sabato 27 dicembre 2014

SONO STUFA

Riemergo dal dolore, dall’umiliazione, dall’inutilità dell’ultimo ricovero ospedaliero.
Di nuovo i volontari color arancio, bugiardi e pietosi,  e la sirena che ricorda la guerra, di nuovo le vene che si spezzano appena ti infilano un ago, facendoti sbocciare fiori viola sulla pelle…
Di nuovo quell’esortazione: “Apri gli occhi, come  ti chiami, che giorno è oggi? Di quale mese, di quale anno?”
Non rispondo, faccio una fatica terribile a parlare, non sopporto quella voce che non è la mia, quella voce spezzata, rauca,  non sopporto gli aghi, le mani fredde che mi spogliano, il cigolio della barella che mi porta a fare la Tac… La vita mi va già così stretta, perché infilarmi in quell’imbuto che mi toglie l’aria, mette a nudo il mio cervello e fa scoprire soltanto nuove magagne?
“Lasciatemi dormire!”
“Allora parla! Laura, come sta?”
“Non collabora…  E’ confusa?”
“Sono stufa… “
Se ne avessi la forza, balzerei  giù da quella barella e me ne tornerei a casa, ma, ma la forza non c’è, non riesco nemmeno a sollevare un braccio. Poi, dopo dieci giorni di ospedale, le prime ammissioni gettate lì, con indifferenza simulata: “Troppi farmaci, posologia troppo alta… Stia tranquilla, questa volta non è un ictus.  Forse non è nemmeno Parkinson…"
Ritrovo con la rabbia un filo di voce per chiedere: “Allora, cos’è?”
“Ovviamente un Parkinsonismo… “
“Ovviamente?!”, dopo undici anni di malattia?
“Che tipo di Parkinsonismo?”
“Paralisi sopranucleare progressiva? Atrofia multi sistemica o… Saperlo!

Mi dimettono per farmi passare il Natale a casa, nella lettera di dimissione fioriscono i “forse”, di sicuro c’è solo un elemento: la riduzione di un farmaco è  abbondantemente compensata dall’introduzione di altri farmaci. Posologia? Dosi alte, naturalmente…

mercoledì 3 dicembre 2014

Lavoro sì, ma...

Ha una giacca di foggia antiquata, dal colore indefinito. Non porta la cravatta; dal collo aperto della camicia spunta una maglietta bianca. Il viso è grigiastro, stessa sfumatura di non colore della giacca. Capelli grigi, un po' ispidi. Capelli che non si piegano. Come lui. Non è un pregio per un leader sindacale. Così dicono. E' troppo passionale... e questo tempo che stiamo vivendo richiederebbe altre doti. Soprattutto elasticità. Poi, distacco, una certa ironia da salotto. Leggerezza.
Landini non è così, a cominciare dalla regione di provenienza: l'Emilia rossa, la famiglia d'origine numerosa, cnque figli, il padre partigiano comunista, gli studi abbandonati perché in famiglia serviva uno stipendio in più, la tessera della FGCI in tasca fin da ragazzo, comunista da sempre, ma non per sempre. Quando i Ds diventano Pd non ci sta e non rinnova la tessera.
Capisce subito, facendo l'operaio tornitore, che il lavoro è duro e alcuni lavori sono più duri di altri. Lo capisce perché lo vive sulla propria pelle... 
Entra nella Fiom e... sale; oggi è assieme a Renzi una delle poche personalità di spicco nella e della  melma in cui siamo immersi. Parla di lavoro, di diritti dei lavoratori, di giustizia, di eguaglianza... Lo accusano di "sconfinare" nella politica, gli attribuiscono nascoste ambizioni in tal senso. Continua a ribadire che non vuole fare politica, mettersi a capo di un movimento. Allora cosa vuole? Vuole fare il sindacalista, quello che è, partendo dal lavoro. Quel lavoro che non è, non può essere considerato una merce come tutte le altre, quel lavoro che non può essere scisso dalla persona che lo svolge, quel lavoro che lui abbina a parole come dignità e diritti...
Tutto da rottamare? Per Renzi sì, è ideologicamente un "amerikano", l'importante per lui è creare lavoro, costi quel che costi. Per Landni, che non condivide la cinica logica dell'altro, un lavoratore non può diventare schiavo del datore di lavoro, non può rinunciare a diritti che sono sanciti dalla Costituzione, non può vendere la propria anima, competere all'ultimo sangue come pretenderebbe il nuovo capitalismo che avanza. No. Hanno scelto entrambi da che parte stare, chi difendere, e le loro posizioni sono, ormai, inconciliabili. 

(Continuo domani perché sono stanchissima e la schiena protesta.)

martedì 2 dicembre 2014

Tutto?

Sei distratta.
Lo sono sempre stata.
Non te lo puoi più permettere.
Ci sono tanta cose che non posso più permettermi...
Sbuffa.
Io sto zitta, guardo, senza vederla, la libreria che mi sta difronte.
Devi renderti conto...
Di cosa?
Di tutto, tutto...
Tutto?
Tace. Si è sfogata, ormai. Parla d'altro, lei.
Non l'ascolto. Sono lenta e distratta ormai, io.
Rimugino su quel tutto e.... non arrivo da nessuna parte.

domenica 30 novembre 2014

Pensieri vaghi sparsi su un mattino di pioggia...

