Un rumore molesto, ripetitivo, al quale invano cercava di sottrarsi, svegliò Sigismondo che, borbottando con la voce impastata di sonno, disse: "Entrate...", allungando le braccia e sbadigliando. La porta si aprì lentamente facendo intravedere il viso spaventato di Teresina che si affacciava titubante, riportando di colpo il padrone all'angoscia in cui gli avvenimenti del giorno precedente l'avevano precipitato. Con un balzo l'uomo scese dal letto, avventandosi sulla ragazza. "Dammi le chiavi della stanza della padrona!" le ordinò mentre lei, borbottando " Non le ho, entro facendomi aprire dall'interno", si sottraeva alle sue mani e alla sua collera indietreggiando.
Ma il Veneziano, ormai deciso a affrontare la moglie, la stava già sospingendo fuori dalla stanza lungo il corridoio, fino a quella porta sprangata sulla quale, mettendosi il dito sulla bocca, a gesti, la invitò a bussare facendosi riconoscere. La ragazza tamburellò con le nocche, due rapidi colpetti intercalati da un suono sommesso, e la porta si schiuse, permettendo all'uomo di inserire un piede e con una spallata entrare, mentre Teresina, in lacrime, scappava allontanandosi lungo il corridoio.
All'interno della stanza i due, per qualche istante, si fronteggiarono: Maria, avvolta nella vestaglia, i capelli sciolti a incorniciarle il volto, la bambina tra le braccia e i seni pieni che la camicia conteneva a stento. Negli occhi, che scivolavano sul marito, immobile davanti a lei, pallido di rabbia a stento trattenuta, non c'era traccia di paura mentre chiedeva: " Dove hai portato mia figlia?"
" Non lo saprai mai! Non ti scaraventerò fuori dalla mia casa a calci solamente perché ho una reputazione da salvare e quello che mi preme, ora, è ritrovare il Moro..."
" Non sarà così stupido da farsi prendere a meno che non decida lui di ritornare"sussurrò la donna che, dopo aver ripetuto: " La bambina non è colpevole" aggiunse "Il Moro te la farà pagare. Tu senza il suo aiuto..." ma il marito già l'interrompeva, afferrandola per un braccio e strattonandola mentre, paonazzo dalla rabbia, la copriva d'insulti e la schiaffeggiava
" Sono stato un idiota, ti avevo tolta dal fango elevandoti alla mia altezza, dandoti il mio cognome...Avevo fatto di te una Dellapicca e tu, tu..." ma Maria, dopo aver adagiato la bambina nella culla, tenendogli testa gli urlava: " Ha fatto quello che avevi tentato di fare tu..."
" Quando?"
La moglie taceva.
" Quando?" e il tono era minaccioso.
" Che importanza ha?" lei rispose.
" Perché?"
Lei fece un gesto vago con la mano e poi, fissandolo, disse: "Sentivo il tuo disprezzo. Noi non siamo fatti della stessa pasta mio caro conte ..." Lui la interruppe " Il tuo avventuriero, quel pendaglio da forca è adatto a te. Io, il conte Sigismondo Della..."
" Conte dalle braghe onte " lei borbottò in dialetto, ironica, aggiungendo " E' così che noi, gente del popolo, vi chiamiamo" andando alla finestra e spalancando le imposte.
Il sole entrò di prepotenza nella stanza scivolando sulla culla e infastidendo la neonata. Sigismondo, che si era avvicinato, fissandola con attenzione fu colpito dal candore della sua pelle e dalla peluria dorata che le incorniciava il viso, impreziosendolo. Le sue labbra, mentre la guardava, si strinsero riducendosi a un taglio che gli indurì l'espressione mentre le nocche delle mani nei pugni contratti sembravano forare la pelle. Ci fu un lungo minuto di silenzio, poi l'uomo, girati i tacchi, uscì imprecando dalla stanza. Maria, emesso un impercettibile sospiro di sollievo, crollava, esausta, sulla poltrona.(continua...)
lunedì 13 luglio 2009
domenica 12 luglio 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Entrando nella camera Sigismondo trattenne il respiro, poi, deciso, si diresse verso il letto e accese il lume sul comodino. La luce della fiammella svelò il grande letto in perfetto ordine. Vuoto. Si guardò intorno: della culla non c'era traccia. "Teresina" gridò, l'urlo che rimbombava nella stanza, mentre si precipitava nel corridoio, di porta in porta, continuando a gridare, affannato, furente...
