domenica 7 febbraio 2016
martedì 2 febbraio 2016
Sono tranquilla... come dice Brecht
Sono sempre più educata, dottoressa. ci sguazzo nell'educazione. Ci tengo ad apparire tranquilla, si signora gli indigeni sono calmi signora, non si sentono quasi più. La rivolta è sedata, signora, la folla è placata: non strepita, non urla, non alza il pugno, né la voce, al massimo applaude Zalone e ride.lasciandosi deridere.
Dottoressa, non rispondi alle mie domande, insisti puntigliosa a rettificarle, a renderle adeguate a te, al tuo sapere, ma io voglio risposte e tu non ne hai, mentre ci guardiamo con "odio cortese" (è di Brecht, letto questa mattina, non mio). Uno sguardo vale più di mille parole - così dicono. Cosa voglio? Che tu mi dica la verità, tutto qui, che tu mi dica che non potete, tu e i tuoi colleghi, fare altro, per me. Sarebbero apprezzati anche una pacca sulla spalla e un sorriso, ma di quelli veri che increspano gli occhi come capita a chi piange. Con pochi sguardi ci siamo dette tutto. Tutto? Migliaia di parole sono volate tra noi., a oscurare questo cielo pallido di gennaio. Se il silenzio non le avesse private della loro forza ci avrebbero uccise. Sei stanca anche tu - ti vedo sai. Ti ho conosciuta all'ospedale, dove ti stavi specializzando in neurologia. Sapevi poco, di Parkinson pochissimo, ma eri allegra; le tette che debordavano dal camice e rendevano ghiotti gli occhi dei tuoi colleghi... Gli uomini, si sa, quando si tratta di sesso, perdono il loro "aplomb". Sei giovane, per questo non lo sai. Sei giovane, dottoressa, teneramente giovane: tu guardi e vedi, quando vedi, ciò che io ho già guardato e visto. Déjà vu, lo chiamano i francesi.
Su queste basi potremmo farci una chiacchierata, ma tu non ci stai e, forse, non ci starei nemmeno io. La verità, a differenza delle bugie, non rassicura. Ci vogliono spalle forti per reggerla e le mie non lo sono più.
Quindi scrivi puntigliosa la nuova terapia:: togli un farmaco, aumenti un'altro - se cambia l'ordine dei fattori il prodotto non varia - e poi mi dai la mano.
Una stretta virile, quasi maschile.
Ti lascio fingere di credere che la parità (con i maschi) sia questa e ti consento di fingere di credere tante altre cose... in nome della tranquillità.
lunedì 1 febbraio 2016
Paura e curiosità nel Parkinson
Ho scritto, e detto, tante volte che il Parkinson cambia il carattere, quindi fino qua nulla di nuovo, ma non avevo forse analizzato il problema più a fondo. Sono sempre stata coraggiosa, forse addirittura un po' temeraria. Mia madre mi diceva: "Tra il dire e il fare non hai mai messo di mezzo il mare, tutt'al più un rigagnolo...". Ero impulsiva, decisionista, sempre pronta a vivere un'esperienza nuova, a esaminare un problema da un'altro punto di vista, a modificare un atteggiamento. I cambiamenti mi spaventavano- come succede a tutti - , ma contemporaneamente mi eccitavano perché la curiosità era più forte della paura.
E ora, ora cosa mi succede?
Ho una voglia matta di tornare a Venezia, di vedere quella città ancora una volta, ma poi mi si concretizzano davanti agli occhi quelle stradine strette, quei bar senza seggiole, la mancanza di panchine, la folla che ti sospinge in avanti come una foglia nel vento e i crampi alle gambe , l'instabilità, l'assoluta mancanza di forze ... La prudenza la vince sull'entusiasmo, spegnendolo come una pioggia d'agosto il calore estivo. Mi si parano davanti agli occhi tutte le difficoltà dell'andare e, volete ridere, più l'invalidità segna il corpo, più la mente - unica oasi di libertà che mi rimane - accarezza progetti grandi, anzi grandiosi.
E' giustificata questa paura o è frutto di una percezione errata della realtà? Ho qualche problema di equilibrio: in casa mi è capitato di cadere, ma mai per la strada, Poi, se dovessi cadere sarei soccorsa dai passanti. L'idea di ruzzolare a terra, di sopportare sguardi curiosi e... malevoli mi blocca. Raccolgo spesso, e filtro, sguardi che mi umiliano, che mi etichettano senza pietà e senza ironia, confinandomi a forza in un universo di diversi. Ho scoperto che i diversi non piacciono e io sono "diversamente sana". Ora i pensieri sono diventati velocissimi, ma nel momento in cui li traduco in parole si sfaldano come neve al sole, perdono pezzi facendo apparire il mio eloquio povero, impacciato. Sulla voce stendiamo un pietoso silenzio: monotona, priva di enfasi... Una litania da rosario recitato in chiesa nel mese di maggio. Poi, a condire il tutto, un'emotività dilagante, devastante: mani sudaticce, saliva azzerata, rossore che monta e tremazzo che mi scuote, come se fossi davanti a un collegio di emeriti esaminatori. anche quando mi confronto con la cassiera del supermercato. L'ironia che si perde nel cielo e la paura - di tutto, anche della mia ombra - che monta come un temporale estivo. Ingiustificata assolutamente ingiustificata. Questo è un altro devastante effetto della malattia di Parkinson ...
lunedì 25 gennaio 2016
MORTE STELLE
Sazi d'amore
Restavamo
dopo
a guardare
quel cielo
zeppo di stelle
Qualcuna già morta
come noi
ancora splendeva
come noi
martedì 19 gennaio 2016
La neve danza.

