Così simpatico, un gran chiacchierone, ma spiritoso quel piazzista. E poi bravo. Ah!, sul fatto della bravura, proprio non ci piove. Perché l’aspirapolvere che mi ha venduto è un piccolo gioiello, macché piccolo, diciamo le cose come stanno: é un gioiello e basta! Pensa che collegando al motore una sorta di cappuccio, lo si può utilizzare anche come casco da parrucchiere. Non ci credi? Quanto l’ho pagato? Un po’ più degli altri, ma mi sembra normale: ha dieci funzioni.
Ricapitoliamo: prima di tutto assorbe la polvere dai tappeti. Vrum, vrum, vruuum, vru,vr…v. Com’è che non si accende? Cristo Santo, ma è un giocattolo. E’ finto! Ma io lo denuncio a quel bastardo…118, sì chiamo il 118! Cosa dice, se l’ho lasciato solo? La borsetta? Ma non è possibile, mi ha fregato pure il portafogli!!
Affranta crollo sulla poltrona: ma sembrava…sembrava una brava persona e poi la simpatia. Uno che con le donne ci sapeva fare, eccome se ci sapeva fare. Al carabiniere non l’ho detto…alla mia età e…con uno sconosciuto. Eh già, questo non lo posso dire. Consenziente? Beh, mi ha rincitrullita di chiacchiere!
Me lo diceva mia nonna, pora donna anche lei: “Non fidarti degli uomini! Di nessuno, ma in particolare di quelli che chiacchierano troppo, ridono troppo, raccontano barzellette, hanno le mani lunghe e l’occhio insolente. Sono i peggiori e, non te lo dimenticare, non sono simpatiche canaglie, sono canaglie, punto e basta!
Dal soggiorno arriva petulante il gracchiare del televisore acceso.
La tivù inquadra il Presidente del Consiglio che sfodera sorrisi, battutine, barzellette.
Barzellette? E cosa accarezza con la mano? Sarà un’allucinazione da vecchiaia incombente, ma sulle ginocchia ha un aspirapolvere…modello? Modello Europa, naturalmente!
martedì 2 giugno 2009
lunedì 1 giugno 2009
Il Paese al bivio
Avevo scritto un post su una principessa giovanissima e avvenente, baciata da un rospo, che nemmeno il più infuocato dei baci avrebbe potuto trasformare in principe e, tanto meno, azzurro,ma continuavo a cancellare, modificare e aggiungere, come sempre mi succede quando scrivo sull’onda di ciò che ho letto, che ho sentito o sento in giro, e “qualcosa” mi dice che sto sbagliando.
La povera Noemi è ormai stata superata e travolta dalla Storia, che nulla ha più a che fare con la sua, eventuale, banale storia con il leader di Forza Italia, nonché Presidente del Consiglio di questo Paese, nonché l’uomo che ha spaccato in due, di nuovo, il popolo d’Italia, diventando l’ideologo di un modo di essere e quindi di fare, anche politica.
Berlusconi temendo che si incrinasse la sua immagine, così abilmente e faticosamente costruita, in seguito alla ben nota vicenda, ha peccato d’ingenuità e ha sottovaluta il suo osannante popolo, al quale di ciò che lui fa nelle sue feste private non gliene può fregare di meno (abbiamo una lunga tradizione di personaggi ben più importanti di lui che hanno fatto di peggio, i papi insegnano), ma di ciò che può consentire di fare a lui, intendo al popolo in questione, interessa molto di più.
La crisi incombe e il Governatore della Banca d’Italia, ha dichiarato senza mezzi termini che ci sono riforme che s’impongono, altrimenti il Paese affogherà miseramente. Anche la Confindustria ha fatto sentire la sua voce; è necessario intervenire:sulle infrastrutture, sulle pensioni, sulla spesa pubblica, sull’evasione fiscale…
E’ fondamentale, a questo punto, il comportamento dell’Italietta che ha dato il voto a Berlusconi: quella del malaffare, del “tengo famiglia” del “mi arrangio”, dell’omertà mafiosa del “non m’impiccio”. Il leader è ancora in grado di fare i loro interessi? Se la risposta che darà questa parte del Paese sarà negativa, lo getteranno a mare, affermando con ben simulato sdegno”Non avremmo mai pensato fosse un uomo di questo stampo… Beh! siamo padri di famiglia.”
Sul rigore, si sa, è più affidabile la Sinistra, a maggior ragione oggi, dopo aver dimostrato nei suoi esperimenti di governo notevole ispirazione al compromesso.
Il resto del Paese, che non lo tollera, sta già facendo la fatica di scoprire e provare nei più minuti particolari la presenza di bugie e altre simili nefandezze.
