venerdì 3 luglio 2009

Romanzo a puntate

Non mi ero mai cimentata in un romanzo a puntate, cominciato per gioco alla metà di maggio, ma dopo aver ruminato e scritto parecchio su due città, Trieste e Venezia, alle quali mi lega un rapporto ombelicale, carnale.

Città complesse, difficili, alle quali mi avvince una Storia che non è amore, è passione che ti chiede l'anima, restituendotela, se e quando lo fa, ammaccata e ferita. Noi abitanti, quella Storia, la portiamo nei cromosomi...Su Venezia è stato scritto di tutto e non mi azzarderei a confrontarmi con i mostri sacri.
Il mio approccio è di pelle, di suoni che mi sono rimasti dentro - soprattutto a Venezia, che è una città che va ascoltata, oltre che vista - e di albe, tramonti e stagioni che mutano ,cambiando l'intensità della luce che filtra nelle stanze e la qualità dell'aria, il suo odore.

Trieste mi manca sempre, oserei dire, sempre di più. Mi manca proprio ciò che più m'infastidiva: quel suo dialetto greve che è rimasto, per me, la lingua della disperazione, della rabbia e della gioia. " Voglio bene a quella bambina " è ingessato, incolore e inespressivo: vuoi mettere " Ghe voio un ben de l'anima a quela muleta "? Amore che si sente, trabocca, ma venato d'ironia, musicalità della parola che diventa canto. E la sarabanda del vento che in un carosello infernale tutto fa volare, sbattere, stridere popolando il sonno di incubi sonori...Siamo ben strani noi esseri umani! Mi manca pure quella!

Di Venezia, invece, rimpiango il sembrare più reale dell'essere, il sottile gioco dell'ambiguità che la gran signora, dimenticando come me di essere vecchia, fa cadere dall'alto fino a quando il suo riflesso nell'acqua, obbligandola a riemergere dalle sue illusioni, la ricarica della noia del reale, del suo peso, della prevedibilità, ma provocando la sua reiterata decisione di azzerarli in un battere di ciglia. Opterà sempre per la recita e la maschera: fa parte del suo Dna. Il Carnevale non era forse tutelato dalla legge, non durava per mesi e era diventato un modo di essere, non soltanto di vivere?


E così ho ambientato la mia storia in queste due città, nelle strade strette dei loro ghetti, usando un linguaggio colorato d'azzurro per descrivere foreste di alberi che crescono sull'acqua e il fruscio delle vele che sfidano il vento. Navi che scompaiono nella nebbia, per riemergere come fantasmi quando meno te l'aspetti, cariche di mercanzie e... di bugie, quelle che i marinai hanno sempre raccontato alle donne che in ogni porto, mai stanche, ne attendono il ritorno.

Il protagonista, il nobile Sigismondo, sfatto e decadente, incapace di staccarsi da un mondo che si è già staccato da lui - un mondo che va scomparendo sfaldandosi come un trucco troppo pesante su un volto decrepito -  alimenta la sua vita di rimpianti. La moglie, bellissima figlia di un locandiere e dei tempi nuovi, è il futuro ed è già parte di quella borghesia emergente e indaffarata che alla festa data da Sigismndo travolgerà madrigali e minuetti con l'arroganza vitalistica e rozza dalla sarabanda e della ciga.

E' 'il nuovo che avanza ' nella Trieste della fine del Settecento che sfidava Venezia, sotto la spinta non soltanto del vento delle steppe, ma anche delle prime avvisaglie del tornado napoleonico...

Inventare, giorno dopo giorno, è una sfida non facile, credete, ma intrigante: molto intrigante.