Si era alzata presto e aveva, per prima cosa, sbirciato oltre il vetro della finestra. Il bianco assoluto del paesaggio, coperto dalla neve, le aveva rimandato una sensazione di estraneità. Non una macchina aveva osato avventurarsi sulla strada e anche sul marciapiede non doveva essere passato ancora nessuno. I fiocchi continuavano, incessanti, a scendere, in uno sfarfallio lieve.
Odiava la neve: la faceva sentire in trappola, segregata tra le quattro pareti del suo appartamento. Roteando le braccia a mulinello per riscaldarsi, andò in cucina, accese il riscaldamento e mise sul fuoco la moka. Qualcuno si muoveva nell'appartamento sopra al suo, ma la neve ottundeva i rumori, impadronendosi non soltanto delle cose che riserrava nel proprio abbraccio gelato, ma anche dei rumori. Comandava, spadroneggiava e, se fosse scesa la temperatura, avrebbe cristallizzato il paesaggio in un'istantanea di gelo. Allora sì, sarebbe stato un bel problema.
Il caffè borbottò, schiumando. Il calore dalla tazza si propagò allo stomaco, ma la sensazione di ottundimento mattutino permaneva. Ebbe la sensazione di essere osservata. Con la coda dell'occhio avvertì un movimento, quasi un guizzo, oltre il vetro della finestra.
Si voltò; sui vetri scivolava solo la neve, placida.
Si avvicinò alla finestra che il cortile del palazzo separava dalla strada. Piccole orme scure indicavano un passaggio: qualcuno aveva attraversato il cortile, giungendo fino sotto alla sua finestra, ma chi? Le orme erano minuscole, anche se sagomate in modo da non lasciare dubbi. Sembravano orme di bambino. Di nuovo ebbe la sensazione che qualcuno la guardasse e, per la seconda volta, il cortile sembrò animarsi, quasi un mormorio salisse dai tronchi, propagandosi alle siepi e ai roseti genuflessi sotto il peso della neve.
Aprì la finestra e si sporse, sospettosa. Tutto taceva, mentre la neve che continuava, incessante, a cadere già ricopriva le piccolissime impronte.
Tintinnò, o fu soltanto una sua impressione?, un suono di campanelli.
" Manca soltanto che mi suonino Jngle bells..." pensò, richiudendo la finestra, mentre lo sguardo le cadeva sul davanzale dove un pettirosso intirizzito la fissava, apparentemente senza temerla. Immobile. Quando lo raccolse si rese conto che il gelo l'aveva ucciso. Era bellissimo, perfetto nella sua immobilità. Il vetro le rimandò la sua immagine: biondi capelli di grano incorniciavano il volto piccolo, dagli zigomi pronunciati. Negli occhi, chiarissimi, il gelo dell'inverno.
Rimase immobile, impietrita.
Si infilò il pettirosso sotto il maglione, vicino al cuore, e rimase in attesa.
Il frullo d'ali fu più lieve di un sospiro, ma lo gnomo lo percepì.
Lei sobbalzò e i campanelli tintinnarono festosi nella sua testa. Guardò fuori dalla finestra e sentì sussurrare la neve, perché, voi bambini ben lo sapete, la neve sussurra. E canta. Canta.
E, sempre - è inutile che ve lo ripeta - scendendo, danza.
Sussurra, canta e danza per la felicità dei bambini e di chi conserva, nell'anima, una traccia d'infanzia.
lunedì 18 gennaio 2016
Checco Zalone
Ieri sera ho visto Sole a catinelle. Come l'ho trovato? Divertente, direi. Tratta temi importanti, a partire dal rapporto padre/figlio, fino a toccare - meglio sarebbe dire sfiorare - la crisi, la grande Crisi: politica, morale, economica e sociale che sta triturando il Paese. Al centro della crisi l'uomo, l'italiano medio che, come tutto ciò che è medio, è un po' mediocre, ma, facendo tesoro di tutte le italiche virtù e soprattutto di ogni italico vizio,... sta a galla. Se si accetta di farsi prendere in giro, se si accetta che di noi si rida e non si derida, il divertimento è assicurato. Anche se, alla fine, a furia d ridere il sorriso si trasforma in ghigno e il cervello si mette in moto. Forse non per tutti, ma per qualcuno senza dubbio e qualche domanda si fa o dovrebbe farsi strada.
E' una comicità nuova, un po' surreale, aggraziata ma dolorosa come la zampata d un gatto. Copia un po' da tutti - Sordi in testa - ma imprime la sua impronta Luca Medici, il mastro Geppetto di Checco Zalone, imponendo allo spettatore la sua visuale, e meritandosi, a mio modesto avviso, uno spazio nella galleria degli artisti, perché riuscire a proporre qualcosa di nuovo, che non sia dejà vu a livello di spettacolo, non solo non è facile, ma è difficilissimo. Mi ha colpito il suo sguardo sull'infanzia: quel figlio che gli fa da padre e che sembra essere passato indenne - già adulto prima di diventarlo anagraficamente - attraverso quella stagione magica che è il tempo dell'infanzia senza esserne stato nemmeno sfiorato e che quell'infanzia la scopre nel padre, lui sì bambino... Insomma i confini tra generazioni appaiono dove non dovrebbero, scompaiono dove dovrebbero segnare un territorio... Il caos la fa da padrone, le certezze sono morte, si svendono valori e non si vendono aspirapolveri, ma se si ha la fortuna o la sfortuna di essere italiani medi, e quindi furbi, si sta a galla. Goffamente, ma si sta a galla.
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