Nella sala da pranzo dei Dellapicca, le prime ombre della sera danzavano sulla tovaglia prima di acquattarsi negli angoli, in silenziosa attesa.
Sigismondo mangiava svogliatamente e Maria, davanti a lui, lo osservava incredula chiedendosi come fosse possibile che non avesse saputo dell'arrivo della Capinera. Oppure ne era a conoscenza, ma stava archittettando qualcosa? e, mentre questi pensieri le attraversavano la mente, lasciava scorrere lo sguardo su quel volto maschile dalla bocca rapace e dalle guance molli e gonfie che ne lasciavano intuire l'avidità e la debolezza. Con il passare degli anni, aveva perso, a contatto con la gente del porto, anche quella patina formale di raffinatezza che l'ambiente dal quale proveniva gli aveva dato e, ora, trasudavano dai gesti e dagli sguardi la noia, il disincanto velato di cinismo e la mancanza d'iniziativa e interessi. Tutto lo infastidiva a esclusione di quel suo, sempre più stanco, rincorrere le femmine e sedere al tavolo da gioco, le carte in mano, il tacco della scarpa che, quando s'intestardiva a perdere, picchiava sul pavimento con un gesto che ne denunciava la mai superata arroganza.
Perchè non diceva nulla? Cosa aveva intenzione di fare? La gola strozzata, Maria cercava di darsi un contegno, mentre Teresina le lanciava occhiate sgomente, alludendo con il mento al padrone, il viso tondo di ragazzina che assumeva un'espressione interrogativa. Il silenzio gravava sulla stanza, rotto soltanto dal tintinnio delle posate. Nella mente di Maria il ricordo di due notti: quella delle nozze, con Sigismondo addormentato, senza una parola, una carezza, il peso di quel corpo estraneo che la opprimeva e, poi, l'altra, quella rubata... Il marito partito per un viaggio d'affari, e il Moro a cena. Avevano parlato tutta la notte: lui le aveva raccontato dei tramonti sul mare quando nello spazio fugace in cui la notte scaccia il giorno l'aria si riempie di sussurri e le donne pesce cantano. Pur avendo percorso tutti i mari e visto tutti i paesi, quell'uomo ricordava soprattutto i giardini della sua terra e il loro profumo in notti in cui lo scirocco non faceva dormire e la mente, stanca, partoriva sogni o incubi. L'aveva amata con una passionalità sconcertante...
Un rumore attraversò l'aria, spezzando il silenzio, scacciando i ricordi. Qualcuno aveva bussato al portone d'ingresso. Maria vide raggrinzirsi il volto del marito, mentre il cuore le balzava nel petto e il suo viso sbiancava. Poi un rumore di passi lungo il corridoio, la porta che si apriva e Teresina che, balbettante, annunciava il Moro che, alle su spalle, sfumava indistinto come un fantasma nell'oscurità del corridoio.
sabato 25 luglio 2009
venerdì 24 luglio 2009
Romanzo a puntate e carica dei "101"
Ricordo le solite frasi fatte degli insegnanti (anche perché ho fatto parte della categoria) del tipo "I ragazzi di oggi non scrivono più...", "oggi usano soltanto il telefono per comunicare, noi invece..". Poi la tecnologia innestò il turbo e la nostra vita cambiò. Arrivò il pc e quei ragazzi, che non sapevano tenere una penna in mano né, secondo noi insegnanti, leggere, ci costrinsero per l'ennesima volta a prendere atto dell'ottusità rassicurante delle generalizzazioni. Cominciarono infatti a scrivere e molti tra loro rivelarono doti notevoli. Fiorirono i blog che, come ben sappiamo, non sono soltanto bla, bla, bla.
Scrissero racconti, romanzi. La narrativa di tipo onnicomprensivo si diversificò, anche formalmente, nei generi letterari. Scrivere decentemente su un blog non è facilissimo: è necessario essere sintetici, chiari nonché corretti, interessanti, esaurienti, preparati, capaci di reggere il confronto dialettico imposto dai commenti, appassionati e, perché no, un tantino ironici. Be', molti di loro, scrivi che ti scrivi, si scoprirono aspiranti scrittori e, manoscritti sotto il braccio (o chiavetta USB in tasca) decisero di affrontare quel girone dell'inferno che è il mondo dell'editoria, che non è diverso dal resto del mondo. Manco per nulla! E', come ogni settore oggi, finalizzato soprattutto al guadagno e quindi un po' miope, o soltanto disinteressato a cogliere specificità interessanti e originalità che, in quanto tali, risultino nuove e/o di rottura. Meglio andare sul sicuro e non rischiare i propri soldi.
