La solitudine è una scelta soggettiva, è un ritrarsi in se stessi, nel proprio guscio, ma quando sono gli altri che ti allontanano, che ti buttano fuori al freddo, solo, è l’isolamento che conosci. Sigismondo, in quella bettola, un piatto di lenticchie e un boccale d’acqua davanti, si rendeva conto di essere fuori posto, fuori luogo, ma soprattutto che quella sensazione lo avrebbe accompagnato per sempre. Gli stivali di pelle, la camicia in tela di Fiandra, le mani curate, quasi femminee e i modi, innatamente eleganti, tradivano la sua appartenenza sociale che, per la prima volta, avvertiva come un peso, un marchio di diversità, retaggio doloroso di un passato incancellabile, ma perduto. Gli saliva dentro, mentre ingoiava la zuppa, una disperazione sorda, un dolore mai provato prima.
Abituato a comandare chiese con arroganza del pane e si sentì rispondere “E’ finito!”, con indifferenza. Le sue stizze, le collere improvvise che facevano accorrere i servitori, qui sarebbero cadute nel vuoto o, come già stava notando, avrebbero provocato qualche battuta scurrile e un paio di risate. Sulla panca, dall’altra parte della stanza, due clienti si davano di gomito, osservandolo e, a voce alta in modo da essere uditi, dicevano “ Il servizio non soddisfa il signorino?”
‘Mi sento come un cane in chiesa’ pensò e poi, stizzito ‘ ma dove diavolo è finito il Moro?’
La zuppa era quasi immangiabile e le occhiate che altri due clienti del locale indirizzavano ai suoi stivali non gli facevano presagire nulla di buono.
I due dopo essersi scambiati un’occhiata si erano avvicinati al suo tavolo. Il più robusto, con aria falsamente amichevole, gli chiese:
“ E’ un forestiero?”
Sigismondo annuì, scostante.
“ Aspetta qualcuno?” chiese l’altro.
“ Sì”
“ Se nell’attesa ci facessimo una partita a dadi?”
“ Non mi interessa” rispose, sostenuto, Sigismondo, controllando di nuovo, con ansia, l’ingresso del locale, con la speranza di veder entrare il Moro.
“ Beh, allora non sarà così scortese da non bere alla nostra salute” e rivolgendosi all’oste e alzando la voce, ordinò “ Una caraffa di vino nuovo, quello buono, mi raccomando!”
Nel vano della porta in quel momento si stagliò la figura massiccia di un uomo. Il Moro rimase qualche secondo immobile, lo sguardo altero degli occhi scurissimi che passava di faccia in faccia, mandando un messaggio chiaro di superiorità, che in lui nasceva da un’attitudine al comando che ne faceva automaticamente un capo.
Sigismondo, recuperando l’arroganza usuale, disse: ”Aspettavo il mio servo” e lentamente, fissando uno dei due uomini, si portò il boccale alle labbra. (continua...)
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lunedì 25 maggio 2009
domenica 24 maggio 2009
I Dellapicca
Avevano navigato lungo le coste per giorni percorrendo quell' Adriatico di cui la Serenissima era stata padrona assoluta per secoli e, ora, stavano entrando nel porto di Trieste: la città li accoglieva con cieli spazzati da quel vento impetuoso che arrivava fino ad Ancona e un mare ben diverso da quello veneziano: non acqua di laguna stantia che assedia e imbeve, che è muro e strada e casa, ma mare che, senza soluzione di continuità, sconfina in cieli azzurri dilaganti, estesi come una infinita promessa di fuga e avventura.
Sbarcarono in una baraonda di velieri, casse, damigiane, sacchi e uomini brulicanti come formiche operose, vocianti.
Sigismondo, rivolto al Moro, borbottò: “Fiume e Trieste ci stanno rovinando, sembra di essere a Venezia…”. Poi, con un gesto plateale, si tolse il berrettuccio che portava e fece un inchino, questo sì perfetto, mormorando: “M’inchino all’imperatrice Maria Teresa d’Austria”.
Il Moro si guardava intorno sospettoso, la bisaccia ben stretta, quasi cercasse qualcosa. Sigismondo lo guardò interrogativo:
“ Conosci questa città?” gli chiese
“Sì” rispose l’altro, aggiungendo “ Ma è cambiata da quando la vidi la prima volta, parecchi anni fa.Ci dovrebbe essere una locanda per fermarci a mangiare e riposare. E se non ci fosse il “Leon d’Oro” – ricordo ancora il suo nome – ce ne sarà un’altra."
