domenica 1 febbraio 2009

Raccont(ino)

L'aveva amato tanto benché lui fosse un uomo grigio, un uomo stanco. Lo mandò a fare le cure termali: inalazioni, bagni, massaggi per i suoi mali, per quella sindrome di affaticato, di eterno stanco di uomo frustrato.
Mentre già l'ombra sulla panchina allunga il salice dietro l'albergo, a testa china...gioca a Sudoku.
L'ombra si anima, la sera avanza, ma questa sera per lui già danza.
"Ama il Sudoku? Non lo sa fare? Prego si accomodi, si può imparare".
Scuote la testa, lei, mentre l'ombra gioca con l'ambra della sua pelle.
L'occhio le brilla, chiaro, splendente.
Lui, già ridente, mormora piano: "E' solo un gioco.." e lei continua: "Ma va lontano".
"Ora ceniamo, poi..."
" Riproviamo?"
E' quasi sfatta la messa in piega tra le sue mani, bianche farfalle senza domani s'alzano in volo.
Non è più solo.
Quando ritorna non è più stanco, solo più grigio o quasi bianco. Come la neve che scende lieve, non è più greve.
E io, sua moglie, con fare stanco, quasi un contagio di cielo bigio: "E' un bel miracolo l'acqua termale. Potrei provare, che te ne pare?" Lui non risponde. Ripensa a un salice gonfio di vento, a due occhi chiari, a quel portento di portamento.
Poi, a fatica, già pensieroso: "Se vuoi provare, ti lascio andare, ma non t'illudere: è un'acqua strana. A volte serve, a volte è vana" mormora piano.
E io sorrido. L'ho amato tanto, quest'uomo grigio, quest'uomo stanco, fino a infilargli, dritta nel letto, la più vitale, la più gioviale, la più simpatica e mai banale delle donnine che fan la ronda: alla prima tangenziale, quella rotonda.

sabato 31 gennaio 2009

Dove sono le donne? Non le vedo, eppure eravamo tante : la metà del cielo.

Mi chiedo come si sentano le Giovanne, le Magdalene, le tante donne che hanno subito uno stupro. Le statistiche parlano chiaro, ma soprattutto le confidenze femminili sussurrate a bassa voce, rivelano una realtà pesantissima: sono ben poche le donne che non siano state 'molestate', infastidite e, in qualche modo, oltraggiate e svilite da, più che richieste, pretese sessuali, se non ricatti indiretti, allusioni...
Lo stupro è un atto odioso che lascia segni indelebili, trasformando un'esperienza appagante e dolcissima com'è la sessualità consenziente, in una violenza che, paradossalmente, viene vissuta anche in termini colpevolizzanti dalla donna. Donna costretta a vedersi con altri occhi, quelli dello stupratore, quindi donna provocante, non vestita nel modo giusto (quale sarebbe?), non nel posto giusto (a casa a fare la calzetta? )non con l'approccio giusto, quindi in parte, almeno, colpevole. Di cosa e per cosa? Di essere femmina. Di stuzzicare gli appetiti maschili. Sembrerebbe, ma la realtà è ben più complessa.
Una lunga, interminabile storia di sottomissione femminile grava sul mondo delle donne che, profondamente diverse dagli uomini, ancora non riescono a considerare questa diversità in termini non negativi. Quanto frequente è lo scimmmiottare modi e caratteristiche maschili, da parte nostra? Anche il linguaggio ha il suo peso. Eccome! Una donna in gamba, forte e determinata è una donna con le palle. D'altro canto 'il potere' è gestito dai maschi. Su questo credo non ci siano dubbi e le eventuali eccezioni si limitano a confermare la regola generale. I 'vincenti' sono mediamente i maschi e, di conseguenza le regole che assicurano la vittoria sono stabilite da loro e adatte a loro. Le donne che volessero sfidarli nella corsa al successo dovrebbero elaborarne di proprie: autonome e legate a un retroterra diverso.
Ma che possibilità di successo avrebbero laddove tutto l'impianto delle regole fosse maschile?
Sembra che le conquiste femminili - che a mio avviso sono una realtà a macchia di leopardo - abbiano scatenato nel maschio, non in tutti, ovviamente, un'inquietudine, un'incertezza di fondo, un'insicurezza che ne avrebbe minato il senso d'identità. Ne sarebbero prova le difficoltà sessuali, in aumento nei maschi, registrate dalle statistiche. A differenza delle donne, bene allenate a reggere l'umiliazione - anche se pagandola in termini di maggiore depressione - i maschi la vivrebbero con rabbia e rancore, covando sentimenti negativi ai quali lo stupro darebbe la stura, liberandoli.
Lo stupro sembrerebbe essere frequentemente commesso ai danni di una donna conosciuta: amica, amante, collega di lavoro, moglie separata. Anche se le violenze messe in atto da un gruppo nei confronti di una sconosciuta sono plateali e hanno maggior impatto sull'opinionepubblica, lo stillicidio di violenze domestiche è ininterrotto e molto più pesante in termini numerici. Esiguo risulta, per evidenti motivi, il numero delle denunce fatte. Quindi è 'quella' donna che si vuole umiliare, non solo in quanto femmina, ma femmina che ha fatto scattare nel maschio sentimenti negativi. Lo stupro avrebbe allora poco a che fare con le sue attrattive femminili, quel suo/nostro essere fatte, anche per la Chiesa, della stessa pasta del diavolo e, come lui, tentatrici.
La risposta non può e non deve essere quella di rinchiudersi nelle proprie case, lasciando la notte agli uomini, che tra l'atro imperversano già di giorno, ma dovrebbe essere una risposta differente. E' il discorso sulla diversità, sul rispetto, sull'orgoglio di essere donne, sulla maternità - quel Giano bifronte che prima o poi, tutte dobbiamo affrontare (vuoi come rimpianto, rapporto con le madri, rapporto con le figlie e i figli) - che deve riprendere.
Con la forza, con la determinazione, con il coraggio e con quella capacità di capire con il cervello, ma anche con l'istinto, che noi donne abbiamo e di cui possiamo e dobbiamo essere fiere. Perché anche se poco visibili, come in questo momento storico, siamo comunque la metà del cielo, e un mondo che sta cambiando a velocità vertiginosa, richiede anche il nostro cambiamento e, necessariamente, anche il nostro apporto.

