Ero esterefatta. "Sono Gloria!" con quel tono? Come se mia madre la conoscesse?
La guardai e gelidamente le chiesi: "Mia madre ti conosce?". Vidi la rabbia nei suoi occhi acquattarsi mentre la sua voce assumeva quel tono implorante, da vittima, che non riuscivo a sopportare. Anche se lei vittima lo era, ma il carnefice... non ero io.
Eppure mi faceva sentire responsabile come se fossi stata presente alle adunate del Duce, confusa all'interno della folla plaudente.
Le crollarono le spalle, si abbassarono le palpebre mentre diceva:"Scusami! Per un momento ho perso il controllo".
Finsi di credere alle sue parole ma, ormai, il dubbio si stava facendo certezza dentro alla mia testa: quella donna aveva bisogno di me, ma non era la mia amicizia che cercava. Qualcosa ci univa, qualcosa che risaliva alle nostre famiglie, un filo rosso di dolore e di sangue che passava attraverso il campo di sterminio di Auschwitz, che mio padre aveva cercato disperatamente di dimenticare, e quella fede che mia madre fingeva di non avere visto nel cassetto della sua scrivania. Ma perché non parlarne con me, con chiarezza? Cosa le impediva di dirmi la verità?
Gloria mi fissava. Aveva capito di essere andata oltre?
"Ricordi ciò che ti dissi... che il dolore sfigura? Ho perso tutti: ho soltanto te!"
e sospirò.
"Ma io potrei essere soltanto un'amica" le risposi, sentendo che la stanza si faceva stretta e l'aria mi mancava.
Rise, con quella sua risata che strideva come gesso su una lavagna. "Ma cosa hai capito? Non sto attentando alla tua virtù, non mi piacciono le donne. Oh, mia povera amica, è questo che hai pensato poco fa quando ti sei rivolta a me con quel tono offeso e quello sguardo gelido?"
Mi sentii scoperta. Mi era passata per la mente anche quell'idea. Era un'ipotesi come un'altra, in fondo. Oppure mi stava raggirando, voleva tranquillizzarmi? Bene, nel dubbio sarei stata al suo gioco.
"Be', non posso negare... " balbettai in risposta.
"Ho una storia con quel mio amico, l'investigatore privato. Ricordi, ne abbiamo parlato quel giorno in cui... "
"Ah, raccontami, raccontami".
"E tu in cambio cosa mi dai?" e sorrise, sorniona.
"Forse so dov'è l'anello" le sussurrai osservandola.
"L'avevo immaginato" mi rispose.
"Come mai?"
"Un'ebrea non... "
"Un'ebrea?!"
"A volte, parlando con te, dimentico che non lo sei. Hai molto della mia gente. Nessuno te l'ha mai detto?"
In quella partita a scacchi che avevamo incominciato a giocare era di nuovo in vantaggio.
Di nuovo mi spiazzava. (continua... )
martedì 13 aprile 2010
Primavera
Ricordi
quelle brusche primavere?
Le prime barche in mare
e noi
le mani nelle mani
la bocca
per baciare
e per cantare?
I merli son tornati
nel cortile
impara a volare
la covata,
l'erba
è già
rispuntata
Faticosa
mi azzanna
la giornata
La primavera è intatta
io
sfinita
In pasto ci davamo
a quelle sere
che una bava di vento
illanguidiva
...
...
la vita
pezzo a pezzo
c'ingoiava.
quelle brusche primavere?
Le prime barche in mare
e noi
le mani nelle mani
la bocca
per baciare
e per cantare?
I merli son tornati
nel cortile
impara a volare
la covata,
l'erba
è già
rispuntata
Faticosa
mi azzanna
la giornata
La primavera è intatta
io
sfinita
In pasto ci davamo
a quelle sere
che una bava di vento
illanguidiva
...
...
la vita
pezzo a pezzo
c'ingoiava.
lunedì 12 aprile 2010
E la missione umanitaria?
Gino Strada, il fondatore di Emergency, rischia di doversene andare dall'Afghanistan.
Contro di lui accuse vaghe, fumose, legate al ritrovamento di armi all'interno dell'ospedale. Strada, che sembra cadere dalle nuvole, si difende asserendo di non avere mai visto quelle armi.
Io gli credo, il ministro Frattini un po' meno. Chissà perché?
Quante volte abbiamo sentito quest'uomo, con la pacatezza anche un po' annoiata che gli è propria, ribadire la sua ferma condanna alla guerra, a qualunque intervento armato che si proponga la soluzione di un problema attraverso l'uso delle armi? Non potendo impedire l'uso della violenza, il dottor Gino Strada fa quello che un medico può e deve fare: rappezza, ricompone, ricuce i corpi massacrati che assediano, come un'inarrestabile quotidiana marea, i suoi ospedali. Questo fa il dottor Gino Strada, non complotti e, quindi, non scelte a favore dell'una o dell'altra parte in guerra.