Il Moro s’incamminò, seguito dal padrone che gli ciondolava dietro seguendolo, mentre si faceva largo nella ressa che animava il porto. Finalmente un’insegna e…un leone. No, non era il simbolo della Serenissima, era un leone rossiccio, mal disegnato che oscillava lasciando nell’aria un rumore di ferro arrugginito. Mentre entrava e si accasciava sfinito su una panca gli passarono davanti agli occhi i soffitti fastosi del suo palazzo e gli affreschi che ornavano le ville dei nobili sul Brenta, i quadri del Guardi, del Canaletto, gli scarpini di broccato, gli abiti eccentrici di velluto e damasco. Entravano uomini polverosi in brache e giubba, che si accasciavano sulle panche dissetandosi rumorosamente. I tavoli, ingombri di boccali vuoti erano sporchi e infestati dalle mosche. Anche a Venezia aveva visto bettole simili, ma frequentarle era stato un gioco, da farsi mimetizzato dietro la bautta, con un velo applicato sotto il tricorno a coprire il viso. Era stato divertente sdoppiarsi, triplicarsi come in un gioco di specchi, nelle settimane dedicate al Carnevale, ma ora qualunque specchio gli avrebbe rimandato soltanto la squallida immagine di un fuggiasco all’apice della disperazione. (continua...)
Sbarcarono in una baraonda di velieri, casse, damigiane, sacchi e uomini brulicanti come formiche operose, vocianti.
Sigismondo, rivolto al Moro, borbottò: “Fiume e Trieste ci stanno rovinando, sembra di essere a Venezia…”. Poi, con un gesto plateale, si tolse il berrettuccio che portava e fece un inchino, questo sì perfetto, mormorando: “M’inchino all’imperatrice Maria Teresa d’Austria”.
Il Moro si guardava intorno sospettoso, la bisaccia ben stretta, quasi cercasse qualcosa. Sigismondo lo guardò interrogativo:
“ Conosci questa città?” gli chiese
“Sì” rispose l’altro, aggiungendo “ Ma è cambiata da quando la vidi la prima volta, parecchi anni fa.Ci dovrebbe essere una locanda per fermarci a mangiare e riposare. E se non ci fosse il “Leon d’Oro” – ricordo ancora il suo nome – ce ne sarà un’altra."
Il Moro s’incamminò, seguito dal padrone che gli ciondolava dietro seguendolo, mentre si faceva largo nella ressa che animava il porto. Finalmente un’insegna e…un leone. No, non era il simbolo della Serenissima, era un leone rossiccio, mal disegnato che oscillava lasciando nell’aria un rumore di ferro arrugginito. Mentre entrava e si accasciava sfinito su una panca gli passarono davanti agli occhi i soffitti fastosi del suo palazzo e gli affreschi che ornavano le ville dei nobili sul Brenta, i quadri del Guardi, del Canaletto, gli scarpini di broccato, gli abiti eccentrici di velluto e damasco. Entravano uomini polverosi in brache e giubba, che si accasciavano sulle panche dissetandosi rumorosamente. I tavoli, ingombri di boccali vuoti erano sporchi e infestati dalle mosche. Anche a Venezia aveva visto bettole simili, ma frequentarle era stato un gioco, da farsi mimetizzato dietro la bautta, con un velo applicato sotto il tricorno a coprire il viso. Era stato divertente sdoppiarsi, triplicarsi come in un gioco di specchi, nelle settimane dedicate al Carnevale, ma ora qualunque specchio gli avrebbe rimandato soltanto la squallida immagine di un fuggiasco all’apice della disperazione. (continua...)
sabato 23 maggio 2009
Il Max sbaglia pure le parole
"Hai visto la Susy?"
"Sì, devo averla incrociata su Facebook, pochi minuti fa".
"Ma sei sicura?"
"Secondo te la Susy è una che si può scambiare per un'altra?"
Mi guarda dubbiosa e alza il sopracciglio, facendo il broncio.
" Io vengo da Myspace, la Susy imperversa anche là", mi dice e l'invidia è più viola della lacca delle sue unghie.
"Ma questo bus non arriva"sbuffa la Lory.
"Ehi popolo, volete un passaggio?" urla quel deficiente del Max, sporgendosi dall'Ape.
