martedì 30 giugno 2009

I Dellapicca

La porta si spalancò e Sigismondo entrò di prepotenza, le mani che gli tremavano, mentre il suo sguardo scivolava sulla levatrice che, impacciata, borbottò qualcosa d’incomprensibile.
Teresina non si voltava, immobile, la testa china sui due fagotti dai quali provenivano quei lamenti simili al pigolio di un pulcino. Nel disordine delle lenzuola, sfigurata dallo sforzo del parto, giaceva Maria. L’uomo si avvicinò alla serva chiedendo: “Sono maschi?”mentre con la mano scostava il panno in cui erano avvolti per guardarli. Teresina mormorò “Femmine” con una strana esitazione nella voce, non osando nemmeno alzare gli occhi sul padrone.
Il volto del Veneziano, quando lo rialzò, era livido. Sulla stanza calò un silenzio minaccioso, appena incrinato da quel pigolio infantile. Poi senza degnare nemmeno di uno sguardo la moglie si rivolse a Teresina.” Vieni con me!” le ordinò, perentorio, facendole cenno di riconsegnare le neonate alla levatrice.
La serva obbedì sollecita e tremante, seguendo il padrone che apriva la porta per uscire dalla stanza.
La levatrice emise un sospiro di sollievo e si avvicinò alla donna che giaceva silenziosa sul letto, adgiandole accanto le neonate: una chiara come la madre, una peluria dorata a incorniciarle il viso rotondo ancora un po’ tumefatto dal parto, l’altra la pelle nera come la notte e gli occhi scuri.
“ Anima mia, ma proprio con un negro dovevate tradirlo vostro marito? Questi sono peccati che non si possono nascondere.”
Maria non rispose, lo sguardo che scivolava, sgomento, sulle figlie.
(continua...)

lunedì 29 giugno 2009

Legami

Mi alzo dolorante, ogni muscolo che sembra volersi muovere per conto suo quasi a riflettere l’anarchia delle mente, insofferente a regole e confini. Metto la moka sul fuoco, mi riempio la tazza di caffè e accendo il computer. E’ un’abitudine, ormai. Per me, che vivo sola e che, ogni tanto, rimpiango il balcanico disordine che si muoveva intorno ai miei tre figli, in quelle case piene di libri, giocattoli, urla e risate, in quella vita snervante al servizio di tutti, è un modo come un altro di tenere a bada la solitudine. Mentre aspetto, l’occhio mi cade sull’agenda dalla quale sporge l’angolo di un foglio. Sarà un appunto da ricordare? La memoria ogni tanto fa scivolar via qualcosa, come un colabrodo la pastina minuta.
Apro il foglio: disseminato di cuoricini rossi, reca scritto “Il me corazon batte per te”.
E’ di Martina, mia nipote.
E’ una goccia d’amore, ma basta a riconciliarmi con la vita.

I Dellapicca ( Il parto)