Vogliamo tutelare la salute dei bambini evitando loro di avvelenarsi con un farmaco o confondere la varechina con l'acqua? Perfetto, ma mi volete permettere di usare l'una e l'altro? Se dimentico di farmi "svitare" le boccette di Madopar sono rovinata... Nella mia casa non girano più bambini, gira una donna con deficit motori... E' un modo come un altro per iniziare male la giornata.
Mi avvicino alla finestra. Piove, incessante scende da un cielo cupo, grigiastro una pioggia d'argento. Frettolosa, avvinghiata all'ombrello, passa una donna. Sbircia l'orologio e affretta il passo. E' probabile, data l'ora, che sia in strada per andare al lavoro. Mi mancano la Miki... il suo ron ron, i figli, i nipoti... Anche loro, anche loro.
Accendo il pc. Come decelerare la ricrescita dei capelli? Come perdere venti chili in un mese, le dieci regole da tenere presenti per fare una buona impressione a un colloquio di lavoro? Questo potrebbe servire a mia figlia. Leggo in fretta, scuoto la testa, sono ovvietà... Il resto è pura follia.
E' questo il nuovo che avanza? Non credo; è probabile si tratti del vecchio che resiste, perché una cosa è indubbia: il mondo sta cambiando, è già cambiato e noi siamo lì, con l'ombrello aperto, mentre il sole sale alto nel cielo e della pioggia rimane solo una traccia sottile sull'asfalto. 
Siamo nel bel mezzo di un cambiamento epocale. Epocale. riempie la bocca.... Io andavo al mare (miracolo economico permettendo) per due settimane, d'estate, ora si parte, in una nuvola di fuoco, per soggiornare nello spazio. Il bipede si è creato ali d'acciaio e ha imparato a galleggiare nell'aria, non solo nell'acqua. Leggero come una bolla di sapone. Forse se potessi muovermi così non avrei più mal di schiena... A fine secolo noi malati di Pk fluttueremo come meduse in case spaziali e non saremo più goffi e impacciati, ma eleganti, noi donne, e maestosi, quasi ieratici ( anche ieratico riempie la bocca), i maschi. Altro che cure con effetti collaterali. Si scoprirà che siamo stati solo le avanguardie di una nuova (fra le tante esistenti) diversità e che esistono mondi e spazi adatti a noi. Chissà se la Chiesa ci accetterà? I preti non amano i cambiamenti...
Eh sì, il futuro deve essere sognato prima di essere realizzato
I sogni, almeno quelli, non toglieteceli... 

mercoledì 26 novembre 2014

La classe operaia nella bufera

Mentre me ne sto qui, in queste giornate piene di nebbia, a pensare - che molto d'altro ormai non riesco a fare - mi vengono in mente i disoccupati, sì proprio loro. Li immagino come una lunga fila di persone, a testa china, incollati l'uno all'altro: in attesa. Cosa aspettano e cosa pensano? Come vivono, o meglio, come non vivono i disoccupati? Si alzano tardi perché si addormentano tardi, tardissimo... guardano film che la TV trasmette a ore impossibili, tanto loro non sono stanchi: sono soltanto angosciati e quindi cercano di distrarsi, ma invece di addormentarsi, sfiniti dal lavoro quotidiano davanti alla solita pappa americana tutta eroi ed effetti speciali, incominciano a vedere film di pregio. E' una televisione che era loro sconosciuta, che all'inizio li fa un po' sbadigliare, ma poi... Poi incominciano a pensare, con fatica si staccano dal pensiero ricorrente e angosciante che domina il loro cervello, quel posto di lavoro perduto diventato nel ricordo simbolo di un Eldorado da sogno. Guardano film intelligenti e scoprono di avere un cervello, anche se per molto, forse troppo, tempo lo hanno ignorato: al punto di credere all'ometto i turno, uno dei tanti che pullulano nel bel paese, che snocciolava bugie come una mitragliatrice proiettili, che prometteva una crescita economica inarrestabile, il posto di lavoro sicuro, ricchezza e benessere a portata di mano. Capiscono di essere stati ingannati, sfruttati e poi "gettati a mare" come la zavorra di una nave in un mare in tempesta. Lo sconforto diventa rabbia, si colora di umiliazione mentre scatta l'invidia, esplode la collera. A volte a farne le spese sono figli e mogli, oppure i genitori, dai quali si è ritornati per avere un tetto sulla testa, instaurando convivenze impossibili. Si oscilla tra la depressione che uccide e la rabbia che fa uccidere. Serpeggia la ribellione, lievita come un dolce appena infornato. Una generazione fatta a pezzi apre gli occhi sul deserto che l'avidità dei padri ha lasciato in eredità ai figli. I progetti, i sogni si rivelano illusioni, pure illusioni, si vive all'insegna della provvisorietà, si naviga a vista, come navi nella nebbia. Nemmeno i più ottusi potrebbero pensare a una crisi congiunturale: è in atto un cambiamento epocale la cui portata è imprevedibile, anche se qualcosa sembra emergere dalla nebbia.
Sarà un mondo più povero, molto più concorrenziale: un mondo nel quale l'America e l'Europa faranno i conti con la Cina, l'India e altri paesi emergenti, altre culture... Sarà un passaggio di consegne morbido o strideranno cupe le armi? Il  potere non si concede, né si cede. Si conquista, si strappa a chi lo detiene.
Speriamo che i nostri giovani, obbligati a smettere la tuta, non indossino la divisa... Sarebbe l'ultimo schiaffo del Potere a una generazione che ha già pagato un prezzo altissimo.

domenica 23 novembre 2014

Il nuovo che avanza?