Eppure il ministro Frattini non è convinto e si è guardato bene, per il momento, dal fare una protesta degna di nota al governo di Kabul, anche perché - non dovrebbe essere un merito ? - il dottor Strada e il suo ospedale hanno poco a che fare con gli aiuti umanitari finanziati dalla Farnesina.
Trattandosi di accuse infamanti, chi meglio del Presidente del Consiglio, sempre pronto a difendere se stesso e chi di dovere da accuse costruita a tavolino - vedi Bertolaso -, potrebbe intervenire?
Ma sembra che Berlusconi non ne voglia sapere. E poi, francamente, perché questo Gino Strada dovrebbe piacere a chi governa il nostro Paese o al governo afgano che sosteniamo? Come tutti i cani sciolti non è controlla bile, la zuppa se la trova da solo, abbaia, pardon!, parla quando e come vuole, quindi potrebbe anche, parlando a vanvera... Presta gratuitamente la propria opera. Di uno così è meglio non fidarsi. A chi può essere utile? Bò, solo ai feriti che ricovera nel proprio ospedale.
E chi se ne frega dei feriti.
E la missione umanitaria?
Quella la lasciamo al dottor Gino Strada: a patto che non esageri!
Contro di lui accuse vaghe, fumose, legate al ritrovamento di armi all'interno dell'ospedale. Strada, che sembra cadere dalle nuvole, si difende asserendo di non avere mai visto quelle armi.
Io gli credo, il ministro Frattini un po' meno. Chissà perché?
Quante volte abbiamo sentito quest'uomo, con la pacatezza anche un po' annoiata che gli è propria, ribadire la sua ferma condanna alla guerra, a qualunque intervento armato che si proponga la soluzione di un problema attraverso l'uso delle armi? Non potendo impedire l'uso della violenza, il dottor Gino Strada fa quello che un medico può e deve fare: rappezza, ricompone, ricuce i corpi massacrati che assediano, come un'inarrestabile quotidiana marea, i suoi ospedali. Questo fa il dottor Gino Strada, non complotti e, quindi, non scelte a favore dell'una o dell'altra parte in guerra.
Eppure il ministro Frattini non è convinto e si è guardato bene, per il momento, dal fare una protesta degna di nota al governo di Kabul, anche perché - non dovrebbe essere un merito ? - il dottor Strada e il suo ospedale hanno poco a che fare con gli aiuti umanitari finanziati dalla Farnesina.
Trattandosi di accuse infamanti, chi meglio del Presidente del Consiglio, sempre pronto a difendere se stesso e chi di dovere da accuse costruita a tavolino - vedi Bertolaso -, potrebbe intervenire?
Ma sembra che Berlusconi non ne voglia sapere. E poi, francamente, perché questo Gino Strada dovrebbe piacere a chi governa il nostro Paese o al governo afgano che sosteniamo? Come tutti i cani sciolti non è controlla bile, la zuppa se la trova da solo, abbaia, pardon!, parla quando e come vuole, quindi potrebbe anche, parlando a vanvera... Presta gratuitamente la propria opera. Di uno così è meglio non fidarsi. A chi può essere utile? Bò, solo ai feriti che ricovera nel proprio ospedale.
E chi se ne frega dei feriti.
E la missione umanitaria?
Quella la lasciamo al dottor Gino Strada: a patto che non esageri!
sabato 10 aprile 2010
La casa delle bambole - racconto a puntate - (n°10)
Dopo aver dato un'occhiata al cielo che andava scurendosi di nuvole di tempesta rientrammo in casa, seguite, quasi rincorse, dal picchiettio delle prime gocce di pioggia sul fogliame del giardino.
"Allora?" chiesi.
Silenzio. Rotto dalla mia ripetuta domanda:
"Non ti aiuterebbe parlarne? Dirmi tutto partendo dall'inizio?"
"Tutto cosa?" mi chiese, e mi guardò, beffarda; poi continuò dicendo:
"Cos'è che devo raccontarti: tutto il dolore che i campi di sterminio lasciano per sempre nei sopravvissuti? Oppure ti incuriosisce conoscere i particolari delle torture alle quali i prigionieri venivano sottoposti, sempre che tu non senta il bisogno di essere sommersa, affogata nel fiume di lacrime versato dai parenti..."
La interruppi, impacciata, borbottando:
"Non ti consentono di vivere normalmente... "
"Normalmente? Ma ti rendi conto di ciò che stai dicendo?" e di nuovo m'impedì di proseguire.
"Volevo soltanto esprimere la mia opinione"
Disse:
"Sentiamo, sentiamola questa tua opinione, costruita su di me bevendo un tè in mia compagnia o raccogliendo fiori nei campi, dall'alto delle tue solide sicurezze, alle quali nessuno si sognerebbe di attentare", e la sua voce dal tono amaro, facendomi sentire in colpa, m'indusse a continuare con patetiche ovvietà.