La giovane donna, avvinghiata alla poltrona, fissava quella macchia scura che si andava allargando sulla gonna.
“ Oh Madonna benedetta, oh Gesù Maria…” strillava Teresina, mentre Maria si inarcava sotto la spinta di un’altra doglia sussurrando: “ Chiama il padrone e la levatrice…” e poi , vedendo che la domestica non si muoveva, alzando la voce: “ Muoviti! Va, vai…” le gridava, prima di ripiombare sullo schienale, le mani arpionate al ventre e gli occhi vitrei di dolore e paura.
Aveva la sensazione di essere azzannata alle reni da un animale feroce: il dolore arrivava a ondate, s’impossessava di lei, scendeva dai fianchi alle cosce, invadeva il ventre. Poi si ritirava, veloce come una marea, lasciandola per alcuni minuti spossata e intontita prima di riafferrarla, come una foglia in balia del vento, sbattendola a destra e manca a suo piacimento. Perché nessuno veniva ad aiutarla? Dov’era finita la domestica? Mentre il dolore la riafferrava, sentì confusamente dei passi lungo il corridoio e, subito dopo, due braccia solide che  la sollevavano, adagiandola sul letto.
Aprì gli occhi e vide il marito che, chino su di lei, apriva la bocca per parlare, riuscendo a dirle soltanto “Stai calma, andrà tutto bene” prima di essere sbattuto fuori dall’ostetrica in modo brusco.
“ Non è posto per uomini, questo. Poteva pensarci prima! Ora non è di voi che ha bisogno” concluse la donna mentre le sue mani si muovevano sicure sul corpo della partoriente.
“ Sta per nascere?” sussurrò Maria e la donna davanti a lei scosse il capo, dicendo: “E’ soltanto l’inizio e lei ne deve scodellare due…Si faccia forza, siamo appena al’inizio ”
“ E’ sicura!”
“ Sento due testoline e sono anche belli grossi…”
Maria cacciò un urlo.
“ Urlare non le servirà a nulla; risparmi le forze” disse l’ostetrica, aggiungendo “ Arriva l’acqua calda?”, mentre uno scalpiccio di passi precedeva l’ingresso della serva che portava un catino pieno d’acqua.
Poi sulla stanza calò il silenzio che, a intervalli sempre più ravvicinati, veniva rotto dai lamenti della ragazza, dalle sue invocazioni d’aiuto e dalle risposte secche della levatrice, che seduta accanto al letto, controllava la situazione con la calma autorevolezza di un capitano sul ponte di comando.
Le ore passavano lente. Ogni tanto dalla porta socchiusa faceva capolino Sigismondo, il volto teso, la bocca chiusa e un’espressione interrogativa nello sguardo che non aveva bisogno di parole. L’ostetrica scuoteva il capo e la porta si richiudeva.
Maria spossata, fradicia di sudore, si lamentava ormai quasi ininterrottamente, mentre le doglie si susseguivano senza concederle tregua, e le ombre della sera invadevano la stanza e Teresina accendeva le candele, borbottando preghiere.
“ Morirò!” La voce della ragazza si levò, alta e chiara, nella stanza.
“ Non dite sciocchezze, cercate di farvi forza…” le rispose la levatrice, sentendo che un brivido le percorreva la schiena,e la serva, che piangendo istericamente, sussurrava: “L’ha sempre detto che sarebbe morta di parto, la mia padrona l’ha sempre detto”.
“ Fate silenzio! Bell’aiuto siete per la vostra padrona: qui non morirà nessuno…Stiamo calmi”
Si tolse dalla tasca una bottiglietta e ne versò alcune gocce su un cucchiaio che fece scivolare tra le labbra della partoriente.
“ Forza Teresina che adesso si balla. Mettetele le mani sul ventre e, quando ve lo dirò io, premerete con tutte le vostre forze…”
Maria spalancò gli occhi, un urlo strozzato nella gola.
“ Spingi”
Altro urlo.
“ Spingi Teresina, spingi…Maria spingi anche tu”
Lamenti, invocazioni, singhiozzi e “ Spingi, spingete..”
Altro urlo, da animale ferito, azzannato.
“ Spingete, vedo la testolina, ci siamo…”
Un pianto di neonato si levò stizzito.
“ E’ una bellissima bambina”
“ Arriva il secondo. Forza! Spingete, questo è più piccolo….”
“ Spingete! Spingete di più. Eccolo!”
Altro pianto di neonato.
Poi silenzio, innaturale.
Maria spossata aprì gli occhi: i bambini tra le braccia di Teresina.
“ Ecco perché non voleva farli nascere!” e la voce della levatrice aveva un timbro strano, secco mentre il battere di nocche sulla porta aumentava d’intensità.
All’interno della stanza nessuno diceva “Avanti”.
(continua...)

domenica 28 giugno 2009

I Dellapicca

Sigismondo stava entrando in quell'età della vita in cui, pur avendo noi ancora tutte le caratteristiche della giovinezza, lo sguardo ci cade su chi, fino a quel momento ignorato, quasi non visto, più giovane non è. E ci si ferma a parlare, ad ascoltare, percependo che è scattata la curiosità, fino al giorno in cui si sbotta con quel ”Voi giovani”che, nell'asprezza con cui lo pronunciamo, già evidenzia il rimpianto e la rabbia che sono propri di tutti gli esclusi. Inizia allora quel volgersi indietro, quella nostalgia del passato, il cui tempo si sta divorando, sempre più goloso, il nostro futuro. Quale aggancio più valido per ancorarvisi, al futuro, del mettere al mondo un figlio, per marcare quel territorio, ancora inesplorato e che forse non vedremo, con un segno, una presenza che si porti dentro qualcosa di noi?
E così Sigismondo, ormai quarantenne, ingravidò la moglie, accogliendo con grande soddisfazione la notizia che sarebbe diventato padre. Maria non sembrò altrettanto contenta. I primi mesi di gravidanza furono orribili: le nausee mattutine non le davano tregua. Si alzava pallida come uno spettro, ma non gli preparava più la colazione perché il profumo del caffè la nauseava. Si sedeva accanto alla finestra, gli occhi, che il viso smagrito rendeva enormi, quasi sbarrati sul mare come fosse in attesa di qualcosa o qualcuno. Quando il marito le si avvicinava, si ritraeva, e solo allora Sigismondo ritrovava quel sorriso enigmatico che aveva inchiodato, quando l'aveva conosciuta, la sua attenzione.
Si era rivolto allo speziale migliore della città, che le aveva somministrato misteriose tisane per attenuare i suoi disturbi, senza ottenere il minimo risultato, ma contribuendo a aumentare l’ansia di Sigismondo con la notizia che, probabilmente, il parto sarebbe stato gemellare. L’uomo aveva scosso il capo preoccupato, dicendo: ”Con quei fianchi esili come un giunco avrebbe faticato a fare un figlio, non so proprio come riuscirà a portare a termine una duplice gravidanza e a partorirne due…” “ Ma non si potrebbe fare qualcosa?” “ Pregare” aveva risposto lo speziale e Sigismondo, borbottando, l’aveva pagato, accompagnandolo alla porta.
L’estate era passata, cambiando la luce che, ora, dava corposità all’infinita gamma dei rossi, dei gialli e degli aranciati che macchiavano le colline a ridosso della città. La bora, che aveva ripreso a soffiare, bora scura portatrice di tempesta, ululava da qualche giorno, infilandosi in ogni fessura, facendo scricchiolare, vibrare, dondolare tutto ciò che sfiorava, in una sarabanda che da sempre alimentava e giustificava la superstizione e la passione per il mistero e i fantasmi degli abitanti della città.
Maria, tonda come una vela gonfia di vento, sprofondata sulla poltrona più comoda, si lagnava del tempo, del bambino – che si ostinava a considerare unico - della bora, chiamando in continuazione Teresina che, sbuffando, in dialetto le gridava: “ Sto cusinando, la gabbi pazienza” poi “ Rivo, rivo…” quando la padrona, lamentosa, ricominciava con quel “Teresina, Teresina…” che invadeva le stanze della casa e aveva il timbro angosciato di un singhiozzo. Ma quel giorno l’urlo che invase la casa, quel “Teresina, aiutami!” strozzato e seguito da un mugolio di animale ferito, fece rabbrividire e accorrere immediatamente la serva che, lasciando cadere il pentolame che stava lavando, uscì dalla cucina, precipitandosi lungo il corridoio, gli zoccoli che battevano sul pavimento come colpi forsennati di martello.xiyc5qyxiq

