Erano amiche da tanto tempo, un'amicizia calda, sicura che attraverso percorsi diversi le aveva portate a condividere parecchie sofferte conclusioni alle quali erano pervenute in momenti diversi. Ora, sedute davanti a una tazza di caffè, chiacchieravano a ruota libera senza seguire uno schema preciso, privilegiavano quella comunicazione fatta di parole in libertà che si colorava, a effetto, di frasi in dialetto: ognuna il proprio.
"Te la ricordi Margherita? Il marito, che aveva un'amante, le aveva fatto credere che, nello studio dove lavorava , il responsabile avesse deciso - il momento è difficile e i clienti si devono corteggiare - di saltare la chiusura estiva, e, anche se con orari ridotti, di lavorare nei mesi di luglio e agosto" e Giovanna scoppiò a ridere, concludendo "così da poter giustificare, con un impegno di lavoro, improvviso eventuali ritardi. Ah, gli uomini... "
Lei sentì il caffè calarle sullo stomaco martirizzando la sua ernia iatale, mentre tentava di ridere, senza riuscirci. Poi, guardò l'amica e disse: "E' altamente improbabile che a Milano, con il caldo africano di queste settimane... La vita si ferma in questa città a luglio. Ad agosto, poi, sembra 'the day after'... "
Tentò di ridere: il risultato fu una smorfia pietosa mentre borbottava:
"Cristo! Perché non l'ho capito?"
Calò un silenzio imbarazzato.
Giovanna borbottò: "Quel porco, non dirmi che c'eri cascata... "
Lei si stava chiedendo se avesse per errore ingoiato varechina o acido muriatico al posto del caffè.
"Come ho potuto essere così stupida... "borbottò, mentre davanti agli occhi le scorrevano quelle immagini: lui che borbottava al telefonino mentre lei si allontanava per qualche secondo ma, appena la vedeva tornare, salutava, borbottando con fare seccato "una collega... " .Lei non gli aveva mai chiesto chi fosse e men che meno perché lo chiamasse con tanta frequenza, né per quale motivo lui, così evidentemente scocciato, non avesse trovato il modo di arginare quella invadenza. Non aveva dato il giusto peso nemmeno a quelle due cravatte nuove, al maglione di cachemire che si era comperato, lui che non entrava mai in un negozio e si faceva comperare tutto da lei.
Si fidava, si era fidata di lui, anche se ultimamente, quando parlavano lui spesso le era apparso distratto, svagato, quel sorriso un po' fisso sulle labbra e lo sguardo che la trapassava come se lei fosse diventata trasparente. Il buffetto sulla guancia alla sera, prima di girarle le spalle e addormentarsi, non l'aveva insospettita: lavorava tanto, molti straordinari. Possibile che non si fosse accorta che erano troppi?
"Che stupida!" balbettò di nuovo.
"Si pensa succeda soltanto agli altri" le sussurrò l'amica, ma lei non l'ascoltava, era già in piedi, voleva tornare a casa, frugare alla ricerca delle prove, aspettarlo e guardarlo negli occhi, tra le mani una camicia sporca di rossetto, che lei non aveva mai usato.
"Ti accompagno? Sei sicura di non... "
"Sicurissima" rispose, mentre entrava in macchina e partiva. A tutta velocità.
Il telefonino la distrasse e, rischiando di finire nel fosso, identificò il numero.
Era lui.
"Che estate di m...a! Farò tardi anche oggi... "
"Una riunione improvvisa?" lei gli chiese.
"Già, ti lascio, mi stanno chiamando".
Lei ti sta chiamando - pensò, mentre il morso della gelosia le stringeva la gola.
La giornata, intorno a lei, moriva.
Come la sua storia.