"Non pensi che ciò che ti è successo sia diventato un alibi? Per giustificarti in ogni momento, di fronte a qualunque prolema. Tu sei viva, la vita ti ha riservato questa fortuna incredibile che buona parte della tua gente non ha avuto. Perché non godere di questo dono?"
"Perché? Perché uccidendo la mia famiglia mi hanno rubato l'infanzia. Io non sono mai più stata una bambina, io non conosco abbandoni, sono incapace di emozioni, l'unico sentimento che mi fa sentire viva è l'odio. Vivo per potermi vendicare!"
"La vendetta non ti restiturà l'infanzia che ti hanno rubato Gloria".
"Tu non sai, tu non sai nulla; quel ladro cercava qualcosa che non ha trovato, ma..." e tacque, valutandomi, soppesandomi con quello sguardo che mi dava sempre un'acuta sensazione di disagio.
"Non sono ingenua come pensi; ho capito quasi subito che non poteva essere un drogato. Ha trovato ciò che cercava?"
Non osai chiederle che cosa cercasse perché Gloria, cambiando tono, quasi implorante mi disse: "Devo vedere tua madre, parlarle. Puoi accompagnarmi? Non ho intenzione di aspettare domani, ma tu dovresti telefonarle per comunicare il mio arrivo".
Sentivo aumentare di minuto in minuto la mia curiosità, ma non capivo perché per Gloria fosse necessari incontrare mia madre.
"Ora vado a telefonarle, se non avesse più la fede e non ricordasse quello che portava inciso... Be', stai rischiando proprio di fare un viaggio inutile".
Si voltò e fissandomi nuovamente beffarda e aggressiva, con quell'espressione da gatta che gioca con un topo, disse: "Sei sempre stata intelligente, ma molto ingenua, in questo non ci assomigliamo"
"Cosa intendi dire?" mormorai, sentendo un brivido corrermi lungo la schiena mentre mi tornava alla mente il verso della civetta e fissandola pensavo: "Questa volta l'ingenua sei tu cara Gloria, perchè un segreto, sì, proprio un segreto su questo anello che ti sta tanto a cuore me lo tengo stretto, stretto, pure io. Eh già, io conosco sia la data che il nome incisi sulla fede, ma, per il momento non ho la minima intenzione di comunicarteli."
Pochi minuti dopo telefonavo a mia madre.
"Pronto mamma, sì sto bene... Anche tu? Lasciami parlare... " e le ricordai quel pacco portato da mio padre al ritorno dalla prigionia, la fede che portava incisi un nome e una data, spiegandole che avevo conosciuto una persona che cercava le tracce dei suoi parenti uccisi ad Auschwitz, ma... Lei m'interruppe, il tono della voce mutato, stridulo mentre mi diceva:
"Quando morì tuo padre vuotammo il cassetto della scrivania e a me non risulta ci fosse questo anello. Ti stai sbagliando, mi dispiace. Non intendo parlare con questa donna".
Gloria, che seguiva la telefonata con evidente apprensione, vedendo che io scuotevo la testa dicendo: "Va bene, mamma. Pazienza!" e già ero sul punto di abbassare la cornetta, me la strappò dalle mani e sibilò quelle due parole: "Sono Gloria!"
Mia madre aveva evidentemente interrotto la comunicazione, perché anche Gloria, con un gesto di rabbia, scaraventò il telefono sul ripiano della scrivania. (continua...)
"Allora?" chiesi.
Silenzio. Rotto dalla mia ripetuta domanda:
"Non ti aiuterebbe parlarne? Dirmi tutto partendo dall'inizio?"
"Tutto cosa?" mi chiese, e mi guardò, beffarda; poi continuò dicendo:
"Cos'è che devo raccontarti: tutto il dolore che i campi di sterminio lasciano per sempre nei sopravvissuti? Oppure ti incuriosisce conoscere i particolari delle torture alle quali i prigionieri venivano sottoposti, sempre che tu non senta il bisogno di essere sommersa, affogata nel fiume di lacrime versato dai parenti..."
La interruppi, impacciata, borbottando:
"Non ti consentono di vivere normalmente... "
"Normalmente? Ma ti rendi conto di ciò che stai dicendo?" e di nuovo m'impedì di proseguire.
"Volevo soltanto esprimere la mia opinione"
Disse:
"Sentiamo, sentiamola questa tua opinione, costruita su di me bevendo un tè in mia compagnia o raccogliendo fiori nei campi, dall'alto delle tue solide sicurezze, alle quali nessuno si sognerebbe di attentare", e la sua voce dal tono amaro, facendomi sentire in colpa, m'indusse a continuare con patetiche ovvietà.