giovedì 2 luglio 2009

I Dellapicca

Sigismondo, il volto livido, le labbra tirate camminava lungo il corridoio, il passo lungo e teso
che aggrediva il pavimento, rimbombando nel silenzio che sembrava gelare la casa.
Teresina lo seguiva, tremante, borbottando preghiere.
Entrati nello studio, il padrone chiuse la porta e si rivolse alla donna:
“ Lo sapevate?”
Lei scosse la testa.
“ Diremo a tutti che una delle gemelle è morta poco dopo il parto. Tu vai a vestirla, avvolgila in un panno e portala nel mio studio”.
Teresina esitava, balbettante: ”Cosa dirò alla…padrona?”
Sigismondo, contenendosi a stento, sibilò: “Obbedisci, prima che ti scaraventi fuori di casa a calci…” e vedendo la serva che davanti a lui si stropicciava le mani sempre più agitata, urlò: “Fai quello che ti ho detto. Muoviti, vai! Cosa aspetti? La carrozza?”
Teresina uscì in fretta, chiudendosi la porta dello studio alle spalle, ma non aveva fatto che pochi passi quando la voce del padrone la raggiunse “ Fai venire la levatrice nel mio studio!” Poi, nel corridoio, dopo il rumore della porta sbattuta con violenza, il silenzio riprese il sopravvento.
La serva entrò nella camera da letto della padrona e dopo essersi avvicinata al letto, scoppiando in un pianto dirotto, tra i singhiozzi che le impedivano quasi di parlare, riferì quanto le era stato detto.
Maria mormorò qualcosa e la levatrice le disse: “ Vi conviene obbedire! Cosa fareste con due neonate da sola. E con questa bambina che denuncia la vostra colpa…”
“ Datemi una vestaglia, devo parlare con mio marito” e Maria, barcollando cercò di alzarsi in piedi, ma un violento capogiro la costrinse a stendersi nuovamente sul letto. Approfittando della confusione, Teresina scivolava fuori dalla stanza con la levatrice, portando tra le braccia la piccola mulatta.
Le due donne bussarono alla porta dello studio. Dall’interno si udì un certo tramestio e quasi immediatamente la porta si spalancò, lasciando uscire Sigismondo che, afferrato il fagotto, si rivolse alla levatrice dicendo: ”Aspettatemi nello studio. Sarò di ritorno tra poco…Vi invito a tacere, altrimenti…” e non concluse, lasciando che quella minaccia aleggiasse nell’aria, sinistra, gelando la donna. Poi, in tutta fretta, si diresse verso l’ingresso della casa. Si udì la sua voce che chiamava il cocchiere e lo stridio delle ruote della carrozza.
Le due donne tornarono nella stanza di Maria. La giovane donna era riuscita a trascinarsi fino alla finestra, che aveva spalancato appena in tempo per vedere la carrozza del marito allontanarsi in direzione del porto.
“ Dove la sta portando?” gridò volgendosi verso le due donne appena entrate. “ Avrà ben detto qualcosa! Vi supplico, vi supplico, cosa intende fare!”
“ Non lo sappiamo. E’ inferocito, ha minacciato anche la levatrice” sussurrò Teresina.
“ Per quello che mi riguarda io sarò muta come un pesce morto…Aveva una faccia da far paura,
e, ora, mettetevi a letto. Pensate a questa creatura che vi è rimasta e a voi. Calmatevi, su calmatevi e cercate di non avvilirvi troppo. Potreste perdere il latte…” e, così dicendo la levatrice, presa la bambina, la avvicinò alla madre.
Maria la prese tra le braccia e, per un istante, il suo viso si distese, mentre incredula con la punta di un dito scostava il panno e si chinava a baciare la figlia. Poi, dopo averla attaccata al seno, mentre la neonata succhiava, si addormentò, sfinita, viso che si rasserenava, distendendosi, nella tregua del sonno.
Teresina prese la bambina, la cambiò e la depose nella culla, accanto al letto della madre.
Poi le due donne, in punta di piedi, uscirono dalla stanza e raggiunsero lo studio del conte.
Si sedettero e attesero.

