"Zastros, Zaastrooos... "
La voce di sua madre gli arrivò all'orecchio, portata dal vento, mentre con altri due ragazzini lottava rotolando nella polvere.
Si fermò, esitante, e il pugno lo colse di sorpresa, atterrandolo. Si voltò furente sibilando "Vigliacco", gli occhi ridotti a due fessure dorate che comunicavano bagliori di odio, ma i due erano già in piedi, in fuga, sollevando polvere che, ultima umiliazione, gli si depositava sul viso mischiandosi al sudore e al moccio che gli scendeva dal naso.
"Zaastrooos...".
"Vengo" borbottò alzandosi e incamminandosi verso il sentiero sterrato che portava alla casa in pietra di cui s'intravedeva il tetto e dalla quale, avvicinandosi, giungeva un suono di violino e chitarra, nonché lo scalpiccio che produce un impiantito di legno percorso da ballerini.
Dopo pochi minuti sotto il porticato si stagliava la figura di sua madre: l'abito della festa con le stringhe incrociate a sorreggere e mostrare il seno ampio che scoppiava dal corsetto. Il volto, arrossato dal cibo e dal ballo, tondo e pieno, sotto il fazzoletto annodato dietro e portato basso sulla fronte all'uso slavo.
"Brutto figlio di un diavolo rabbioso, guarda come ti sei conciato. Hai fatto a botte di nuovo? Manco al matrimonio di tua zia sei capace di comportarti come si deve? Guarda il tuo vestito nuovo" e,prendendolo per un orecchio, concluse, trascinandolo all'interno della casa, lungo il corridoio buio che portava a una grande sala "Sarà tuo padre a punirti".
"Blanko, Blanko guarda come si è ridotto tuo figlio... Ha fatto a pugni come al solito!" e la donna si fermò, le mani sui fianchi davanti al marito che stava innalzando il bicchiere e inneggiando ai due "novizi" che, arrossendo, sorridevano e ringraziavano.
" Ha ragione tua madre, figlio mio... " ma il ragazzino, mentre lo sguardo si rifaceva sfuggente come quello di un gatto selvatico, mormorò "Erano i fratelli Sokol!" prima di piantarsi davanti all'uomo in attesa. "Sei sicuro?" e l'indolente mollezza dell'uomo scomparve di colpo, mentre afferrato il ragazzino ripercorreva con lui il corridoio sbucando sotto il portico e lanciando un lungo sguardo indagatore tutto intorno. "Hanno osato avvicinarsi e, da quei vigliacchi che sono, attaccarti in due contro uno, ma conoscendoti... sono sicuro che gli avrai fatto mangiare la polvere..."
Il ragazzo taceva evitando lo sguardo del padre che, dopo aver nuovamente lanciato uno sguardo in direzione del bosco agitando minacciosamente il pugno, e aver detto al figlio " Eh, tua madre..." senza attendere la risposta del ragazzo, continuò: "Sì, lo so, lei vive nella paura, ma è una donna, figlio mio!" e, ridendo e allungandogli un buffetto sulla testa, concluse "Le femmine, ancora non lo sai, sono il miele - quello migliore, d'acacia - nella vita di un uomo, ma l'onore è il sale. Un uomo senza onore è come una minestra senza sale: insulso, insipido!"
Il ragazzino ascoltava attento. Silenzioso.
"E, ora, rientriamo e godiamoci la festa, il bello è appena cominciato!"
La madre, uscita a cercarli, li incrociò lungo il corridoio. Sospettosa. Il marito le mise un braccio intorno alla vita e chinandosi le sussurrò all'orecchio "Non preoccuparti per il ragazzo: è un maschio ed è arrivato il momento che sia io, io suo padre, a educarlo. Non vorrei me lo trasformassi in una donnetta. E ora andiamo a ballare che questa è la canzone che hanno suonato anche al nostro matrimonio..."
La donna al suo fianco ridacchiò, lanciandogli un'occhiata invitante, gli occhi chiari che brillavano nel viso scurito dal sole, azzurri come il mare che occhieggiava tra i rami degli alberi laggiù dove le colline si adagiavano come gatti accucciati a bagnarsi le zampe nell'Adriatico. Il sole calava lentamente sul paese abbarbicato alla collina e sui boschi che scendevano rincorrendosi giù, giù fino al mare che circondava la penisola istriana.(continua...)
giovedì 20 agosto 2009
mercoledì 19 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
La carrozza correva nella notte e Sigismondo, legato e imbavagliato, giaceva sul sedile. I tre uomini, dopo averlo trascinato nel palazzo del conte Pivani, quel Giovanni che Sigismondo aveva riconosciuto, si erano tolti i costumi e, a pugni e schiaffi, l'avevano obbligato a ragiungere la locanda dove lo aspettava il suo cocchiere. L'uomo, spaventato, aveva obbedito immediatamente agli ordini ricevuti e ora guidava sicuro la carrozza ripercorrendo in senso inverso la strada in direzione di Trieste.
