i cavalli, non si muoveva, delicata come le tette delle monache, un figlio sempre in braccio e il sorriso sulle labbra solo tra carrozzine e biberon. Per lui obliqui sguardi di disprezzo e silenzi colmi di tristezza. Lui non era fatto per la famiglia, lui aveva voglia di avventure, di viaggi, di liberà. Lei era la sua palla al piede. L’aveva capito!
Aveva gettato la maschera. Partita la suocera non avrebbe più dovuto fingere. Adeguarsi agli orari della famiglia? Lui la famiglia non la voleva. Gli usciva dagli occhi! L’aveva capito?
Il rifiuto, quello no, non poteva reggerlo. Altri rifiuti le salirono alla gola mentre lui, senza degnare di un’occhiata nessuno, a passi strascicati, andava verso la porta d’ingresso.
La rabbia l’accecò.
Volò il primo piatto, quello con la sua cena, schiantandosi contro il muro.
“Sei impazzita?”
Volò il secondo piatto.
Si riparò, codardo, dietro allo stipite della porta.
Poi si sporse dicendo: “Sei una pazza ister…”
Un altro piatto s’infranse a pochi centimetri dalla sua faccia attonita.
Quando sulla tavola non rimase più nulla lei si fermò, lasciando scivolare lo sguardo sul pavimento
coperto di cocci.
Poi avrebbe ricordato la coda irta del gatto terrorizzato e il lungo pianto spaventato di Alessandra. Aveva saltato il fosso, dimenticando la paura, il rischio di un domani incerto, la prudenza. Sapeva che avrebbe pagato il prezzo di una vita durissima, ma aveva deciso di andarsene, di riprendere in mano il filo spezzato della sua vita, di recuperare la sua dignità.
Rimase sveglia a pensare: tutta la notte.
Accanto a lei suo marito russava, tranquillo. (continua...)

lunedì 11 gennaio 2010

Racconto a puntate (La vita cambia)

Ludovica ricordava ancora la scena dell’arrivo della madre nella loro casa di campagna. Si era alzata prestissimo per rendere tutto lucido come uno specchio e, vedendo dalla finestra la macchina che s’inerpicava a fatica lungo il viottolo rischiando d’impantanarsi, era uscita in tempo per vederla affrontare l’ultima curva, per mano la figlia minore.
Era piovuto molto, un fango molle e limaccioso circondava la casa colonica e rendeva insidiosi i viottoli acciottolati e fangosi.
La macchina aveva frenato, schizzi di fango erano finiti sul grembiulino di Alessandra.
Sua madre era scesa dal taxi con un sorriso impacciato e si era guardata intorno, scacciando con la mano le mosche che si avventavano su di lei, mentre l’orrore le si dipingeva sul viso, notando la puzza di letame che ammorbava l’aria, la stalla cadente e la casa rozza e squadrata che le si parava davanti, affacciandosi sullo stitico giardinetto dove alcune galline marciando impettite devastavano quei pochi fiori che, ancora non si sa come e perché, si ostinavano a sbocciare.
L’aveva aiutata a scaricare le valige: la casa, nonostante le stufe accese, era gelida. Nella confusione del momento, andando in cucina, si era accorta di aver bruciato l’arrosto.
Avevano pranzato, affettando salumi e recuperando qualche fetta d’arrosto: l’atmosfera era tesissima e anche i ragazzini tacevano, pensierosi, sbirciando l’espressione sui volti degli adulti.
Avevano scambiato poche parole mentre tutti mangiavano in fretta, poi Giovanni si era alzato accostando la sedia con violenza ed esclamando:
“Io ho da fare, scendo al paese. Sarò di ritorno per la mungitura”.
“Mi porti con te, babbo?”.
“Non posso” aveva replicato suo marito, con evidente imbarazzo.
Appena uscito il genero sua madre le aveva detto, aspra: “Ma cosa ti è saltato in mente… Perché? Perché questa pazzia di trasferirvi in campagna, improvvisarvi contadini?”
“Siamo appena arrivati…” lei aveva borbottato.
“Con tre figli, cosa puoi fare con tre figli. Te l’ho sempre detto, non puoi dire che non te l’abbia sempre detto! Non era uomo al quale imporre tre figli”.
“Imporre?” lei aveva sussurrato, aggiungendo: “Ci sono i bambini di là, abbassa il tono di voce, per favore…” mentre si metteva un dito sulle labbra, per indurla a tacere.
“Dovevi pensarci prima ai bambini.”
Aveva sperato nel suo arrivo, nel suo aiuto. In quel momento per un abbraccio che le consentisse di sfogarsi, di esprimere la paura, l’umiliazione che provava, il dolore e la rabbia che si alternavano massacrandola, per un abbraccio avrebbe dato qualunque cosa. Mentre le lacrime le strozzavano la gola, pensò "Cristo! Ma non vedi in che condizione sono? Mamma, non lo senti l’odore della mia disperazione. Sono in trappola! Sono in trappola com’eri tu: non vedo vie di fuga”.
Ma sulla cucina, più eloquente di mille parole, era calato il silenzio.
“Ho capito mamma, non ho ancora pagato il conto? Non ho ancora scontato la colpa di essere nata?"