"Non pensi che ciò che ti è successo sia diventato un alibi? Per giustificarti in ogni momento, di fronte a qualunque prolema. Tu sei viva, la vita ti ha riservato questa fortuna incredibile che buona parte della tua gente non ha avuto. Perché non godere di questo dono?"
"Perché? Perché uccidendo la mia famiglia mi hanno rubato l'infanzia. Io non sono mai più stata una bambina, io non conosco abbandoni, sono incapace di emozioni, l'unico sentimento che mi fa sentire viva è l'odio. Vivo per potermi vendicare!"
"La vendetta non ti restiturà l'infanzia che ti hanno rubato Gloria".
"Tu non sai, tu non sai nulla; quel ladro cercava qualcosa che non ha trovato, ma..." e tacque, valutandomi, soppesandomi con quello sguardo che mi dava sempre un'acuta sensazione di disagio.
"Non sono ingenua come pensi; ho capito quasi subito che non poteva essere un drogato. Ha trovato ciò che cercava?"
Non osai chiederle che cosa cercasse perché Gloria, cambiando tono, quasi implorante mi disse: "Devo vedere tua madre, parlarle. Puoi accompagnarmi? Non ho intenzione di aspettare domani, ma tu dovresti telefonarle per comunicare il mio arrivo".
Sentivo aumentare di minuto in minuto la mia curiosità, ma non capivo perché per Gloria fosse necessari incontrare mia madre.
"Ora vado a telefonarle, se non avesse più la fede e non ricordasse quello che portava inciso... Be', stai rischiando proprio di fare un viaggio inutile".
Si voltò e fissandomi nuovamente beffarda e aggressiva, con quell'espressione da gatta che gioca con un topo, disse: "Sei sempre stata intelligente, ma molto ingenua, in questo non ci assomigliamo"
"Cosa intendi dire?" mormorai, sentendo un brivido corrermi lungo la schiena mentre mi tornava alla mente il verso della civetta e fissandola pensavo: "Questa volta l'ingenua sei tu cara Gloria, perchè un segreto, sì, proprio un segreto su questo anello che ti sta tanto a cuore me lo tengo stretto, stretto, pure io. Eh già, io conosco sia la data che il nome incisi sulla fede, ma, per il momento non ho la minima intenzione di comunicarteli."
Pochi minuti dopo telefonavo a mia madre.
"Pronto mamma, sì sto bene... Anche tu? Lasciami parlare... " e le ricordai quel pacco portato da mio padre al ritorno dalla prigionia, la fede che portava incisi un nome e una data, spiegandole che avevo conosciuto una persona che cercava le tracce dei suoi parenti uccisi ad Auschwitz, ma... Lei m'interruppe, il tono della voce mutato, stridulo mentre mi diceva:
"Quando morì tuo padre vuotammo il cassetto della scrivania e a me non risulta ci fosse questo anello. Ti stai sbagliando, mi dispiace. Non intendo parlare con questa donna".
Gloria, che seguiva la telefonata con evidente apprensione, vedendo che io scuotevo la testa dicendo: "Va bene, mamma. Pazienza!" e già ero sul punto di abbassare la cornetta, me la strappò dalle mani e sibilò quelle due parole: "Sono Gloria!"
Mia madre aveva evidentemente interrotto la comunicazione, perché anche Gloria, con un gesto di rabbia, scaraventò il telefono sul ripiano della scrivania. (continua...)
giovedì 8 aprile 2010
Politica e terremoto
Il padre dei miei figli è abruzzese, e L'Aquila la vidi per la prima volta quando andai a conoscere la sua famiglia. A pochi chilometri dalla città un paese abbarbicato alla montagna: case di sasso, una spolverata di mandorli in fiore color cipria e l'aria, frizzante e sempre troppo fredda, che ti accarezzava la faccia portandosi dentro quel vago gusto di resina che è l'odore dei boschi. Ora quelle valli, quei paesi sembrano frantumati, basiti nel silenzio che solo il rumore del vento osa violare. Dall'alto degli elicotteri le tendopoli dei terremotati sembrano laghetti.
Ricordo, anche se sono passati molti anni, quei paesini e la città, una delle tante belle città italiane, una delle più fredde, sempre ai primi posti per le temperature invernali più basse, e ricordo le chiese e i monumenti. E tanti giovani per le strade, perché era città universitaria. Gente solida, un po' chiusa, i ragazzi che prestavano il servizio militare nel corpo degli alpini, come i friulani della terra di mia madre; e, come loro, schivi, fino a quando non bevevano un paio di bicchieri e, solo allora, diventavano loquaci. Nelle cantine del paese noi giovani cantavamo le canzoni di montagna e mangiavamo spiedini di agnello. A fianco degli alpini del Friuli scavarono per giorni, quei ragazzi, per tirare fuori i superstiti del terremoto del '76, mescolando preghiere e bestemmie sotto il sole, mentre s'infilavano tra i muri sbriciolati sperando che una scossa di assestamento un po' più forte non li mandasse al Creatore.