La moglie non si presta più a fare la sua parte nell’oleografia di famiglia. Non arrivano notizie rassicuranti nemmeno dalla Chiesa. E i compagni di partito? Temono che diventi una mina vagante?
E se il siluro arrivasse da un’altra parte?
Una voce sussurra ”On n’est pas trahi que par le siens”.
Staremo a vedere.
La povera Noemi è ormai stata superata e travolta dalla Storia, che nulla ha più a che fare con la sua, eventuale, banale storia con il leader di Forza Italia, nonché Presidente del Consiglio di questo Paese, nonché l’uomo che ha spaccato in due, di nuovo, il popolo d’Italia, diventando l’ideologo di un modo di essere e quindi di fare, anche politica.
Berlusconi temendo che si incrinasse la sua immagine, così abilmente e faticosamente costruita, in seguito alla ben nota vicenda, ha peccato d’ingenuità e ha sottovaluta il suo osannante popolo, al quale di ciò che lui fa nelle sue feste private non gliene può fregare di meno (abbiamo una lunga tradizione di personaggi ben più importanti di lui che hanno fatto di peggio, i papi insegnano), ma di ciò che può consentire di fare a lui, intendo al popolo in questione, interessa molto di più.
La crisi incombe e il Governatore della Banca d’Italia, ha dichiarato senza mezzi termini che ci sono riforme che s’impongono, altrimenti il Paese affogherà miseramente. Anche la Confindustria ha fatto sentire la sua voce; è necessario intervenire:sulle infrastrutture, sulle pensioni, sulla spesa pubblica, sull’evasione fiscale…
E’ fondamentale, a questo punto, il comportamento dell’Italietta che ha dato il voto a Berlusconi: quella del malaffare, del “tengo famiglia” del “mi arrangio”, dell’omertà mafiosa del “non m’impiccio”. Il leader è ancora in grado di fare i loro interessi? Se la risposta che darà questa parte del Paese sarà negativa, lo getteranno a mare, affermando con ben simulato sdegno”Non avremmo mai pensato fosse un uomo di questo stampo… Beh! siamo padri di famiglia.”
Sul rigore, si sa, è più affidabile la Sinistra, a maggior ragione oggi, dopo aver dimostrato nei suoi esperimenti di governo notevole ispirazione al compromesso.
Il resto del Paese, che non lo tollera, sta già facendo la fatica di scoprire e provare nei più minuti particolari la presenza di bugie e altre simili nefandezze.
La moglie non si presta più a fare la sua parte nell’oleografia di famiglia. Non arrivano notizie rassicuranti nemmeno dalla Chiesa. E i compagni di partito? Temono che diventi una mina vagante?
E se il siluro arrivasse da un’altra parte?
Una voce sussurra ”On n’est pas trahi que par le siens”.
Staremo a vedere.
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sabato 30 maggio 2009
I Dellapica
Sigismondo, i gioielli infilati in un sacchetto riposto nella camicia, seguiva l’intreccio delle vie che si faceva sempre più stretto, cogliendo su di sé sguardi che avvertiva o temeva sospettosi. Svoltò a destra e, dopo pochi passi, quasi si scontrò con un ragazzo al quale chiese informazioni sull’abitazione del signor Gaspez. “Non vorrei essermi perso” aggiunse "sono un forestiero”.
“ Abita lì” rispose il ragazzo “la seconda porta a destra.”
Si affrettò e, giunto davanti al portone, picchiò con le nocche della mano. Si aprì uno spioncino.
“ Cosa volete?” gli alitò addosso una voce femminile.
“ Parlare con il signor Gospez. Ho della roba che potrebbe interessargli.”
La porta si schiuse: una donna lo fece entrare e, facendogli cenno di seguirla, dopo aver percorso un corridoio, bussò a una porta di legno massiccio.
“ Entrate”
Sigismondo varcò la soglia e si trovò in uno studio in penombra, rischiarato appena dalla luce di una lampada a olio posta su una enorme scrivania, colma di carte, libri e oggetti vari. Alle spalle dell’uomo una libreria stipata di volumi.
“ Si accomodi” e l’uomo lasciò scivolare uno sguardo vecchio di anni e di vita su Sigismondo, aggiungendo “Cosa mi ha portato?”
“ Conte Dellapicca” disse Sigismondo con un gesto breve del capo, quasi a rivendicare arrogantemente la differenza di censo, e, dopo essersi seduto, si tolse dal petto il sacchetto, appoggiandolo sulla scrivania.
I gioielli rotolarono sul ripiano, brillando alla luce del lume, mentre l’uomo, accostando a essi la lampada e osservandoli con una lente, li sollevava uno a uno.