La scelta di vivere in campagna aveva obbligato Ludovica e il marito, per la prima volta dopo anni, a condividere le giornate. Lui la guardava infastidito, una punta di disprezzo in fondo allo sguardo più significativa di qualunque parola. Lei si chiedeva chi fosse quell’estraneo che invadeva la sua cucina trascinandosi dietro i contadini dei dintorni, ridendo in modo irritante e, dopo aver stappato una bottiglia di troppo, dando fondo alle sue provviste.
Strappando ore al sonno, leggeva come una pazza, per capire e forse capirsi, alla ricerca di risposte che aveva già chiare dentro se stessa, ma non trovava il coraggio di ascoltare. Delusa dal marito si attaccavo sempre più ai figli, per i quali ormai viveva e che lui sembrava ignorare.
Sua madre, che aveva deciso di fermarsi per qualche giorno per darle una mano, le ripeteva “Tutti gli uomini sono così” ma quella frase le suonava falsa. Legata a generalizzazioni di comodo, la infastidiva e basta.
“Ti devi rassegnare” aggiungeva, concludendo con quell’ormai a stento sussurrato che faceva assumere al suo viso un’espressione da vinta, da sconfitta, che le gelava il sangue.
Giovanni si era portato in campagna un cavallo, ne comperò un altro. Arrivarono facce nuove, appassionati di equitazione. Arrivò anche una ragazza che lo guardava adorante: lui così fuori dagli schemi, così trasgressivo nonostante una moglie e tre figli. Arrivava in stivali e camicetta, profumata, fresca come una rosa, i pantaloni attillati da cavallerizza che sottolineavano la linea rotonda dei fianchi sui quali lo sguardo di Giovanni, fino a quel momento spento, si posava, insistente, accendendosi di bagliori dimenticati. Parlavano di cavalli e lei pendeva dalle sue labbra. Poi, finita la stalla, partivano e Ludovica dalle finestre della cucina li vedeva rincorrersi lungo le colline chiare di sole o cavalcare affiancati.
Per convenienza, ogni tanto, partivano con qualche amico.
Con i figli aggrappati alla gonna, anzi al grembiule diventato la sua divisa d’ordinanza, cercava con lo sguardo le loro sagome in corsa, precipitando nel pozzo nero della sua solitudine e umiliazione.
Sua madre, evitando di guardarla, chiudeva le imposte sospirando.
Lei le grandinava addosso parole di disperazione. Di rabbia.
Cercava un’alleata.
Sua madre continuava a parlare di rassegnazione.
Poi, una mattina fece la valigia, porse una rigida guancia al genero, l’abbracciò scuotendo la testa e decise di ripartire. (continua...)

sabato 9 gennaio 2010

Lavoratori: cittadini di serie B

I banchieri delle più importanti istituzioni finanziarie, tra cui l'Italia, si riuniscono per fare il punto sulla situazione. Con notevole sussiego, a denti stretti com'è loro abitudine, rilasciano stitiche dichiarazioni, manifestando comprensibile preoccupazione per un debito pubblico in forte crescita. Quello privato, fortunatamente, risulta avere un andamento più virtuoso. Ma cosa nasconde l'arida elencazione dei numeri?

L'aumento del debito pubblico è dovuto sia al salvataggio di alcuni fra i colossi del credito, di cui questi signori occupano lo scranno più alto, sia agli interventi nel settore dell'occupazione a sostegno dei lavoratori che hanno perso il posto di lavoro. E il contenuto aumento del debito privato è legato alla crisi industriale che non favorisce certamente gli investimenti, alla contrazione dei consumi, al crollo del credito immobiliare e a una politica di concessione di prestiti più attenta alle garanzie da fornire.