Scivolandole come sabbia tra le dita.
giovedì 22 luglio 2010
martedì 20 luglio 2010
Corsi di scrittura creativa
Ho letto una discussione su Vibrisse incentrata sull'utilità dei corsi di scrittura creativa. Aiutano a diventare scrittori ? Coloro che li frequentano lo fanno con la speranza, più o meno dichiarata, di fare il salto di qualità: da scribacchini a scrittori? Non lo so, io non ne ho mai frequentato uno pur avendo avuto nella mia lunga vita un rapporto appassionato, conflittuale, esaltante e ininterrotto con la parola. Lettrice onnivora fin dalla più tenera infanzia, scrissi diari sgrammaticati e noiosi, poesie e filastrocche che lette a mia madre, ottennero non la sua approvazione, ma la mia iscrizione a un istituto tecnico per riportarmi a terra, per ancorarmi a una concretezza che mi mancava e che la dannava. Poi, in linea con gli studi fatti, arrivò una laurea in Economia e commercio.
Ma io, ostinata, studiavo bilanci di giorno e leggevo poesie di notte.
I diari si erano fatti meno noiosi, ma sempre un po' sgrammaticati, forse perché vivevo in una terra di dialetti, avevo una nonna che quando litigava con la figlia maggiore, nata in Croazia, nell'impetuosità della rabbia ricorreva alla sua lingua d'origine e zii che, quando non volevano farsi capire da noi bambini, parlavano in tedesco, perché avevano frequentato, nella Trieste di Francesco Giuseppe, le scuole tedesche. La "lingua" che si parlava e si parla a Trieste non è l'italiano, ma il dialetto triestino e la mia scrittura è ancora infarcita di "triestinismi".
Poi il lavoro e la nascita di tre figli compressero per anni - tanti - il mio tempo, lasciandomi pochissimo spazio da dedicare alla mia passione. Continuai a leggere molto, ma rubando ore al sonno, e la scrittura cessò quasi del tutto, affondando lentamente, come me, in una lunga serie di giornate affannose e tutte eguali, ritmate da bisogni essenziali da soddisfare, senza lasciare più il minimo spazio ai desideri, soprattutto quando, poco più che trentenne, mi separai da mio marito e mi ritrovai sola, lontana anche dalla mia famiglia e da Trieste, ad allevare tre figli.
Poi il lavoro e la nascita di tre figli compressero per anni - tanti - il mio tempo, lasciandomi pochissimo spazio da dedicare alla mia passione. Continuai a leggere molto, ma rubando ore al sonno, e la scrittura cessò quasi del tutto, affondando lentamente, come me, in una lunga serie di giornate affannose e tutte eguali, ritmate da bisogni essenziali da soddisfare, senza lasciare più il minimo spazio ai desideri, soprattutto quando, poco più che trentenne, mi separai da mio marito e mi ritrovai sola, lontana anche dalla mia famiglia e da Trieste, ad allevare tre figli.
Eppure...
Eppure quella capacità di raccontare che avevo tanto ammirato nella sorella di mio padre, la zia Maria, quell'abilità che lei sapeva mettere nell'incastrare alla perfezione la descrizione di un luogo o di un personaggio con il mistero, quel ritmo serrato che le sue storie avevano, e che facevano di lei una cantastorie nata, mi erano entrati nel sangue e stavano, come le acque carsiche della mia terra, scorrendo anche se invisibili sotto la mia pelle e io sapevo, sentivo che prima o poi sarebbe emersa la scrittura, una scrittura arricchita e resa mia, inconfondibilmente mia, dalla mia storia e dalle mie emozioni. Se sonnecchiava o dormiva, certamente la scrittura che mi portavo dentro sognava e io guardavo il mondo con gli occhi di chi scrive. E quando, a Milano, strizzata nella metropolitana andavo al lavoro, fissando i visi stanchi della gente e notando i segni che la vita lascia sui volti, io immaginavo storie, io rubavo vite. Era una curiosità dirompente, era la necessità di vivere altre vite oltre alla mia. Immaginandole la fantasia riprendeva a volare, più veloce della metropolitana che in un rombo assordante percorreva le gallerie buie sotto la città.
Non erano bastati gli studi di tipo economico, l'insegnamento di materie tecniche, la stanchezza, i dispiaceri e la lotta quotidiana del vivere a uccidere quella divorante passione che, miracolosamente, quando il ritmo della vita rallentò, i figli se ne andarono, il pensionamento mi liberò dal giogo de "Il Sole 24Ore" e dei bilanci, riemerse, intatta nell'aspetto fantastico, ma purtroppo ancora non perfetta stilisticamente.