"Teresina, svegliati! Dove ti sei cacciata?"
L'ultima maniglia sulla quale si era avventato si abbassò, ma la porta rimase chiusa, evidentemente sprangata dall'interno. Pur tempestandola di pugni e calci, non cedeva. Spossato, le braccia che gli ricadevano inerti lungo i fianchi, Sigismondo appoggiò l'orecchio all'anta della porta e rimase in ascolto. Un vagito proveniva dall'interno, mescolandosi a un sussurro, un mormorio incomprensibile.
Ah, temendo la mia reazione, si sono chiuse a chiave nella stanza, tutte e tre...Benissimo, ormai è notte e io sono stanchissimo. Affronterò la situazione domani mattina - pensò - e chissà che la notte non mi suggerisca cosa fare, come comportarmi.
Provava, meravigliandosene, una sensazione di sollievo all'idea che la moglie fosse ancora lì, accanto a lui, nella grande casa. Temeva la solitudine, il confronto con i suoi fantasmi che si sarebbero alimentati da quella notte di un nuovo rimorso, acquattato nella sua mente, pronto a trasformare in incubi i suoi sogni notturni.
Si staccò dalla porta e, brancolando nel buio, raggiunse la sua camera da letto. Pochi secondi dopo crollava, ancora vestito, sulle lenzuola, le tende del baldacchino che si chiudevano su di lui, calando sul letto come un sipario su uno spettacolo teatrale.
"Teresina, svegliati! Dove ti sei cacciata?"
L'ultima maniglia sulla quale si era avventato si abbassò, ma la porta rimase chiusa, evidentemente sprangata dall'interno. Pur tempestandola di pugni e calci, non cedeva. Spossato, le braccia che gli ricadevano inerti lungo i fianchi, Sigismondo appoggiò l'orecchio all'anta della porta e rimase in ascolto. Un vagito proveniva dall'interno, mescolandosi a un sussurro, un mormorio incomprensibile.
Ah, temendo la mia reazione, si sono chiuse a chiave nella stanza, tutte e tre...Benissimo, ormai è notte e io sono stanchissimo. Affronterò la situazione domani mattina - pensò - e chissà che la notte non mi suggerisca cosa fare, come comportarmi.
Provava, meravigliandosene, una sensazione di sollievo all'idea che la moglie fosse ancora lì, accanto a lui, nella grande casa. Temeva la solitudine, il confronto con i suoi fantasmi che si sarebbero alimentati da quella notte di un nuovo rimorso, acquattato nella sua mente, pronto a trasformare in incubi i suoi sogni notturni.
Si staccò dalla porta e, brancolando nel buio, raggiunse la sua camera da letto. Pochi secondi dopo crollava, ancora vestito, sulle lenzuola, le tende del baldacchino che si chiudevano su di lui, calando sul letto come un sipario su uno spettacolo teatrale.
venerdì 10 luglio 2009
Romanzo a puntate ( I Dellapicca)
Sigismondo, provato da tutto ciò che aveva dovuto affrontare nel corso della giornata, giaceva, sconvolto, sul sedile imbottito della carrozza che si dirigeva verso casa. Sul riquadro del finestrino, che si andava tingendo del colore della notte, il vento bussava in raffiche che andavano aumentando d'intensità, facendo da sottofondo sonoro, cupo e drammatico, ai pensieri che attraversavano la sua mente. Restava ancora una decisione da prendere e riguardava Maria e la figlia. E se la moglie fosse stata costretta a fare ciò che aveva fatto, se avesse subito? In fondo anche lui aveva tentato di possederla con la violenza e l'inganno, considerandolo quasi un suo diritto, però ricordava anche con quanta energia e coraggio si fosse difesa. E se, con molta astuzia, avesse deciso di mentire? Le domande senza risposta si affastellavano nella sua mente, facendolo piombare in un imbarazzo confuso e inconcludente ma, per la prima volta, Sigismondo si chiedeva chi fosse quella donna che aveva sposato, perché la bellezza di Maria era tale da far passare in secondo piano tutto il resto. Era una piccola miserabile astuta, che lo aveva raggirato, o una ragazzina ingenua, manovrata dalla madre, e finita tra le mani di due uomini senza scrupoli com'erano lui e il Moro? Pur interessata agli abiti lussuosi e conscia di quel suo aspetto fisico che induceva gli uomini a mangiarsela con gli occhi e le donne a ignorarla, invidiose, trattandola con evidente fastidio e distacco, era una ragazza pratica che si era presa cura della casa, e, quasi subito, anche del magazzino, accorgendosi, abituata com'era a trattare con uomini e denaro nella locanda del padre, immediatamente delle ruberie del magazziniere.