Quindi i registi occulti dello psicodramma a cui stiamo assistendo, dopo aver contribuito pesantemente a provocarlo, ora protestano. Loro? Sì, proprio loro. Si riuniscono a confabulare perché sono scesi i profitti, che l'introduzione dei famigerati prodotti derivati di loro invenzione aveva fatto crescere a dismisura, e perché si profila all'orizzonte una normativa di controllo sul loro operato che li renderebbe meno liberi di scorrazzare a loro piacimento sui mercati finanziari.

Il vertice ha quindi l'obiettivo di elaborare una strategia difensiva dei privilegi bancari e, non a caso, il ministro dell'Economia, Tremonti, punta il dito su di loro. Perché il bisogno di liquidità dello Stato si soddisfa stampando carta moneta, e/o facendo sottoscrivere titoli ai risparmiatori, e/o aumentando le tasse e/o chiedendo soldi alle banche. Non occorre essere esperti di economia per capire la forza contrattuale di cui dispongono i "Signori del Credito".

Troppo grandi e importanti per fallire - causando un inevitabile ma non quantificable "effetto domino" - molte tra le banche partecipanti hanno scaricato le perdite sul bilancio statale, dando vita a degli ibridi di fatto che, pur godendo dei privilegi della società privata, non disdegnano i vantaggi dell'ente pubblico.

La lunga marcia (meglio sarebbe dire il vorticoso balletto) dei prodotti derivati a quale terra è approdata? Non si sono volatilizzati nell'aria e non sono giunti tutti a scadenza. E allora dove sono? Molti dov'erano: nei Fondi d'Investimento, nei portafogli gestiti dalle banche per conto dei loro clienti e... e nei Fondi Pensione. Con questo il cerchio si chiude: i lavoratori dipendenti (gli unici che non evadono le imposte) hanno pagato le perdite della banche e hanno investito buona parte degli accantonamenti del Tfr in prodotti derivati.

Capisco che il presidente del Consiglio volendo adeguare la Costituzione all'attuale realtà del Paese non possa che modificarla. Infatti, il dettato costituzionale parla di eguaglianza dei cittadini...

venerdì 8 gennaio 2010

Racconto a puntate (La vita cambia)

Con quelle scarpe con i tacchi alti, la collana di perle e gli abiti di sartoria sua madre era, dalla testa ai piedi, una donna impeccabile Perfetta. Un filo di rossetto sulla bocca grande, piena e bellissima, e fiori appuntati sul bavero della giacca. Sempre freschi.
Da bambina, lei avrebbe dato l’anima per vedere il sorriso illuminarle il volto, l’allegria riderle negli occhi, ma non c’era stata frase o attenzione o diligente impegno che fosse riuscito a colmare il vuoto di quegli occhi di miele, tristi come laghi d’inverno, cupi come brume, freddi come il vento di tramontana. Quello sguardo aveva decretato non solo la sua incapacità di farla uscire dalla disperazione ma anche la responsabilità di averla imprigionata, come un cane alla catena, a suo padre. Era colpa sua: ancora quasi inesistente, appena un abbozzo di creatura, aveva bloccato la sua fuga. Era sua la responsabilità per quel forzato ritorno nella casa del marito e non c’erano moine che avrebbero potuto modificare la dura realtà dei fatti. Tra sua madre e la libertà lei, ancora lei, sempre di troppo, sempre presente a ricordarle l’impossibilità di ogni tentativo di fuga.
Scrutandola: anche in quel suo sbocciare da bambina a donna, con quello sguardo critico che si faceva opaco mentre gli occhi allungati dalle ciglia fitte diventavano fessure, feritoie dalle quali spiare, assediata dalla rabbia, dal rancore e dalla disperazione.
Cos’è l’amore: accudimento? Pasto pronto, trecce strette, colletto inamidato? Era stata una bambina pallida, il disamore l’aveva resa grigia dilagando sulle sue smorte guance che la madre si ostinava a pizzicare per farla sembrare più colorita.
L’aveva sempre intuito e ora lo sapeva con certezza: senza amore non si cresce, si sopravvive appena come i gerani striminziti sui davanzali del ghetto della sua città, alla ricerca continua di un po’ di sole, un baluginio d’oro al quale le strettissime vie non concedono se non una speranza d’accesso. Così lei aveva cercato l’amore. Ma come si cerca qualcosa che non si conosce?