Alessandra Moretti concede un'intervista in cui precisa che le donne in carriera (politica naturalmente) debbono piacere. Soprattutto. Per il programma che si propongono di attuare, per un nuovo, rivoluzionario modo di farla, questa politica? Oh, no, debbono piacere per l'aspetto che hanno, il colore degli occhi (sapientemente bistrati per metterne in evidenza la bellezza), il taglio dei capelli... e via discorrendo. Ma questo -  curare più che la preparazione l'aspetto -  me lo consigliava mia madre quando andavo a dare gli esami all'università... E, già allora, secoli fa, m'imbufalivo.
La Moretti "rivendica" il suo diritto a essere bella? E chi mai glielo contesta! Il fatto è che la suddetta Alessandra dovrebbe farsi portavoce di ben altri diritti, calpestati e/o ignorati, delle donne. Il diritto ad avere un lavoro, il diritto a  non sentirsi chiedere in un colloqui per la selezione del personale "Lei ha intenzione di avere un figlio?" dovendo rispondere: "No, non in questo momento", mordendosi la lingua, perché la risposta immediata, diretta, sarebbe un bel "Ca..i miei!". Senza contare il diritto a non essere pagate meno degli uomini, a non dover combattere quotidianamente con la mancanza di asili nido, strutture per gli anziani e via discorrendo.
L'avvocato Moretti "corre", tutti i giorni., ma non certamente per difendere i diritti calpestati delle donne. Ci tiene, infatti,  farci sapere che "corre" per un altro motivo: mantenersi snella e piacente.
E l'avvocato Alessandra Moretti sarebbe il "nuovo che avanza"?

giovedì 13 novembre 2014

La chiesa sappia tacere, capire... e rispettare.

Il dolore posso anche sopportarlo, ciò che non reggo è la sua inutilità. Si soffre molto per mettere al mondo un figlio, è un dolore che non si dimentica, come mai più si dimenticherà quel fagotto di carne arrossata, bagnata, le mani incredibilmente piccole, gli occhi che frugano ciechi in quel mondo sconosciuto, rumoroso, luminoso, al quale solamente un profumo noto, una voce conosciuta, il tepore di un abbraccio ci sottrarranno assicurandoci protezione... Quella (della nascita) non è solo un'epopea del dolore, è anche avventura al  limite del possibile che alimenterà storie, racconti, ricordi, ma il dolore che accompagna una malattia che non concede scampo, che umilia il carattere e squassa la carne, è esperienza di tutt'altro genere. Non c'è ricompensa, né medaglia al valore che ci possa o voglia premiare. All'ultima stazione arriviamo tutti, chi prima chi dopo; sappiamo di dover morire, ma essere strappati alla vita con la ferocia del dolore, no, non è destino di tutti. Qualcuno si ribella, sulle labbra gli fiorisce una parola: dignità. La morte è un insulto sempre, anche quando colpisce un anziano, dio ci salvi quando sbarra la strada a un giovane, a un bambino...
Si può scegliere la morte per salvare un altro essere umano, per conquistare in guerra una postazione. E' possibile offrirsi volontari per un'azione suicida. Perché non per salvare la propria dignità? Ed è proprio la dignità che quella giovane donna americana, affetta da un cancro all'ultimo stadio, ha voluto salvare. 
La chiesa sappia tacere, capire... e rispettare.

Ci sarebbe stata la vittoria del Piave, senza la sconfitta di Caporetto?

Sono stata male, molto male. Primo problema il dolore del corpo: ormai ci convivo, devo conviverci... I medici scuotono il capo e offrono quello che hanno, la terapia del dolore a base di oppiodi, cortisone e antidepressivi. Rimbambita, farmaco-dipendente e ancora in grado di avvertire il dolore... "El tacon pies del bus" si direbbe dalle mie parti.
E così il dolore, che io visualizzo simile a una notte d'inverno, gelida e nera, abbandonata anche dalle stelle, si tinge di rosso. Esplode la rabbia. Verso chi? Verso tutto ciò che mi capita a tiro: i medici, quel qualcosa d'indefinito che chiamiamo destino, il mio corpo fragile e malato. Affiora la paura: di uscire, cadere, svenire, peggiorare... morire. La razionalità va a farsi friggere, dei libri che mi circondano farei un falò. Dimentico di secoli di evoluzione il pensiero si rintana nel cervello rettile e vi affonda. Unica arma a mia disposizione? La clava che farei - se ne avessi la forza - roteare sul capo... dei sani. No, anche l'invidia! E' troppo, veramente troppo.
Perché questa esibizione di miserie?
Tra un crampo, uno spasmo e una fitta ho seguito la crisi profonda del gruppo (About Parkinson), ma utilizzando il cervello "evoluto" , issata su quella cattedra che tanto infastidiva i miei figli. Da lì si vede tutto, ma non si capisce nulla. Penso - ma è una mia opinione - che per "capire" si debba partire dai sentimenti considerati meno nobili, quelli che scatenano gli odiati sensi di colpa, dimenticando che non si può essere colpevoli di ciò che si "sente", ma solamente di ciò che si fa. Ripeto, è solo una mia opinione, ma per noi (Parkinsoniani), che siamo gente in guerra, devono valere altre regole.
Io credo nel valore potente dell'errore o degli errori.
Ci sarebbe stata la vittoria del Piave, senza la sconfitta di Caporetto?

venerdì 31 ottobre 2014

Lettera a una dottoressa (continua)