“ Volete essere pagato in zecchini o talleri” disse, e aggiunse: “Da dove venite?”
“ Sono veneziano…Quanti zecchini?”
“ Venti!”
“ Venti zecchini, ma voi siete pazzo, sono gioielli del miglior orafo di Venezia, guardate questa spilla, e questa collana…”
“ Prendere o lasciare”
Sigismondo sollevò un sopracciglio e con disprezzo sibilò:” Tanto varrebbe regalarveli. Sapete che valgono molto di più, non mi date nemmeno il valore dell’oro e delle pietre”.
Il vecchio, seduto immobile, lo guardava riservandogli l’attenzione che avrebbe potuto dedicare a una mosca.
“ Sono gioielli di famiglia, ricordi...”e la voce del veneziano s’incrinava, la gola stretta dalla rabbia, mentre l’umiliazione, mai provata in vita sua, affiorava dentro di lui come fango dopo la pioggia, inzaccherandogli l’anima e intorbidendo il suo sguardo.’Se quel vecchio pensa di aver trovato un pollo da spennare…’ si disse, mentre allungandosi sulla scrivania riponeva in fretta i gioielli, chiudeva il sacchetto e se lo infilava nella camicia.
Il vecchio lo osservava tranquillo, accarezzandosi il mento puntuto segnato da una corta barbetta.
Sigismondo uscito dalla stanza si trovò davanti la donna che l’aveva fatto entrare. La scansò, prepotente, e, giunto davanti al portone d’ingresso, con violenza azionò il chiavistello e si ritrovò sulla strada. Sudato, il volto arrossato dalla rabbia, la lunga veste nera che gli svolazzava intorno allargandosi ai lati e facendolo sembrare un corvo in volo, Sigismondo non fece caso ai due giovani che lo seguivano, fino a quando con la coda dell’occhio non avvertì una presenza alle sue spalle. Fingendo indifferenza allungò il passo, voltò la testa e intravide i loro mantelli. Accelerò ulteriormente l’andatura, guardandosi istintivamente intorno alla ricerca di aiuto. Il vicolo era vuoto: porte e finestre sprangate.
Il cuore gli batteva in petto accorciandogli il respiro: quegli uomini stavano seguendo proprio lui. Cominciò a correre, svoltò in un altro vicolo, ancora più stretto. Si era perso. Dove diavolo stava andando? La strada si restringeva sempre di più: ansante si trovò davanti alla porta di un magazzino. Sprangata.
Case a destra, case a sinistra. Cristo santo: era in trappola!
(continua...)
“ Abita lì” rispose il ragazzo “la seconda porta a destra.”
Si affrettò e, giunto davanti al portone, picchiò con le nocche della mano. Si aprì uno spioncino.
“ Cosa volete?” gli alitò addosso una voce femminile.
“ Parlare con il signor Gospez. Ho della roba che potrebbe interessargli.”
La porta si schiuse: una donna lo fece entrare e, facendogli cenno di seguirla, dopo aver percorso un corridoio, bussò a una porta di legno massiccio.
“ Entrate”
Sigismondo varcò la soglia e si trovò in uno studio in penombra, rischiarato appena dalla luce di una lampada a olio posta su una enorme scrivania, colma di carte, libri e oggetti vari. Alle spalle dell’uomo una libreria stipata di volumi.
“ Si accomodi” e l’uomo lasciò scivolare uno sguardo vecchio di anni e di vita su Sigismondo, aggiungendo “Cosa mi ha portato?”
“ Conte Dellapicca” disse Sigismondo con un gesto breve del capo, quasi a rivendicare arrogantemente la differenza di censo, e, dopo essersi seduto, si tolse dal petto il sacchetto, appoggiandolo sulla scrivania.
I gioielli rotolarono sul ripiano, brillando alla luce del lume, mentre l’uomo, accostando a essi la lampada e osservandoli con una lente, li sollevava uno a uno.
“ Volete essere pagato in zecchini o talleri” disse, e aggiunse: “Da dove venite?”
“ Sono veneziano…Quanti zecchini?”
“ Venti!”
“ Venti zecchini, ma voi siete pazzo, sono gioielli del miglior orafo di Venezia, guardate questa spilla, e questa collana…”
“ Prendere o lasciare”
Sigismondo sollevò un sopracciglio e con disprezzo sibilò:” Tanto varrebbe regalarveli. Sapete che valgono molto di più, non mi date nemmeno il valore dell’oro e delle pietre”.
Il vecchio, seduto immobile, lo guardava riservandogli l’attenzione che avrebbe potuto dedicare a una mosca.