Ma "i nostri", che sono giovani, giustamente arroganti, pieni di forza, di idee, che sono una carica dei "101", non disposta a farsi sbattere una porta in faccia, girare i tacchi e andarsene con la coda tra le gambe, hanno aggirato o, perlomeno, tentato di aggirare l'ostacolo. Questi non soltanto le pensano tutte, ma utilizzano, al meglio e con originalità, gli strumenti informatici, che fanno ormai parte del loro mondo e della loro cultura. Mescolando Balzac (chino a scrivere la puntata di uno dei suoi romanzi nell'alone di luce tremolante di un lume, per tacitare i creditori) alla tecnologia più sofisticata, bypassano con la loro vitalità, fantasia e creatività l'ostacolo di un'editoria ferma, incancrenita e stantia . In che modo? Raggiungendo il lettore direttamente, senza intermediazioni: il romanzo lo si legge su un blog, si riceve per posta oppure sul telefonino mentre, appesi ai sostegni del tram, si sta andando al lavoro: direttamente dal produttore al consumatore.
E, a proposito di Balzac, hanno rispolverato anche il romanzo a puntate, carico di colpi di scena o romanzo popolare a tutti gli effetti.
La sottoscritta ne sta scrivendo uno che, iniziato per esplorare un'altra modalità di comunicazione scritta romanzata, si sta rivelando per me molto interessante per i problemi che mi costringe a affrontare, ma anche molto divertente. Anche se la mia età anagrafica mi colloca nella terza età, e quindi fuori dalla mischia, la scoperta della scrittura mi ha caricata dello stesso entusiasmo di questi ragazzi, dei quali seguo con passione e interesse il percorso, curiosa di vedere ciò che riusciranno a combinare perché loro hanno già un piede là dove io non camminerò mai...Loro sono già il nostro futuro.
Con voi ragazzi mi piacerebbe confrontarmi. Vi aspetto.
Scrissero racconti, romanzi. La narrativa di tipo onnicomprensivo si diversificò, anche formalmente, nei generi letterari. Scrivere decentemente su un blog non è facilissimo: è necessario essere sintetici, chiari nonché corretti, interessanti, esaurienti, preparati, capaci di reggere il confronto dialettico imposto dai commenti, appassionati e, perché no, un tantino ironici. Be', molti di loro, scrivi che ti scrivi, si scoprirono aspiranti scrittori e, manoscritti sotto il braccio (o chiavetta USB in tasca) decisero di affrontare quel girone dell'inferno che è il mondo dell'editoria, che non è diverso dal resto del mondo. Manco per nulla! E', come ogni settore oggi, finalizzato soprattutto al guadagno e quindi un po' miope, o soltanto disinteressato a cogliere specificità interessanti e originalità che, in quanto tali, risultino nuove e/o di rottura. Meglio andare sul sicuro e non rischiare i propri soldi.
Ma "i nostri", che sono giovani, giustamente arroganti, pieni di forza, di idee, che sono una carica dei "101", non disposta a farsi sbattere una porta in faccia, girare i tacchi e andarsene con la coda tra le gambe, hanno aggirato o, perlomeno, tentato di aggirare l'ostacolo. Questi non soltanto le pensano tutte, ma utilizzano, al meglio e con originalità, gli strumenti informatici, che fanno ormai parte del loro mondo e della loro cultura. Mescolando Balzac (chino a scrivere la puntata di uno dei suoi romanzi nell'alone di luce tremolante di un lume, per tacitare i creditori) alla tecnologia più sofisticata, bypassano con la loro vitalità, fantasia e creatività l'ostacolo di un'editoria ferma, incancrenita e stantia . In che modo? Raggiungendo il lettore direttamente, senza intermediazioni: il romanzo lo si legge su un blog, si riceve per posta oppure sul telefonino mentre, appesi ai sostegni del tram, si sta andando al lavoro: direttamente dal produttore al consumatore.
E, a proposito di Balzac, hanno rispolverato anche il romanzo a puntate, carico di colpi di scena o romanzo popolare a tutti gli effetti.