Il Veneziano si lasciava nuovamente alle spalle Venezia riprovando, come allora, una disperazione sorda, uno sgomento così profondo da annientarlo. In quella sua prima fuga non si era reso conto di avere ancora delle carte da giocare e un asso nella manica rappresentato dalla giovinezza, dai gioielli, ma soprattutto dal Moro. A quell'uomo sembrava che il suo destino avesse assegnato il compito di salvarlo o annientarlo... Ma era stato davvero così ingenuo il suo astuto socio da non subodorare l'inganno? E se invece avesse capito tutto e si fosse prestato al gioco per far cadere lui, Sigismondo, nella trappola e prendersi poi la sua donna, la figlia e, forse, anche la Capinera? Magari, mentre lui era lì, legato come un salame, il Moro, vele al vento navigava già in acque sicure diretto chissà dove! In fondo lui l'aveva trattato sempre con condiscendenza altezzosa e forse era arrivato il momento di gettare la maschera delle finzioni anche tra lui e il suo ex servitore. Ma mentre questi pensieri gli attraversavano la mente, la speranza, che ci sostiene nelle situazioni disperate, gli prospettava ancora vie di fuga, soluzoni rocambolesche da porre in atto per salvarsi e salvare la moglie e la figlia.
Ogni tanto qualcuno degli uomini che, stravaccati all'interno della carrozza, dormicchiavano, apriva un occhio per controllare la situazione e gli sferrava un calcio borbottando insolenze che aggiungevano alla paura e al groviglio di sentimenti contraddittori che provava anche il gusto amaro dell'umiliazione mentre il disprezzo per l'uomo che era stato, per la debolezza del suo carattere e la stupidità che lo aveva fatto cadere ella trappola che gli era stata tesa, gli calavano addosso cupi come una notte senza luna su un viaggiatore perso in una terra sconosciuta.(continua...)
Il Veneziano si lasciava nuovamente alle spalle Venezia riprovando, come allora, una disperazione sorda, uno sgomento così profondo da annientarlo. In quella sua prima fuga non si era reso conto di avere ancora delle carte da giocare e un asso nella manica rappresentato dalla giovinezza, dai gioielli, ma soprattutto dal Moro. A quell'uomo sembrava che il suo destino avesse assegnato il compito di salvarlo o annientarlo... Ma era stato davvero così ingenuo il suo astuto socio da non subodorare l'inganno? E se invece avesse capito tutto e si fosse prestato al gioco per far cadere lui, Sigismondo, nella trappola e prendersi poi la sua donna, la figlia e, forse, anche la Capinera? Magari, mentre lui era lì, legato come un salame, il Moro, vele al vento navigava già in acque sicure diretto chissà dove! In fondo lui l'aveva trattato sempre con condiscendenza altezzosa e forse era arrivato il momento di gettare la maschera delle finzioni anche tra lui e il suo ex servitore. Ma mentre questi pensieri gli attraversavano la mente, la speranza, che ci sostiene nelle situazioni disperate, gli prospettava ancora vie di fuga, soluzoni rocambolesche da porre in atto per salvarsi e salvare la moglie e la figlia.
Ogni tanto qualcuno degli uomini che, stravaccati all'interno della carrozza, dormicchiavano, apriva un occhio per controllare la situazione e gli sferrava un calcio borbottando insolenze che aggiungevano alla paura e al groviglio di sentimenti contraddittori che provava anche il gusto amaro dell'umiliazione mentre il disprezzo per l'uomo che era stato, per la debolezza del suo carattere e la stupidità che lo aveva fatto cadere ella trappola che gli era stata tesa, gli calavano addosso cupi come una notte senza luna su un viaggiatore perso in una terra sconosciuta.(continua...)
martedì 18 agosto 2009
Trenta minacce di morte al giorno
Quando aprendo la posta il presidente Obama trova una minaccia di morte che cosa fa? Lui, personalmente, nulla. Presumo si limiti a consegnare la lettera incriminata a qualcuno del suo staff che, a sua volta, la catalogherà in un certo modo fino a che, a percorso ultimato, approderà sulla scrivania di chi coordina le operazioni che hanno come obiettivo la tutela del Presidente. E chi di dovere indagherà sulla pericolosità di quella minaccia che potrebbe essere un banale scherzo di qualche idiota fino alla decisione di un singolo o di una organizzazione di fare tutto il possibile per uccidere Barack Obama.