Lo ignoriamo.
"Io ve l'ho detto! C'è sciopero".
La Lory e io ci fiondiamo sul retro dell'Ape, tra cassette di frutta e due sacchi di noccioline.
Si affianca a noi - oh cristo santo – la Susy, a pelle di leone su una moto che sembra un'astronave, curvilinea e slanciata come lei. E quello che guida: altro che il Max.
Ci afflosciamo come le foglie d'insalata della cassetta che ha sulle ginocchia la Lory.
L'invidia ha il sapore dei gas di scarico nella notte che ci ingoia in un boccone.
Il Max canta stonato e - la malora - sbaglia pure le parole.
"Sì, devo averla incrociata su Facebook, pochi minuti fa".
"Ma sei sicura?"
"Secondo te la Susy è una che si può scambiare per un'altra?"
Mi guarda dubbiosa e alza il sopracciglio, facendo il broncio.
" Io vengo da Myspace, la Susy imperversa anche là", mi dice e l'invidia è più viola della lacca delle sue unghie.
"Ma questo bus non arriva"sbuffa la Lory.
"Ehi popolo, volete un passaggio?" urla quel deficiente del Max, sporgendosi dall'Ape.
Lo ignoriamo.
"Io ve l'ho detto! C'è sciopero".
La Lory e io ci fiondiamo sul retro dell'Ape, tra cassette di frutta e due sacchi di noccioline.
Si affianca a noi - oh cristo santo – la Susy, a pelle di leone su una moto che sembra un'astronave, curvilinea e slanciata come lei. E quello che guida: altro che il Max.
Ci afflosciamo come le foglie d'insalata della cassetta che ha sulle ginocchia la Lory.
L'invidia ha il sapore dei gas di scarico nella notte che ci ingoia in un boccone.
Il Max canta stonato e - la malora - sbaglia pure le parole.
venerdì 22 maggio 2009
I Dellapicca (Corsari e pirati)
Sigismondo si svegliò. Il Moro aveva diretto l’imbarcazione verso la terraferma risalendo poi lungo la costa. Doveva avere dormito parecchio perché aveva fame e si sentiva riposato.
“ Padrone, tra dieci minuti si mangia “ gli gridò dalla riva, mentre rivoltava sul fuoco un pesce infilzato con uno stecco.
Il veneziano abituato alle comodità del palazzo sul Canal Grande sospirò stizzito e dopo essersi tolto gli stivali scese dalla barca e sguazzando nell’acqua raggiunse la riva. Abituato a essere servito e riverito, cosa avrebbe fatto senza il Moro? Per fortuna il suo servitore sembrava cavarsela benissimo.
Sigismondo gli aveva salvato la vita sottraendolo alla forca, destino che era toccato ai suoi compagni quando la nave corsara sulla quale scorrazzavano lungo l’Adriatico assalendo qualunque imbarcazione gli capitasse a tiro, si era scontrata con una nave veneziana, dotata di bocche di fuoco che le avevano assicurato un’immediata vittoria.
L’aveva tirato fuori dai “Piombi”e se l’era portato a casa, pensando fosse un pirata qualunque, ma il Moro non era un uomo della ciurma: era stato il braccio destro del comandate. Astuto, coraggioso, dotato di una forza straordinaria, grande conoscitore di uomini e navi, si era rivelato per Sigismondo, una delle poche scelte ben fatte della sua vita.
“ Sono riuscito a rubare una barca, la gondola avrebbe dato nell'occhio...E’ più prudente viaggiare di notte e riposare, nascosti, la barca tirata in secco, di giorno. Che si cada nelle mani dei veneziani, degli austriaci o degli spagnoli, se poi non finiamo in bocca a una nave pirata…” disse il servo.
“ Beh, in quel caso, ti manderei a parlamentare “ rispose ridendo Sigismondo.
“ Conoscete ben poco il mondo della pirateria” rispose l’altro.
“ Effettivamente, anche se so che, voi corsari, siete stati un bel problema per i nostri velieri…”
“ Corsari e pirati non sono la stessa cosa” rispose il Moro pensieroso.
“ Anche se legittimati da qualche scartoffia firmata da un re, imperatore o signore i corsari sempre ladri sono, esattamente come i pirati” e il volto del nobile, arrossato dal sole, s’indurì.