La sottoscritta ne sta scrivendo uno che, iniziato per esplorare un'altra modalità di comunicazione scritta romanzata, si sta rivelando per me molto interessante per i problemi che mi costringe a affrontare, ma anche molto divertente. Anche se la mia età anagrafica mi colloca nella terza età, e quindi fuori dalla mischia, la scoperta della scrittura mi ha caricata dello stesso entusiasmo di questi ragazzi, dei quali seguo con passione e interesse il percorso, curiosa di vedere ciò che riusciranno a combinare perché loro hanno già un piede là dove io non camminerò mai...Loro sono già il nostro futuro.
Con voi ragazzi mi piacerebbe confrontarmi. Vi aspetto.
Etichette:
editoria,
giovani scrittori,
romanzo a puntate
Romanzo a puntate I Dellapicca
Borbottando tra sé e sé, l'uomo camminava veloce lungo la stretta via del ghetto, gettando rapidi sguardi alle sue spalle, quasi temesse di essere seguito. Alzato lo sguardo, identificò la casa che cercava e bussò, rispondendo a bassa voce a chi, dall'interno, chiedeva chi fosse.
" Sono Amos, aprite: ho una notizia urgente per il Rabbi".
La porta si schiuse e una donna lo accompagnò fino allo studio dove, dopo aver bussato, venne fatto entrare.
" Felice di rivedervi, so che siete appena arrivato in città " e, dopo una misurata pausa, il vecchio concluse "con la Capinera".
" Vi porto il Moro su un piatto d'argento, anzi, a voler considerare la mercanzia che contiene la stiva della sua nave e che il sottoscritto ha inventariato, d'oro", rispose l'altro, agitandosi a disagio sotto lo sguardo del Rabbi.
" Il Moro è tornato di sua volontà: sappiamo - da uomini - quanto potente possa essere il richiamo esercitato da una donna...Non ha fatto la scelta migliore, ma la più prevedibile si! E, ora, spiegatemi il motivo della vostra visita, a un'ora così insolita".
" C'è un compenso..."
" Per che cosa?"
" Io so molte cose sul Moro".
E il giovane Amos tacque, saggiando l'effetto delle parole appena pronunciate sull'altro, ma il Rabbi, del tutto indifferente, sembrava interessato soltanto all'alone dorato che il lume disegnava sulla scrivania.
" Non vi interessa sapere che..." e la voce di Amos, che stava salendo d'intensità, assunse un timbro acuto e sgradevole che sembrò infastidire il vecchio, inducendolo a intervenire interrompendo l'altro, mentre accompagnava le sue parole con un gesto inequivocabile di commiato.
" Ho il Moro, ho la mercanzia. Mi mancano, in questo momento, solamente il silenzio e l'isolamento necessari per le mie preghiere".
Amos uscì borbottando dalla stanza dietro a quella figura di donna che si era materializzata nel buio e che lo condusse alla porta, accomiatandosi con un " Portate i miei saluti a vostra madre. Sarà felice di rivedervi" e, mentre già si chiudeva il portoncino,
" Bentornato in città e che il Signore vi protegga".
L'uomo, stizzito, borbottando qualcosa tra i denti, a lunghi passi nervosi, girò all'angolo allontanandosi lungo le vie del ghetto, mentre quel pensiero " Mi vendicherò" gli attraversava il cervello tanto da impedirgli di notare la donna chegli veniva incontro lungo la strada.
" Bentornato Amos "
" Scusatemi Yael, non vi avevo vista" e, pronunciando queste parole, lo sguardo gli cadde sulla bambina che la donna portava in braccio. Osservò stupito il contrasto tra gli occhi azzurri e le caratteristiche negroidi che conferivano una bellezza tutta particolare alla creatura che si nascose, intimidita, tra le braccia della madre.
" Che splendida figlia..." borbottò, mentre la donna, salutandolo, gli rispondeva:
" Il Signore è stato generoso con me", allontanandosi in fretta e stringendosi addosso la bambina quasi a volerla proteggere da un immaginario pericolo.
" Sono Amos, aprite: ho una notizia urgente per il Rabbi".
La porta si schiuse e una donna lo accompagnò fino allo studio dove, dopo aver bussato, venne fatto entrare.
" Felice di rivedervi, so che siete appena arrivato in città " e, dopo una misurata pausa, il vecchio concluse "con la Capinera".