Potrebbe servirmi un corso di scrittura per migliorare lo stile? Se fossi più giovane, certamente, ma alla mia età la capacità di apprendimento è quasi nulla, la memoria fa difetto... No, è troppo tardi per scrivere meglio.
Non è troppo tardi per scrivere, perché non è mai troppo tardi, per essere se stessi.
Ai giovani che amano scrivere consiglio l'iscrizione a un corso di scrittura creativa, anche se, ripeto, cantastorie, magari arruffoni come me, si nasce e non si diventa. Soprattutto, e mi sembra ancora un miracolo, tali si rimane anche vendendo felpe su un banchetto del mercato o portando a compimento studi imposti e non amati. Inossidabile e inattaccabile come tutte le passioni, la scrittura non affoga nella polvere, non affonda sotto la farina, non si perde nelle pieghe di un abito stirato, ma dà sangue, spessore e sapore alla vita. Se c'è, sempre cercherà la sua strada per uscire allo scoperto.
Ai giovani che amano scrivere consiglio l'iscrizione a un corso di scrittura creativa, anche se, ripeto, cantastorie, magari arruffoni come me, si nasce e non si diventa. Soprattutto, e mi sembra ancora un miracolo, tali si rimane anche vendendo felpe su un banchetto del mercato o portando a compimento studi imposti e non amati. Inossidabile e inattaccabile come tutte le passioni, la scrittura non affoga nella polvere, non affonda sotto la farina, non si perde nelle pieghe di un abito stirato, ma dà sangue, spessore e sapore alla vita. Se c'è, sempre cercherà la sua strada per uscire allo scoperto.
Un corso di scrittura potrebbe farla emergere.
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lunedì 19 luglio 2010
I giudici di Palermo
Era siciliano, Falcone, il giudice Falcone, come i mafiosi che tallonava, interrogava, deciso a combattere - perché di guerra si trattava - il fenomeno mafioso. Non avrebbe approvato il termine fenomeno, perché per lui i mafiosi erano criminali come tutti gli altri e l'organizzazione mafiosa una ben oliata associazione finalizzata al crimine. Togliere alla mafia quell'alone di mistero e invincibilità che ne faceva sussurrare il nome a bassa voce fu come togliere l'aureola a un santo, e tanto bastò per portare a casa la prima vittoria. Poi il colpo da maestro dei "pentiti", mentre continuava e si rafforzava la collaborazione con il giudice Borsellino, in quella Sicilia arsa di sole, profumata di zagare, dove chi intralciava la mafia aveva due uniche possibilità: farsi comprare o farsi uccidere. Lui non si fece comprare e lo Stato gli assegnò una scorta. Cinque uomini armati per tenere a bada la morte. Aveva paura? Non nascose mai di averne, anche se la sua paura non si notava e il sorriso contagiava sempre gli occhi: scuri, neri e morbidi occhi di siciliano da cui trasparivano l'intelligenza e la consapevolezza distaccata della sua gente.
Il fumo di una sigaretta sempre accesa tra le dita, a velarne lo sguardo in cui la paura si era accucciata in attesa della morte, resa certa dall'uccisione dell'amico Falcone, tradiva invece in Borsellino, nel giudice Borsellino, la tensione costante, la consapevolezza dolorosa di essere un bersaglio già individuato e sotto tiro. Falcone fu fermato da una carica di tritolo quando le sue indagini arrivarono ai portoni delle banche, ai conti correnti della mafia, perché a quel punto, seguendo la strada lastricata di oscenità di quella che Bocca chiama "la via dei soldi" sarebbero emerse le complicità con la politica, le mazzette pagate, e a chi pagate, e nome e cognome degli "uomini cerniera" , la nuova mafia in camicia azzurra e abito grigio ferro, capace di riciclare il "denaro sporco", sul mercato internazionale dei capitali.