E' stanca - penso guardandola. Scrive, non alza nemmeno la testa e risponde al mio saluto solo con un breve movimento del capo.
"Mi dica".
Continua a scrivere...
"Sono stati mesi di fuoco... "
"Sì?, mi dica",ripete.
Racconto.
Riprende a scrivere, sul suo viso non colgo nulla, nemmeno quando alza - finalmente - la testa e i nostri occhi s'incrociano. Sguardo piatto il suo, espressività nulla. Faccia da parkinsoniana (la sua non la mia).
"Ictus" - sussurra allungando la mano.
Le porgo la lettera di dimissione dell'ospedale dove sono stata ricoverata per l'ictus.
"Risonanza magnetica e radiografia ernie discali?" chiede interrogativa.
Le allungo una voluminosa carpetta.
Sfoglia, legge, scrive. Attenta.
"Attualmente lei prende...?"
Snocciolo terapia e posologia.
"Ha diminuito Madopar e Jumex. Perché?"
"Avevo crampi insopportabili alle gambe, soprattutto alle dita dei piedi"
"Con quali risultati? E' più rigida, più lenta?"
"Il Parkinson è migliorato, gli spasmi no".
MI fa alzare, camminare, muovere braccia e mani.
"Effettivamente, è molto sciolta... "
"Non è strano? - chiede mia sorella - ma sarà Parkison?"
La dottoressa si anima, un velo di rossore le imporpora le guance, mentre con voce tagliente sibila: "Sulla diagnosi non ci sono dubbi".
"Manteniamo inalterate terapia e posologia... considerati i risultati. Ci rivediamo tra sei mesi"
Mi restituisce la carpetta e mi dà la mano.
Esco con mia sorella. Zoppico vistosamente, i piedi inarcati e contratti mi danno un'andatura che un cinese d'altri tempi avrebbe trovato deliziosa. Le fitte alla schiena sono lancinanti.
"Il Parkinson è migliorato", cinguetta mia sorella.
"Io no", sussurro, aggrappandomi al bastone.

Gentile dottoressa, a livello statistico rappresento un successo, immagino, ma a livello umano? 

I Padroni son tornati...

"Tua madre cosa fa?", chiedeva la maestra a noi bambini e la maggioranza rispondeva: "La mia mamma non lavora, sta a casa". Era normale licenziarsi prima di sposarsi o alla nascita del primo figlio. Era altrettanto normale consegnarsi, calzate e vestite, nelle mani di uno sconosciuto "finché - recitava il prete ai matrimoni - morte non vi separi".
Quante donne invecchiavano disperate e rassegnate accanto a uomini violenti e/o buoni a nulla sopportando schiaffi, tradimenti e insulti? Tante, soprattutto quelle che non avevano un lavoro.
La mia generazione vide l'entrata in massa delle donne nel mondo del lavoro: tanta  fatica, ma altrettanta libertà.
Poi, prima lenta e strisciante, quindi al trotto e ora al galoppo, la crisi: con la chiusura delle fabbriche e quella parola che, al solo sentirla, mette i brividi: disoccupazione. Problema economico, politico e sociale.
La globalizzazione ha portato con sé la possibilità di "delocalizzare" , spostare la produzione dove il lavoro costa meno. Il lavoro è un costo d'impresa, compresso incrementa il profitto che costituisce l'obiettivo dell'imprenditore. "E il mercato, bellezza"...
Il Matteo nazionale è basito e si chiede come la gente sia così ottusa da non capirlo. D'altro canto il nostro è un popolo vecchio, formato al 50% da individui superati, obsoleti. Da "rottamare".
"Il mondo è cambiato", strilla dai microfoni della Leopalda.
Ma il cambiamento, caro Matteo, non è sempre di segno positivo: può anche portare fulmini  e saette. Il mercato del lavoro non è quello delle patate, è una realtà complessa: da una parte i lavoratori dall'altra le imprese. Stavo per scrivere i padroni
Mentre scrivo Matteo tuona "il posto fisso non esiste più". Scomparso, come i padroni e gli schiavi? Il lavoro c'è ancora?, magari è scivolato via passandomi sotto il naso senza che me ne accorgessi...Certamente non sono scomparsi la corruzione, il lavoro nero, le ruberie, le tangenti... Siamo sicuri che il primo da eliminare dovesse essere proprio il "po(a)sto fisso?" Volendo tutelare gli imprenditori, senza dubbio, ed è qui che casca il palco: sulla scelta ideologica che orienta necessariamente la scelta politica.. Matteo Renzi ha gettato la maschera: lui ha scelto da che parte stare: ha scelto di discettare di imprese e lavoratori alla Leopolda. Landini ha scelto di rischiare una manganellata in piazza, in mezzo ai "suoi" lavoratori che hanno perso il posto di lavoro...
Anch'io ho scelto: sto con Landini, con gli operai, con il Sindacato, non con quelli che, a buon diritto, posso di nuovo chiamare con il loro nome: Padroni!

venerdì 24 ottobre 2014

Scendi dalla cattedra, mamma, siamo a casa...