Ora, anche se in modo confuso, Sigismondo si rendeva conto di sapere poco o nulla di quella donna con cui divideva la sua casa, si svegliava al mattino e si addormentava alla sera, la bocca sulla sua spalla e il tepore della sua pelle ancora tra le dita. Al di là di vaghe generalizzazioni che avevano l'unico scopo di rassicurarlo, cosa sapeva delle donne?
Si rese conto in quel momento che la carrozza, dopo avere rallentato, si era fermata davanti al portone della sua casa. Scese, sollevando lo sguardo sulla facciata davanti a lui, poi entrò, esitante, avvolto dal buio e dal silenzio, avvertendo una sensazione di solitudine profonda, quasi un senso di angoscia: per la prima volta la moglie non lo aveva accolto andandogli incontro. Se n'era andata con la domestica? L'aveva lasciato portandosi dietro la figlia? Per l'ennesima volta lo sorprendeva decidendo di testa sua? Forse stava semplicemente dormendo, sfinita dal parto e dalle emozioni della giornata? Esitante salì le scale e pochi secondi dopo si ritrovò davanti alla porta della camera da letto. Non un fruscio intaccava il silenzio. Abbassò la maniglia e entrò, aguzzando lo sguardo nell'oscurità.(continua...)
Ora, anche se in modo confuso, Sigismondo si rendeva conto di sapere poco o nulla di quella donna con cui divideva la sua casa, si svegliava al mattino e si addormentava alla sera, la bocca sulla sua spalla e il tepore della sua pelle ancora tra le dita. Al di là di vaghe generalizzazioni che avevano l'unico scopo di rassicurarlo, cosa sapeva delle donne?
Si rese conto in quel momento che la carrozza, dopo avere rallentato, si era fermata davanti al portone della sua casa. Scese, sollevando lo sguardo sulla facciata davanti a lui, poi entrò, esitante, avvolto dal buio e dal silenzio, avvertendo una sensazione di solitudine profonda, quasi un senso di angoscia: per la prima volta la moglie non lo aveva accolto andandogli incontro. Se n'era andata con la domestica? L'aveva lasciato portandosi dietro la figlia? Per l'ennesima volta lo sorprendeva decidendo di testa sua? Forse stava semplicemente dormendo, sfinita dal parto e dalle emozioni della giornata? Esitante salì le scale e pochi secondi dopo si ritrovò davanti alla porta della camera da letto. Non un fruscio intaccava il silenzio. Abbassò la maniglia e entrò, aguzzando lo sguardo nell'oscurità.(continua...)
mercoledì 8 luglio 2009
Bla, bla, bla tra le rovine
I Grandi a passeggio tra le rovine, immortalati sorridenti tra le rovine, chiacchierano. Sentendo parlare tedesco avranno tremato anche i pochi muri rimasti in piedi, che solo le pietre ormai ricordano: i vecchi, testimoni dell'orrore, non ci sono quasi più. Gli ultimi se li è portati via il terremoto, in quelle case di sassi e sputo, là tra le montagne d'Abruzzo. Ora il silenzio calerà, come un falco, a riprendere possesso dei luoghi. Per grazia di Dio i morti non hanno voce, per grazia di Dio i morti non possono urlare!
martedì 7 luglio 2009
Caduta libera e leggerezza
Le era caduto un dente, non proprio caduto come succede ai bambini, con il dente nuovo che già biancheggia, rassicurante. Si era spezzato a metà, un po' più di metà.
Si era guardata allo specchio, meravigliata, poi angosciata.
Quando era esploso il sollievo? Realizzando che era finalmente successo ciò che da anni temeva, che la faceva stare malissimo. Era uno dei suoi incubi ricorrenti: quante volte si era svegliata in piena n0tte, sudata, una mano sulla bocca a verificare che ci fossero ancora, quei bastardi. A ogni caduta o estrazione nuova il dentista appariva più falsamente ottimista e nel guardarla - il maledetto, a bocca socchiusa, mentre lei spalancata fino alle tonsille cercava, senza riuscirci, di assumere un'aria dignitosa - le proponeva qualche diavoleria, sempre più invasiva e costosa. Era per questo motivo che lui sorrideva a trentadue denti: non solo perché li aveva tutti, ma anche perché allo sdentarsi di lei ampliava la villa al mare.