“ Sono gioielli di famiglia, ricordi...”e la voce del veneziano s’incrinava, la gola stretta dalla rabbia, mentre l’umiliazione, mai provata in vita sua, affiorava dentro di lui come fango dopo la pioggia, inzaccherandogli l’anima e intorbidendo il suo sguardo.’Se quel vecchio pensa di aver trovato un pollo da spennare…’ si disse, mentre allungandosi sulla scrivania riponeva in fretta i gioielli, chiudeva il sacchetto e se lo infilava nella camicia.
Il vecchio lo osservava tranquillo, accarezzandosi il mento puntuto segnato da una corta barbetta.
Sigismondo uscito dalla stanza si trovò davanti la donna che l’aveva fatto entrare. La scansò, prepotente, e, giunto davanti al portone d’ingresso, con violenza azionò il chiavistello e si ritrovò sulla strada. Sudato, il volto arrossato dalla rabbia, la lunga veste nera che gli svolazzava intorno allargandosi ai lati e facendolo sembrare un corvo in volo, Sigismondo non fece caso ai due giovani che lo seguivano, fino a quando con la coda dell’occhio non avvertì una presenza alle sue spalle. Fingendo indifferenza allungò il passo, voltò la testa e intravide i loro mantelli. Accelerò ulteriormente l’andatura, guardandosi istintivamente intorno alla ricerca di aiuto. Il vicolo era vuoto: porte e finestre sprangate.
Il cuore gli batteva in petto accorciandogli il respiro: quegli uomini stavano seguendo proprio lui. Cominciò a correre, svoltò in un altro vicolo, ancora più stretto. Si era perso. Dove diavolo stava andando? La strada si restringeva sempre di più: ansante si trovò davanti alla porta di un magazzino. Sprangata.
Case a destra, case a sinistra. Cristo santo: era in trappola!
(continua...)
venerdì 29 maggio 2009
Speranza e utopia
Questo dell’appartenenza non è un problema di poco conto. Io, da triestina, ho visto nascere il “Melone” , una lista civica che, in aperta contestazione con i partiti «tradizionali» (soprattutto DC e PCI) proponeva un programma basato sull’autonomia della città dalla Regione Friuli-Venezia Giulia. Nel 1978, alle elezioni comunali, la lista ottenne la maggioranza dei seggi (18 con il 27,4% dei voti) consentendo a Manlio Cecovini, uno dei suoi fondatori, di assumere la carica di sindaco. Se a Trieste una lista civica poteva essere giustificata dallo scontento conseguente al Trattato di Osimo, quindi da una realtà tutta particolare, come giustificare la nascita della Lega in Lombardia? Secondo me per lo stesso motivo di fondo, al di là delle motivazioni contingenti, che aveva portato, in quegli anni, alla nascita e, soprattutto, all’affermazione dei sindacati autonomi di categoria. Perché venne a mancare la conquista di una “fraternité”, perché ognuno decise di fare per sé.
E prevalse, come principio, “Iddu per iddu”.
In linea di massima non ci si oppone: a una centrale nucleare, alla Tav, a un inceneritore. A patto che si faccia lontano da casa nostra. Fino a quando non si supererà questo provincialismo becero, sostituendolo con un’idea di rispetto delle regole e interesse comune, cioè con quel valore di fraternité che la Rivoluzione francese ci ha lasciato in eredità, fino a quando, anche se portatori di una cultura diversa, non saremo in grado di convivere con altre culture, capendo che la diversità è un valore, una ricchezza da proteggere e rispettare non da eliminare, l’Europa sarà soltanto un acronimo e non una patria.
Se ci sarà da tirare la cinghia (più che un’ipotesi è una certezza) dovremo tirarla tutti, non gli italiani sì perché sono il ventre molle dell’Europa e i tedeschi no, perche hanno maggior forza contrattuale; e i ferrovieri come i dipendenti dei supermercato, e non soltanto questi ultimi, perché i primi possono, con i sindacati di categoria, mettere in ginocchio il Paese, bloccando i trasporti, e quindi fare man bassa di tutte le risorse disponibili. E’ una scelta che a lungo andare non paga. Ghandi disse “Occhio per occhio, il mondo resta cieco”. E fino a quando penseremo che questa è un’utopia, non andremo da nessuna parte, perché non è un’utopia: è una speranza, l’unica che abbiamo e quindi l’unica che dobbiamo impegnarci a realizzare. Ciò che vediamo: la politica spettacolo, corrotta, stantia e priva di ideali potrebbe, ma non deve indurci al cinismo, barattandolo da realismo. Se gli americani avessero fatto spallucce davanti al “We can “ di Obama oggi, alla Casa Bianca, avrebbero un degno seguace di Bush. Se una volta Milano sui suoi muri scrisse “Di Pietro facci sognare” e quel sogno di moralizzazione non si realizzò, questo non significa che non possa realizzarsi. Ora. Perché no? Perché Di Pietro non è Obama? Ma i vincenti si rivelano all’arrivo. Chi era Obama ai nastri di partenza? Un avvocaticchio di colore che aveva qualcosa d’imponderabile che gli altri avevano perduto: la speranza di poter cambiare. Il mondo.