venerdì 30 gennaio 2009

Denuncia numero 1810.

Era scura la notte, e fredda, e silenziosa. Si guardò attorno, un guizzo di paura negli occhi chiari che scrutavano la strada diritta e vuota davanti a lei. Affrettò il passo, concentrandosi sul rumore dei tacchi che rimbombavano sull'asfalto. Sentì un fruscio alle sue spalle: il cuore accelerò il battito, il sangue le salì al cervello, mentre il passo si faceva veloce. Non osava voltarsi. Intorno a lei grigi palazzi privi di luci incombevano sinistri. Passò una macchina, veloce, preceduta da una sciabolata di luce gialla, un'ombra scura al volante più intuita che vista. Voltò la testa a destra: nulla. A sinistra, tutto tranquillo! Facendosi coraggio, si girò per controllare il marciapiedi alle sue spalle. Qualcosa si mosse nell'oscurità, mentre la notte estiva si animava di un suono lamentoso e le sue mani si stringevano a pugno. Gli occhi, spalancati, cercavano di penetrare il muro d'ombra che la circondava. "Miaooo!" Un gatto, solo un gatto, il pelo del colore della notte e gli occhi gialli e tondi che la fissavano.
Il battito del cuore si chetò, deglutì sollievo e saliva, riprendendo veloce a camminare. Ancora qualche metro: numero civico 18, poi il 20. Girato l'angolo, il portone di casa sua, debolmente illuminato dalla luce che filtrava dall'androne. Aprì la borsetta, rovistò alla ricerca delle chiavi. Dove diavolo si erano cacciate? Intorno a lei la notte sembrava animarsi di fruscii e sussurri. Sentì sotto le dita l'acciaio del portachiavi: aprì di furia, s'infilò nel portone come una ladra, chiudendoselo alle spalle.
Emise un lungo sospiro di sollievo lasciando ricadere le spalle contratte.
Era stanca: il lavoro al call-center le provocava quell'indolenzimento al collo. E, poi, scesa dall'autobus che la riportava a casa, doveva affrontare quel tratto di strada buia che la terrorizzava. Meccanicamente alzò la mano e premette il pulsante dell'ascensore: nell'attesa socchiuse gli occhi. La porta si aprì: una mano l'agguantò, un'altra le tappò la bocca.