E così pensò che avrebbe dovuto brindare: uno in meno contro cui combattere, che non avrebbe prodotto ascessi o granulomi e non si sarebbe cariato rintronandola di dolore proprio nelle due settimane di ferie in un'isola greca. E avrebbe dovuto piangere? Tutto ciò che possiedi ti possiede - aveva detto qualcuno e lei stava sentendo un gustino, un incredibile sapore di... di? Era la libertà che sapeva di panna?
Non aveva più la paura terribile che le succedesse: era successo, era sopravvissuta, era libera di vivere senza quel dente. Ormai era tutto in caduta libera: che sollievo lasciarsi andare, lasciar cadere tutto ciò che era attratto verso il basso. Legge di gravità si chiamava, ma abbandonarvisi apriva le porte alla leggerezza. I vecchi che ricordava nei suoi anni infantili erano sdentati e le vecchie quando ridevano si coprivano la bocca con la mano, in un insopprimibile rigurgito di civetteria. Liberarsi dal peso, non di essere, ma di fingersi giovani: ridere ignorando le zampe di gallina intorno agli occhi, sfidare il sole in pieno viso, accettando l'abbinamento di un'anima ferita dalla vita con un corpo altrettanto logoro, il passo stanco, di correre verso il nulla, poiché al capolinea ci si arriva lo stesso e, mentre si va, guardarlo questo mondo che è ancora lì, bellissimo e grottesco, con i nostri occhi gonfi ma esperti e sempre e comunque curiosi.
Con un sorriso sdentato attese il tonfo.
Si era guardata allo specchio, meravigliata, poi angosciata.
Quando era esploso il sollievo? Realizzando che era finalmente successo ciò che da anni temeva, che la faceva stare malissimo. Era uno dei suoi incubi ricorrenti: quante volte si era svegliata in piena n0tte, sudata, una mano sulla bocca a verificare che ci fossero ancora, quei bastardi. A ogni caduta o estrazione nuova il dentista appariva più falsamente ottimista e nel guardarla - il maledetto, a bocca socchiusa, mentre lei spalancata fino alle tonsille cercava, senza riuscirci, di assumere un'aria dignitosa - le proponeva qualche diavoleria, sempre più invasiva e costosa. Era per questo motivo che lui sorrideva a trentadue denti: non solo perché li aveva tutti, ma anche perché allo sdentarsi di lei ampliava la villa al mare.
E così pensò che avrebbe dovuto brindare: uno in meno contro cui combattere, che non avrebbe prodotto ascessi o granulomi e non si sarebbe cariato rintronandola di dolore proprio nelle due settimane di ferie in un'isola greca. E avrebbe dovuto piangere? Tutto ciò che possiedi ti possiede - aveva detto qualcuno e lei stava sentendo un gustino, un incredibile sapore di... di? Era la libertà che sapeva di panna?
Non aveva più la paura terribile che le succedesse: era successo, era sopravvissuta, era libera di vivere senza quel dente. Ormai era tutto in caduta libera: che sollievo lasciarsi andare, lasciar cadere tutto ciò che era attratto verso il basso. Legge di gravità si chiamava, ma abbandonarvisi apriva le porte alla leggerezza. I vecchi che ricordava nei suoi anni infantili erano sdentati e le vecchie quando ridevano si coprivano la bocca con la mano, in un insopprimibile rigurgito di civetteria. Liberarsi dal peso, non di essere, ma di fingersi giovani: ridere ignorando le zampe di gallina intorno agli occhi, sfidare il sole in pieno viso, accettando l'abbinamento di un'anima ferita dalla vita con un corpo altrettanto logoro, il passo stanco, di correre verso il nulla, poiché al capolinea ci si arriva lo stesso e, mentre si va, guardarlo questo mondo che è ancora lì, bellissimo e grottesco, con i nostri occhi gonfi ma esperti e sempre e comunque curiosi.
Con un sorriso sdentato attese il tonfo.
lunedì 6 luglio 2009
Il tempo passava
Il caldo fondeva il cervello in quell'estate che si annunciava torrida.