Le parole, che io amo molto, non sono sassolini, sono pietre. Mi sono confrontata con la parola "scelta" per tutto il santo giorno. Chi scegli? - mi sussurrava una voce. E io provavo a scegliere uno dei due, ma mi accorgevo che mi sarebbe mancato l'altro. Allora  tornavo sui miei passi e cambiavo, ma il senso di frustrazione persisteva e mi stava venendo il sospetto di essere "quella che non ha il coraggio di schierarsi, di fare delle scelte...".
E sì che io mi sono conquistata il diritto di scegliere pagando un prezzo alto, decisamente alto. La scelta costa cara, ma il diritto di scelta costa ancora di più.
Se ci viene imposto di esercitarlo casca il palco...
Vi è mai capitato di avere una coppia di amici che si è separata?. Le regole sociali (?) impongono una scelta: o lui o lei?. Ma se io volessi bene a entrambi? Se volessi conntinuare a frequentare sia l'uno che l'altro? Non andtrbbe bene, mi si dice, perché dovrei, DEVO, scegliere. 
DEVO scegliere... il migliore? e "buttare" il peggiore. MA mi piacciono entrambi, sono tutti e due, a modo loro, migliori. Sono solo DIVERSI. Ti sembra poco? Sinceramente sì, anzi mi sembrerebbe riduttiva una scelta che mi privasse delle qualità positive dell'uno o dell'altro. Non posso tenermeli entrambi?
Ingorda? Sì,  e... soddisfatta!!
Non prendiamo per nemici le ombre. Guardiamole bene: sono solo le nostre ombre...
A quest punto mio figlio mi direbbe, guardando critico l'ora: "Scendi dalla cattedra, mamma, siamo a casa".

mercoledì 1 ottobre 2014

Matteo, facci volare...

Ieri l’ho ascoltato con attenzione, massima attenzione, chiedendomi: “Perché affascina e convince, se non tutti, molti tra coloro che lo ascoltano?!”
Parlo di Matteo Renzi, il Matteo nazionale. Intelligenza fulminea, precede a volte il suo interlocutore rubandogli la domanda prima che l’altro l’abbia formulata, se e quando fa un errore si corregge prima di essere corretto e ci fa pure su una battuta. Snocciola dati e sicurezze, esibisce il suo sorriso da castoro, che piace tanto alle mamme, sprizza energia e un filo di arroganza, che piace tanto alle donne, promette non un cambiamento, ma il cambiamento: quello epocale, capace di modificare il volto del Paese. Ma anche Monti  e i 5Stelle… Tutti hanno parlato di cambiamento.
E allora? Quali corde toccano le sue parole, soprattutto nei giovani?
Il Matteo è abile, non c’è che dire, ma non vince solo stressando chi lo ascolta con la raffica delle parole: convince perché promette di esaudire desideri, desideri non bisogni. Soddisfare bisogni è di tutti…  E’ questo il compito dei politici: identificarli, i bisogni, e poi, almeno in parte, dar loro una risposta. Ma se il bisogno è concreto, chiaro, ineludibile e, certamente, non sorprendente, il desiderio è volo d’aquila, non svolazzo di gallina starnazzante. E’ sogno…
Renzi promette di esaudire i sogni: i sogni di grandezza di un popolo che si è andato facendo sempre più piccolo, più arruffone, maldestramente ladro.
L’articolo 18? Non tutela poco, ma pochi.
Bene, allora estendiamone l’applicazione a tutti i lavoratori – proponiamo noi, poveri tapini, e non soltanto ai dipendenti che fanno capo alle imprese che soddisfano determinati  requisiti. Ma il Matteo vola alto, ripeto, lui vuole di più: vuole imprenditori che possano licenziare e dipendenti che, diventati disoccupati, debbano gravare sulle spalle (e sul bilancio) dello Stato. Vuole professori felici, alunni strafelici, malati pimpanti, vecchietti  e vecchiette canterini, un popolo in marcia, dietro al suo pifferaio magico, diretto al paese di Bengodi sotto una cascata di stelle e fuochi d’artificio che inondi anche giudici, imputati e politici. Vorrebbe anche la Camusso a suonare la tromba e Landini al piffero, ma loro non ne vogliono sapere. Non concertazione per stabilire stitici accordi (lì si suona sempre la stessa musica), ma concerti, concerti veri per allietare con la musica il popolo dei lavoratori. 
Peccato che per realizzare tutto questo ci vogliano soldi, molti soldi. No problem – assicura il Renzi, recupereremo le risorse necessarie dalla lotta all’inflazione, dalla gestione ottimale della spesa, dalla riduzione dei benefici concessi a pochi a danno di molti…  Berlusconi sorride, benevolo, Alfano approva, Marchionne, stimatissimo da Monti, riceve il plauso pure da Renzi…
Ahahahahahahahah, rido, ma è un riso amaro.

Monotona, la Storia si ripete. Ai tempi di “Mani pulite”sui muri di una casa, a Milano, qualcuno scrisse “Di Pietro facci volare”. Italia, paese di santi, navigatori, poeti e... sognatori. O furbi?


domenica 21 settembre 2014

AUGURI  MARTINA... E CHE LA VITA TI SORRIDA. SEMPRE    22/9/2014

lunedì 15 settembre 2014


Vorrei

  
Vorrei insinuarmi
con leggerezza da ladra
fra te e la tua stanchezza

Vorrei
distogliere i tuoi occhi dall'abisso
imprigionandoli nei miei

Vorrei,
ma non posso

Allora,
mi siedo
accanto a te,

in silenzio

la testa sulla tua spalla
la mano nella tua mano
e... aspetto.

martedì 9 settembre 2014

Qual è l'odore della guerra?