Il fantasma esce di scena

Il grande Philip Roth riappare sulla scena, inquietante come un fantasma, il fantasma di se stesso.
Perché cos’è un uomo che la vecchiaia ha aggredito e vinto se non l’immagine sfocata di ciò che è stato? La sessualità è un ricordo che si fa di giorno in giorno più sbiadito, l’aggressività è scomparsa sperperata in mille battaglie inutili, spesso asservita al gioco sessuale per colpire la fantasia di una donna o per sentirsi potenti quando l’impotenza avrebbe richiesto uno sforzo di fantasia, non l’opposto.
Il protagonista non è l’autore, settantenne, acciaccato, incontinente, che è solo pretesto per descrivere l’ultima fase della vita, quella in cui tutto è insulto, quasi a rendere la fine liberatoria, un alzare bandiera bianca alla morte, diventata finalmente più attraente della vita.
Ironico, caustico, pervaso di malinconia aspra, che aggredisce come solo la cultura ebraica sa fare in una descrizione minuta, da cesello, di caratteri che emergono, sbalzati, dalla sua penna, precisi e inconfondibili, e che sono quelli che ci circondano, ci opprimono, ci eccitano e ci infastidiscono, perché la messa a fuoco è perfetta e il dolore, la rabbia , il rimpianto, da lui provati, ce li regala scontroso, senza volere ringraziamenti, né gratitudine, soltanto per dare loro un senso, o illudersi, per l’ultima volta, di darlo.
Quale titolo, per questo splendido libro, migliore de “Il fantasma esce di scena”?
Grande, grande, grandissimo Philip Roth!