" Vi porto il Moro su un piatto d'argento, anzi, a voler considerare la mercanzia che contiene la stiva della sua nave e che il sottoscritto ha inventariato, d'oro", rispose l'altro, agitandosi a disagio sotto lo sguardo del Rabbi.
" Il Moro è tornato di sua volontà: sappiamo - da uomini - quanto potente possa essere il richiamo esercitato da una donna...Non ha fatto la scelta migliore, ma la più prevedibile si! E, ora, spiegatemi il motivo della vostra visita, a un'ora così insolita".
" C'è un compenso..."
" Per che cosa?"
" Io so molte cose sul Moro".
E il giovane Amos tacque, saggiando l'effetto delle parole appena pronunciate sull'altro, ma il Rabbi, del tutto indifferente, sembrava interessato soltanto all'alone dorato che il lume disegnava sulla scrivania.
" Non vi interessa sapere che..." e la voce di Amos, che stava salendo d'intensità, assunse un timbro acuto e sgradevole che sembrò infastidire il vecchio, inducendolo a intervenire interrompendo l'altro, mentre accompagnava le sue parole con un gesto inequivocabile di commiato.
" Ho il Moro, ho la mercanzia. Mi mancano, in questo momento, solamente il silenzio e l'isolamento necessari per le mie preghiere".
Amos uscì borbottando dalla stanza dietro a quella figura di donna che si era materializzata nel buio e che lo condusse alla porta, accomiatandosi con un " Portate i miei saluti a vostra madre. Sarà felice di rivedervi" e, mentre già si chiudeva il portoncino,
" Bentornato in città e che il Signore vi protegga".
L'uomo, stizzito, borbottando qualcosa tra i denti, a lunghi passi nervosi, girò all'angolo allontanandosi lungo le vie del ghetto, mentre quel pensiero " Mi vendicherò" gli attraversava il cervello tanto da impedirgli di notare la donna chegli veniva incontro lungo la strada.
" Bentornato Amos "
" Scusatemi Yael, non vi avevo vista" e, pronunciando queste parole, lo sguardo gli cadde sulla bambina che la donna portava in braccio. Osservò stupito il contrasto tra gli occhi azzurri e le caratteristiche negroidi che conferivano una bellezza tutta particolare alla creatura che si nascose, intimidita, tra le braccia della madre.
" Che splendida figlia..." borbottò, mentre la donna, salutandolo, gli rispondeva:
" Il Signore è stato generoso con me", allontanandosi in fretta e stringendosi addosso la bambina quasi a volerla proteggere da un immaginario pericolo.
giovedì 23 luglio 2009
Nomen omen
Era superstiziosa e nello sguardo che si fissava insolente sull'interlocutore affiorava spesso una muta domanda, come se l'essenza ultima delle cose le sfuggisse, oppure percepisse il sapore del mistero nel mondo che la circondava. Senza un briciolo di mistero vivere sarebbe stato troppo difficile: l'imponderabile concatenarsi di una serie di circostanze insensibili al suo controllo avrebbe potuto fare fallire qualunque sua iniziativa o, esporla, brutalmente e suo malgrado a un impensabile successo...Quindi quel suo senso del mistero, il suo riferirsi a un arcano incomprensibile le permetteva di non assumersi mai la totale responsabilità di ciò che faceva. Aveva iniziato a scrivere con quel cognome importante, assurdo, che molti, quasi a alleggerirlo, pronunciavano con l'accento sulla prima sillaba mentre lei, pazientemente rettificava, pronunciandolo con l'accento sulla seconda sillaba. Si sprecavano le domande idiote nelle quali veniva tirato in ballo l'autore dell'Iliade e dell'Odissea. A scuola aveva dovuto sopportare ironie pesanti, mentre fioccavano altre domande senza senso sull'origine della famiglia e lei sentiva che quel cognome non le era stata assegnato dal caso. Nomen omen, un destino già segnato? Quanto a fantasia non le mancava certo, ma, a dirla tutta, fino a quel momento le aveva causato incredibili guai, dovuti alla sua marcatissima sbadataggine che le aveva complicato a dismisura la vita. Sua madre, nel tentativo di renderla meno svagata le aveva imposto studi tecnici e una laurea in Economia e Commercio che, nonostante fosse stata conseguita nei tempi regolamentari, non aveva ottenuto i risultati sperati. Lei era nata per raccontare storie e la vita l'aveva portata per mano, attraverso svolte apparentemente casuali, a quel bivio. Aveva svoltato a destra - e sì che era sempre stata di sinistra! - e era finita tra le braccia della Scrittura, come un morto di sonno in grembo a Orfeo.