mercoledì 1 luglio 2009

Crisi americana e bulimia

Ieri sera su Rai Tre è andato in onda il disastro americano, lasciandomi sconcertata per un particolare, apparentemente insignificante ma, a mio avviso, non irrilevante: non la dimensione del disastro, già analizzato e valutato in tutte le sue drammatiche componenti, ma quella delle persone, perché gli intervistati erano quasi tutti oversize.
In questo paese - dove i grattacieli incombono dall’alto dei loro innumerevoli piani, le macchine sono grandi come case, i panini sono extra large - il gigantismo, condizione dei luoghi, è diventato condizione dell’esistenza e quindi dell’anima. Gli spazi sterminati che questo popolo ha domato lo hanno forse abituato a pensare in grande, tanto in grande da provocare anche la più devastante crisi economico/finanziaria degli ultimi cento anni. Quegli spazi sconfinati, che hanno dato loro il senso e quindi il valore della libertà, sono diventati simbolo di arroganza per buona parte del paese. Emergeva dalle interviste la bulimica abitudine di un popolo che non consuma per vivere, ma vive per consumare, che non mangia per vivere, ma vive per mangiare. Provvisorietà e sicurezze inesistenti si delineavano attraverso le parole degli intervistati: uomini d’oro – gli dei di Wall Street - che erano diventati di cacca nello spazio di ventiquattro ore. Il bisogno, non il desiderio che è libera anche se discutibile scelta, di consumare e quindi acquistare, ha portato in primo piano la necessità di guadagnare: tanto, sempre di più.
Il denaro si è, quindi, fatto largo, diventando il valore, il fine, l’obiettivo a cui puntare, a cui tutto e tutti devono essere sacrificati. Nel vuoto di quegli appartamenti nei grattacieli, che sembrano sfiorano la volta celeste, si è forse avuta l’impressione che bastasse alzare una mano per cogliere una stella perché la tecnologia può tutto, ma il mistero dei sentimenti, e delle emozioni che ne derivano, scatena paure incontrollate. La dicotomia impotenza/onnipotenza si è fatta stridente in questo popolo di bambini e adolescenti non cresciuti. Inseguiti da quell’ansimare da bestia feroce della metropoli che ti alita sul collo, si è pensato di dover correre, in fretta, sempre più in fretta, non importa dove, non affrontando le paure, esorcizzandole con lo shopping e l’attrazione fatale per il frigorifero, in uno scricchiolio di mascelle che sostituiva le sinapsi di un cervello funzionante… E allora ho pensato alla disastrosa qualità della scuola pubblica americana: la scuola dei quartieri ghetto, immortalata da tanti film, che è parcheggio di giovani e non scuola di vita, non insegnamento, non valori, non acquisizione di capacitò critica, non pensiero, non riflessione, non gusto, né bellezza e, con un brivido mi sono sfilati davanti agli occhi i giovani incontrati negli ultimi anni del mio insegnamento e, in una Milano che si andava imbarbarendo, i loro eroi: Berlusconi e Bossi.
Negli zainetti troppe merendine, troppi jeans firmati…Pochi pensieri, scarse e scarne riflessioni, il deserto dei valori …non per tutti, ma per troppi. I grandi spazi sono anche grandi vuoti e uno su tutti è pericolosissimo: il vuoto culturale. Per gli americani? Non soltanto per loro.
E’ questo il futuro che si va delineando anche per il nostro Paese? Saranno queste le conseguenze dello scempio perpetrato nel campo dell’istruzione?
E’ un’ipotesi e non remota.

martedì 30 giugno 2009

I Dellapicca

La porta si spalancò e Sigismondo entrò di prepotenza, le mani che gli tremavano, mentre il suo sguardo scivolava sulla levatrice che, impacciata, borbottò qualcosa d’incomprensibile.
Teresina non si voltava, immobile, la testa china sui due fagotti dai quali provenivano quei lamenti simili al pigolio di un pulcino. Nel disordine delle lenzuola, sfigurata dallo sforzo del parto, giaceva Maria. L’uomo si avvicinò alla serva chiedendo: “Sono maschi?”mentre con la mano scostava il panno in cui erano avvolti per guardarli. Teresina mormorò “Femmine” con una strana esitazione nella voce, non osando nemmeno alzare gli occhi sul padrone.
Il volto del Veneziano, quando lo rialzò, era livido. Sulla stanza calò un silenzio minaccioso, appena incrinato da quel pigolio infantile. Poi senza degnare nemmeno di uno sguardo la moglie si rivolse a Teresina.” Vieni con me!” le ordinò, perentorio, facendole cenno di riconsegnare le neonate alla levatrice.
La serva obbedì sollecita e tremante, seguendo il padrone che apriva la porta per uscire dalla stanza.
La levatrice emise un sospiro di sollievo e si avvicinò alla donna che giaceva silenziosa sul letto, adgiandole accanto le neonate: una chiara come la madre, una peluria dorata a incorniciarle il viso rotondo ancora un po’ tumefatto dal parto, l’altra la pelle nera come la notte e gli occhi scuri.
“ Anima mia, ma proprio con un negro dovevate tradirlo vostro marito? Questi sono peccati che non si possono nascondere.”
Maria non rispose, lo sguardo che scivolava, sgomento, sulle figlie.
(continua...)

lunedì 29 giugno 2009

Legami

Mi alzo dolorante, ogni muscolo che sembra volersi muovere per conto suo quasi a riflettere l’anarchia delle mente, insofferente a regole e confini. Metto la moka sul fuoco, mi riempio la tazza di caffè e accendo il computer. E’ un’abitudine, ormai. Per me, che vivo sola e che, ogni tanto, rimpiango il balcanico disordine che si muoveva intorno ai miei tre figli, in quelle case piene di libri, giocattoli, urla e risate, in quella vita snervante al servizio di tutti, è un modo come un altro di tenere a bada la solitudine. Mentre aspetto, l’occhio mi cade sull’agenda dalla quale sporge l’angolo di un foglio. Sarà un appunto da ricordare? La memoria ogni tanto fa scivolar via qualcosa, come un colabrodo la pastina minuta.
Apro il foglio: disseminato di cuoricini rossi, reca scritto “Il me corazon batte per te”.
E’ di Martina, mia nipote.
E’ una goccia d’amore, ma basta a riconciliarmi con la vita.