"Occupatene tu". Il carabiniere assentì, poi, rivolto alla donna infagottata nella giacca a vento, le braccia incrociate in un gesto contratto e inutile di difesa, chiese: "Giovanna, nome. Il cognome?" Lei mormorò qualcosa, passandosi le dita sul labbro spaccato.Il ticchettio della tastiera disegnava parole nere sul monitor, fitte come gocce di pioggia che rigassero di fango un vetro già sporco:"Denuncia numero 1810, presentata da Giovanna Ludovisi, anni 28. Reato denunciato: violenza sessuale".

mercoledì 28 gennaio 2009

Magdalena

Magdalena, rumena, venuta in Italia per lavorare, faceva le pulizie in un call-center. E lì, alle prime luci dell'alba, è stata violentata dal compagno della proprietaria.
Ha perso il lavoro e, anche se questo i giornali non lo dicono, ha perso la fiducia nel suo prossimo. In chi, come il sindaco Alemanno, le ha promesso aiuto a parole, ma si è ben guardato dal tenere fede alle promesse fatte, e negli esseri umani di sesso maschile che guarderà con altri occhi e nuove paure. E, se il suo desiderio di giustizia non venisse accolto a livello processuale con una auspicabile condanna dello stupratore, dovrebbe aggiungere al dolore la rabbia, la frustrazione di aver subito una prova durissima com'è un processo per stupro, per essere umiliata e infangata di nuovo.
Gli stupratori possono essere anche italiani: sono, spessissimo, italiani.

La strega dimenticata

La casa, piccola e ordinatissima, le procurò un senso d’angoscia che si sforzò, invano, di controllare. Poi, con un sospiro aprì uno scatolone e incominciò a avvolgere nella carta da giornale piatti e bicchieri della credenza. Sigillò il primo scatolone; ne riempì un secondo, un terzo, cercando di tenere a bada i ricordi. In quella casa era cresciuta, riconosceva quasi tutti gli oggetti che le passavano tra le mani. Sua madre, ordinata fino alla pignoleria, aveva conservato tutto. Con una certa sorpresa notò che non c’era nulla di spaiato: tutte e dodici le tazzine, tutte e dodici le posate, al gran completo il servizio di piatti.
Andò nella camera da letto. La cassapanca, con la chiave infilata nella serratura, la incuriosì. Non l’aveva mai vista aprire da sua madre e non aveva idea di cosa contenesse. Girò la chiave e sollevò, esitante, il coperchio con la sensazione di violare un luogo riservato, non suo. Sul fondo, come un papavero spezzato adagiato con cura, un vestito, il suo vestito da carnevale… E l’unica festa da ballo della sua vita le tornò alla memoria, prepotente, sensuale come quella strega rossa di riccioli e d’abito, che ballava di nuovo davanti ai suoi occhi, mentre il cielo grigio e spento di quel pomeriggio d’inverno si faceva nero e fondo, pieno di stelle, e la musica incalzava, scoppiando come fuoco d’artificio. Sfiorò la stoffa con le dita per dimenticare il profumo di quella notte, e le mani di quell’uomo, e la sua bocca.
Aprì gli occhi.
Incrociò lo sguardo di sua madre, incorniciata d’argento sullo scrittoio. Gli occhi scuri, neri come
un cielo in tempesta, avevano sfiorato l’abito sgualcito, i riccioli sfatti…gelandosi.
Seppellendo il ricordo della madre, il rancore e il suo unico amore in un gesto, abbassò il coperchio.
Lo sentì rinchiudersi con un tonfo sordo.