Una fotografia mi ritrae sorridente e giovanissima accanto alla Fontana delle 99 Cannelle. E' stata danneggiata? Rido in quella fotografia, non so ancora che non tornerò mai più in quella città, che la cancellerò dalla mia vita... Non so, come potrei?, che la ferirà a morte, conservandola soltanto nei miei ricordi, una furia ben più devastante della mia, una furia che in una manciata di secondi travolgerà le sue case, devasterà le sue chiese, affogherà nella polvere le sue vetrine scintillanti, scagliando panchine scardinate su aiuole che nessuno più curerà.
Ho visto sfilare le immagini alla TV di una città fantasma, dello strazio di chi ha perso la propria gente, la casa, le radici, quel tessuto umano e sociale che avvolgeva la città in un alone rassicurante e che il terremoto ha devastato.
Eppure...
Eppure il Friuli è stato ricostruito mattone su mattone, casa su casa.
Ricordo al posto che oggi è di Bertolaso, Zamberletti: promise ai terremotati che il Friuli sarebbe stato ricostruito, e mantenne la promessa.
Ho rivisto Gemona, epicentro del sisma: le case dalle imposte color pastello che si ricorrono lungo le strade che portano alla chiesa, ricostruita pezzo per pezzo. Tutto rigorosamente antisismico.
Quanti anni sono passati? Soprattutto, quale altro terremoto invisibile, ma altrettanto devastante, ha distrutto la coscienza civile del Paese, ha istituzionalizzato il furto facendone mestiere, professione e ... orgoglio da esibire come italica virtù? La tragedia dell'Aquila, a differenza di quella del Friuli, ha portato alla ribalta anche il dramma di un Paese che, con il tacito accordo di tutti, ha costruito con la sabbia al posto del cemento, che ha sfruttato e sfrutta il dolore per trarne vantaggi elettorali, che mente sapendo di mentire. La tragedia di questa città è ancora più amara di tante altre che l'hanno preceduta perché ha esposto allo sguardo di tutti non soltanto una città devastata ma anche la devastazione di un intero Paese.
Non sarebbe il caso di chiedersi a che cosa servano gli osservatori: geologici e della politica? E se ci sia ancora una parte del Paese disposta a rimboccarsi le maniche e cominciare a ricostruire? E non solo case.
Ricordo, anche se sono passati molti anni, quei paesini e la città, una delle tante belle città italiane, una delle più fredde, sempre ai primi posti per le temperature invernali più basse, e ricordo le chiese e i monumenti. E tanti giovani per le strade, perché era città universitaria. Gente solida, un po' chiusa, i ragazzi che prestavano il servizio militare nel corpo degli alpini, come i friulani della terra di mia madre; e, come loro, schivi, fino a quando non bevevano un paio di bicchieri e, solo allora, diventavano loquaci. Nelle cantine del paese noi giovani cantavamo le canzoni di montagna e mangiavamo spiedini di agnello. A fianco degli alpini del Friuli scavarono per giorni, quei ragazzi, per tirare fuori i superstiti del terremoto del '76, mescolando preghiere e bestemmie sotto il sole, mentre s'infilavano tra i muri sbriciolati sperando che una scossa di assestamento un po' più forte non li mandasse al Creatore.
Una fotografia mi ritrae sorridente e giovanissima accanto alla Fontana delle 99 Cannelle. E' stata danneggiata? Rido in quella fotografia, non so ancora che non tornerò mai più in quella città, che la cancellerò dalla mia vita... Non so, come potrei?, che la ferirà a morte, conservandola soltanto nei miei ricordi, una furia ben più devastante della mia, una furia che in una manciata di secondi travolgerà le sue case, devasterà le sue chiese, affogherà nella polvere le sue vetrine scintillanti, scagliando panchine scardinate su aiuole che nessuno più curerà.
Ho visto sfilare le immagini alla TV di una città fantasma, dello strazio di chi ha perso la propria gente, la casa, le radici, quel tessuto umano e sociale che avvolgeva la città in un alone rassicurante e che il terremoto ha devastato.
Eppure...
Eppure il Friuli è stato ricostruito mattone su mattone, casa su casa.
Ricordo al posto che oggi è di Bertolaso, Zamberletti: promise ai terremotati che il Friuli sarebbe stato ricostruito, e mantenne la promessa.
Ho rivisto Gemona, epicentro del sisma: le case dalle imposte color pastello che si ricorrono lungo le strade che portano alla chiesa, ricostruita pezzo per pezzo. Tutto rigorosamente antisismico.