E, ora, viveva per scrivere, anche se - grazie alla mamma! - non scriveva per vivere.
"Omero?"
"Sono io" rispose e gli occhi pesti le brillarono, curiosi, nel grigiore indistinto di quella giornata invernale.
E, ora, viveva per scrivere, anche se - grazie alla mamma! - non scriveva per vivere.
"Omero?"
"Sono io" rispose e gli occhi pesti le brillarono, curiosi, nel grigiore indistinto di quella giornata invernale.
mercoledì 22 luglio 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Sul ponte di comando, il cuore che gli caracollava nel petto come un puledro selvaggio, il Moro vedeva avvicinarsi la costa. Ora riusciva a distinguere anche il formicaio di uomini in movimento che animava il porto e dietro, oltre i magazzini, le prime case e quella un po' squadrata, vecchiotta, certamente non un palazzo, che era l'unica che il suo sguardo, con la sotterranea assurda paura di non trovarla, cercava. Perché mai? Le case, a differenza delle persone, non si spostano, né - normalmente - scompaiono e, mentre questo pensiero gli attraversava la mente, un sorriso attenuò la durezza abituale del suo volto dai lineamenti decisi. Intanto, le funi lanciate verso terra venivano afferrate per ancorare la nave al molo, mentre la scaletta scendeva e il Moro, seguito dal passeggero, rimetteva finalmente i piedi sulla terraferma, la camminata incerta tipica dei marinai. Circondato dalla gente del porto, che lo salutava calorosamente, le domande che s'intrecciavano nell'aria, il Moro non dava risposte limitandosi a cenni di saluto, grandi sorrisi e manate sulle spalle mentre, deciso, si faceva largo tra la folla, dirigendosi verso l'osteria che dava sul porto, seguito dalla gente e dall'amico, che sceso con lui, ora, dopo averlo ringraziato e salutato con enfasi, si stava allontanando in gran fretta nella direzione del ghetto ebraico.
Entrato nella taverna, il Moro ordinò da bere per tutti, scatenando l'entusiasmo generale; poi, nella baraonda che si era creata, brindando con un marinaio che conosceva bene, chiese, con apparente indifferenza:" Il mio socio, come sta? Avete notizie sue e... della moglie?" " E' diventato padre di una bambina. Dicono che sia bella come la madre...Eh, il Veneziano, che Dio se lo pigli, ci ha rubato..." ma il Moro, interrompendolo, quasi pensasse ad alta voce:" Ah! E' diventato padre", disse. Quindi, quasi esitando "Che età ha la bambina?" chiese. Il marinaio assunse un'aria perplessa, mentre il banconiere interveniva dicendo "Ha compiuto due anni: é proprio uno splendore, anche perché suo padre non bada a spese e la tratta come una principessa. Mi auguro che gli affari siano andati bene, perché il vostro socio é pieno di debiti e tiene a bada i creditori con la promessa di pagarli all'arrivo della nave. Si dice che abbia ottenuto credito dando in pegno la mercanzia che avrebbe dovuto riempire la stiva della Capinera".
Il Moro ascoltava in silenzio, la confusione intorno a lui che aumentava di minuto in minuto, mentre si faceva riempire più volte il bicchiere fino all'orlo scolandolo sempre tutto d'un fiato. Quindi, gettate alcune monete sul banco, il gigantesco nero si diresse verso la porta del locale, aprendosi un varco tra la folla che, attratta dalla prospettiva di bere gratuitamente, aveva ormai riempito il locale. A fatica riuscì a guadagnare l'uscita, scrollandosi di dosso gli ultimi seccatori. Pochi istanti dopo, barcollando leggermente, un'espressione indecifrabile sul volto, risaliva sulla passerella e, vestito, si gettava sulla branda, addormentandosi pesantemente.