Il fumo di una sigaretta sempre accesa tra le dita, a velarne lo sguardo in cui la paura si era accucciata in attesa della morte, resa certa dall'uccisione dell'amico Falcone, tradiva invece in Borsellino, nel giudice Borsellino, la tensione costante, la consapevolezza dolorosa di essere un bersaglio già individuato e sotto tiro. Falcone fu fermato da una carica di tritolo quando le sue indagini arrivarono ai portoni delle banche, ai conti correnti della mafia, perché a quel punto, seguendo la strada lastricata di oscenità di quella che Bocca chiama "la via dei soldi" sarebbero emerse le complicità con la politica, le mazzette pagate, e a chi pagate, e nome e cognome degli "uomini cerniera" , la nuova mafia in camicia azzurra e abito grigio ferro, capace di riciclare il "denaro sporco", sul mercato internazionale dei capitali.
Borsellino fu fermato da un'altra carica di tritolo, mentre suonava il campanello per salire a salutare la madre. Erano passati pochi mesi dalla morte di Falcone.
La sua agenda scomparve.
Chi furono i mandanti?
I sospetti - pesantissimi - sono al vaglio dei giudici.
Fermeranno anche loro?
Politica e mafia s'intersecano, si aggrovigliano.
Si coalizzano?
Domande inquietanti, pesati, troppo pesanti e inquietanti per un Paese serio, corretto.
Soprattutto se, come temo, non avranno risposta.
domenica 18 luglio 2010
Un altro sconosciuto alla mia porta
Omer ha cambiato casa, al suo posto sono arrivati due ragazzi del Kosovo. Hanno un bambino che nei lunghi mesi invernali, non ho quasi mai visto. La madre, una ragazza dai capelli chiari, l'ho incontrata l'altro giorno: lo sguardo attonito di chi non capisce... dalle parole alle regole, agli usi, fisso su di me. Mi ha fermata ed è cominciato tra noi un dialogo gestuale, inframmezzato, più che da parole, da borbottii, esclamazioni e sorrisi. L'ho fatta entrare in casa, lei si è guardata attorno stupita, curiosa. Il piccolo Tipi, in braccio a sua madre, mi osservava. Non rideva, né sorrideva, limitandosi a guardarmi, con quello sguardo da piccolo uomo che non si aspetta nulla di buono. Mi ha colpita la differenza di atteggiamento rispetto a Omer e alla moglie. Espansivi, solari, il sorriso immacolato che scoppia risaltando sulla pelle nera si muovono con movenze feline, il corpo sciolto che sembra ritmare nei movimenti sonorità che soltanto le loro orecchie sono in grado di cogliere. Ridono sempre, e lei , la moglie di Omer, gira da mesi con Michela, la figlia che sta per compiere un anno, legata sulla schiena, in modo da avere le mani libere, all'uso africano. L'ho vista nascere e crescere questa bambina, dormire, sbadigliare, imparare a sorridere pelle contro pelle con sua madre, l'orecchio appoggiato alla sua schiena forse per sentire il battito del suo cuore mentre si addormentava senza una lacrima e si svegliava allegra, i denti che sembravano una manciata di riso nella bocca grande e piena come quella di suo padre.
La madre di Tipi è diffidente, sembra spaventata, anche quando afferra il bambino per dargli un bacio è brusca, priva di quella calma che trasuda dal corpo pieno dell'altra madre e lo sguardo che avvolge il figlio lascia affiorare un fondo di paura, una preoccupazione che rifiuta ogni forma di condivisione. Vengono da una terra contesa e martoriata, vengono da una guerra feroce e sono guardinghi. Sembrano cercare soprattutto lavoro - lei si è offerta di darmi un aiuto in casa - non contatti umani e men che meno amicizia. Le offro un caffè e Tipi, affascinato dall'arcobaleno di colori della mia libreria, abbandona il riparo che le braccia della madre sembrano offrirgli e punta come un bombardiere sui miei libri, lanciandosi subito dopo alla scoperta della casa. Lo afferro appena in tempo mentre tenta di arpionarsi alla mia gatta che dopo una soffiata di avvertimento si rintana nel cesto della biancheria da stirare.
Dopo un po' se ne vanno, lei con quel portamento altero e pieno di orgoglio che mi richiama alla mente quello di mia nonna, il bambino lanciandomi un' ultima occhiata, senza rispondere a quel "ciao, ciao" che continuo a ripetergli, strabuzzando gli occhi e tentando buffetti sulle sue guance per farlo sorridere.