E allora io dico, di nuovo:" Di Pietro facci sognare..."
E prevalse, come principio, “Iddu per iddu”.
In linea di massima non ci si oppone: a una centrale nucleare, alla Tav, a un inceneritore. A patto che si faccia lontano da casa nostra. Fino a quando non si supererà questo provincialismo becero, sostituendolo con un’idea di rispetto delle regole e interesse comune, cioè con quel valore di fraternité che la Rivoluzione francese ci ha lasciato in eredità, fino a quando, anche se portatori di una cultura diversa, non saremo in grado di convivere con altre culture, capendo che la diversità è un valore, una ricchezza da proteggere e rispettare non da eliminare, l’Europa sarà soltanto un acronimo e non una patria.
Se ci sarà da tirare la cinghia (più che un’ipotesi è una certezza) dovremo tirarla tutti, non gli italiani sì perché sono il ventre molle dell’Europa e i tedeschi no, perche hanno maggior forza contrattuale; e i ferrovieri come i dipendenti dei supermercato, e non soltanto questi ultimi, perché i primi possono, con i sindacati di categoria, mettere in ginocchio il Paese, bloccando i trasporti, e quindi fare man bassa di tutte le risorse disponibili. E’ una scelta che a lungo andare non paga. Ghandi disse “Occhio per occhio, il mondo resta cieco”. E fino a quando penseremo che questa è un’utopia, non andremo da nessuna parte, perché non è un’utopia: è una speranza, l’unica che abbiamo e quindi l’unica che dobbiamo impegnarci a realizzare. Ciò che vediamo: la politica spettacolo, corrotta, stantia e priva di ideali potrebbe, ma non deve indurci al cinismo, barattandolo da realismo. Se gli americani avessero fatto spallucce davanti al “We can “ di Obama oggi, alla Casa Bianca, avrebbero un degno seguace di Bush. Se una volta Milano sui suoi muri scrisse “Di Pietro facci sognare” e quel sogno di moralizzazione non si realizzò, questo non significa che non possa realizzarsi. Ora. Perché no? Perché Di Pietro non è Obama? Ma i vincenti si rivelano all’arrivo. Chi era Obama ai nastri di partenza? Un avvocaticchio di colore che aveva qualcosa d’imponderabile che gli altri avevano perduto: la speranza di poter cambiare. Il mondo.
E allora io dico, di nuovo:" Di Pietro facci sognare..."
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Elezioni europee
La complessa realtà dell’Europa che si sta realizzando potrebbe essere forse più facilmente comprensibile se la paragonassimo per un istante alla realtà del nostro Paese sostituendo alle regioni gli stati. Tra un triestino e un napoletano non c’è forse la stessa diversità che tra un romano e un londinese considerando l’aspetto fisico, quella variante della lingua che è il dialetto, la storia a monte, la realtà economica etc.?
Questa ‘diversità’ , non dimentichiamolo, fino a pochi decenni fa era vissuta, all’interno del nostro Paese, con notevole intolleranza. Chi di noi non ricorda i cartelli – nella ‘civilissima’ Torino che aveva bisogno di operai per la Fiat in espansione – con la scritta “Non si affitta ai meridionali”?
Poi nacquero i figli di questi emigranti, e i figli dei loro figli, e faticosamente s’integrarono, al punto che soltanto i loro vecchi avrebbero voluto tornare, magari soltanto a morire, dov’erano nati. Loro, i giovani, si sentivano ormai milanesi o torinesi e a stento si adattavano a passarci le ferie estive, al paesello. Mi sono chiesta spesso se si sentissero torinesi o italiani, scoprendo, con ironica sorpresa, negli anni da me vissuti a Milano, che molti di loro erano diventati leghisti.
Ho la sensazione che siano ancora ben pochi a sentirsi europei tra i cittadini dell’Unione, mentre credo che ogni cittadino degli States, ad esempio, si senta americano.
Questo dell’appartenenza è un primo, grave problema che questa Europa in divenire deve affrontare.
