venerdì 31 luglio 2009

Stessa spiaggia, stesso mare

Le vacanze, come i regali di Natale, mi hanno sempre immalinconita, forse perché ho la sensazione di cogliervi una forzatura, uno sforzo a essere ciò che non siamo. Quella domanda che - quando la temperatura sale e le giornate diventano interminabili - fiorisce, distratta, sulle labbra di chi incontriamo, quel "Dove andrai in vacanza?" mi ha sempre dato fastidio. Perché è, appunto, distratta e codifica un rito. Collettivo. Quasi si trattasse di "Tenere calmi gli indigeni" , i quali, di tutto avrebbero bisogno fuorché di essere tenuti sotto controllo.

La vacanza allontana dai problemi senza risolverli, forse perché i problemi vanno, o andrebbero, affrontati. La vacanza attenua il sintomo, non cura la causa del malessere. Se così non fosse, perché quei rientri stizziti, quel traffico che a settembre - lo ricordo a Milano - si incattiviva più del solito, digrignava i denti, gente nera di pelle e di rabbia, tacchi che picchiavano sull'asfalto, il conto corrente andata in rosso per conquistarsi un ombrellone sulla spiaggia ingorgata di gente come la tangenziale nell'ora di punta. Però, se rito è ne ha tutte le caratteristiche e, quindi, fornisce alibi: il tempo è stato pessimo, gli amici, con i quali abbiamo condiviso il soggiorno, insopportabili, il mal di denti, imprevisto, il tutto a giustificazione di quella inquietudine, quelle malinconie improvvise e tenaci da cui siamo stati colti a tradimento alla sera, in quelle stanze d'albergo anonime, in quei luoghi di villeggiatura che si sono improvvisamente mostrati in tutta la loro estraneità, facendoci sentire la voglia di rientrare in quel mondo da cui siamo fuggiti armati di zaino e mille progetti, qualche aspettativa e uno scampolo di libertà che siamo convinti di desiderare più di ogni altra cosa al mondo. Ma che, ora che la stringiamo tra le dita, ci accorgiamo di non saper gestire.

Forse è da qui che dovremmo partire, riflettendo sul fatto che la libertà concede scelte. E noi scegliamo? O subiamo? Scegliamo sulla base dei desideri o subiamo in base ai bisogni? Qual è la sottile linea di demarcazione che divide i bisogni dai desideri se non il nostro personale livello di libertà e autonomia personale. Solo chi è libero sceglie. E chi non lo è? Cambia: la conquista più ardua, più complessa, la sfida più difficile che la vita ci propone: il cambiamento. Il nostro, non quello di chi ci sta accanto e che non abbiamo nè il potere, nè il diritto, nè il dovere di cambiare.

Se fossimo davvero autonomi forse non avremmo bisogno di vacanze, ma, se stanchi, di riposo, se curiosi, di luoghi e/o esperienze in grado di soddisfare la nostra curiosità, se stufi del tran, tran, di una botta di novità. Insomma di tutto potremmo avere bisogno ma non della ripetitività stantia della stessa spiaggia e dello stesso mare.

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