Dalle finestre delle case intorno al porto, incurisite dal rumore che proveniva dall'esterno, si affacciavano delle donne, sporgendosi a guardare. Deve essere appena arrivata una nave - pensò una di loro, sentendo un brivido scorrerle lungo la schiena. Riusciva a scorgere i pennoni più alti delle navi in porto e aguzzando lo sguardo intravide una bandiera: nera in campo color oro, una capinera sembrava pronta a spiccare il volo. Oh, mio Dio! Il Moro era tornato! - sussurrò, mentre uno scalpiccio rompeva il silenzio del corridoio e Teresina entrava senza bussare, le mani bagnate che stropicciavano il grembiule.
" E' arrivata la Ca...." ma Maria l'interruppe con un secco "Lo so! " chiudendo la finestra con un gesto secco, quasi tentasse di proteggere la sua casa e la sua vita da quel veliero che, inquietante come un vascello fantasma, riappariva all'orizzonte con quel diavolo nero che, sfuggendo alle molte insidie del mare, l'aveva riportato a casa, quando lei ormai sperava che fosse colato a picco nella profondità degli abissi.
Teresina, facendosi il segno della croce, mormorò: "Cosa succederà?", ma la padrona, raddrizzando le spalle le rispose: "In qualche modo ce la caveremo" mentre il suo bellissimo viso, ormai un intenso volto di donna, assumeva quell'aria volitiva che tanto indispettiva il marito il quale, al contrario, si lasciava andare a un'apatia che gli spegneva lo sguardo e gli appesantiva il corpo, dando di lui l'impressione di un uomo già anziano, più padre che marito della giovane moglie.
Entrato nella taverna, il Moro ordinò da bere per tutti, scatenando l'entusiasmo generale; poi, nella baraonda che si era creata, brindando con un marinaio che conosceva bene, chiese, con apparente indifferenza:" Il mio socio, come sta? Avete notizie sue e... della moglie?" " E' diventato padre di una bambina. Dicono che sia bella come la madre...Eh, il Veneziano, che Dio se lo pigli, ci ha rubato..." ma il Moro, interrompendolo, quasi pensasse ad alta voce:" Ah! E' diventato padre", disse. Quindi, quasi esitando "Che età ha la bambina?" chiese. Il marinaio assunse un'aria perplessa, mentre il banconiere interveniva dicendo "Ha compiuto due anni: é proprio uno splendore, anche perché suo padre non bada a spese e la tratta come una principessa. Mi auguro che gli affari siano andati bene, perché il vostro socio é pieno di debiti e tiene a bada i creditori con la promessa di pagarli all'arrivo della nave. Si dice che abbia ottenuto credito dando in pegno la mercanzia che avrebbe dovuto riempire la stiva della Capinera".
Il Moro ascoltava in silenzio, la confusione intorno a lui che aumentava di minuto in minuto, mentre si faceva riempire più volte il bicchiere fino all'orlo scolandolo sempre tutto d'un fiato. Quindi, gettate alcune monete sul banco, il gigantesco nero si diresse verso la porta del locale, aprendosi un varco tra la folla che, attratta dalla prospettiva di bere gratuitamente, aveva ormai riempito il locale. A fatica riuscì a guadagnare l'uscita, scrollandosi di dosso gli ultimi seccatori. Pochi istanti dopo, barcollando leggermente, un'espressione indecifrabile sul volto, risaliva sulla passerella e, vestito, si gettava sulla branda, addormentandosi pesantemente.
Dalle finestre delle case intorno al porto, incurisite dal rumore che proveniva dall'esterno, si affacciavano delle donne, sporgendosi a guardare. Deve essere appena arrivata una nave - pensò una di loro, sentendo un brivido scorrerle lungo la schiena. Riusciva a scorgere i pennoni più alti delle navi in porto e aguzzando lo sguardo intravide una bandiera: nera in campo color oro, una capinera sembrava pronta a spiccare il volo. Oh, mio Dio! Il Moro era tornato! - sussurrò, mentre uno scalpiccio rompeva il silenzio del corridoio e Teresina entrava senza bussare, le mani bagnate che stropicciavano il grembiule.
" E' arrivata la Ca...." ma Maria l'interruppe con un secco "Lo so! " chiudendo la finestra con un gesto secco, quasi tentasse di proteggere la sua casa e la sua vita da quel veliero che, inquietante come un vascello fantasma, riappariva all'orizzonte con quel diavolo nero che, sfuggendo alle molte insidie del mare, l'aveva riportato a casa, quando lei ormai sperava che fosse colato a picco nella profondità degli abissi.