Seduta davanti a un tavolino, i gas di scarico che si diffondevano nell'aria a zaffate aspre e regolari, in quella Milano che nessuno si sarebbe più sognato di bere, pensava.
" Cosa le porto?"
" Qualcosa di fresco.."
" Alcolico o analcolico?"
" Una coca..."
Aggiunse" Non ghiacciata."
Poi rise con quella risata di gola, gorgogliante. Qualcuno si voltò a guardarla e lei gli fece un gestaccio con la mano. Poteva farle male: più di quella lettera che aveva ritirato al Centro Tumori?
Il tempo passava: l'aria non sapeva più di croissant, sui tavolini arrivavano insalate e panini farciti, mentre il traffico s'ingolfava e i clacson facevano a gara a chi ululava più forte.
Il tempo passava.
Caffè in tutte le varianti possibili, per essere efficienti.
'Milano non è città per perdenti' ...pensò.
Il cameriere cominciava a osservarla.
Ordinò un caffè. Con panna.
Il tempo, ritmato dalle campane di qualche chiesa che gareggiava con il rumore del traffico, scampanava a ogni volger di ora. ' Din, don, campanon, tre civette sul canton che facevano l'amore con la figlia del dottore...
Le sei.
Le sette.
Il caffè si svuotava nella sera che, spintonando il giorno, prevaleva.
Nel condomino di fronte si accendeva di luce il riquadro di una finestra.
Strade deserte e gracchiare di televisori.
Il cameriere puliva i tavolini con uno straccio umido e guardandola appoggiava l'indice della mano sull'orologio che aveva al polso, sollevando un sopracciglio.
Poi abbassava a metà la serranda del bar. Rumorosamente.
Il tempo passava o era già passato?
Lei non lo temeva più.
Il cameriere la ricordava, seduta sempre nell'ultimo tavolo in fondo.
Prendeva il caffè, sempre con la panna.
Seduta davanti a un tavolino, i gas di scarico che si diffondevano nell'aria a zaffate aspre e regolari, in quella Milano che nessuno si sarebbe più sognato di bere, pensava.
" Cosa le porto?"
" Qualcosa di fresco.."
" Alcolico o analcolico?"
" Una coca..."
Aggiunse" Non ghiacciata."
Poi rise con quella risata di gola, gorgogliante. Qualcuno si voltò a guardarla e lei gli fece un gestaccio con la mano. Poteva farle male: più di quella lettera che aveva ritirato al Centro Tumori?
Il tempo passava: l'aria non sapeva più di croissant, sui tavolini arrivavano insalate e panini farciti, mentre il traffico s'ingolfava e i clacson facevano a gara a chi ululava più forte.
Il tempo passava.
Caffè in tutte le varianti possibili, per essere efficienti.
'Milano non è città per perdenti' ...pensò.
Il cameriere cominciava a osservarla.
Ordinò un caffè. Con panna.
Il tempo, ritmato dalle campane di qualche chiesa che gareggiava con il rumore del traffico, scampanava a ogni volger di ora. ' Din, don, campanon, tre civette sul canton che facevano l'amore con la figlia del dottore...
Le sei.
Le sette.
Il caffè si svuotava nella sera che, spintonando il giorno, prevaleva.
Nel condomino di fronte si accendeva di luce il riquadro di una finestra.
Strade deserte e gracchiare di televisori.
Il cameriere puliva i tavolini con uno straccio umido e guardandola appoggiava l'indice della mano sull'orologio che aveva al polso, sollevando un sopracciglio.
Poi abbassava a metà la serranda del bar. Rumorosamente.
Il tempo passava o era già passato?
Lei non lo temeva più.
Il cameriere la ricordava, seduta sempre nell'ultimo tavolo in fondo.
Prendeva il caffè, sempre con la panna.
Romanzo a puntate (I Dellapicca)
La carrozza si fermò davanti all'imboccatura della strada che, infilandosi tra le case, portava al ghetto, nell'intreccio dei vicoli che la sera colmava di silenzio e ombre minacciose.