Ma lui, non il Presidente, ma Obama Barack, laureato in legge, sposato con due figlie e marito di una bella avvocatessa di colore, cosa pensa quando riceve una minaccia di morte, non un insulto più o meno pesante, ma una comunicazione con la quale un nemico invisibile, gli comunica la propria decisione di farlo a pezzi. Preciseranno anche le modalità dell'agguato, oppure si limiteranno a dirgli "ti vogliamo morto!"? E quando la folla lo accoglie tributandogli un caloroso, corale applauso, lui, facendo scorrere lo sguardo sui mille volti che lo circondano, non sente il suo cuore che smette di battere, il sudore che gli imperla la fronte, la voce che trema come la mano serrata sul microfono, alla vista di uno sguardo obliquo, di un sorriso sghembo, sardonico, sfuggente, da gatto che gioca con il topo? E' protetto dalle guardie del corpo, agenti speciali, specialissimi, ma uomini non angeli custodi.
E quando saluta le figlie, che vanno a scuola, o la moglie, che esce a fare shopping, non pensa mai che potrebbe essere il loro, l'ultimo saluto o l'ultimo sguardo e l'ultima carezza quella che lui, Obama, regala alle figlie, o scambia con la moglie? C'è il pudore che racchiude la paura, imprigionandola, relegandola in fondo al cervello, nella profondità dell'anima o esorcizzandola con la banalità della saggezza spicciola. "Se fosse il mio destino quello di..." e la parola morte non si pronuncia nemmeno, mentre nella Sala Ovale calano le ombre della sera, i consiglieri del Presidente suggeriscono e informano, le figlie giocano con il cane sul prato, circondate dalle nere bocche di fuoco degli agenti speciali disseminati come margherite sul prato al fiorire della primavera, e la moglie pensa, ma forse non lo dice, che lei lo sente l'odio, dissimulato sotto sorrisi di convenienza che i suoi cromosomi, dopo secoli di disprezzo, hanno imparato a smascherare. Guarda le figlie e pensa a Barack perché per lei è soltanto Barack, non il Presidente, e rimpiange il passato...Forse?
Nello sconfinato territorio americano, intanto, parole nere come la notte imbrattano schermi e fogli, mani di uomo o/e di donna imbucano lettere di morte, e i computer le consegnano solerti.
"Buona giornata, Presidente. Caffè forte e nero, i quotidiani freschi di stampa e la posta -
mediamente trenta minacce di morte al giorno".
Ci vuole coraggio ad avere paura, Presidente.
Ma lui, non il Presidente, ma Obama Barack, laureato in legge, sposato con due figlie e marito di una bella avvocatessa di colore, cosa pensa quando riceve una minaccia di morte, non un insulto più o meno pesante, ma una comunicazione con la quale un nemico invisibile, gli comunica la propria decisione di farlo a pezzi. Preciseranno anche le modalità dell'agguato, oppure si limiteranno a dirgli "ti vogliamo morto!"? E quando la folla lo accoglie tributandogli un caloroso, corale applauso, lui, facendo scorrere lo sguardo sui mille volti che lo circondano, non sente il suo cuore che smette di battere, il sudore che gli imperla la fronte, la voce che trema come la mano serrata sul microfono, alla vista di uno sguardo obliquo, di un sorriso sghembo, sardonico, sfuggente, da gatto che gioca con il topo? E' protetto dalle guardie del corpo, agenti speciali, specialissimi, ma uomini non angeli custodi.