Mangiarono in silenzio, poi Sigismondo si sdraiò a pancia in su a guardare le nuvole. Era da anni che viveva di notte e dormiva di giorno, frequentando bische, feste e, naturalmente, teatri. Pensò, con una fitta di rimorso, a sua madre, conscio che il palazzo sarebbe finito nelle mani dei creditori e lei in qualche convento per la pietà di qualche marchesa con una figlia suora o badessa. Ormai era anziana, non sarebbe vissuta molto, piegata dalla vergogna oltre che dall’indigenza.
L’aria primaverile era già tiepida e il mare davanti a lui, appena mosso dalla brezza, riluceva sotto il sole. Il Moro raccoglieva piccoli granchi scuri che poi abbrustoliva. Si era allontanato tornando poco dopo con un pollo che gli penzolava dalla cintura e, seduto a gambe incrociate, dopo aver riscaldato dell’acqua – quell’uomo aveva pensato a tutto portando con sé anche una sorta di pignatta - aveva incominciato con gesti sicuri a spennarlo.
“ Padrone, tra dieci minuti si mangia “ gli gridò dalla riva, mentre rivoltava sul fuoco un pesce infilzato con uno stecco.
Il veneziano abituato alle comodità del palazzo sul Canal Grande sospirò stizzito e dopo essersi tolto gli stivali scese dalla barca e sguazzando nell’acqua raggiunse la riva. Abituato a essere servito e riverito, cosa avrebbe fatto senza il Moro? Per fortuna il suo servitore sembrava cavarsela benissimo.
Sigismondo gli aveva salvato la vita sottraendolo alla forca, destino che era toccato ai suoi compagni quando la nave corsara sulla quale scorrazzavano lungo l’Adriatico assalendo qualunque imbarcazione gli capitasse a tiro, si era scontrata con una nave veneziana, dotata di bocche di fuoco che le avevano assicurato un’immediata vittoria.
L’aveva tirato fuori dai “Piombi”e se l’era portato a casa, pensando fosse un pirata qualunque, ma il Moro non era un uomo della ciurma: era stato il braccio destro del comandate. Astuto, coraggioso, dotato di una forza straordinaria, grande conoscitore di uomini e navi, si era rivelato per Sigismondo, una delle poche scelte ben fatte della sua vita.
“ Sono riuscito a rubare una barca, la gondola avrebbe dato nell'occhio...E’ più prudente viaggiare di notte e riposare, nascosti, la barca tirata in secco, di giorno. Che si cada nelle mani dei veneziani, degli austriaci o degli spagnoli, se poi non finiamo in bocca a una nave pirata…” disse il servo.
“ Beh, in quel caso, ti manderei a parlamentare “ rispose ridendo Sigismondo.
“ Conoscete ben poco il mondo della pirateria” rispose l’altro.
“ Effettivamente, anche se so che, voi corsari, siete stati un bel problema per i nostri velieri…”
“ Corsari e pirati non sono la stessa cosa” rispose il Moro pensieroso.
“ Anche se legittimati da qualche scartoffia firmata da un re, imperatore o signore i corsari sempre ladri sono, esattamente come i pirati” e il volto del nobile, arrossato dal sole, s’indurì.
Mangiarono in silenzio, poi Sigismondo si sdraiò a pancia in su a guardare le nuvole. Era da anni che viveva di notte e dormiva di giorno, frequentando bische, feste e, naturalmente, teatri. Pensò, con una fitta di rimorso, a sua madre, conscio che il palazzo sarebbe finito nelle mani dei creditori e lei in qualche convento per la pietà di qualche marchesa con una figlia suora o badessa. Ormai era anziana, non sarebbe vissuta molto, piegata dalla vergogna oltre che dall’indigenza.
L’aria primaverile era già tiepida e il mare davanti a lui, appena mosso dalla brezza, riluceva sotto il sole. Il Moro raccoglieva piccoli granchi scuri che poi abbrustoliva. Si era allontanato tornando poco dopo con un pollo che gli penzolava dalla cintura e, seduto a gambe incrociate, dopo aver riscaldato dell’acqua – quell’uomo aveva pensato a tutto portando con sé anche una sorta di pignatta - aveva incominciato con gesti sicuri a spennarlo.
mercoledì 20 maggio 2009
I Dellapicca
Il Moro remava con movimenti regolari e misurati, lasciandosi la città, che si risvegliava, alle spalle.