" Aspettami qui!" intimò Sigismondo al cocchiere, scendendo in fretta con quella neonata urlante tra le braccia, per addentrandosi, quasi di corsa, lungo la via in fondo alla quale, svoltato l'angolo, sorgeva l'abitazione che cercava. Si guardava intorno sospettoso, rintronato da quel pianto disperato che gli martellava dentro e che si lasciava dietro un' eco che risuonava cupa, di vicolo in vicolo, quasi a urlare di fame e disperazione fosse l'intero ghetto. Finalmente riconobbe il portoncino. Bussò e, a voce alta per farsi udire, disse il suo nome.
Sentì il rumore del chiavistello e, dopo pochi secondi, si trovò nell'ingresso.
" E' tardi! Cosa volete?"
" Devo parlare assolutamente con il signor Gospez" rispose Sigismondo.
" Non potreste tornare domani?" e la voce della donna denotava una certa irritazione.
" No! " rispose perentorio Sigismondo mentre dal corridoio, alle spalle della donna, si udiva un rumore di passi e una voce che diceva:" Lo conosco, fallo entrare Genoveffa."
Sigismondo s'infilò in quel budello buio e, seguendo l'ombra massiccia che lo precedeva, entò nello studio.
L'uomo passò dall'altra parte della scrivania e poi si accomodò sulla sedia: le mani in grembo a sottolineare l' attesa. Muto.
Sigismondo si sedette a sua volta con la neonata, urlante tra le braccia che rivelava una goffaggine in lui insolita, non in linea con il personaggio.
L'uomo che lo fronteggiava non diceva una parola, limitandosi a osservarlo.
Il veneziano sospirò, inspirò una boccata d'aria e poi, a voce bassa, come se ogni parola pronunciata lo sfinisse dentro, disse: "Mia moglie ha partorito due gemelle, poche ore fa..."e sollevò il fagotto, scostando la coperta per esporree alla luce della lampada a olio
la neonata. Il vecchio le lanciò una rapida occhiata e, mentre un sorriso gli increspava le labbra, disse:" Complimenti, è una bellissima bambina."
" Peccato che non sia mia figlia..." borbottò Sigismondo.
" Non siete il primo" e continuò " non sareste l'ultimo a allevare un figlio non vostro. La paternità, a differenza della maternità, si acquisisce con la frequentazione, pian piano. Non provereste sentimenti diversi se fosse vostra figlia, quindi presumo che il problema riguardi l'impossibilità di nascondere il tradimento a chi vi conosce e, forse, la persona che..."
" E' inutile giriate intorno al problema: sapete, come tutti in città, che il mio socio, meglio sarebbe dire il mio servo, è, non solo un negro di grande prestanza fisica, ma anche l'unico ammesso nella mia casa, alla mia mensa... Che il demonio se lo porti, che gli abissi marini si rinchiudano su di lui "
" Con la nave e la mercanzia dietro?" concluse il vecchio e l'ironia questa volta non era nemmeno velata.
" Voi dovete trovarlo e riportarlo qui" ordinò Sigismondo.
" Non posso promettervi nulla e poi" e qui esitò, la mano grinzosa che saliva a accarezzare il mento in un'espressione pensosa, "vi costerà molto. Dovremo scucire molte bocche offrendo denaro. Il Moro è astuto, adorato dai suoi uomini. La bambina potrebbe essere un'esca alla quale far abboccare il nostro uomo."
" Io non la voglio nella mia casa, devo salvarmi la faccia, voi mi capite, ma non so come disfarmene, a chi consegnarla assicurandomi il silenzio di questa persona. Voi potreste...?
" Mi chiedete molto" rispose il vecchio.
I due uomini si valutavano, guardinghi, nello studio che rimbombava dell'urlo disperato della neonata, che si stava facendo roco dallo sforzo e dalla debolezza, quasi a reclamare un diritto alla vita che per quella creatura non era certo scontato e che si nutriva dell'avidità del vecchio e del desiderio di vendetta del Veneziano. Una stretta di mano, che sanciva l'accordo, la salvò e, finalmente, dopo meno di un'ora, una donna se l'attaccava al seno, spiandone stupita il viso che il chiarore della lampada sul tavolo illuminava.
Era Yael, una donna del ghetto, che il giorno prima aveva partorito una bambina morta. La donna, sospirando di sollievo, sentì diminuire la pressione violenta del latte sui seni gocciolanti, mentre accarezzava la bambina e, un po' ridendo e un po' piangendo, se la stringeva tra le braccia.