Scuola mon amour

Una vita, in fondo, si compone di momenti, scaturiti da scelte, che determinano la qualità di quella vita perché la quantità è data soltanto dallo scorrere dei giorni che collegano, in fila come soldatini tutti eguali, un momento all'altro. Un collage d'immagini fissate nella memoria a perenne ricordo di emozioni profonde in cui, per evitare di esserne travolti, l'attenzione si concentra su particolari apparentemente irrilevanti. Per tutta la vita basteranno un suono, un profumo, un sapore a riportarci di colpo a quel momento.
Oggi ho aperto, sulla prima pagina, uno dei libri che ho trovato sotto l'albero di Natale. Un'insegnante la protagonista, e... improvvisamente, socchiudendo gli occhi, sono tornata bambina, ma non solo. Era ottobre. Quella tonalità di luce calda, ma raccolta, che pervade l'aria di un languore d'autunno, filtrava attraverso le tapparelle e sembrava danzare sulla parete. Alla mia sinistra il grembiule, il fiocco e la cartella. Tutto nuovo, lustro per quel mio primo giorno di scuola. E, annidata dentro, la paura di un cambiamento che mi avrebbe strappato all'asilo delle suore, ai compagni che conoscevo, ai giochi sotto il sole nel cortile che lasciva intravedere l'ossatura di due case bombardate.
E quell'odore che annusavo era odore di libri e quaderni intonsi, lo stesso che ritrovavo nello sfarfallio delle pagine fresche di stampa del libro che tenevo tra le mani, ma era anche odore di scuola... La scuola che sarebbe stata il fondale privilegiato - con il suo rituale di campanelle che squillavano a sancirne la cadenza dei tempi e la polvere di gesso che ti entrava nelle narici - di tanta parte della mia vita.
L'ho lasciata così come si lascia un amore, conservando sulla pelle l'estraneità di quell'ultimo sguardo che ci scivola addosso, e che ci riconsegna all'anonimato della folla. Con dolore, ma anche con rabbia. Profonda, e mai più tirata fuori.
Ho scritto in un post su Vibrisse, per la prima volta dopo anni, qualcosa sulla scuola e, oggi, ho sentito di quella rabbia il sapore aspro e la necessità di tirarla fuori per evitare che si depositi come la cenere di un'eruzione vulcanica a sommergere per sempre quella parte, non certo di poco peso, di me e della mia vita che ho dedicato al mio lavoro. Un lavoro difficile, poco riconosciuto, ritenuto (dando prova d'ignoranza) poco impegnativo, sia per la limitatezza delle ore fuori casa, sia perché fatto di chiacchiere...
Quando un'attività lavorativa viene abbandonata in massa dai maschi è segno che è diventata scarsamente remunerativa, di poco prestigio. E' successo anche nell'insegnamento, ma la scuola è un settore delicatissimo: non è soltanto istruzione, è anche educazione che deve afffiancarsi, non potendo però mai sostituirsi, a quella impartita dalla famiglia. I ragazzi, anche i più annoiati, disinteressati e svogliati, guardano noi adulti con una costante e incredibile attenzione. Ci guardano e ci ascoltano, pronti a cogliere immediatamente la discordanza tra le nostra affermazioni e le nostre azioni. Un atteggiamento ingiusto o scorretto li ferisce, anche se paradossalmente lo cercano a parziale giustificazione delle loro scorrettezze. Commetterne, per un insegnante, è molto peggio che sbagliare un esercizio. E' tradirli.
E loro reagiscono come sanno, come possono, con gli strumenti che hanno a disposizione, sottraendosi alla fatica dello studio (perchè l'apprendimento è fatica, è costanza, è ripetitività) con la scusa della scarsa utilità del titolo di studio.
Sanno che trovare un lavoro è ormai come vincere un premio alla lotteria, che l'impegno e le capacità non sono riconosciuti e che sarà il mercato a decidere della loro vita, un mercato finalizzato al profitto (e nella combinazione produttiva la componente lavoro dovrà essere sempre più compressa a livello sia quantitativo sia qualitativo) e inficiato da clientelismi e scandali che i mezzi d'informazione scaricano sulle loro menti che, poco abituate alla revisione critica, si pappano tutto per oro colato. Poco seguiti dalle famiglie, a contatto con un corpo docente che ha tutte le giustificazioni per essere demotivato, vanno alla deriva, come balenotteri destinati a naufragare in acque basse... Non tutti ma tanti, troppi, e nell'indifferenza generale, mentre dagli schermi televisivi Pinocchio, il cui naso anche se fasciato continua a crescere, li guida, come un pifferaio magico, verso il paese, scintillante di luci e promesse, di Bengodi.