Il giorno dopo lei mi stira delle camicie e io riempio di facce sorridenti un foglio, sillabando a Tipi lentamente parole semplici. Esitante prende un pennarello e lo struscia sul foglio.
Quando se ne va, mentre sua madre borbotta un ciao tra i denti, lui mi fissa, si concentra e articola quel "cia-o" che subito dopo affonda in un sorriso. Il piccolo uomo venuto dal Kosovo ha accettato la mia offerta d'amicizia - penso e vado sul computer a tradurre in albanese una frase di Tolstoj ringraziando Omer che mi ha insegnato ad aprire la porta a uno sconosciuto e al suo mondo. La frase che voglio tradurre è la stessa che ha affascinato Omer e che è diventata il suo motto, la chiusa alle sue lettere, il suo cavallo di battaglia: ".Al di là della nostra cultura non c'è il vuoto, c'è un'altra cultura... "(Lev Nikolaevic Tolstoj)
La madre di Tipi è diffidente, sembra spaventata, anche quando afferra il bambino per dargli un bacio è brusca, priva di quella calma che trasuda dal corpo pieno dell'altra madre e lo sguardo che avvolge il figlio lascia affiorare un fondo di paura, una preoccupazione che rifiuta ogni forma di condivisione. Vengono da una terra contesa e martoriata, vengono da una guerra feroce e sono guardinghi. Sembrano cercare soprattutto lavoro - lei si è offerta di darmi un aiuto in casa - non contatti umani e men che meno amicizia. Le offro un caffè e Tipi, affascinato dall'arcobaleno di colori della mia libreria, abbandona il riparo che le braccia della madre sembrano offrirgli e punta come un bombardiere sui miei libri, lanciandosi subito dopo alla scoperta della casa. Lo afferro appena in tempo mentre tenta di arpionarsi alla mia gatta che dopo una soffiata di avvertimento si rintana nel cesto della biancheria da stirare.
Dopo un po' se ne vanno, lei con quel portamento altero e pieno di orgoglio che mi richiama alla mente quello di mia nonna, il bambino lanciandomi un' ultima occhiata, senza rispondere a quel "ciao, ciao" che continuo a ripetergli, strabuzzando gli occhi e tentando buffetti sulle sue guance per farlo sorridere.
Il giorno dopo lei mi stira delle camicie e io riempio di facce sorridenti un foglio, sillabando a Tipi lentamente parole semplici. Esitante prende un pennarello e lo struscia sul foglio.
Quando se ne va, mentre sua madre borbotta un ciao tra i denti, lui mi fissa, si concentra e articola quel "cia-o" che subito dopo affonda in un sorriso. Il piccolo uomo venuto dal Kosovo ha accettato la mia offerta d'amicizia - penso e vado sul computer a tradurre in albanese una frase di Tolstoj ringraziando Omer che mi ha insegnato ad aprire la porta a uno sconosciuto e al suo mondo. La frase che voglio tradurre è la stessa che ha affascinato Omer e che è diventata il suo motto, la chiusa alle sue lettere, il suo cavallo di battaglia: ".Al di là della nostra cultura non c'è il vuoto, c'è un'altra cultura... "(Lev Nikolaevic Tolstoj)
venerdì 16 luglio 2010
Non turarsi le orecchie.
Ci sono morti - quelle delle donne per mano degli uomini - che non suscitano scandalo, perlomeno non l'indignazione che dovrebbero provocare. Perché? Ieri sera ho visto un programma televisivo che ha riassunto l'ennesima storia di una morte annunciata: una donna giovane, massacrata di botte per sei mesi e poi, quando finalmente aveva deciso di lasciare il suo aguzzino, quando aveva capito che era ormai solo un giocattolo nelle mani di un uomo violento, il volo, dopo un tentativo di strangolamento che le aveva fatto perdere i sensi, giù dal terrazzo del loro appartamento. Un volo dal quarto piano, con la disinvoltura con la quale si potrebbe gettare dal terrazzo un mozzicone di sigaretta.