Dai sondaggi fatti in vista delle elezioni di giugno, le previsioni sull’affluenza risultano bassissime e questo mi fa pensare che non si sia ben capita la portata di ciò che bolle in pentola. L’Europa sembra lontana, i problemi sono qui, è il posto di lavoro nella fabbrica dietro l’angolo che si sta rischiando di perdere, è alla Asl di zona che dobbiamo aspettare sei mesi per fare un’ecografia, è la filiale locale di una certa banca che non ci concede un mutuo perché non offriamo sufficienti garanzie. Ma in tema di politica occupazionale, di concessione del credito, di assistenza sanitaria nell’ambito del Welfare, è previsto – e già tutto scritto, nero su bianco – che gli Stati membri rinunceranno alla loro sovranità a favore di quell’Europa il cui Parlamento varerà le leggi che renderanno operativo il Trattato di Lisbona. Sarà il Parlamento che scaturirà da queste elezioni a proseguire su questa strada, primo per portare a termine un’armonizzazione - che le Direttive comunitarie non hanno ancora consentito – e poi per governare, a tutti gli effetti, l’Europa.
Ho la sensazione che non tutti abbiano capito quel che sta succedendo.
(continua…)
Questa ‘diversità’ , non dimentichiamolo, fino a pochi decenni fa era vissuta, all’interno del nostro Paese, con notevole intolleranza. Chi di noi non ricorda i cartelli – nella ‘civilissima’ Torino che aveva bisogno di operai per la Fiat in espansione – con la scritta “Non si affitta ai meridionali”?
Poi nacquero i figli di questi emigranti, e i figli dei loro figli, e faticosamente s’integrarono, al punto che soltanto i loro vecchi avrebbero voluto tornare, magari soltanto a morire, dov’erano nati. Loro, i giovani, si sentivano ormai milanesi o torinesi e a stento si adattavano a passarci le ferie estive, al paesello. Mi sono chiesta spesso se si sentissero torinesi o italiani, scoprendo, con ironica sorpresa, negli anni da me vissuti a Milano, che molti di loro erano diventati leghisti.
Ho la sensazione che siano ancora ben pochi a sentirsi europei tra i cittadini dell’Unione, mentre credo che ogni cittadino degli States, ad esempio, si senta americano.
Questo dell’appartenenza è un primo, grave problema che questa Europa in divenire deve affrontare.
Dai sondaggi fatti in vista delle elezioni di giugno, le previsioni sull’affluenza risultano bassissime e questo mi fa pensare che non si sia ben capita la portata di ciò che bolle in pentola. L’Europa sembra lontana, i problemi sono qui, è il posto di lavoro nella fabbrica dietro l’angolo che si sta rischiando di perdere, è alla Asl di zona che dobbiamo aspettare sei mesi per fare un’ecografia, è la filiale locale di una certa banca che non ci concede un mutuo perché non offriamo sufficienti garanzie. Ma in tema di politica occupazionale, di concessione del credito, di assistenza sanitaria nell’ambito del Welfare, è previsto – e già tutto scritto, nero su bianco – che gli Stati membri rinunceranno alla loro sovranità a favore di quell’Europa il cui Parlamento varerà le leggi che renderanno operativo il Trattato di Lisbona. Sarà il Parlamento che scaturirà da queste elezioni a proseguire su questa strada, primo per portare a termine un’armonizzazione - che le Direttive comunitarie non hanno ancora consentito – e poi per governare, a tutti gli effetti, l’Europa.
Ho la sensazione che non tutti abbiano capito quel che sta succedendo.
(continua…)
giovedì 28 maggio 2009
Istinti e regole
Ricordo un episodio della mia infanzia: avrò avuto dieci o undici anni, mia sorella uno di più.
La guerra era finita, il Paese impegnato nella ricostruzione. Muratori, con il cappello fatto con un foglio di giornale, lavoravano sul terrazzo dell’ultimo piano, dove sventolavano al sole le lenzuola stese ad asciugare.
Riparavano il tetto che portava ancora i segni dei bombardamenti anglo-americani. Un giorno, lavorando, provocarono il crollo di uno dei solai, ma senza suscitare proteste perché il proprietario dell’appartamento cui spettava il solaio, un anziano professore ebreo, era scomparso nell’infamia dei campi di concentramento e l’appartamento era ancora lì, quasi in attesa del ritorno di chi l’aveva per tanti anni abitato.
Quell’appartamento vuoto stuzzicava la nostra fantasia di bambini, tanto che io avevo giurato e spergiurato di aver visto dalle finestre della mia casa, che dava sullo stesso pianerottolo, un’ombra muoversi guardinga nell’appartamento del professore.