Sigismondo si voltò per un istante, provando lo stupore che quella città incredibile suscitava in chiunque la vedesse, e non soltanto la prima volta. Nella nebbia leggera rilucevano gli ori, gli smalti e le cupole. Un rintocco di campane e il brusio dell’Arsenale, dove il lavoro riprendeva, arrivavano a tratti portati dalla brezza.
Due velieri, vele al vento, lasciavano la città.
Il Moro si avvolse nel mantello e si coprì il viso, mentre alle sue spalle il padrone si adagiava sul fondo della barca, mimetizzandosi sotto ai sacchi di cui si erano riforniti per far credere di essere in mare di primo mattino, come tante altre barche, a trasportare in città della merce. Dietro a loro si accodò una barca che, dalle parole pronunciate dall’uomo che si sporgeva agitando un braccio, risultò essere occupata da guitti.
“ Ehi, avete dell’acqua? Siamo partiti in fretta, dopo la recita di ieri sera.”
Sigismondo, che spiava tra i sacchi, sollevò la testa in tempo per vedere il veliero superarli e filare, vento in poppa, ormai in mare aperto. Rassicurato emerse dal suo nascondiglio allungando all’altra barca l’acqua che gli veniva chiesta. In condizioni normali non si sarebbe sognato di rivolgere loro la parola, ma non voleva insospettirli e, quindi, tentò di fingersi uomo del popolo.
“ Dove andate?” chiese uno degli attori.
“ Andiamo a prendere verdura e frutta in terraferma. Cosa avete recitato ieri sera?”
“ Goldoni”
“ Ah! Goldoni, conosco tutte le sue commedie” rispose Sigismondo
“ Con Arlecchino, servitore di due padroni abbiamo riempito il teatro, ma Venezia non è più quella di una volta” borbottò il capocomico, guardando Sigismondo con aria vagamente interrogativa e una punta di sospetto nello sguardo.
Il Moro si voltò e disse: “ E’ un gondoliere e può entrare gratuitamente perché s’impegna a applaudire o fischiare…”
L’uomo lo interruppe e, ridendo, disse” Spesso siete la nostra rovina”, quindi, dopo averli ringraziati, il capocomico si assestò alla meno peggio all’interno della barca che, con quattro persone ai remi, li distanziò nel giro di pochi minuti.
“ Padrone, non è prudente esporsi in questo modo. Vi stanno cercando. Riparatevi sotto ai sacchi e cercate di non dare nell’occhio.”
Sigismondo di malavoglia si allungò sul fondo della barca. Stavano cercando di raggiungere Trieste, la città che, proclamata porto franco dal padre di Maria Teresa d’Austria nel 1719, lui era ancora un bambino, ormai rivaleggiava con Venezia. Aveva avuto una grande espansione, ma non vantava la tradizione musicale, teatrale e culturale che avevano reso, a pieno diritto, la sua città una delle mete del “Grand Tour” , il viaggio iniziatico, di dovere per ogni gentiluomo. Frequentatore assiduo di case da gioco, di teatri, di caffè veneziani nonché galante cicisbeo di alcune tra le più fascinose dame patrizie, Sigismondo si chiedeva come avrebbe potuto sopravvivere lontano da Venezia.
La nostalgia per il suo mondo, raffinato e perduto, già gli mordeva l’anima, mentre i ricordi affioravano senza tregua, quasi un riepilogo finale prima del commiato definitivo, non soltanto da una città, ma da un modo di essere e di vivere. Poi, avrebbe dovuto affrontare l’ignoto.
Allungò la mano per assicurarsi che i gioielli di famiglia, che il Moro aveva nascosto cucendoli nel risvolto degli stivali, fossero ancora lì, quindi, esausto, la traccia scura della barba che gli illividiva il volto, piombò in un sonno senza sogni.(continua)
Sigismondo si voltò per un istante, provando lo stupore che quella città incredibile suscitava in chiunque la vedesse, e non soltanto la prima volta. Nella nebbia leggera rilucevano gli ori, gli smalti e le cupole. Un rintocco di campane e il brusio dell’Arsenale, dove il lavoro riprendeva, arrivavano a tratti portati dalla brezza.
Due velieri, vele al vento, lasciavano la città.
Il Moro si avvolse nel mantello e si coprì il viso, mentre alle sue spalle il padrone si adagiava sul fondo della barca, mimetizzandosi sotto ai sacchi di cui si erano riforniti per far credere di essere in mare di primo mattino, come tante altre barche, a trasportare in città della merce. Dietro a loro si accodò una barca che, dalle parole pronunciate dall’uomo che si sporgeva agitando un braccio, risultò essere occupata da guitti.