" Aspettami qui!" intimò Sigismondo al cocchiere, scendendo in fretta con quella neonata urlante tra le braccia, per addentrandosi, quasi di corsa, lungo la via in fondo alla quale, svoltato l'angolo, sorgeva l'abitazione che cercava. Si guardava intorno sospettoso, rintronato da quel pianto disperato che gli martellava dentro e che si lasciava dietro un' eco che risuonava cupa, di vicolo in vicolo, quasi a urlare di fame e disperazione fosse l'intero ghetto. Finalmente riconobbe il portoncino. Bussò e, a voce alta per farsi udire, disse il suo nome.
Sentì il rumore del chiavistello e, dopo pochi secondi, si trovò nell'ingresso.
" E' tardi! Cosa volete?"
" Devo parlare assolutamente con il signor Gospez" rispose Sigismondo.
" Non potreste tornare domani?" e la voce della donna denotava una certa irritazione.
" No! " rispose perentorio Sigismondo mentre dal corridoio, alle spalle della donna, si udiva un rumore di passi e una voce che diceva:" Lo conosco, fallo entrare Genoveffa."
Sigismondo s'infilò in quel budello buio e, seguendo l'ombra massiccia che lo precedeva, entò nello studio.
L'uomo passò dall'altra parte della scrivania e poi si accomodò sulla sedia: le mani in grembo a sottolineare l' attesa. Muto.
Sigismondo si sedette a sua volta con la neonata, urlante tra le braccia che rivelava una goffaggine in lui insolita, non in linea con il personaggio.
L'uomo che lo fronteggiava non diceva una parola, limitandosi a osservarlo.
Il veneziano sospirò, inspirò una boccata d'aria e poi, a voce bassa, come se ogni parola pronunciata lo sfinisse dentro, disse: "Mia moglie ha partorito due gemelle, poche ore fa..."e sollevò il fagotto, scostando la coperta per esporree alla luce della lampada a olio
la neonata. Il vecchio le lanciò una rapida occhiata e, mentre un sorriso gli increspava le labbra, disse:" Complimenti, è una bellissima bambina."
" Peccato che non sia mia figlia..." borbottò Sigismondo.
" Non siete il primo" e continuò " non sareste l'ultimo a allevare un figlio non vostro. La paternità, a differenza della maternità, si acquisisce con la frequentazione, pian piano. Non provereste sentimenti diversi se fosse vostra figlia, quindi presumo che il problema riguardi l'impossibilità di nascondere il tradimento a chi vi conosce e, forse, la persona che..."
" E' inutile giriate intorno al problema: sapete, come tutti in città, che il mio socio, meglio sarebbe dire il mio servo, è, non solo un negro di grande prestanza fisica, ma anche l'unico ammesso nella mia casa, alla mia mensa... Che il demonio se lo porti, che gli abissi marini si rinchiudano su di lui "
" Con la nave e la mercanzia dietro?" concluse il vecchio e l'ironia questa volta non era nemmeno velata.
" Voi dovete trovarlo e riportarlo qui" ordinò Sigismondo.
" Non posso promettervi nulla e poi" e qui esitò, la mano grinzosa che saliva a accarezzare il mento in un'espressione pensosa, "vi costerà molto. Dovremo scucire molte bocche offrendo denaro. Il Moro è astuto, adorato dai suoi uomini. La bambina potrebbe essere un'esca alla quale far abboccare il nostro uomo."
" Io non la voglio nella mia casa, devo salvarmi la faccia, voi mi capite, ma non so come disfarmene, a chi consegnarla assicurandomi il silenzio di questa persona. Voi potreste...?
" Mi chiedete molto" rispose il vecchio.
I due uomini si valutavano, guardinghi, nello studio che rimbombava dell'urlo disperato della neonata, che si stava facendo roco dallo sforzo e dalla debolezza, quasi a reclamare un diritto alla vita che per quella creatura non era certo scontato e che si nutriva dell'avidità del vecchio e del desiderio di vendetta del Veneziano. Una stretta di mano, che sanciva l'accordo, la salvò e, finalmente, dopo meno di un'ora, una donna se l'attaccava al seno, spiandone stupita il viso che il chiarore della lampada sul tavolo illuminava.
Era Yael, una donna del ghetto, che il giorno prima aveva partorito una bambina morta. La donna, sospirando di sollievo, sentì diminuire la pressione violenta del latte sui seni gocciolanti, mentre accarezzava la bambina e, un po' ridendo e un po' piangendo, se la stringeva tra le braccia.
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