Teresina, facendosi il segno della croce, mormorò: "Cosa succederà?", ma la padrona, raddrizzando le spalle le rispose: "In qualche modo ce la caveremo" mentre il suo bellissimo viso, ormai un intenso volto di donna, assumeva quell'aria volitiva che tanto indispettiva il marito il quale, al contrario, si lasciava andare a un'apatia che gli spegneva lo sguardo e gli appesantiva il corpo, dando di lui l'impressione di un uomo già anziano, più padre che marito della giovane moglie.
domenica 19 luglio 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
La Capinera risaliva l'Adriatico e tra il Moro e Geremia, l'ebreo sefardita imbarcato a Salonicco, lo scambio verbale scontato dei primi giorni si arricchiva di considerazioni personali mentre, nelle lunghe sere passate davanti a una bottiglia di vino, i due uomini si lasciavano andare a confidenze sempre più intime e personali. Avevano in comune, al di là della differenza di razza e religione, vite difficili che li avevano resi attenti e pronti a cogliere il pericolo, astuti e abili a trarsi d'impiccio nelle situazioni difficili. Geremia, che in realtà si chiamava Amos, non aveva fatto cenno a quell'incarico che l'anziano più autorevole del ghetto triestino, il vecchio Gospez, aveva fatto circolare di bocca in bocca, rendendolo alettante con un compenso in denaro non disprezzabile, e che invitava tutti gli ebrei a drizzare le orecchie e aguzzare la vista per stanare e riportare a Trieste dal suo ex padrone un nero, sulla cui forza e audacia si favoleggiava, che veniva chiamato "Il Moro" così come il suo padrone, ora socio, era ormai conosciuto da tutti come "Il Veneziano". Geremia tentava di tenere sotto controllo la situazione nel tentativo di percepire un compenso - senza avere in realtà fatto nulla - dal rabbino, ma anche di dare una mano al Moro che aveva deciso di tornare a Trieste soprattutto per rivedere Maria, con la speranza di indurla a seguirlo, abbandonando il marito.
Geremia che, rimasto vedovo con una figlia piccola affidata alle cure della nonna, conosceva il dolore per la perdita della propria donna, diffidava, però, di quella storia che non lo convinceva affatto e tentava - invano - di indurre l'amico a togliersi quella donna dalla testa. "Mai sposare una femmina troppo bella" gli aveva detto, aggiungendo "lascia che se la tenga il marito...Di notte tutte le gatte son bigie, sono altre le doti che deve possedere una moglie..." ma il Moro, guardandolo ridendo, gli rispondeva:" Questa gatta non è come le altre, la distinguerei tra mille e nella notte più nera" e lo sguardo degli occhi scurissimi si addolciva. Geremia, sentendo un brivido percorrergli la schiena, borbottando un saluto si alzava e se ne andava a dormire. Allora il Moro, insonne, andava sul ponte di comando a scrutare il mare, lo sguardo che inseguiva i ricordi mentre, come un animale selvaggio costretto in gabbia, lo percorreva in lungo e in largo, gli occhi che nell'oscurità brillavano di desiderio e impazienza. Ma un mattino, cogliendo qualcosa in lontananza, un tremolio lontano di luci, che non era il riflesso delle ultime stelle che sbiadivano in cielo specchiandosi nell'acqua, afferrò il cannocchiale: sulla superficie del mare si alzava la linea morbida e sinuosa della terraferma e, mentre l'emozione che ogni uomo di mare prova nello scorgerla lo prendeva alla gola, dietro a lui qualcuno gridava " Trieste all'orizzonte, siamo a casa, siamo a casa!" e la Capinera sembrava mettere le ali. Il sole nascente illuminava la costa che appariva sempre più nitidamente. Affioravano incerti i contorni dei palazzi e i riflessi di sole sulle vetrate mandavano lampi di luce, mentre il Moro dava ordine ai marinai che, veloci come gatti, si arrampicavano obbedendo, d'imbrigliare le vele, sottraendole al sospiro del borin, per manovrare meglio la Capinera nella fase di attracco al molo.