Le pozzanghere color carbone diventano d'argento; il giorno nasce diffidente. Non esplode aggressivo e vitale, scuote foglie e alita nebbia. Amo l'autunno, il colore della luce, i boschi che sull'Appennino si macchiamo di giallo spento. L'estate è stata, quasi sempre quest'anno, un preludio d'autunno. Ritornano, nel ricordo, le estati della mia infanzia: il caldo sfibrante, il concerto esaltato dei grilli e delle cicale, le giornate ancora lunghe di settembre. 
Mio padre, in bicicletta, tiene in equilibrio, come un giocoliere, un'anguria. E' enorme, l'anguria, ma anche papà non scherza... 
Mia madre l'affetta… 
E' la prima anguria che vedo, il primo settembre senza bombe, senza sirene, senza paura. Non so come mangiarla, ci affondo il viso sbrodolandomi tutta. 
Sa di buono, sa di pace…
Spalanco la finestra. annuso l'aria.
Non sa di buono, non sa di pace...
Qual è l'odore della guerra?

lunedì 1 settembre 2014

Dove sono le donne? Non le vedo... eppure eravamo tante, la metà del cielo


In questo momento (in particolare) è sulle donne che si regge il Paese. Questo invisibile esercito senza bandiera, senza fanfara e senza uniforme, sparpagliato su tutto il territorio nazionale, ha piegato ancora un po' di più la schiena e... tira avanti! La sveglia posizionata un'ora prima del solito, il sugo e le polpette cucinati sbadigliando, un occhio al fornello e uno all'orologio, mentre la notte sbiadisce e il chiarore dell'alba accende la cucina di colori. Il sugo pronto costa caro e la carne tritata sempre carne è... Bisogna fare i conti con la spesa che costa sempre di più. Bisogna fare come Renzi per "quadrare" il magro bilancio familiare: tagliare, tagliare e ancora tagliare!
"Come fai a spendere così poco?" chiedono le donne senza figli, quelle che si sono date alla carriera, quelle che guadagnano (quasi) come gli uomini, e qualche volta sembrano essere state costrette a dimenticare a casa - come l'ombrello in un giorno di pioggia - la loro femminilità, ma sono comunque poche, troppo poche per contare ai fini di una statistica seria perché "costituiscono l'eccezione che conferma la regola". Quella regola che ci vede - soprattutto in periodi di crisi come quello che stiamo vivendo - ben lontane, in tutti campi, dalla parità.
"Come faccio a spendere così poco?" La risposta è immediata: "Non compro nulla" e poi, dopo un secondo di ripensamento, quell'aggiunta "per me!" Perché per i figli, per soddisfarne oltre i bisogni anche i desideri, le madri si scannerebbero.
Il livello medio di produttività della donna italiana soddisferebbe sia Mario Monti sia - udite, udite - l'insaziabile pretenzioso Marchionne! Lavoriamo, se e quando ci venga concesso, e "stiamo a casa" ( la mia mamma lavora, e la tua? La mia no, "sta a casa"). Casa, dolce casa, dove non smettiamo di trafficare,  limitandoci  soltanto a farlo gratuitamente, come si trattasse di uno "straordinario" quotidiano, non pagato e senza limiti di orario. Prima (al tempo delle nostre mamme e nonne) in silenzio; ora - grazie a Dio, ma soprattutto al femminismo - protestando, sbraitando e, ogni tanto, incrociando le braccia. Arrabbiate, ma mai abbastanza.
Eppure gli imprenditori preferiscono, a parità di bravura, i nostri colleghi maschi, soprattutto quando entra in ballo la carriera. Non si sa mai, le donne potrebbero restare a casa, giustificate da quella "malattia" che è la maternità per tornare sì in azienda dopo qualche mese, ma rincitrullite: non si sa quanto dalla stanchezza per le notti perse, quanto da quell’inaspettata tenerezza che ci fa ritrarre le unghie. Quelle che servono per fare carriera. Che poi non tutte vorrebbero farla (la carriera) ma ci piacerebbe poter scegliere. Avere - hanno creato anche un ministero - pari opportunità. Sarebbe bello e sarebbe giusto se un destino biologico non diventasse, automaticamente, destino sociale!
Sarebbe bello e sarebbe giusto se quella parola, eguaglianza, richiesta a gran voce dal Paese, comprendesse anche la parità tra i sessi, che ancora è ben lungi dall'essere stata conquistata. Stesse opportunità di lavoro, stessi stipendi, servizi sociali a disposizione delle donne per assistere anziani e bambini - senza allungare il lavoro delle donne/nonne  - ben oltre qualunque accettabile limite d'età. E' usurante anche il doppio/triplo lavoro femminile!
Qualcuno/a ha sentito Renzi e il suo governo accennare alla questione femminile? In termini “seri”, non sdolcinati e miranti soltanto a “tenere calmi gli indigeni”?

domenica 31 agosto 2014

Robin Williams

Robin Williams è morto. Si è suicidato. Aveva il Parkinson... Eh, già: era uno dei "nostri", un'altro bradipo tremante. La moglie, quasi scusandosi, precisa "Non era ancora pronto a dirlo..." A chi? A se stesso o a noi? Noi, malati e sani, pubblico giudicante, ma non più della sua bravura di attore bensì dei suoi limiti di malato. Cosa avrà pensato? Non possiamo saperlo: possiamo solo intuirlo. Ci ha sbattuto in faccia la sua scelta: definitiva, immodificabile. Ha scelto la morte, non una vita da malato.
La morte è sguaiata, indecente, scandalosa... Anche la malattia. Vivere richiede coraggio, soprattutto quando si è affetti da una malattia neurologica degenerativa e progressiva... Anche morire, anche morire richiede coraggio. Tanto. Alzi la mano chi non ha mai pensato al suicidio. 
Forse è da qui, dal binomio vita/morte che saremmo dovuti partire, e dai sentimenti che accompagnano questi limiti di quel segmento netto che è la vita. Veniamo al mondo non per nostra volontà, ci scaraventano in questa avventura piena di insidie i genitori che cercano, spesso senza riuscirci, di attrezzarci al meglio per la vita. Non decidiamo la nascita ma possiamo decidere la morte e... qualcuno lo fa. E' una scelta che lascia intuire rabbia e disperazione non più gestibili, non più sopportabili. E' il momento in cui diventa più difficile e doloroso vivere che morire. E' un atto di vigliaccheria o di coraggio? Perché porsi questa domanda? Ha importanza dare un nome a quello tsunami di emozioni che induce a un gesto simile? Etichettarlo equivarrebbe solo a giudicarlo, ed era proprio questo che Robin Williams temeva: gli sguardi impietosi sulle proprie mani tremanti, il fastidio che avrebbe letto negli occhi degli altri di fronte alla lentezza, all'impaccio... Era l'inserimento, suo malgrado, nella categoria dei "diversi".
Questo gesto non va giudicato, va solo rispettato...