“ Ehi, avete dell’acqua? Siamo partiti in fretta, dopo la recita di ieri sera.”
Sigismondo, che spiava tra i sacchi, sollevò la testa in tempo per vedere il veliero superarli e filare, vento in poppa, ormai in mare aperto. Rassicurato emerse dal suo nascondiglio allungando all’altra barca l’acqua che gli veniva chiesta. In condizioni normali non si sarebbe sognato di rivolgere loro la parola, ma non voleva insospettirli e, quindi, tentò di fingersi uomo del popolo.
“ Dove andate?” chiese uno degli attori.
“ Andiamo a prendere verdura e frutta in terraferma. Cosa avete recitato ieri sera?”
“ Goldoni”
“ Ah! Goldoni, conosco tutte le sue commedie” rispose Sigismondo
“ Con Arlecchino, servitore di due padroni abbiamo riempito il teatro, ma Venezia non è più quella di una volta” borbottò il capocomico, guardando Sigismondo con aria vagamente interrogativa e una punta di sospetto nello sguardo.
Il Moro si voltò e disse: “ E’ un gondoliere e può entrare gratuitamente perché s’impegna a applaudire o fischiare…”
L’uomo lo interruppe e, ridendo, disse” Spesso siete la nostra rovina”, quindi, dopo averli ringraziati, il capocomico si assestò alla meno peggio all’interno della barca che, con quattro persone ai remi, li distanziò nel giro di pochi minuti.
“ Padrone, non è prudente esporsi in questo modo. Vi stanno cercando. Riparatevi sotto ai sacchi e cercate di non dare nell’occhio.”
Sigismondo di malavoglia si allungò sul fondo della barca. Stavano cercando di raggiungere Trieste, la città che, proclamata porto franco dal padre di Maria Teresa d’Austria nel 1719, lui era ancora un bambino, ormai rivaleggiava con Venezia. Aveva avuto una grande espansione, ma non vantava la tradizione musicale, teatrale e culturale che avevano reso, a pieno diritto, la sua città una delle mete del “Grand Tour” , il viaggio iniziatico, di dovere per ogni gentiluomo. Frequentatore assiduo di case da gioco, di teatri, di caffè veneziani nonché galante cicisbeo di alcune tra le più fascinose dame patrizie, Sigismondo si chiedeva come avrebbe potuto sopravvivere lontano da Venezia.
La nostalgia per il suo mondo, raffinato e perduto, già gli mordeva l’anima, mentre i ricordi affioravano senza tregua, quasi un riepilogo finale prima del commiato definitivo, non soltanto da una città, ma da un modo di essere e di vivere. Poi, avrebbe dovuto affrontare l’ignoto.
Allungò la mano per assicurarsi che i gioielli di famiglia, che il Moro aveva nascosto cucendoli nel risvolto degli stivali, fossero ancora lì, quindi, esausto, la traccia scura della barba che gli illividiva il volto, piombò in un sonno senza sogni.(continua)
I Dellapicca
“ Presto signore, dobbiamo andare…”
“ Sono qua, Moro “ e, così dicendo, l’uomo saltò sulla barca che oscillò vistosamente. Poi si udì soltanto il rumore cadenzato dei remi che sferzavano l’acqua.
I due uomini tacevano: assorti.
Incombeva, avara di stelle, la notte e la luna, ora nascosta da una nuvola passeggera, sembrava scrutare l' imbarcazione che, scivolando lungo l’intreccio dei canali, puntava in direzione del mare aperto.
Avvolto nel mantello l’uomo seduto dietro al rematore, lasciava scivolare lo sguardo sulle facciate dei palazzi. Conosceva ogni angolo di quella Venezia nella quale era nato e cresciuto. Erede di una nobile famiglia veneziana, i Dellapicca, ricchi commercianti di spezie e prodotti orientali che venivano trasportati con le navi di famiglia, era rimasto orfano di padre da bambino. Allevato dalla madre che ne aveva affidato l’educazione a istitutori compiacenti, che nulla avevano fatto per modificarne il carattere capriccioso e instabile, il giovane conte Sigismondo era cresciuto manifestando, oltre all’arroganza tipica del suo ambiente, due uniche passioni: le donne e il gioco.