E quando saluta le figlie, che vanno a scuola, o la moglie, che esce a fare shopping, non pensa mai che potrebbe essere il loro, l'ultimo saluto o l'ultimo sguardo e l'ultima carezza quella che lui, Obama, regala alle figlie, o scambia con la moglie? C'è il pudore che racchiude la paura, imprigionandola, relegandola in fondo al cervello, nella profondità dell'anima o esorcizzandola con la banalità della saggezza spicciola. "Se fosse il mio destino quello di..." e la parola morte non si pronuncia nemmeno, mentre nella Sala Ovale calano le ombre della sera, i consiglieri del Presidente suggeriscono e informano, le figlie giocano con il cane sul prato, circondate dalle nere bocche di fuoco degli agenti speciali disseminati come margherite sul prato al fiorire della primavera, e la moglie pensa, ma forse non lo dice, che lei lo sente l'odio, dissimulato sotto sorrisi di convenienza che i suoi cromosomi, dopo secoli di disprezzo, hanno imparato a smascherare. Guarda le figlie e pensa a Barack perché per lei è soltanto Barack, non il Presidente, e rimpiange il passato...Forse?
Nello sconfinato territorio americano, intanto, parole nere come la notte imbrattano schermi e fogli, mani di uomo o/e di donna imbucano lettere di morte, e i computer le consegnano solerti.
"Buona giornata, Presidente. Caffè forte e nero, i quotidiani freschi di stampa e la posta -
mediamente trenta minacce di morte al giorno".
Ci vuole coraggio ad avere paura, Presidente.
romanzo a puntate I Dellapicca
"Mio Dio!, ma siete proprio voi...Giovanni" sussurrò Sigismondo, mentre anche le altre due maschere mostravano il volto. Sigismondo crollò nuovamente a sedere sui gradini della chiesa mentre, minacciosi, i tre uomini lo circondavano.
"Che ne diresti di una bella partita? Come ai vecchi tempi". E senza aspettare la risposta, dopo averlo sollevato da terra, l'uomo che portava il nome di Giovanni, sputandogli addosso tutto il suo livore, gli sibilò: "Pensavi di essere al sicuro? Di averci preso tutti in giro?"
"Ho saputo che vi siete rifatti sul palazzo del Canal Grande" balbettò Sigismondo e, poi, mentre una strana luce gli balenava nello sguardo, chiese "Come...?" ma l'altro , interrompendolo, gli rispose: "Ti abbiamo cercato per mare e per terra. Sembravi esserti volatilizzato, nascosto come una "granseola" sotto la sabbia. Poi, non riuscendo a trovarti, abbiamo cercato le tracce del Moro e lui ci ha portati fino a te".
Furente Sigismondo mormorò: "Quel negro maledetto! L'avessi lasciato, quel pendaglio da forca, crepare su patibolo...Mi ha portato solo disgrazie!"
"Ma lui non ti ha tradito: è cascato nel tranello che noi gli abbiamo teso credendo alla storia che gli abbiamo raccontato":
"Allora mia madre non è morta?" chiese Sigismondo.
"Dalla vergogna e dal dolore per la tua scomparsa è uscita di senno..."
Sigismondo sentì una fitta al petto: tutto era perduto ma, e questa era la considerazione che più l'angosciava, a causa sua.
"Vi pagherò..." promise, lo sguardo che assumeva un'espressione supplice, codarda.
"Ci prenderemo la casa, il magazzino...Tutto" gli alitò addosso Mariotto, l'altro compagno di bagordi e divertimenti con il quale aveva condiviso gli anni focosi e pazzi della gioventù.
" Va bene, ma ora lasciatemi andare" implorò ancora l'uomo tremante che i tre circondavano.
" Ci prendi per donnette credulone? Ora t'impacchettiamo per bene, ti carichiamo sulla tua carrozza e ce ne torniamo a Trieste. Lì ci firmerai una dichiarazione che ci autorizzi a prendere possesso di tutti i tuoi beni..." ma Sigismondo lo stava già interrompendo con la solita frase che i vigliacchi sono soliti usare: "Io ho famiglia, mi dovete lsciare qualcosa"
"Ci è stato detto che hai una bellissima moglie! Ah, ah, ah... Usala. A Trieste i bordelli non mancano, anzi, ora che mi ci fai pensare, potremmo valutarne le doti e metterla sul piatto della bilancia a pareggiare il conto con quanto ci è dovuto". E, piegandosi in due dalle risate e dandosi manate sulla schiena i tre uomini se lo indicavano e afferrndolo lo sbattevano dall'uno all'altro, rifilandogli calci negli stinchi e spintoni. Poi, dopo averlo umiliato in questo modo, gli legarono le mani dietro alla schiena e, trascinandoselo dietro come un cane riluttante a seguirli, si inoltrarono nell'intrico, ormai silenzioso e deserto dei vicoli.