mercoledì 13 agosto 2014

Chi sarà stato questo ragazzo che infilava fiori nelle bocche dei fucili?
L'amore cos'è se non uno sguardo diverso sul mondo? Uno strabismo passeggero che tutti si affannano a correggere...

Costa tanto poco un sorriso, eppure...

Quanti muscoli dobbiamo impiegare e coordinare per far "fiorire" un sorriso? Il cucciolo d'uomo non sorride, non sa sorridere, quando viene al mondo. Impara a farlo per imitazione e tutte le madri ricordano quel primo riuscito tentativo di comunicazione, quel primo incerto, un po' "storto" sorriso dei loro figli. I neonati non sanno nemmeno ridere; sanno soltanto piangere… E' significativo che si venga al mondo piangendo, già attrezzati a dimostrare il dolore. Per la gioia c'è tempo: per provarla e successivamente comunicarla condividendola.
Perché in queste prime ore dell'alba, nel silenzio che precede il giorno, mi è venuto in mente il sorriso? Indovina, indovinello, maledetto 'sto cervello; anche il sorriso è un fatto muscolare: senza i neuroni e la dopamina ad attivarli non si cammina, ma nemmeno si sorride… Si cammina traballando, si sorride storto, come i bambini. La comunicazione verbale si serve della parola; quella gestuale, la prima che apprendiamo, si serve del sorriso, degli  sguardi e dei gesti.L'orrore e la felicità ci fanno ammutolire o urlare, la potenza delle parole si esprime al meglio nel gioco dialettico: è legata alla cultura, al livello d'istruzione, è costruzione più della mente che dell'anima. Invecchiando ho imparato quanto le parole possano essere affascinanti ma anche menzognere e ho finito per osservare, non solo ascoltare, con grande attenzione le persone. Ci sono tanti sorrisi: quelli che impegnano solo le labbra, quelli che si propagano agli occhi, ci sono i sorrisetti (d'intesa), quelli timidi, quelli complici, quelli imbarazzati. 
Ripenso al medico che mi disse «E' Parkinson…». Rivedo la sua faccia. Blaterò qualcosa, ma non sorrise. Nemmeno l'ombra di un sorriso… Muscoli funzionanti, ma anima vuota. Secca, come un'arancia spremuta. Occhi freddi.

Costa tanto poco un sorriso, eppure…

venerdì 8 agosto 2014

Venere in pelliccia è vittima o carnefice?

Tutto parte da un libro, Venere in pelliccia di Leopold  von Sacher- Masoch, adattato a testo teatrale da David Ives, al quale il regista Roman Polanski s'ispira inchiodandoci per due ore ad ascoltare il dialogo serrato tra un uomo, regista teatrale, chiaramente Polanki, e una donna, un'attricetta da quattro soldi, che non solo si presenta in ritardo ai provini, arruffata come una gatta raccolta sotto la pioggia, ma chiede, anzi quasi "pretende", di fare comunque la sua audizione. Non a caso l'attrice si chiama Wanda come la protagonista del testo teatrale. Mastica gomma americana, appare sguaiata e piuttosto ignorante. Il regista cede, quasi per esaurimento, poi, svogliato, la invita a recitare partendo dall'inizio. E qui il film inizia a decollare: l'attricetta cambia voce, movenze e lentamente, di battuta in battuta, rivela una femminilità piena, sontuosa, che rende perfetta la sua interpretazione. Com'è possibile? Lei recita sempre meno, la Wanda attrice e la Wanda protagonista del testo teatrale sembrano riconoscesi, confondendosi e sempre più fondendosi. Stessa cosa accade al regista che interpretando la parte scopre, forse celato o forse semplicemente ignorato, il suo sé più autentico. La dipendenza attanaglia la coppia in una passione soffocante che imprigiona, limita... umilia, ma perversamente esalta. Chi ha vissuto una passione non può non aver sentito il soffio gelido che può chiudere alla vita e aprire alla patologia. La versione che Polanski ci dà del rapporto uomo donna è solo una delle varianti possibili.  Ormai scatenata, alla fine,  la femmina festeggia orgiasticamente il suo potere sul maschio, Mi chiedo: "Avrà capito che non c'è persecutore senza vittima? Che il suo potere è fasullo, che vittima e carnefice si scambiano le parti in un gioco mortale?" Il film, anche se non persegue obiettivi didattici, limitandosi a esplorare e registrare la vita, con gli occhi di quel grande artista che anche in questo film Polanski si conferma, spero possa servire soprattutto alle donne per capire le tante facce di quello che chiamiamo amore...

sabato 2 agosto 2014

Stanno lì, silenziosi, attenti e muti. Guardano, con quegli occhi da gatto che hanno i vecchi, ma cosa osservano con tanta attenzione? Penso che scorrano davanti ai loro occhi immagini del passato; si rivedano giovani, attivi, le mogli, ancora ragazze, che li attendono a casa...I figli, bambini, che pendono dalle loro labbra. Gli amici al bar, le manate maschili sulle spalle, le liti con chi non la pensava come loro o, più banalmente, per una partita, un goal non fatto, una decisione arbitrale non condivisa...
Da una parte macchinari in movimento, muscoli maschili che si contraggono, ordini, sudore, caos... Vita.
Dall'altra, al di là delle transenne, loro. In attesa della morte.  
Foto

venerdì 1 agosto 2014

Perché mamma?