Amore folle

Giovanna era lì, davanti a lei, più che seduta, afflosciata sulla seggiola. Lo sguardo, opaco, che si perdeva nel vuoto.
L’amica le porse la tazza di tè. “Hai voglia di parlarne?” le chiese. L’altra la guardò, muta.
“Ha perso di nuovo il lavoro?” disse Anna.
L’amica sembrò scuotersi per un breve istante dal suo torpore.
“ Non è colpa sua, è difficilissimo trovare lavoro in questo periodo…”
L’altra la interruppe. “ Stai a vedere che è colpa tua” . “Beh, se io…”. “Se tu cosa? Lui perde un lavoro, il suo lavoro, e la colpa è tua?”
Anna si sedette e afferrò le mani di Giovanna.
“ Vi state distruggendo a vicenda, lo capisci? E’ da due anni che siete insieme: lui era problematico già prima d’incontrarti e nemmeno tu eri messa bene. Avete unito non le vostre forze, ma i vostri problemi e lui è riuscito a farti sentire responsabile anche di tutto ciò che di negativo gli sta succedendo”.
“ Ma se cambiasse, se..”replicò l’amica.
“ Non puoi metterti con un uomo per cambiarlo, per trasformarlo nella persona che andrebbe bene a te. E' impossibile, una battaglia inutile. Ti passerebbe per la testa di cambiare il colore degli occhi di qualcuno?"
“ Se riuscissi a fargli capire che sta sbagliando, che potrebbe e dovrebbe cambiare. Io non mi comporto nel modo giusto: è per questo motivo che lui non cambia” .
La voce di Giovanna era monotona e la sofferenza le scavava il volto minuto.
“ Non possiamo imporre a un’altra persona cambiamenti nei nostri modi e con i nostri tempi. E sentirci frustrate e cariche di sensi di colpa per errori che non sono nostri. E' il modo migliore per imboccare la strada della distimia. Stai spostando l’attenzione da te a lui. E’apparentemente meno rischioso, come continuare a drogarsi, per fare un esempio estremo, ma significativo. Può dare un’illusione di benessere perché non si va incontro a una crisi d’astinenza nell’immediato, ma in un ottica, appena più dilatata, si muore”. “Si muore!” E Anna, accalorandosi le chiese: “Sei tu in un momento difficilissimo della tua vita, sei tu che non hai un lavoro, hai problemi familiari, sei sola, non stai bene…Pensi di essere in grado di occuparti, fino allo sfinimento, dei problemi di un altro? E’ funzionale ai tuoi bisogni, ti consente di non affrontare i tuoi demoni, ma” e Anna concluse, alzando la voce, “ ognuno può affrontare soltanto il suo passato e lottare unicamente per il suo futuro”. “L’equilibrio, la maturità che cerchi di far acquisire al tuo compagno sei sicura di possederli? Prima si fa pulizia in casa propria, dovresti spostare l’attenzione su di te. Lui non è un bambino da seguire e controllare. Non puoi controllare nulla di lui, puoi sapere e modificare tutto di te. E quando tu sarai riuscita a essere più forte, equilibrata , conscia dei tuoi problemi, allora, ti potrai "scegliere" un compagno sulla base di reali affinità e che il suo amore lo dimostri con la voglia e la capacità di farti stare meglio, di rasserenarti, di gratificarti accettandoti per quella che sei. Chi ti vuole cambiare non ti ama, vuole una persona diversa, ma te ne rendi conto? Perché farsi fagocitare dai bisogni quando potremmo aspirare ai desideri? Ma sceglie chi è libero dentro e tu non lo sei.”
Giovanna l’ascoltava, un po’ più attenta, mentre una ruga dritta le si disegnava sulla fronte.
“ Lui mi ama…a modo suo” .
“ La misura di un amore è data dalla sofferenza che provoca?” la incalzò Anna, aggiungendo “ Rispondimi sì e non aggiungerò altro”
Giovanna scosse la testa. Anna aggiunse:” La sofferenza misura una malattia, lo vedi che stai entrando in una fase di negazione della realtà, altro elemento che caratterizza un amour fou, una dipendenza affettiva. Tu non sei innamorata, sei malata d’amore!”
Giovanna la guardò, incerta, poi le chiese:" Ammettendo che tu avessi ragione, come potrei uscirne?"
" La prima cosa da fare è chiedere aiuto, la seconda.."
Giovanna la interruppe "Dammi il tempo di riflettere. Ci penserò"
Le due amiche si abbracciarono.
Sul portone Giovanna si voltò indietro chiedendole "Com'è che hai le idee così chiare su questo argomento?"
Anna assunse un'espressione pensosa e negli occhi le affiorò la traccia di un dolore antico, superato ma consapevole. "Ci sono passata", le rispose, aggiungendo "Si può uscirne, ma prendendo atto della propria realtà".
Si sorrisero.
"Ci vediamo domani"dise Anna.
Il sole tramontava su Milano traendo riflessi d'argento dal serpentone ingolfato di macchine che invadeva il viale. L'aria era aspra di smog, l'inquinamento dava all'aria un sapore metallico. Anna risalì in casa pensando "Ci fossero soltanto i veleni dell'aria...E i miasmi dell'anima?"