"Che ne diresti di una bella partita? Come ai vecchi tempi". E senza aspettare la risposta, dopo averlo sollevato da terra, l'uomo che portava il nome di Giovanni, sputandogli addosso tutto il suo livore, gli sibilò: "Pensavi di essere al sicuro? Di averci preso tutti in giro?"
"Ho saputo che vi siete rifatti sul palazzo del Canal Grande" balbettò Sigismondo e, poi, mentre una strana luce gli balenava nello sguardo, chiese "Come...?" ma l'altro , interrompendolo, gli rispose: "Ti abbiamo cercato per mare e per terra. Sembravi esserti volatilizzato, nascosto come una "granseola" sotto la sabbia. Poi, non riuscendo a trovarti, abbiamo cercato le tracce del Moro e lui ci ha portati fino a te".
Furente Sigismondo mormorò: "Quel negro maledetto! L'avessi lasciato, quel pendaglio da forca, crepare su patibolo...Mi ha portato solo disgrazie!"
"Ma lui non ti ha tradito: è cascato nel tranello che noi gli abbiamo teso credendo alla storia che gli abbiamo raccontato":
"Allora mia madre non è morta?" chiese Sigismondo.
"Dalla vergogna e dal dolore per la tua scomparsa è uscita di senno..."
Sigismondo sentì una fitta al petto: tutto era perduto ma, e questa era la considerazione che più l'angosciava, a causa sua.
"Vi pagherò..." promise, lo sguardo che assumeva un'espressione supplice, codarda.
"Ci prenderemo la casa, il magazzino...Tutto" gli alitò addosso Mariotto, l'altro compagno di bagordi e divertimenti con il quale aveva condiviso gli anni focosi e pazzi della gioventù.
" Va bene, ma ora lasciatemi andare" implorò ancora l'uomo tremante che i tre circondavano.
" Ci prendi per donnette credulone? Ora t'impacchettiamo per bene, ti carichiamo sulla tua carrozza e ce ne torniamo a Trieste. Lì ci firmerai una dichiarazione che ci autorizzi a prendere possesso di tutti i tuoi beni..." ma Sigismondo lo stava già interrompendo con la solita frase che i vigliacchi sono soliti usare: "Io ho famiglia, mi dovete lsciare qualcosa"
"Ci è stato detto che hai una bellissima moglie! Ah, ah, ah... Usala. A Trieste i bordelli non mancano, anzi, ora che mi ci fai pensare, potremmo valutarne le doti e metterla sul piatto della bilancia a pareggiare il conto con quanto ci è dovuto". E, piegandosi in due dalle risate e dandosi manate sulla schiena i tre uomini se lo indicavano e afferrndolo lo sbattevano dall'uno all'altro, rifilandogli calci negli stinchi e spintoni. Poi, dopo averlo umiliato in questo modo, gli legarono le mani dietro alla schiena e, trascinandoselo dietro come un cane riluttante a seguirli, si inoltrarono nell'intrico, ormai silenzioso e deserto dei vicoli.
lunedì 17 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Venezia si stordiva nel Carnevale, in un'allegria che lasciava sottintendere rimpianti inconfessabili, trasudanti dalle lacrime disegnate sui volti di gesso dei pierrot e dalle manfrine dei cicisbei al seguito di dame distratte, che lasciavano cadere il fazzoletto o agitavano il ventaglio, in un rituale che andava assumendo un'aria stantia, un dejà vu che Sigismondo, invece, notava con stupore per la prima volta. Come tutti coloro che abbandonato un luogo per troppo tempo lo idealizzano, stentava a riconoscere in quella Venezia, anche se gravida di ricordi, la città che aveva costruito e conservato nella sua memoria. Ciò che vedeva non aveva più nulla a che fare, se non come versione umiliata, con la sua città. Scattava, automatico, il confronto con Trieste, città che si ampliava, cresceva e si abbelliva sulla scia di un porto in piena espansione e del fiume di denaro che traeva origine da uno sviluppo commerciale che non conosceva pause. Provato dalla fatica del viaggio e squassato da emozioni violente, cercava nell'intrico delle vie che la notte, ormai scesa sulla città, rendeva difficilmente distinguibili, una vecchia locanda dalle parti dell'Arsenale, con stanze di poco prezzo e proprietari che non facessero domande.