venerdì 26 giugno 2009

I Dellapicca

Il Moro era partito e questa volta il viaggio sarebbe stato più lungo e pericoloso: cercava mercanzia da acquistare a buon mercato e da rivendere a Trieste. Era riuscito a convincere Sigismondo che non aveva condiviso il suo entusiasmo per la nuova impresa, anche perché senza il socio, che trattava pur sempre con condiscendenza, il Veneziano si sentiva perso. La giovane e bellissima moglie gli era già venuta a noia. Una volta ottenuto ciò che voleva, soddisfatta quella sua ingordigia di femmine, la sua incapacità di amare qualcuno al di là del suo egocentrismo era riemersa e lui non aveva fatto nulla per nasconderla. Maria, che a sua volta l’aveva sposato spinta dall’ambizione della madre, si era resa conto ben presto di avere sposato un uomo inconsistente, capriccioso come un bambino, anche lui abbagliato dalla sua bellezza che si stava rivelando per lei una vera e propria iattura, uno schermo al di là del quale c’era una donna che nessuno sembrava voler né conoscere, né capire. Il marito le aveva affiancato una servetta, una ragazzina che veniva da una famiglia numerosa con troppe bocche da sfamare e Maria si era affezionata a Teresina che era rapidamente diventata la sua confidente. La moglie del Veneziano, abituata a lavorare duramente, aveva preso subito in mano le redini della casa e il controllo del magazzino di cui il marito, abituato a stare a letto fino a tardi e a girovagare a vuoto la sera, si occupava in modo discontinuo, preferendo passare le ore nel suo studio a leggere o dietro a qualche gonna. Era ancora un bell’uomo anche se intorno agli occhi gli s’infittiva un reticolo di rughe e i baffi e la barba, che si radeva ogni mattina, incominciavano a ingrigire. Invecchiando, il rimpianto per la sua città si era fuso aggrovigliandosi alla nostalgia per la vita che aveva fatto e per l’uomo che era stato. In realtà, come tutti, aveva selezionato i ricordi a supporto dell’idea di sé che aveva deciso di avere e l’uomo, che riteneva essere stato, esisteva ormai soltanto nella sua fantasia e nei suoi desideri: un fantasma inconsistente, ma capace di condizionarlo e turbarlo con l’innegabile forza di uno spettro.
A mezzogiorno, quando si alzava dal letto e si affacciava alla finestra, quella distesa azzurra, inondata di sole o grigio riflesso di nuvole gonfie di pioggia, lo aggrediva infastidendolo. Sì, lui si sentiva aggredito da quella natura tracotante, irrispettosa: odiava la bora, il suo sibilo che diventava urlo, raffica incontenibile. Odiava quel mare che il vento arruffava in onde che battevano i moli, con il rumore sordo di uno schiaffo. E alla memoria gli tornava quell’acqua verdognola, che accarezzava i palazzi e riluceva di ori riflessi, percorsa dalle gondole, eleganti come cigni neri, curvilinee come corpi femminili. E le conversazioni colte, la musica, la grande musica veneziana, una geometria perfetta di note, cascate di note tintinnanti dove Albinoni, il suo preferito, fondeva le sonorità dei fiati con quelle degli archi. E le sinfonie... a riempire il cuore di dolcezza. Venezia un salotto raffinato e perduto…
E, approfittando del Carnevale, nascosto sotto la maschera, tornare? Anche per un giorno soltanto rituffarsi nell’incrocio delle calli e delle piazzette? (continua...)

Una società senza madri

“Il Presidente è una persona stupenda, generosa, buona, un….Un papà” gracchia dallo schermo televisivo l’ennesima velina intervistata, mentre io, pensando ai tanti padri offesi, mi sento avvampare di rabbia, ma forse è soltanto desolazione.
Non è sorpresa.
So, e da molto tempo, che non c’è persecutore senza vittima e che il problema del masochismo femminile è serio e doloroso. Conosco la realtà delle donne, assoggettate in famiglia alla violenza di ogni tipo da parte dei mariti, che non denunciano, ritenendosi in fondo meritevoli di pugni e schiaffi.
Un uomo che ti paga – a volte nemmeno quello, promettendoti in cambio una raccomandazione nel suo mondo di amici degli amici, per una prestazione sessuale di una notte, che potrebbe esserti nonno, che è potente, che si sceglie le ragazzine minorenni da un book, ospitandole in una sorta di castello degli orrori – dovrebbe farti sentire un oggetto di piacere, una cosa, una bambolina tutta tette e culo. E invece ti senti una prescelta, una fortunata, una vincitrice, in ciò confermata dal tuo potere di seduzione!
Ma tua madre non è riuscita a insegnarti nulla? E tuo padre? Nemmeno. E la scuola? Nessuna insegnante, non dico femminista, donna, semplicemente donna a parlarti per una volta, almeno per una volta della complessità della condizione femminile, a metterti in guardia contro i vecchi che offrono caramelle alle bambine?
Che esempio abbiamo dato, noi madri, di dignità e orgoglio femminile, dove si è spezzato il filo rosso di una cultura non scritta da passare alle figlie, per renderle orgogliose non solo del proprio aspetto fisico, ma della propria qualità di persone?
Queste carrettate di ragazzine offerte su un piatto d’argento all’ennesimo vecchio, laido e potente, non mette in discussione solo il potere e la credibilità del presidente del Consiglio, getta una luce inquietante anche sul mondo femminile, sulla trasmissione dei valori che le madri, lavoratrici, hanno passato alle figlie. Quella presenza di donne adulte che è venuta a mancare nelle case nei lunghi pomeriggi invernali ha avuto conseguenze? Quali? E quale messaggio ha fatto passare la baby- sitter televisiva?
Sono tante le domande che noi donne dovremmo porci di fronte alla squallida realtà che sta emergendo e ai complessi rapporti tra il femminile e il potere. Chissà perché mi emerge nebuloso un ricordo: le donne tedesche osannanti davanti a Hitler e le brave massaie italiane in estasi davanti al Duce…
Se ripartissimo da lì? Che ne dite, forse non sarebbe una cattiva idea.