mercoledì 6 gennaio 2010

Racconto a puntate (La vita cambia)

Avevano appena saputo che il prezzo del latte per la produzione del parmigiano reggiano era diminuito e che le loro entrate si sarebbero quindi ulteriormente assottigliate; in aggiunta a tutto ciò l’inflazione che in quegli anni mordeva l’economia stava facendo salire a dismisura i tassi d’interesse. Come avrebbero fatto a pagare le rate del mutuo contratto per acquistare il podere? E lei, impegnata con la scuola e i ragazzini, sarebbe riuscita a gestire la casa con il pollaio, l’orto e le stufe che continuavano a non funzionare, facendo assumere agli abitanti della casa un odore di prosciutto affumicato che faceva storcere il naso a chiunque stazionasse nei loro paraggi? Aveva deciso di parlarne con il marito, comunicandogli i suoi dubbi. Il giorno prima aveva fatto un po’ di conti ed era molto preoccupata.
“Entro sei mesi, andando avanti di questo passo, saremo rovinati”, sbottò.
Giovanni la squadrò dall’alto in basso. “Da quando in qua t’intendi di problemi imprenditoriali?”.
“Be’, ho una laurea in economia e commercio, sono in grado di fare un bilancio preventivo” gli rispose esitante.
“Ma cosa vuoi capirne tu? Occupati della gestione della casa, che all’azienda agricola ci penso io!”.
“Stiamo spendendo troppo, siamo in rosso sul conto dell’azienda, le rate del mutuo sono aumentate e…”
“Ti ho già detto di non occupartene e, ti ripeto, per quelle quattro stupidate di cui parli a scuola… Proprio tu dovresti insegnare qualcosa a me!” l’interruppe, palesemente seccato.
Lei rimase in silenzio, la piccola tra le braccia che ciondolava dal sonno, la cucina con il lavello traboccante di piatti da lavare e gli altri figli che reclamavano una favola chiamandola dalla loro stanza, mentre la fatica di quella lunga giornata cominciava a farsi sentire. Senza rispondere al marito, uscì dalla cucina avviandosi lentamente verso la camera dei ragazzi. Mise a letto Alessandra che si era ormai addormentata tra le sue braccia e le rimboccò con cura le coperte.
“Allora mamma ce la racconti una favola?”.
I figli grandi aspettavano.
“Sono stanca morta, ragazzi; ve la racconterò domani” mormorò sedendosi su uno dei loro letti a massaggiarsi i polpacci, indolenziti dalla lunga camminata nel bosco.
“No mamma, hai promesso, hai promesso. Nemmeno ieri sera l’hai raccontata… Così non vale. Le promesse si mantengono”.
“Avete ragione, le promesse si mantengono”.
Aveva cominciato a raccontare: “Oggi, nel bosco, il cane si è messo a scavare. E scava che ti scava…” e i figli grandi si erano addormentati.
Ludovica era rientrata in punta di piedi in cucina. Suo marito, senza nemmeno augurarle la buona notte, era andato a dormire. Riempito d’acqua il lavello, aveva cominciato a lavare i piatti ma era talmente stanca che uno le era sfuggito di mano, andando a infrangersi sul pavimento.
Si era seduta sulla seggiola, scoppiando a piangere. Era stato in quel momento che aveva pensato di andarsene? O era stato quando la giovane figlia di un vicino si era presentata sulla porta di casa, l’aria arrogante, un filo d’erba in bocca tra le labbra piene di donna, chiedendole:
“Tuo marito è in casa?”.
Il suo sguardo le era scivolato addosso sul grembiule macchiato, sulla figlia che teneva tra le braccia, mentre quel tu arbitrario, insolente, aleggiava nell’aria. Suo marito si era avvicinato imbarazzato, ridendo troppo mentre lei si chinava d accarezzare il cane.
“Non mi riconosci più? Nero ti sei dimenticato di me? E sì che mi hai visto tante volte!” aveva detto, fissandola. Lei era rientrata, in silenzio.
Il cane era rimasto fuori, uggiolando nervoso alla luna che scivolava indifferente oltre la collina. (continua...)