Intorno a questa ragazza un mondo di donne: la figlia, la madre, la sorella e le amiche. Tutte sapevano, tutte tacevano. Perché? E sprattutto perché taceva lei, la diretta interessata? La vittima predestinata. Per timore, per vergogna? Ma restando avrebbe rischiato di morire, andandosene avrebbe avuto almeno la speranza di salvarsi. Vergogna di cosa, di chi? Non è vergognoso soprattutto farsi trattare in questo modo? Eppure chi, per un motivo o per l'altro, si è trovato ad avere rapporti con donne invischiate in relazioni con uomini violenti conosce questo lato oscuro, questa zona d'ombra che le attanaglia. Perché? Sulle motivazioni penso che soltanto la psicologia possa fornire delle spiegazioni alla luce di un'osservazione che sia in grado di analizzare caso per caso. Come le "morti bianche" queste morti "rosa" perché riguardano le donne e "rosse" perché subdolamente vengono ancora riportate a comportamenti, anche se estremi, di amore/passione, stanno diventando, anzi sono già, un'emergenza nazionale.
Si dovrebbe inquadrare il problema, che è particolarmente complesso, esaminandolo in base a ottiche diverse. Quella giuridica attinente alla denuncia dei maltrattamenti da parte della vittima di violenza, quella psicologica orientata a scandagliare le motivazioni profonde di comportamenti che esulano da quella che si definisce banalmente "normalità". Il sostegno, l'allontanamento in strutture atte a proteggere la persona in pericolo dovrebbe essere di competenza dei servizi sociali ai quali spetta il compito di monitorare queste situazioni di crisi. Ultimo importantissimo supporto quella forma di controllo sociale che la comunità, sia a livello di luogo di lavoro, condominio o addirittura, semplice passante, ha sempre esercitato, ma che -soprattutto nelle grandi città e nei loro disumanizzanti quartieri dormitorio - si va perdendo.
Poi è evidente che un Paese che taglia gli organici e blocca i rinnovi contrattuali delle forze dell'ordine, e taglia i fondi agli enti locali, si schiera dalla parte dei prepotenti... e sorvoliamo sulla liceità di una sentenza che giustifica il marito "picchiatore", indotto agli schiaffoni dall'ostinazione della consorte. Discorso a parte meriterebbe anche la stampa per le modalità che caratterizzano la descrizione di certe notizie. Frasi trite, leggerezza nell'individuazione delle presunte cause che sono all'origine del dramma se non la sensazione in chi legge che addirittura si stia strizzando l'occhio al marito violento. La crescita anche culturale di un Paese non può prescindere dalla correttezza, preparazione e competenza dei suoi giornalisti ai quali spetta il compito delicatissimo di informare.
Non dovrebbe essere considerato - e non è, ripeto non è - un comportamento da "impiccione" bussare alla porta dell'appartamento di un vicino per chiedere spiegazioni sentendo urla e schiamazzi. Potrebbe essere il primo semplice aiuto da fornire per rompere l'isolamento, per indurre a una confidenza, per tendere la mano a una donna maltrattata, per ribadire, con un sorriso, che non è lei a doversi vergognare, per ripeterle che schiaffoni a e altro non se li merita, bastano e avanzano le parole e, quando non è possibile il confronto, ricordarle che il diritto ha ormai preso il posto della clava. Io penso che questo tipo di aiuto, questa disponibilità - che è sempre più difficile trovare - possa e debba costituire la prima, inderogabile forma di supporto, da parte di tutti, alla sofferenza e al rischio di morte che molte, troppe donne vivono ancora sulla loro pelle.
Sole, drammaticamente sole.
Per spezzare la loro solitudine può bastare premere un campanello.
E non turarsi le orecchie.
Intorno a questa ragazza un mondo di donne: la figlia, la madre, la sorella e le amiche. Tutte sapevano, tutte tacevano. Perché? E sprattutto perché taceva lei, la diretta interessata? La vittima predestinata. Per timore, per vergogna? Ma restando avrebbe rischiato di morire, andandosene avrebbe avuto almeno la speranza di salvarsi. Vergogna di cosa, di chi? Non è vergognoso soprattutto farsi trattare in questo modo? Eppure chi, per un motivo o per l'altro, si è trovato ad avere rapporti con donne invischiate in relazioni con uomini violenti conosce questo lato oscuro, questa zona d'ombra che le attanaglia. Perché? Sulle motivazioni penso che soltanto la psicologia possa fornire delle spiegazioni alla luce di un'osservazione che sia in grado di analizzare caso per caso. Come le "morti bianche" queste morti "rosa" perché riguardano le donne e "rosse" perché subdolamente vengono ancora riportate a comportamenti, anche se estremi, di amore/passione, stanno diventando, anzi sono già, un'emergenza nazionale.