Il suo passo si andava facendo strascicato, mentre una grande stanchezza lo coglieva e, dentro di lui, franavano, alla vista dell'abbandono che traspariva dai muri scrostati e nell'afrore di marcio che esalava dai canali, il ricordo e l'orgoglio per il suo essere veneziano. La decadenza della città gli rimandava l'immagine della sua disfatta che coglieva con una lucidità inusuale e devastante.
Si sedette per riprendere fiato sui gradini di una chiesa e si prese la testa tra le mani, mentre davanti agli occhi gli passavano i ricordi di una città fastosa e della vita che lui, l'elegante, raffinato conte Dellapicca, vi aveva condotto, sotto lo sguardo amorevole di sua madre che gli sorrideva allungando le braccia per stringerlo a sé...ma un rumore di passi affrettati attirò la sua attenzione, distraendolo dai suoi pensieri. Tre maschere avanzavano verso di lui, guardandosi intorno. Guardinghe. La più colorata, un Arlecchino dai colori sgargianti, gli si parò davanti. Sigismondo, rendendosi conto dell'ora tarda, della piazza deserta, dell'evidente disparità numerica, nonchè fisica, ebbe un moto di paura e si alzò, incerto, fissando l'Arlecchino che stava improvvisando a suo uso e consumo piroette e inchini. Osservandolo più attentamente, Sigismondo ebbe la sensazione di conoscerlo poiché la maschera che portava gli incorniciava solamente gli occhi, lasciando libera una bocca dalle labbra sottili, e un naso, appena arcuato, aristocratico. La sua attenzione si concentrò su quella bocca e sulle mani, ornate di anelli, mentre il cervello gli rimandava l'immagine di una mano maschile che si allungava, bianca, quasi femminea nella sua mollezza, a prendere una carta da gioco.
L'uomo si strappò la maschera dal volto, lasciandola cadere a terra mentre Sigismondo, la bocca spalancata dalla meraviglia, lo riconosceva.(continua...)
Il suo passo si andava facendo strascicato, mentre una grande stanchezza lo coglieva e, dentro di lui, franavano, alla vista dell'abbandono che traspariva dai muri scrostati e nell'afrore di marcio che esalava dai canali, il ricordo e l'orgoglio per il suo essere veneziano. La decadenza della città gli rimandava l'immagine della sua disfatta che coglieva con una lucidità inusuale e devastante.
Si sedette per riprendere fiato sui gradini di una chiesa e si prese la testa tra le mani, mentre davanti agli occhi gli passavano i ricordi di una città fastosa e della vita che lui, l'elegante, raffinato conte Dellapicca, vi aveva condotto, sotto lo sguardo amorevole di sua madre che gli sorrideva allungando le braccia per stringerlo a sé...ma un rumore di passi affrettati attirò la sua attenzione, distraendolo dai suoi pensieri. Tre maschere avanzavano verso di lui, guardandosi intorno. Guardinghe. La più colorata, un Arlecchino dai colori sgargianti, gli si parò davanti. Sigismondo, rendendosi conto dell'ora tarda, della piazza deserta, dell'evidente disparità numerica, nonchè fisica, ebbe un moto di paura e si alzò, incerto, fissando l'Arlecchino che stava improvvisando a suo uso e consumo piroette e inchini. Osservandolo più attentamente, Sigismondo ebbe la sensazione di conoscerlo poiché la maschera che portava gli incorniciava solamente gli occhi, lasciando libera una bocca dalle labbra sottili, e un naso, appena arcuato, aristocratico. La sua attenzione si concentrò su quella bocca e sulle mani, ornate di anelli, mentre il cervello gli rimandava l'immagine di una mano maschile che si allungava, bianca, quasi femminea nella sua mollezza, a prendere una carta da gioco.
L'uomo si strappò la maschera dal volto, lasciandola cadere a terra mentre Sigismondo, la bocca spalancata dalla meraviglia, lo riconosceva.(continua...)