Quanti anni sono passati? Soprattutto, quale altro terremoto invisibile, ma altrettanto devastante, ha distrutto la coscienza civile del Paese, ha istituzionalizzato il furto facendone mestiere, professione e ... orgoglio da esibire come italica virtù? La tragedia dell'Aquila, a differenza di quella del Friuli, ha portato alla ribalta anche il dramma di un Paese che, con il tacito accordo di tutti, ha costruito con la sabbia al posto del cemento, che ha sfruttato e sfrutta il dolore per trarne vantaggi elettorali, che mente sapendo di mentire. La tragedia di questa città è ancora più amara di tante altre che l'hanno preceduta perché ha esposto allo sguardo di tutti non soltanto una città devastata ma anche la devastazione di un intero Paese.
Non sarebbe il caso di chiedersi a che cosa servano gli osservatori: geologici e della politica? E se ci sia ancora una parte del Paese disposta a rimboccarsi le maniche e cominciare a ricostruire? E non solo case.
martedì 6 aprile 2010
La casa delle bambole - racconto a puntate - (n°9)
Il giardino di Gloria sembrò trattenere il fiato, come la sua proprietaria, nell'attesa.
"Nel cassetto della scrivania di mio padre trovammo tra le sue carte una fede".
"Una fede? Non capisco il collegamento... " mi interruppe Gloria.
"Fu mia madre a ricordare. Mio padre al suo ritorno dalla prigionia le aveva consegnato un fagotto, ordinandole di bruciarlo ma - noi donne siamo curiose e... gelose - lei, prima di obbedire, lo aveva aperto".
"Cosa conteneva?"
"Un camiciotto a righe, la divisa dei prigionieri di Auschwitz, un tozzo di pane raffermo... "
"E?" La voce di Gloria era un sussurro mentre si piegava su di me e la parata di spettri ci circondava: in attesa.
"La fede".
Mi guardò delusa, quasi arrabbiata.
"All'interno dell'anello erano incisi un nome e una data".
Riacquistò colore mentre io le rispondevo: "Non ricordo nessuno dei due. Mi dispiace... "
"E... quell'anello? Lo possiede ancora tua madre?"
"Non lo so, non ne ho idea. Mia madre è anziana, malata... Forse è ancora lì".
Gloria sembrò essere colta da una incontenibile frenesia. Si alzò e si sedette di nuovo, lo sguardo che vagava sul giardino senza vederlo.
"Non puoi telefonarle?" mi chiese.
"Adesso?" le risposi interdetta.
"Lo sai da quanti anni aspetto? Ti prego... , aggiunse e , per la prima volta da quando la conoscevo, sembrò guizzarle nello sguardo una fiammella di vita, un'emozione autentica. Ma era odio quello che le era esploso nello sguardo, era il veleno che le aveva ucciso l'anima.
"Oppure potremmo andare da lei. Cosa ci vuole: abita ancora a Trieste, se non sbaglio?"
"Ma dovrei chiedere due giorni di permesso sul lavoro. E' possibile che non ricordi nemmeno lei il nome e, quasi sicuramente, avrà dimenticato la data incisa sull'anello. Diversamente da noi due è ordinatissima, quasi maniacale nel suo bisogno di perfezione domestica".
"Non ti ho mai chiesto un favore... " mi disse.
Io abbassai gli occhi perché non le avevo detto tutta la verità. Le avevo taciuto una cosa. Un particolare importante!Non essendo abituata a mentire, mi sentivo a disagio e non mi era nemmeno chiarissima la motivazione del mio comportamento. Tentai di trovarmi delle giustificazioni: Gloria aveva cercato in me un'amica o era già al corrente di qualcosa? La sua ambiguità, il suo bisogno di riservatezza non mi convincevano. Avevo la sensazione che nascondesse qualcosa e in quello strano gioco tra noi - dove il non detto superava di molto quello che avevamo già scoperto una dell'altra - ora ero io a essere in vantaggio.
"E se mi raccontassi tutto?" le proposi.
Il silenzio del giardino fu squarciato da un tuono. Una goccia di pioggia le scivolò sulla guancia. Pochi secondi dopo il temporale infuriava e non soltanto nel cielo, improvvisamente livido, sopra la casa. (continua... )
"Nel cassetto della scrivania di mio padre trovammo tra le sue carte una fede".
"Una fede? Non capisco il collegamento... " mi interruppe Gloria.
"Fu mia madre a ricordare. Mio padre al suo ritorno dalla prigionia le aveva consegnato un fagotto, ordinandole di bruciarlo ma - noi donne siamo curiose e... gelose - lei, prima di obbedire, lo aveva aperto".
"Cosa conteneva?"
"Un camiciotto a righe, la divisa dei prigionieri di Auschwitz, un tozzo di pane raffermo... "
"E?" La voce di Gloria era un sussurro mentre si piegava su di me e la parata di spettri ci circondava: in attesa.
"La fede".
Mi guardò delusa, quasi arrabbiata.