Si dovrebbe inquadrare il problema, che è particolarmente complesso, esaminandolo in base a ottiche diverse. Quella giuridica attinente alla denuncia dei maltrattamenti da parte della vittima di violenza, quella psicologica orientata a scandagliare le motivazioni profonde di comportamenti che esulano da quella che si definisce banalmente "normalità". Il sostegno, l'allontanamento in strutture atte a proteggere la persona in pericolo dovrebbe essere di competenza dei servizi sociali ai quali spetta il compito di monitorare queste situazioni di crisi. Ultimo importantissimo supporto quella forma di controllo sociale che la comunità, sia a livello di luogo di lavoro, condominio o addirittura, semplice passante, ha sempre esercitato, ma che -soprattutto nelle grandi città e nei loro disumanizzanti quartieri dormitorio - si va perdendo.
Poi è evidente che un Paese che taglia gli organici e blocca i rinnovi contrattuali delle forze dell'ordine, e taglia i fondi agli enti locali, si schiera dalla parte dei prepotenti... e sorvoliamo sulla liceità di una sentenza che giustifica il marito "picchiatore", indotto agli schiaffoni dall'ostinazione della consorte. Discorso a parte meriterebbe anche la stampa per le modalità che caratterizzano la descrizione di certe notizie. Frasi trite, leggerezza nell'individuazione delle presunte cause che sono all'origine del dramma se non la sensazione in chi legge che addirittura si stia strizzando l'occhio al marito violento. La crescita anche culturale di un Paese non può prescindere dalla correttezza, preparazione e competenza dei suoi giornalisti ai quali spetta il compito delicatissimo di informare.
Non dovrebbe essere considerato - e non è, ripeto non è - un comportamento da "impiccione" bussare alla porta dell'appartamento di un vicino per chiedere spiegazioni sentendo urla e schiamazzi. Potrebbe essere il primo semplice aiuto da fornire per rompere l'isolamento, per indurre a una confidenza, per tendere la mano a una donna maltrattata, per ribadire, con un sorriso, che non è lei a doversi vergognare, per ripeterle che schiaffoni a e altro non se li merita, bastano e avanzano le parole e, quando non è possibile il confronto, ricordarle che il diritto ha ormai preso il posto della clava. Io penso che questo tipo di aiuto, questa disponibilità - che è sempre più difficile trovare - possa e debba costituire la prima, inderogabile forma di supporto, da parte di tutti, alla sofferenza e al rischio di morte che molte, troppe donne vivono ancora sulla loro pelle.
Sole, drammaticamente sole.
Per spezzare la loro solitudine può bastare premere un campanello.
E non turarsi le orecchie.
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mercoledì 14 luglio 2010
Dinosauri?
Maschi dalla mascella volitiva, il portafogli stipato di carte di credito - il pelo sullo stomaco alto un dito - avevano invaso le città dando la scalata ai palazzi del potere economico.
"Prendi i soldi e scappa!" " era stato il loro grido di battaglia. Fare razzia il loro lavoro.
Unica fantasia concessa: la finanza creativa.
Ora, con la ventiquattrore firmata, i vestiti di lusso e le camicie con il monogramma ricamato a mano, contemplano il disastro. Attoniti come bambini. Derubati dell' illusione che i soldi si potessero moltiplicare. Per incanto. Lo chiamavano leverage, effetto leva. Si erano sentiti i primi della classe, i furbi, gli scaltri, quelli che avevano capito tutto. Avevano venduto l'anima per un pugno di dollari. Ora appaiono per ciò che erano: nudi e vuoti.
Io aggiungerei anche stupidi, figli di una cultura priva di spessore, ma soprattutto di valori
di una scuola disastrata, di famiglie che spesso hanno abdicato ai loro compiti educativi.