martedì 5 gennaio 2010

Buon 2010

Questa mattina, complice una nevicata notturna sulla Padania, mi ha svegliata il silenzio. Assoluto! Con una sua particolare sonorità non priva di angoscia. Ancora inscemenita dal sonno ho messo la moka sul fuoco e il gorgoglio del caffè mi ha dato una sensazione di sicurezza. Gesti, profumi, rumori abituali che sancivano qualcosa di stabile, un punto fermo al quale fare riferimento. Tanto più importante in questi primi giorni di un nuovo anno che apre gli occhi su un mondo in crisi in cui il vecchio è crollato e il nuovo non si è ancora manifestato.
Il bisogno di punti fermi affonda le sue radici nell'insicurezza - ho pensato, sorseggiando il mio caffè. Altro che "immaginazione al potere", "vogliamo tutto e subito" o "il corpo è mio e me lo gestisco io"... Il potere è piatto come una cacca di mucca spiaccicata sul terreno e, sia a destra sia a sinistra, l'arroganza degli uni e il pigolio degli altri nascondono lo stesso vuoto di idee che non riescono a dare risposte alla domanda che angoscia tutti noi: "Se la politica è vecchia, qual è la nuova politica?"
Ripenso quasi con tenerezza a quel volere tutto che dava per scontato il posto di lavoro. Sicuro. Corredato di diritti "acquisiti". Certi, fatti nostri e, naturalmente, per sempre! Il tutto "subito", prima di invecchiare: a spron battuto, bandendo ogni attesa. Nella crisi attuale, sono i giovani, proprio loro a pagare il prezzo più alto, a essere beffati due volte: essendo entrati nel mondo del lavoro con contratti a tempo determinato ed essendo stati sbattuti fuori senza poter accedere alla cassa integrazione che, tra l'altro, da strumento di sostegno straordinario e per definizione temporaneo, viene ora usata per affrontare una crisi strutturale. Con quali conseguenze sui conti pubblici è facilmente intuibile.
In quel "tutto" entravano a pieno diritto eguaglianza, fratellanza e... felicità.
Mi sembra ovvio. E, dimenticavo: la "sorellanza", la complicità tra donne che avrebbe sostituito alla fratellanza la parità che è il riconoscimento dell'eguaglianza tra diversi. Ma se lo Stato non è più in grado di soddisfare i bisogni dei cittadini non rimane che "arrangiarsi" contando sulla furbizia personale in una realtà sociale dove l'individualismo guadagna sempre più terreno.
Il caffè mi borbotta nello stomaco mentre una domanda mi frulla nella mente. Ci sono luoghi, mezzi, capaci di coagulare ideali da cui possa scaturire qualcosa di comune? Mi viene in mente la Rete, con i blog e i network. Ma c'è solidarietà nella rete o piuttosto appartenenza? Il nuovo è tale se e nella misura in cui scardina le vecchie regole, ma siamo sicuri che in rete si stiano scardinando le regole stantie che hanno affossato il vecchio mondo?
Penso al senso di appartenenza degli operai che nasceva nelle fabbriche, nutrendosi di discussioni davanti a un bicchiere di vino, scambiandosi una sigaretta nella pausa pranzo, dandosi una manata sulla spalla... Anche scontrandosi, anche assumendo posizioni in netto contrasto, ma fatte di occhiate, borbottii, mattine livide fuori dai cancelli delle fabbriche dove tutti si conoscevano e il freddo nelle ossa era lo stesso e il sindacalista era uno che lavorava accanto a te e conosceva la tua fatica, la tua rabbia, perché le provava, come te, sulla sua pelle.
Ora sulla rete tutto è affidato alle parole, trait d'union tra le persone, espressione dei sentimenti, degli ideali e delle emozioni più profonde. Spesso, come diceva mia nonna... ciacole.
Non è il cambiamento che mi spaventa, è l'ipotesi opposta: l'immobilismo di una società capace di cambiare soltanto grazie alle parole che abilmente la descrivono. Lo stomaco gorgoglia, inquieto.
Come me.