domenica 16 agosto 2009
Scrittura
Gli scrittori sono curiosi? Sì, ma qual è la curiosità che li contraddistingue? Non è certo il gossip, è piuttosto la voglia di conoscere la conclusione o l'evoluzione di una storia, forse per verificare la loro capacità di analisi dei personaggi, l'abilità di calarsi nei loro panni in una sorta d'identificazione per ipotizzarne verosimilmente i comportamenti o le scelte. Penso che uno scrittore sia - come un attore a livello interpretativo - in grado di sviluppare una storia anche partendo da uno spunto apparentemente poco importante o, secondo chi scrittore non, è scarsamente incisivo. Ha osservato un amico mentre si vestiva e, nella sua testa, ha preso forma il protagonista di una storia. Quel giorno l'aveva visto sostare pensoso davanti all'armadio, un occhio agli abiti appesi e un altro alla finestra, cercando di indovinare la temperatura e l'evolversi di quelle nuvole in corsa. Lo scrittore, da quell'osservatore che è, aveva già notato quel qualcosa in più, un'esitazione, un'altra occhiata alla finestra mentre la mano saliva ad accarezzare il mento, lo sguardo che si perdeva nel vuoto. Il protagonista era distratto, la sua mente altrove, i gesti, dettati dall'abitudine, risultavano privi di grinta, anzi la grinta in quest'uomo, se mai c'era stata, ora non c'era più. Era un uomo in crisi, ingabbiato in una routine che fino a quel momento era riuscito ad accettare ma che, in quella mattina in cui qualcosa dentro di lui si era spezzato, senza fare nemmeno crac tanto era usurato e sottile quel legame che ancora lo univa alle sue rassicuranti e noiose abitudini, gli era diventata insostenibile. E lui, lo scrittore, lo descrive, ne tratteggia la noia, il disagio che gli serpeggia sotto pelle. Poi, cercherà le motivazioni di quel malessere facendo decollare la storia in chiave fantastica: in quale città, periodo storico, classe sociale collocherà il suo protagonista? Qui la fantasia dello scrittore deve cedere il passo al lavoro organizzativo che include quasi sempre una ricerca. E' la parte meno creativa ma è quella che dà al protagonista uno sfondo scenografico, un'appartenenza che consentirà all'autore di passare alle parole che, pensate, sussurrate, scambiate con un interlocutore, daranno il via alla storia, rispettando il nesso logico che lega i dialoghi al luogo e al tempo della narrazione.
A questo punto lo scrittore attingerà a tutto ciò che ha sbirciato, ascoltato, immaginato, ipotizzato, ai mille sguardi di troppo che ha lanciato su seccati passanti, ai dialoghi origliati sui tram, alle associazioni fantasiose che traggono vita da tratti fisionomici, elaborate sulla base di sguardi rivelatori o presunti tali, bocche serrate su confessioni impossibili, mani artigliate a contenere angoscia o dare la stura all'allegria.
L'archivio di storie da raccontare si baserà su quella vasta gamma di spunti che la sua curiosità gli ha permesso di raccogliere e archiviare. Un ultimo consiglio: tenetevi lontani dagli scrittori: sono divoratori bulimici di vite altrui.
A questo punto lo scrittore attingerà a tutto ciò che ha sbirciato, ascoltato, immaginato, ipotizzato, ai mille sguardi di troppo che ha lanciato su seccati passanti, ai dialoghi origliati sui tram, alle associazioni fantasiose che traggono vita da tratti fisionomici, elaborate sulla base di sguardi rivelatori o presunti tali, bocche serrate su confessioni impossibili, mani artigliate a contenere angoscia o dare la stura all'allegria.
L'archivio di storie da raccontare si baserà su quella vasta gamma di spunti che la sua curiosità gli ha permesso di raccogliere e archiviare. Un ultimo consiglio: tenetevi lontani dagli scrittori: sono divoratori bulimici di vite altrui.
sabato 15 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Sigismondo dal finestrino della carrozza vedeva scorrere il paesaggio che le prime avvisaglie dell'autunno velavano di nebbie mattutine. L'arroganza dei colori estivi cedeva il passo, sfumando, ai toni dell'ocra e del marrone. Ricordi d'infanzia si affastellavano nella sua mente: rivedeva la madre salutare il marito, tenendolo per mano, mentre l'uomo si chinava a baciarlo e, senza voltarsi indietro, saliva quasi correndo lungo la scaletta del veliero che si staccava dalla riva puntando, maestoso e terribile, con le vele che raccoglievano il vento e le bocche da fuoco lucide e oliate, verso il mare aperto, sulla scia degli altri che lo precedevano: il volto intatto di sua madre - giovanissima - che arrossiva sotto la parrucca bianca e il velo della cipria... E rivedeva la stessa nave avanzare nel chiarore dell'alba e attraccare in un silenzio irreale, mentre uomini stanchi, feriti nell'anima e nel corpo, cominciavano a scendere cercando nella folla di donne e bambini in attesa...Erano rimasti fino a quando tutti gli uomini erano scesi e la brezza aveva smesso di soffiare e anche il sorriso era scomparso dal volto di sua madre che, stringendolo tra le braccia, aveva ripreso la strada di casa. Poi, era vissuta, viziandolo e coccolandolo, per lui che l'aveva abbandonata...