E ora, ora cosa faranno? Ora che il mondo sta per cambiare – forse è già cambiato? – come si ricicleranno?
Estinguendosi? Come i dinosauri?
La vita è scrittura e la scrittura è vita.
Perché si scrive? Non per sbarcare il lunario, anzi quanti furono gli artisti, gli scrittori, che dedicando alla loro passione spesso soltanto le ore della sera, già stanchi e provati dalla fatica della giornata, in quei ritagli di tempo che la notte concedeva, scrissero, lasciandoci romanzi memorabili scaturiti da quell'intreccio di passione, capacità e stanchezza che, forse, favoriva l'abbandono. Sospesi tra sonno e veglia, affidavano alla notte, perché li custodisse nel suo ventre capace, i loro più intimi pensieri, le stringate conclusioni di riflessioni interminabili e segrete, la magia di parole riposte e lontane. Lavoravano durante il giorno, occupazioni spesso modeste, oscure e scrivevano di notte. Gli occhi febbricitanti di Kafka, arsi e neri di passione e intelligenza non denunciano forse notti insonni popolate di fantasmi che la sua penna tratteggiò individuandone le sembianze? Allora, se non per denaro, è per diletto che si scrive? Non direi e, da donna che ha partorito creature, posso affermare che un romanzo viene alla luce, come un figlio, con fatica, dolore... sforzo. E' prima un marasma indistinto di emozioni e situazioni: confuse, a volte appena abbozzate, tutte da definire. In mezzo alcune immagini, perfette in tutti i particolari, ma avulse dal contesto che si innalzano come picchi su una pianura a sottolinearne il piattume. In questo marasma lo scrittore affonda le dita e pian, piano o forsennatamente - poiché il cammino, il percorso artistico è individuale e quindi personalissimo - individua un percorso, avanzando come in un deserto, apparentemente alla cieca, ma in realtà seguendo una melodia che il suo talento, magico pifferaio che lo ammalia e lo schiavizza, orchestra. Tappa dopo tappa lo segue come una coda una storia, la storia che lui sta creando e che si nutre di ciò che lui è, è stato e sarà, ma che da lui è destinata a staccarsi e a vivere in piena autonomia, gravida non solo delle sue emozioni, ma della capacità che lui ha di esprimerle ritrovandosene dentro le tracce. Come un figlio, al termine della gravidanza, la storia è lì, completa - bella o brutta che sia - pronta per iniziare una sua vita autonoma.
E lo scrittore? Gli mancherà quella storia con la quale si è fuso e confuso per un tempo più o meno lungo? O si sentirà sollevato, sgravato e libero di andare, il passo più lieve, lo scatto che sottintende una riconquistata libertà?Sarà più libero e... e più solo. E un'altra storia comincerà a frullargli nel cervello e questa volta, forse, il viaggio sarà per mare, affronterà l'ignoto, vento in faccia e aria che sa di mare. Perché chi scrive è un viaggiatore dell'anima, è un inquieto, appassionato, esploratore delle emozioni, è la madre che partorisce una storia e il padre che ne traccia il percorso consequenziale e, ripeto, non lo fa né per denaro, né per diletto: scrive perché non potrebbe non farlo, perché per lui la vita è scrittura e la scrittura è vita. Tutto qui.
E lo scrittore? Gli mancherà quella storia con la quale si è fuso e confuso per un tempo più o meno lungo? O si sentirà sollevato, sgravato e libero di andare, il passo più lieve, lo scatto che sottintende una riconquistata libertà?Sarà più libero e... e più solo. E un'altra storia comincerà a frullargli nel cervello e questa volta, forse, il viaggio sarà per mare, affronterà l'ignoto, vento in faccia e aria che sa di mare. Perché chi scrive è un viaggiatore dell'anima, è un inquieto, appassionato, esploratore delle emozioni, è la madre che partorisce una storia e il padre che ne traccia il percorso consequenziale e, ripeto, non lo fa né per denaro, né per diletto: scrive perché non potrebbe non farlo, perché per lui la vita è scrittura e la scrittura è vita. Tutto qui.
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