Per questo motivo, il giorno del crollo, quando i muratori finirono il loro lavoro, noi bambini ci calammo dal tetto nel solaio del signor Gospez.C’erano degli scatoloni, che aprimmo impazienti, ma che ci lasciarono piuttosto delusi. Contenevano libri, soltanto libri e vecchi quaderni ingialliti dal tempo. Delusi stavamo per andarcene, quando uno scatolone ancora chiuso attirò la nostra attenzione. Lo aprimmo: conteneva minuscole scatole di tutti i colori. Vuote. Erano veramente belle, anche se non riuscimmo a capire a cosa potessero servire. Ognuno di noi se ne mise in tasca qualcuna , ma mia sorella e io ne prendemmo più degli altri perché mia sorella si tuffò nello scatolone e, a piene mani, me ne riempì il grembiule.
Arrivate a casa, era l’ora di cena, mostrammo tutte orgogliose il tesoro ai nostri genitori e mia sorella, ridendo, disse: “Nessuno ci ha viste e quindi ne abbiamo approfittato”.
Lo schiaffo di mio padre ci colse di sorpresa, mentre diceva:” Riportate tutto dove l’avete trovato. Sono vostre?”
Questo episodio mi fa riflettere ogni volta che mi ritorna in mente: qual è il bambino che non ha rubato la marmellata e cosa, in primis, ci trattiene dal rubare se non la paura di essere scoperti, con l’inevitabile corollario di conseguenze?
L’istinto predatorio è uno degli insopprimibili istinti dell’uomo: quando le merci cominciarono a viaggiare via mare apparvero i pirati che, per secoli, hanno imperversato anche sui mari di casa nostra. Il fatto poi che accanto alla pirateria si fosse sviluppata la corsa - dando vita ai corsari, che agivano su mandato dei re o signori di allora, ma sempre ladri erano - la dice lunga sull’intreccio malavita/potere che non è certamente stato un’invenzione recente.
E i pirati/negrieri?
E la mafia?
E la legittimità dei saccheggi in guerra per i vincitori?
E gli scippi, i furti in appartamento, i borseggi?
Furti, furtarelli e rapine in grande stile nonché organizzazioni ispirate a principi predatori…
Per questo motivo - Montesqieu insegna - esiste un potere giudiziario al quale deve essere assicurata la totale indipendenza e autonomia rispetto agli altri due poteri dello Stato, quello legislativo e quello esecutivo.
Per questo motivo la Costituzione deve essere difesa con le unghie e con i denti: cerchiamo di non dimenticarcelo, anche perché pur essendo in parte un “libro dei sogni” (diventa, infatti, operativa attraverso leggi e regolamenti di attuazione) o forse proprio perché è tale, rappresenta l’impianto di base al quale un popolo ha scelto d’ispirarsi. La nostra Costituzione è in questo senso un piccolo gioiello di libertà, democrazia, tutela di diritti essenziali e rigore formale.
Andrà affiancata a questo oggetto misterioso e inquietante che è la Costituzione Europea (leggi Trattato di Lisbona).
Evitiamo che parta già mutilata.
La guerra era finita, il Paese impegnato nella ricostruzione. Muratori, con il cappello fatto con un foglio di giornale, lavoravano sul terrazzo dell’ultimo piano, dove sventolavano al sole le lenzuola stese ad asciugare.
Riparavano il tetto che portava ancora i segni dei bombardamenti anglo-americani. Un giorno, lavorando, provocarono il crollo di uno dei solai, ma senza suscitare proteste perché il proprietario dell’appartamento cui spettava il solaio, un anziano professore ebreo, era scomparso nell’infamia dei campi di concentramento e l’appartamento era ancora lì, quasi in attesa del ritorno di chi l’aveva per tanti anni abitato.
Quell’appartamento vuoto stuzzicava la nostra fantasia di bambini, tanto che io avevo giurato e spergiurato di aver visto dalle finestre della mia casa, che dava sullo stesso pianerottolo, un’ombra muoversi guardinga nell’appartamento del professore.
Per questo motivo, il giorno del crollo, quando i muratori finirono il loro lavoro, noi bambini ci calammo dal tetto nel solaio del signor Gospez.C’erano degli scatoloni, che aprimmo impazienti, ma che ci lasciarono piuttosto delusi. Contenevano libri, soltanto libri e vecchi quaderni ingialliti dal tempo. Delusi stavamo per andarcene, quando uno scatolone ancora chiuso attirò la nostra attenzione. Lo aprimmo: conteneva minuscole scatole di tutti i colori. Vuote. Erano veramente belle, anche se non riuscimmo a capire a cosa potessero servire. Ognuno di noi se ne mise in tasca qualcuna , ma mia sorella e io ne prendemmo più degli altri perché mia sorella si tuffò nello scatolone e, a piene mani, me ne riempì il grembiule.