I Dellapicca ( Il parto)

La giovane donna, avvinghiata alla poltrona, fissava quella macchia scura che si andava allargando sulla gonna.
“ Oh Madonna benedetta, oh Gesù Maria…” strillava Teresina, mentre Maria si inarcava sotto la spinta di un’altra doglia sussurrando: “ Chiama il padrone e la levatrice…” e poi , vedendo che la domestica non si muoveva, alzando la voce: “ Muoviti! Va, vai…” le gridava, prima di ripiombare sullo schienale, le mani arpionate al ventre e gli occhi vitrei di dolore e paura.
Aveva la sensazione di essere azzannata alle reni da un animale feroce: il dolore arrivava a ondate, s’impossessava di lei, scendeva dai fianchi alle cosce, invadeva il ventre. Poi si ritirava, veloce come una marea, lasciandola per alcuni minuti spossata e intontita prima di riafferrarla, come una foglia in balia del vento, sbattendola a destra e manca a suo piacimento. Perché nessuno veniva ad aiutarla? Dov’era finita la domestica? Mentre il dolore la riafferrava, sentì confusamente dei passi lungo il corridoio e, subito dopo, due braccia solide che  la sollevavano, adagiandola sul letto.
Aprì gli occhi e vide il marito che, chino su di lei, apriva la bocca per parlare, riuscendo a dirle soltanto “Stai calma, andrà tutto bene” prima di essere sbattuto fuori dall’ostetrica in modo brusco.
“ Non è posto per uomini, questo. Poteva pensarci prima! Ora non è di voi che ha bisogno” concluse la donna mentre le sue mani si muovevano sicure sul corpo della partoriente.
“ Sta per nascere?” sussurrò Maria e la donna davanti a lei scosse il capo, dicendo: “E’ soltanto l’inizio e lei ne deve scodellare due…Si faccia forza, siamo appena al’inizio ”
“ E’ sicura!”
“ Sento due testoline e sono anche belli grossi…”
Maria cacciò un urlo.
“ Urlare non le servirà a nulla; risparmi le forze” disse l’ostetrica, aggiungendo “ Arriva l’acqua calda?”, mentre uno scalpiccio di passi precedeva l’ingresso della serva che portava un catino pieno d’acqua.
Poi sulla stanza calò il silenzio che, a intervalli sempre più ravvicinati, veniva rotto dai lamenti della ragazza, dalle sue invocazioni d’aiuto e dalle risposte secche della levatrice, che seduta accanto al letto, controllava la situazione con la calma autorevolezza di un capitano sul ponte di comando.
Le ore passavano lente. Ogni tanto dalla porta socchiusa faceva capolino Sigismondo, il volto teso, la bocca chiusa e un’espressione interrogativa nello sguardo che non aveva bisogno di parole. L’ostetrica scuoteva il capo e la porta si richiudeva.
Maria spossata, fradicia di sudore, si lamentava ormai quasi ininterrottamente, mentre le doglie si susseguivano senza concederle tregua, e le ombre della sera invadevano la stanza e Teresina accendeva le candele, borbottando preghiere.
“ Morirò!” La voce della ragazza si levò, alta e chiara, nella stanza.
“ Non dite sciocchezze, cercate di farvi forza…” le rispose la levatrice, sentendo che un brivido le percorreva la schiena,e la serva, che piangendo istericamente, sussurrava: “L’ha sempre detto che sarebbe morta di parto, la mia padrona l’ha sempre detto”.
“ Fate silenzio! Bell’aiuto siete per la vostra padrona: qui non morirà nessuno…Stiamo calmi”
Si tolse dalla tasca una bottiglietta e ne versò alcune gocce su un cucchiaio che fece scivolare tra le labbra della partoriente.
“ Forza Teresina che adesso si balla. Mettetele le mani sul ventre e, quando ve lo dirò io, premerete con tutte le vostre forze…”
Maria spalancò gli occhi, un urlo strozzato nella gola.
“ Spingi”
Altro urlo.
“ Spingi Teresina, spingi…Maria spingi anche tu”
Lamenti, invocazioni, singhiozzi e “ Spingi, spingete..”
Altro urlo, da animale ferito, azzannato.
“ Spingete, vedo la testolina, ci siamo…”
Un pianto di neonato si levò stizzito.
“ E’ una bellissima bambina”
“ Arriva il secondo. Forza! Spingete, questo è più piccolo….”
“ Spingete! Spingete di più. Eccolo!”
Altro pianto di neonato.
Poi silenzio, innaturale.
Maria spossata aprì gli occhi: i bambini tra le braccia di Teresina.
“ Ecco perché non voleva farli nascere!” e la voce della levatrice aveva un timbro strano, secco mentre il battere di nocche sulla porta aumentava d’intensità.
All’interno della stanza nessuno diceva “Avanti”.
(continua...)