"All'interno dell'anello erano incisi un nome e una data".
Riacquistò colore mentre io le rispondevo: "Non ricordo nessuno dei due. Mi dispiace... "
"E... quell'anello? Lo possiede ancora tua madre?"
"Non lo so, non ne ho idea. Mia madre è anziana, malata... Forse è ancora lì".
Gloria sembrò essere colta da una incontenibile frenesia. Si alzò e si sedette di nuovo, lo sguardo che vagava sul giardino senza vederlo.
"Non puoi telefonarle?" mi chiese.
"Adesso?" le risposi interdetta.
"Lo sai da quanti anni aspetto? Ti prego... , aggiunse e , per la prima volta da quando la conoscevo, sembrò guizzarle nello sguardo una fiammella di vita, un'emozione autentica. Ma era odio quello che le era esploso nello sguardo, era il veleno che le aveva ucciso l'anima.
"Oppure potremmo andare da lei. Cosa ci vuole: abita ancora a Trieste, se non sbaglio?"
"Ma dovrei chiedere due giorni di permesso sul lavoro. E' possibile che non ricordi nemmeno lei il nome e, quasi sicuramente, avrà dimenticato la data incisa sull'anello. Diversamente da noi due è ordinatissima, quasi maniacale nel suo bisogno di perfezione domestica".
"Non ti ho mai chiesto un favore... " mi disse.
Io abbassai gli occhi perché non le avevo detto tutta la verità. Le avevo taciuto una cosa. Un particolare importante!Non essendo abituata a mentire, mi sentivo a disagio e non mi era nemmeno chiarissima la motivazione del mio comportamento. Tentai di trovarmi delle giustificazioni: Gloria aveva cercato in me un'amica o era già al corrente di qualcosa? La sua ambiguità, il suo bisogno di riservatezza non mi convincevano. Avevo la sensazione che nascondesse qualcosa e in quello strano gioco tra noi - dove il non detto superava di molto quello che avevamo già scoperto una dell'altra - ora ero io a essere in vantaggio.
"E se mi raccontassi tutto?" le proposi.
Il silenzio del giardino fu squarciato da un tuono. Una goccia di pioggia le scivolò sulla guancia. Pochi secondi dopo il temporale infuriava e non soltanto nel cielo, improvvisamente livido, sopra la casa. (continua... )
sabato 3 aprile 2010
La casa delle bambole - racconto a puntate - (n°8)
Sul giardino calò il silenzio mentre, accanto ai fantasmi evocati dalle parole di Gloria, anche i miei risalivano lungo i percorsi della memoria e quella parata di spettri invadeva compatta lo spazio e il tempo che ci ospitavano.
"Si può dimenticare? Andare avanti?" balbettai rompendo finalmente il silenzio seguito alle sue parole.
"Non si deve dimenticare. Mai e per nessun motivo!" mi rispose.
"Mio padre fu imprigionato nel '45", le dissi aggiungendo "Passò ad Auschwitz pochi mesi. Forse fu per questo motivo che riuscì a salvarsi".
"Forse?"
"Non ha mai raccontato nulla. Ritornò un altro uomo dalla prigionia: diffidente, violento, cupo. Ricordo che ricevette una lettera da un prigioniero e la strappò in mille pezzi... Poi, quando qualcuno tentò di contattarlo anche telefonicamente si negò,alzando una rete di filo spinato intorno ai ricordi di quel periodo: penso nel tentativo di impedire alla sua memoria di tormentarlo. Ma i ricordi riaffioravano sotto forma di incubi, incubi che lo svegliavano nel cuore della notte facendolo urlare terrorizzato. In quel campo di sterminio mio padre lasciò la sua anima...".
Gloria mi guardava mentre parlavo con la voce incrinata, i ricordi di quel padre, di cui avevo con mia madre atteso con ansia il ritorno, che risalivano dolorosi dalla memoria.
"Era così profondamente cambiato nell'aspetto e nel carattere da sembrarci, quando ce lo ritrovammo di fronte allampanato, scheletrito, lo sguardo sghembo e spaurito... un'altra persona. Uno sconosciuto".
Gloria mi ascoltava attenta e quando mi vide piangere rimase immobile, l'espressione del volto dolente, le spalle piegate e le mani strette in grembo agitate da un tremore irrefrenabile. Ma i suoi occhi, quando ne incrociai lo sguardo, avevano la fissità degli occhi delle sue bambole. Erano occhi che il dolore non lo conoscevano, si limitavano a mimarlo, anche se sapientemente.
Dopo un istante disse:
"L'ultimo della famiglia a morire fu mio padre... Ho passato tutta la vita a cercare testimonianze, a frugare nel dolore dei sopravvissuti, a scavare per trovare i responsabili. I miei genitori avevano cambiato cognome, città. Qualcuno deve averli traditi. Avevano acquistato la villa, dove furono arrestati, sotto falso nome, ma la loro ricchezza doveva avere ingolosito qualcuno, qualcuno di cui mio padre si fidava..."