martedì 27 gennaio 2009

Amour fou

E' arrivata in una giornata di pioggia, infreddolita. Solo occhi, quei suoi occhi da gazzella inseguita, che spuntavano da sotto il berretto. Le prime parole, con al fondo un tremolio di gola, tradivano il nervosismo e la tensione che le sigarette aspirate in fretta, una dopo l'altra, non sarebbero riuscite a contenere. Un'amica. Ammalata d'amore, d'amor fou. Non capirò mai l'alchimia misteriosa di questo sentimento, la sua forza e la sua contemporanea inconsistenza. Mi resterà misterioso quel suo calarsi, con l'avidità fulminea di un falco, sulla preda arpionandola e trascinarla verso il cielo, inerme e rassegnata al proprio destino. Spesso è "colpo di fulmine" , come viene chiamata questa attrazione, spesso fatale, che sembrerebbe incastrare tra loro, in un abbraccio indissolubile, più vulnerabilità freudianamente intuite che affinità elettive. Ciechi come gattini appena nati e sordi a qualunque argomentazione diversa dal canto di sirene omeriche che soltanto l'altro sa evocare, perdiamo le coordinate abituali dell'andare.
Parlare, spiegare, argomentare dall'esterno: tutto tempo perso, perchè l'unico tempo valido sarà quello che una mattina, improvvisamente, riporterà alla data segnata sul calendario, al mese riportato sull'agenda... alla vita di tutti i giorni. Alla fine dell'incantesimo che, come tutte le malie, ha in sè un fondo di dolore, di tirrania, di crudeltà che in qualche amore prende il sapravvento, trasformando il rapporto in un gioco al massacro. E l'interminabile elenco delle donne (perché sono soprattutto donne le vittime) uccise "per amore" testimonia la forza distruttiva, l'uso che di questo sentimento può essere fatto.
Ancora oggi, oggi che le donne dovrebbero essere più colte, preparate, critiche? Perché? Una domanda alla quale posso solamente tentare di dare qualche risposta, facendo delle ipotesi. Forse nell'incontro con un uomo riemergono dolori antichi, vuoti affettivi mai superati che - così ci dicono - risalirebbero all'infanzia. Ora, adulte, vorremmo saldare finalmente quei conti in sospeso, liberarci da situazioni familiari difficili che ci hanno fornito modelli di riferimento, sia maschili che femminili, distorti e problematici.
Da un punto fermo dovremmo partire: la differenza tra i bisogni e i desideri.
Il bisogno è una catena, un laccio al collo, è un uomo che non ci piace, non stimiamo, che legge solamente fumetti mentre noi siamo topi di biblioteca, affoga in mille parole di cui noi consideriamo superflua la metà, adora il calcio che noi non tolleriamo, passerebbe la vita al mare e a noi - pelle da protezione cinquanta - il mare dà l'angoscia.
Cosa ci unisce? Boh, non lo sappiamo, ma sappiamo che non "possiamo" stare senza quell'uomo. Più corretto sarebbe dire che non possiamo fare a meno del clima da guerriglia urbana in cui ci fa vivere. Non ho detto non vogliamo, ho detto non possiamo. Come alcoolisti obbligati a tragugiare anche alcool denaturato per soddisfare i loro bisogni, instauriamo una "dipendenza affettiva" all'interno della quale non saremo più un uomo e una donna, ma una vittima e un carnefice. A questo punto si arriva allo scontro frontale, senza esclusione di colpi, al "J'accuse" interminabile, condito di pianti e promesse finali di cambiamento, alle nottate di insulti e recriminazioni protratte fino alle prime luci dell'alba che si alzeranno a illminare livide lo sfacelo: questo inferno che abbiamo messo in piedi e che chiamano amore. Poi ci saranno i tentativi di lasciarsi, ripetuti, monotonamente uguali nella loro ripetitività: uno che se ne va, l'altro che lo segue. Qualche volta si resiste per una settimana o giù di lì, poi, si torna comunque a casa mentre si fa strada la sensazione di aver fatto l'ennesimo errore. La vita diventa una prigione nella quale ci si rinchiude volontariamente, attaccate alle sbarre e guardare, disperate, le vite degli altri. Vite normali che a noi sono precluse
perché noi non siamo libere. Dentro. La vera gabbia che ci racchiude è in noi, relegata in luoghi reconditi della memoria. Sono ricordi che lasciano tracce di sé nei sogni, nei lapsus, nel dolore di vite che ci obbligano a scavare, a cercare il bandolo di una matassa arruffata che prima o poi, se vogliamo "scegliere" nella vita, dovremo dipanare. Perché soltanto la libertà interiore, che l'aver guardato in faccia i propri demoni - meglio se con l'aiuto di uno psicologo - permette di conquistare, ci consentirà di scegliere un uomo sulla base, questa volta, di motivazioni valide nel determinare comportamenti e scelte, come l'affinità o il rispetto della diversità.