domenica 28 giugno 2009

I Dellapicca

Sigismondo stava entrando in quell'età della vita in cui, pur avendo noi ancora tutte le caratteristiche della giovinezza, lo sguardo ci cade su chi, fino a quel momento ignorato, quasi non visto, più giovane non è. E ci si ferma a parlare, ad ascoltare, percependo che è scattata la curiosità, fino al giorno in cui si sbotta con quel ”Voi giovani”che, nell'asprezza con cui lo pronunciamo, già evidenzia il rimpianto e la rabbia che sono propri di tutti gli esclusi. Inizia allora quel volgersi indietro, quella nostalgia del passato, il cui tempo si sta divorando, sempre più goloso, il nostro futuro. Quale aggancio più valido per ancorarvisi, al futuro, del mettere al mondo un figlio, per marcare quel territorio, ancora inesplorato e che forse non vedremo, con un segno, una presenza che si porti dentro qualcosa di noi?
E così Sigismondo, ormai quarantenne, ingravidò la moglie, accogliendo con grande soddisfazione la notizia che sarebbe diventato padre. Maria non sembrò altrettanto contenta. I primi mesi di gravidanza furono orribili: le nausee mattutine non le davano tregua. Si alzava pallida come uno spettro, ma non gli preparava più la colazione perché il profumo del caffè la nauseava. Si sedeva accanto alla finestra, gli occhi, che il viso smagrito rendeva enormi, quasi sbarrati sul mare come fosse in attesa di qualcosa o qualcuno. Quando il marito le si avvicinava, si ritraeva, e solo allora Sigismondo ritrovava quel sorriso enigmatico che aveva inchiodato, quando l'aveva conosciuta, la sua attenzione.
Si era rivolto allo speziale migliore della città, che le aveva somministrato misteriose tisane per attenuare i suoi disturbi, senza ottenere il minimo risultato, ma contribuendo a aumentare l’ansia di Sigismondo con la notizia che, probabilmente, il parto sarebbe stato gemellare. L’uomo aveva scosso il capo preoccupato, dicendo: ”Con quei fianchi esili come un giunco avrebbe faticato a fare un figlio, non so proprio come riuscirà a portare a termine una duplice gravidanza e a partorirne due…” “ Ma non si potrebbe fare qualcosa?” “ Pregare” aveva risposto lo speziale e Sigismondo, borbottando, l’aveva pagato, accompagnandolo alla porta.
L’estate era passata, cambiando la luce che, ora, dava corposità all’infinita gamma dei rossi, dei gialli e degli aranciati che macchiavano le colline a ridosso della città. La bora, che aveva ripreso a soffiare, bora scura portatrice di tempesta, ululava da qualche giorno, infilandosi in ogni fessura, facendo scricchiolare, vibrare, dondolare tutto ciò che sfiorava, in una sarabanda che da sempre alimentava e giustificava la superstizione e la passione per il mistero e i fantasmi degli abitanti della città.
Maria, tonda come una vela gonfia di vento, sprofondata sulla poltrona più comoda, si lagnava del tempo, del bambino – che si ostinava a considerare unico - della bora, chiamando in continuazione Teresina che, sbuffando, in dialetto le gridava: “ Sto cusinando, la gabbi pazienza” poi “ Rivo, rivo…” quando la padrona, lamentosa, ricominciava con quel “Teresina, Teresina…” che invadeva le stanze della casa e aveva il timbro angosciato di un singhiozzo. Ma quel giorno l’urlo che invase la casa, quel “Teresina, aiutami!” strozzato e seguito da un mugolio di animale ferito, fece rabbrividire e accorrere immediatamente la serva che, lasciando cadere il pentolame che stava lavando, uscì dalla cucina, precipitandosi lungo il corridoio, gli zoccoli che battevano sul pavimento come colpi forsennati di martello.xiyc5qyxiq