"Che lavoro faceva tuo padre?" le chiesi.
"Era un antiquario" mi rispose.
"Un antiquario con la passione delle bambole?"
"Per la nostra storia molti di noi hanno cominciato facendo i robivecchi, allestendo mercatini, commerciando in oggetti usati... " mi rispose, distratta. Poi fissandomi mi disse:"Forse ad Auschwitz i nostri padri si erano conosciuti?"
"Non posso esserti d'aiuto. Ti ho appena spiegato... "
"Quando tuo padre morì" lei m'interruppe.
"Come sai che è morto?" le chiesi senza lasciarle finire la frase.
Mi lasciò scivolare addosso quello sguardo freddo e, dopo un'esitazione quasi impercettibile, mi rispose:"Parlando di tua madre mi dicesti che era vedova".
Non me lo ricordavo, ma era probabile fosse vero.
Lei completò la frase riprendendola dall'inizio:"Quando tuo padre morì, tra le sue carte non ritrovaste nulla che potesse ricollegarlo alla prigionia?"
"Sì, trovammo qualcosa".
Lei mi guardò e una vampata di calore la fece arrossire. Violentemente.(continua...)
"Si può dimenticare? Andare avanti?" balbettai rompendo finalmente il silenzio seguito alle sue parole.
"Non si deve dimenticare. Mai e per nessun motivo!" mi rispose.
"Mio padre fu imprigionato nel '45", le dissi aggiungendo "Passò ad Auschwitz pochi mesi. Forse fu per questo motivo che riuscì a salvarsi".
"Forse?"
"Non ha mai raccontato nulla. Ritornò un altro uomo dalla prigionia: diffidente, violento, cupo. Ricordo che ricevette una lettera da un prigioniero e la strappò in mille pezzi... Poi, quando qualcuno tentò di contattarlo anche telefonicamente si negò,alzando una rete di filo spinato intorno ai ricordi di quel periodo: penso nel tentativo di impedire alla sua memoria di tormentarlo. Ma i ricordi riaffioravano sotto forma di incubi, incubi che lo svegliavano nel cuore della notte facendolo urlare terrorizzato. In quel campo di sterminio mio padre lasciò la sua anima...".
Gloria mi guardava mentre parlavo con la voce incrinata, i ricordi di quel padre, di cui avevo con mia madre atteso con ansia il ritorno, che risalivano dolorosi dalla memoria.
"Era così profondamente cambiato nell'aspetto e nel carattere da sembrarci, quando ce lo ritrovammo di fronte allampanato, scheletrito, lo sguardo sghembo e spaurito... un'altra persona. Uno sconosciuto".
Gloria mi ascoltava attenta e quando mi vide piangere rimase immobile, l'espressione del volto dolente, le spalle piegate e le mani strette in grembo agitate da un tremore irrefrenabile. Ma i suoi occhi, quando ne incrociai lo sguardo, avevano la fissità degli occhi delle sue bambole. Erano occhi che il dolore non lo conoscevano, si limitavano a mimarlo, anche se sapientemente.
Dopo un istante disse:
"L'ultimo della famiglia a morire fu mio padre... Ho passato tutta la vita a cercare testimonianze, a frugare nel dolore dei sopravvissuti, a scavare per trovare i responsabili. I miei genitori avevano cambiato cognome, città. Qualcuno deve averli traditi. Avevano acquistato la villa, dove furono arrestati, sotto falso nome, ma la loro ricchezza doveva avere ingolosito qualcuno, qualcuno di cui mio padre si fidava..."
"Che lavoro faceva tuo padre?" le chiesi.
"Era un antiquario" mi rispose.
"Un antiquario con la passione delle bambole?"
"Per la nostra storia molti di noi hanno cominciato facendo i robivecchi, allestendo mercatini, commerciando in oggetti usati... " mi rispose, distratta. Poi fissandomi mi disse:"Forse ad Auschwitz i nostri padri si erano conosciuti?"
"Non posso esserti d'aiuto. Ti ho appena spiegato... "
"Quando tuo padre morì" lei m'interruppe.
"Come sai che è morto?" le chiesi senza lasciarle finire la frase.
Mi lasciò scivolare addosso quello sguardo freddo e, dopo un'esitazione quasi impercettibile, mi rispose:"Parlando di tua madre mi dicesti che era vedova".
Non me lo ricordavo, ma era probabile fosse vero.
Lei completò la frase riprendendola dall'inizio:"Quando tuo padre morì, tra le sue carte non ritrovaste nulla che potesse ricollegarlo alla prigionia?"
"Sì, trovammo qualcosa".
Lei mi guardò e una vampata di calore la fece arrossire. Violentemente.(continua...)
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