Si fermarono a una locanda per mangiare e sostituire i cavalli, stremati e lucidi di sudore. Un'ansia immotivata spingeva il Veneziano a gridare "Presto, presto" al cocchiere, mentre il paesaggio mutava in quello tipico lagunare e un'eccitazione insolita, un tremore interno gli facevano brillare lo sguardo. Tornava a Venezia, la sua Venezia di cui cominciava a scorgere qualcosa, quasi un baluginio d'oro lontano, nel cielo che scuriva, mentre l'odore stantio dell'acqua immota gli solleticava le narici. Lo sentiva o lo ricordava?
La città, da miraggio appena intravisto, si andava materializzando - o ancora immaginava? - in tetti, cupole, campanili, sussurri, sciabordio d'acqua, rumore di passi e suoni di risate. Quando, lasciati nell'ultima locanda sulla terraferma carrozza e cocchiere dopo essersi vestito da paggio con la maschera sul viso, imboccava la via d'accesso alla città, proseguendo a piedi e avventurandosi nell'intrico di calli della città d'acqua, il cuore gli batteva forte come a un appuntamento galante quando il desiderio scorre così violento nelle vene che sembra di volare. Era così emozionato Sigismondo, così preso da quelle strette viuzze che ritrovava e che gli sembrava lo riportassero non solo a un luogo lontano ma anche a un tempo passato che sembrava ritornare, da pensare che fosse possibile imboccare la prima via a destra e poi la seconda a sinistra, attraversare la piazzetta, salire su quel ponte, delicato come un pizzo, per trovarsi davanti al portone del suo palazzo, alzare gli occhi a inquadrare le finestre tutte d'oro e sua madre che lo attendeva, sbirciando dietro alle tende...
Era così distratto da non aver notato che nel turbinio di risate, fruscii di seta e voci che si rincorrevano, un Arlecchino non lo perdeva d'occhio e il suo costume colorato appariva e scompariva nella sera che ormai avvolgeva la città, mentre i suoi passi ritrovavano itinerari mai dimenticati nella città che l'acqua, instancabile, circondava e cullava.(continua...)
Si fermarono a una locanda per mangiare e sostituire i cavalli, stremati e lucidi di sudore. Un'ansia immotivata spingeva il Veneziano a gridare "Presto, presto" al cocchiere, mentre il paesaggio mutava in quello tipico lagunare e un'eccitazione insolita, un tremore interno gli facevano brillare lo sguardo. Tornava a Venezia, la sua Venezia di cui cominciava a scorgere qualcosa, quasi un baluginio d'oro lontano, nel cielo che scuriva, mentre l'odore stantio dell'acqua immota gli solleticava le narici. Lo sentiva o lo ricordava?
La città, da miraggio appena intravisto, si andava materializzando - o ancora immaginava? - in tetti, cupole, campanili, sussurri, sciabordio d'acqua, rumore di passi e suoni di risate. Quando, lasciati nell'ultima locanda sulla terraferma carrozza e cocchiere dopo essersi vestito da paggio con la maschera sul viso, imboccava la via d'accesso alla città, proseguendo a piedi e avventurandosi nell'intrico di calli della città d'acqua, il cuore gli batteva forte come a un appuntamento galante quando il desiderio scorre così violento nelle vene che sembra di volare. Era così emozionato Sigismondo, così preso da quelle strette viuzze che ritrovava e che gli sembrava lo riportassero non solo a un luogo lontano ma anche a un tempo passato che sembrava ritornare, da pensare che fosse possibile imboccare la prima via a destra e poi la seconda a sinistra, attraversare la piazzetta, salire su quel ponte, delicato come un pizzo, per trovarsi davanti al portone del suo palazzo, alzare gli occhi a inquadrare le finestre tutte d'oro e sua madre che lo attendeva, sbirciando dietro alle tende...
Era così distratto da non aver notato che nel turbinio di risate, fruscii di seta e voci che si rincorrevano, un Arlecchino non lo perdeva d'occhio e il suo costume colorato appariva e scompariva nella sera che ormai avvolgeva la città, mentre i suoi passi ritrovavano itinerari mai dimenticati nella città che l'acqua, instancabile, circondava e cullava.(continua...)
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