Arrivate a casa, era l’ora di cena, mostrammo tutte orgogliose il tesoro ai nostri genitori e mia sorella, ridendo, disse: “Nessuno ci ha viste e quindi ne abbiamo approfittato”.
Lo schiaffo di mio padre ci colse di sorpresa, mentre diceva:” Riportate tutto dove l’avete trovato. Sono vostre?”
Questo episodio mi fa riflettere ogni volta che mi ritorna in mente: qual è il bambino che non ha rubato la marmellata e cosa, in primis, ci trattiene dal rubare se non la paura di essere scoperti, con l’inevitabile corollario di conseguenze?
L’istinto predatorio è uno degli insopprimibili istinti dell’uomo: quando le merci cominciarono a viaggiare via mare apparvero i pirati che, per secoli, hanno imperversato anche sui mari di casa nostra. Il fatto poi che accanto alla pirateria si fosse sviluppata la corsa - dando vita ai corsari, che agivano su mandato dei re o signori di allora, ma sempre ladri erano - la dice lunga sull’intreccio malavita/potere che non è certamente stato un’invenzione recente.
E i pirati/negrieri?
E la mafia?
E la legittimità dei saccheggi in guerra per i vincitori?
E gli scippi, i furti in appartamento, i borseggi?
Furti, furtarelli e rapine in grande stile nonché organizzazioni ispirate a principi predatori…
Per questo motivo - Montesqieu insegna - esiste un potere giudiziario al quale deve essere assicurata la totale indipendenza e autonomia rispetto agli altri due poteri dello Stato, quello legislativo e quello esecutivo.
Per questo motivo la Costituzione deve essere difesa con le unghie e con i denti: cerchiamo di non dimenticarcelo, anche perché pur essendo in parte un “libro dei sogni” (diventa, infatti, operativa attraverso leggi e regolamenti di attuazione) o forse proprio perché è tale, rappresenta l’impianto di base al quale un popolo ha scelto d’ispirarsi. La nostra Costituzione è in questo senso un piccolo gioiello di libertà, democrazia, tutela di diritti essenziali e rigore formale.
Andrà affiancata a questo oggetto misterioso e inquietante che è la Costituzione Europea (leggi Trattato di Lisbona).
Evitiamo che parta già mutilata.
mercoledì 27 maggio 2009
Credere obbedire combattere
Ho cercato, in un paese il cui degrado si faceva di giorno in giorno più profondo, di ritagliarmi un angolo, uno spazio anche minimo in cui rintanarmi. Le parole e io: per giocarci, dimenticare e ricordare, ma l’eco è giunta anche qui: parole affilate come coltelli hanno forato il mio silenzio, mi hanno raccontato che mentre io gioco con le favole, la realtà bussa, invadente, alle porte di chi non vuol vedere, né sentire. Parole gonfie di paura hanno sussurrato che la democrazia va protetta, ogni giorno, ogni ora. Non si va in vacanza dai doveri, nemmeno se si è stanchi e malati e non si ha più voglia e nemmeno forza per opporsi. Ognuno deve fare la sua parte: come può, come sa, con gli strumenti che ha a disposizione. Anche se di battaglie, essendo vecchia, ne ha fatte tante, e sono stata sconfitta troppe volte, so, e non mi occorre una laurea per capirlo, che sono sconfitta ma non perdente. I miei nipoti mi guardano, nei loro occhi le domande attendono risposte alle quali non posso più sottrarmi.
Per questo per un po’ trascurerò le mie fole, e le parole, che tanto amo, le userò per raccontare altre cose, per capire e confrontarmi perché la posta in gioco è alta. Sono passati poco più di sessant’anni da quando tanti, troppi ragazzi sono morti per darci la possibilità di vivere liberi, perché potessimo crescere senza “credere (alle altrui bugie) obbedire (senza essere d’accordo) e, soprattutto, combattere (crepando a vent’anni sui campi di battaglia).” Cerchiamo di non scordarlo.
Per questo per un po’ trascurerò le mie fole, e le parole, che tanto amo, le userò per raccontare altre cose, per capire e confrontarmi perché la posta in gioco è alta. Sono passati poco più di sessant’anni da quando tanti, troppi ragazzi sono morti per darci la possibilità di vivere liberi, perché potessimo crescere senza “credere (alle altrui bugie) obbedire (senza essere d’accordo) e, soprattutto, combattere (crepando a vent’anni sui campi di battaglia).” Cerchiamo di non scordarlo.
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