Geremia che, rimasto vedovo con una figlia piccola affidata alle cure della nonna, conosceva il dolore per la perdita della propria donna, diffidava, però, di quella storia che non lo convinceva affatto e tentava - invano - di indurre l'amico a togliersi quella donna dalla testa. "Mai sposare una femmina troppo bella" gli aveva detto, aggiungendo "lascia che se la tenga il marito...Di notte tutte le gatte son bigie, sono altre le doti che deve possedere una moglie..." ma il Moro, guardandolo ridendo, gli rispondeva:" Questa gatta non è come le altre, la distinguerei tra mille e nella notte più nera" e lo sguardo degli occhi scurissimi si addolciva. Geremia, sentendo un brivido percorrergli la schiena, borbottando un saluto si alzava e se ne andava a dormire. Allora il Moro, insonne, andava sul ponte di comando a scrutare il mare, lo sguardo che inseguiva i ricordi mentre, come un animale selvaggio costretto in gabbia, lo percorreva in lungo e in largo, gli occhi che nell'oscurità brillavano di desiderio e impazienza. Ma un mattino, cogliendo qualcosa in lontananza, un tremolio lontano di luci, che non era il riflesso delle ultime stelle che sbiadivano in cielo specchiandosi nell'acqua, afferrò il cannocchiale: sulla superficie del mare si alzava la linea morbida e sinuosa della terraferma e, mentre l'emozione che ogni uomo di mare prova nello scorgerla lo prendeva alla gola, dietro a lui qualcuno gridava " Trieste all'orizzonte, siamo a casa, siamo a casa!" e la Capinera sembrava mettere le ali. Il sole nascente illuminava la costa che appariva sempre più nitidamente. Affioravano incerti i contorni dei palazzi e i riflessi di sole sulle vetrate mandavano lampi di luce, mentre il Moro dava ordine ai marinai che, veloci come gatti, si arrampicavano obbedendo, d'imbrigliare le vele, sottraendole al sospiro del borin, per manovrare meglio la Capinera nella fase di attracco al molo.
sabato 18 luglio 2009
L'Italia non è un Paese normale
Era nato nel 1940, oggi avrebbe compiuto sessantanove anni il giudice Paolo Borsellino. Forse li avrebbe festeggiati in famiglia, con la moglie, con i figli, l'immancabile sigaretta accesa tra le dita. Sarebbe stato sufficiente farsi spostare in qualche ufficio tranquillo a occuparsi di immigrati e lasciar perdere la mafia e il fumo. E invece ha continuato a fumare, per tenere a bada la paura, l'angoscia per quel botto che sapeva sarebbe arrivato, per scacciare dalla mente quelle macchine accartocciate, il sangue sui corpi a brandelli...E il dolore che si tinge di rabbia.
Paura, dolore e rabbia, una mescolanza di sentimenti che quel suo sguardo esprimeva, perché il giudice Borsellino era un uomo normale che voleva soltanto alzarsi al mattino, prendere il caffè e fare due chiacchiere con il barista prima di andare in ufficio. Impegnarsi nel proprio lavoro, assaporando l'orgoglio di chi lavora bene. E, nelle sere chiare e assolate in quella sua Palermo carica di Storia e bellezza, tornarsene a casa, i ragazzini che non rispettano la stanchezza, la moglie che ride nella cucina che sa di basilico fresco. Era un uomo normale il giudice Paolo Borsellino inserito in un contesto che di normale non aveva e non ha nulla.
Come il suo amico e collega, il giudice Giovanni Falcone, voleva un Paese normale. Per questo
motivo sono stati assassinati. Mandanti sconosciuti! Come normalmente avviene nel nostro Paese.
Paura, dolore e rabbia, una mescolanza di sentimenti che quel suo sguardo esprimeva, perché il giudice Borsellino era un uomo normale che voleva soltanto alzarsi al mattino, prendere il caffè e fare due chiacchiere con il barista prima di andare in ufficio. Impegnarsi nel proprio lavoro, assaporando l'orgoglio di chi lavora bene. E, nelle sere chiare e assolate in quella sua Palermo carica di Storia e bellezza, tornarsene a casa, i ragazzini che non rispettano la stanchezza, la moglie che ride nella cucina che sa di basilico fresco. Era un uomo normale il giudice Paolo Borsellino inserito in un contesto che di normale non aveva e non ha nulla.
Come il suo amico e collega, il giudice Giovanni Falcone, voleva un Paese normale. Per questo
motivo sono stati assassinati. Mandanti sconosciuti! Come normalmente avviene nel nostro Paese.
Etichette:
attualità,
mafia,
Paolo Borsellino,
politica
Iscriviti a:
Post (Atom)