Ospite onnipresente alle feste che animavano i palazzi sul Canal Grande, elegantissimo, di bella presenza, era sempre invischiato in storie di donne e la sua gondola, nera e lussuosa, con quel moro gigantesco che, docile come un cane, aspettava per ore il padrone, spesso era stata vista nei paraggi dei palazzi che custodivano, come valve le perle, le più belle dame veneziane.
Sigismondo aveva lasciato la sua casa in tutta fretta, senza nemmeno avvertire la madre, timoroso che lei potesse tentare di fermarlo, ma non aveva rinunciato a vedere per l’ultima volta Benedetta e ora anche lei, che gli danzava davanti agli occhi nella notte che schiariva, sarebbe stata soltanto un ricordo, come quell’odore di mare, lo splendore dei palazzi veneziani, la parlata strascicata, inconfondibile della sua gente. Si lasciava il suo mondo alle spalle, probabilmente per sempre, costretto a fuggire oberato dai debiti e ricercato dai creditori, dopo aver dato fondo, sui tavoli da gioco, a un patrimonio costruito da generazioni. Lui, l’imbelle erede dei Dellapicca, fuggiva nella notte come un volgare malfattore, per evitare la vergogna della galera a se stesso e l’onta dell’uomo che era diventato a sua madre.
Con sé portava soltanto i ricordi e il Moro, l’unica persona sulla quale potesse ancora contare.(continua)
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“ Sono qua, Moro “ e, così dicendo, l’uomo saltò sulla barca che oscillò vistosamente. Poi si udì soltanto il rumore cadenzato dei remi che sferzavano l’acqua.
I due uomini tacevano: assorti.
Incombeva, avara di stelle, la notte e la luna, ora nascosta da una nuvola passeggera, sembrava scrutare l' imbarcazione che, scivolando lungo l’intreccio dei canali, puntava in direzione del mare aperto.
Avvolto nel mantello l’uomo seduto dietro al rematore, lasciava scivolare lo sguardo sulle facciate dei palazzi. Conosceva ogni angolo di quella Venezia nella quale era nato e cresciuto. Erede di una nobile famiglia veneziana, i Dellapicca, ricchi commercianti di spezie e prodotti orientali che venivano trasportati con le navi di famiglia, era rimasto orfano di padre da bambino. Allevato dalla madre che ne aveva affidato l’educazione a istitutori compiacenti, che nulla avevano fatto per modificarne il carattere capriccioso e instabile, il giovane conte Sigismondo era cresciuto manifestando, oltre all’arroganza tipica del suo ambiente, due uniche passioni: le donne e il gioco.
Ospite onnipresente alle feste che animavano i palazzi sul Canal Grande, elegantissimo, di bella presenza, era sempre invischiato in storie di donne e la sua gondola, nera e lussuosa, con quel moro gigantesco che, docile come un cane, aspettava per ore il padrone, spesso era stata vista nei paraggi dei palazzi che custodivano, come valve le perle, le più belle dame veneziane.
Sigismondo aveva lasciato la sua casa in tutta fretta, senza nemmeno avvertire la madre, timoroso che lei potesse tentare di fermarlo, ma non aveva rinunciato a vedere per l’ultima volta Benedetta e ora anche lei, che gli danzava davanti agli occhi nella notte che schiariva, sarebbe stata soltanto un ricordo, come quell’odore di mare, lo splendore dei palazzi veneziani, la parlata strascicata, inconfondibile della sua gente. Si lasciava il suo mondo alle spalle, probabilmente per sempre, costretto a fuggire oberato dai debiti e ricercato dai creditori, dopo aver dato fondo, sui tavoli da gioco, a un patrimonio costruito da generazioni. Lui, l’imbelle erede dei Dellapicca, fuggiva nella notte come un volgare malfattore, per evitare la vergogna della galera a se stesso e l’onta dell’uomo che era diventato a sua madre.
Con sé portava soltanto i ricordi e il Moro, l’unica persona sulla quale potesse ancora contare.(continua)
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martedì 19 maggio 2009
Amo la notte
Amo la notte. Da sempre. E' silenzio, quindi riflessione. E' tregua nel caos metropolitano, quindi pace. E' possibilità di nascondersi, quindi protezione. E' buio che tutto può contenere, quindi fantasia.
Per questo, forse, di notte io scrivo.
Per questo, forse, di notte io scrivo.
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