Due agosto 1980 - Era un sabato mattina, la gente in ferie, le aziende chiuse... Aria di vacanza, indolente e piena di sole. Dal bar della piazza arrivavano risate, un bambino correva dietro alla palla.
L'edicolante non sorrideva.
«Ha sentito?»
«Cosa?»
«Bologna…»
Corsi a casa, accesi la televisione e l'orrore invase la stanza. Si svegliarono i bambini. Mi si accoccolarono intorno. Uno di loro chiese: «Perché mamma?»

Quel "perché" attende ancora una risposta..." 

martedì 29 luglio 2014

Caro amico ti scrivo...

Mercoledì, 30 luglio. 
Mi sveglia il dolore, sì sempre "lui", quel bastardo. Proprio nel bel mezzo di un sogno: correvo, io che cammino a stento, era un giorno d'estate, quella vera con grilli e cicale… Mi affaccio alla finestra. Piove? No, ma sembrano trasudare tristezza e freddo anche i pini, tutto è umido, grigio… Ci vorrebbe un caffè caldo. Mi manca il brontolio della moka, mi mancano tante cose. Ci vorrebbe un amico - canticchio… mentre accendo il pc.
Vado su Facebook Qui l'amicizia è in offerta, quasi tutti i giorni. Anche oggi. M'informo sul nuovo amico virtuale. Ho bisogno di un volto, due occhi che mi guardino, un sorriso. Come si può diventare amici senza uno scambio di sguardi? Senza parole sì, senza sguardi no! Parole, solo parole e… fotografie, magari di trent'anni fa. Io ne ho appiccicata una che  devo decidermi a togliere. E' fuorviante, ritrae una donna giovane, carina che non esiste più, che forse non è mai esistita. Il fatto è che sono una vera e propria capra a livello tecnologico e togliere una fotografia dal pc non è come toglierla da un album. Dovrò chiedere aiuto ai figli.
Eppure io ho degli amici virtuali: pochi ma  li ho. Amici conquistati con le parole? No, piuttosto con la sincerità che mi ha fatto scegliere quelle, proprio quelle parole. E, allora, caro amico virtuale, diamo il via alle danze (si fa per dire perché solo danzai in quell'unica, folgorante, indimenticabile estate), e cominciamo a conoscerci...

domenica 27 luglio 2014

Sono quel che rimane sul fondo di un bicchiere

Sono quel che rimane sul fondo di un bicchiere
un goccio
un goccio ancora da scolare
non certo per gustare
solo per ricordare
quel gusto che fu pieno,
che fu intenso,
prima di lavar via,
insieme,
vita e gusto.

Misteriose, miracolose alleanze

Messa sghemba sul letto, agitata da un tremore continuo, A. seguiva tutti i miei lenti, impacciati movimenti. Era arrivata la sera prima; il medico che l'aveva visitata aveva scrollato la testa … Formalmente, medici e infermiere le chiedevano il permesso: d'infilzarla, come tutte noi, con gli aghi della flebo, di prelevarle il sangue, di farle ingoiare delle pappe dall'aria poco invitante. Senza aspettare una risposta procedevano. Lei allora esplodeva in quei suoi "NO" urlati con tutte le sue forze. Si poteva sentirla fin dall'ingresso del reparto.
Io l'osservavo, ascoltavo i suoi monologhi, e quando mi puntava addosso quei suoi occhi folli le sorridevo. Giorno dopo giorno dai commenti delle infermiere e dei medici scoprivo qualcosa su di lei… Veniva da una "Struttura", aveva avuto un malore e l'avevano portata al Pronto Soccorso.
Anziana, affetta da numerose patologie "sragionava". Pure.
La prima notte passata insieme A. non chiuse quasi occhio e io nemmeno. Tentai di comunicare con lei…  «E' inutile, non capisce nulla», sussurrò l'infermiera, ma io non avevo niente da perdere.
Mi erano tornate alla mente le notti passate con mio figlio insonne, le nenie canticchiate, le storie sussurrate… Cominciai a raccontarle quelle fole, mentre lei alternava sorrisi ai ghigni e le urla, quando le accarezzavo la mano, cominciavano a scendere d'intensità. Anche le altre ammalate avevano iniziato a farle ciao con la mano, rassicurandola con dolcezza a  bassa voce. Pian piano sembrò accorgersi di noi, le sue compagne di stanza. Per tutto il periodo in cui fu ricoverata non smise mai di ribellarsi e continuò a esigere rispetto battendo i pugni ossuti sulle stanghe del letto.
La mattina in cui la dimisero A. "la matta", quella che non capiva nulla, mi disse: «Ti voglio bene».

Negli ospedali, trincee di quella guerra senza esclusione di colpi che è la malattia, coraggio e paura, debolezza e forza, ribellione e sottomissione, vita e  morte siglano improponibili, misteriose, miracolose alleanze. 

lunedì 14 luglio 2014

Amore e guerra. Perché, perché mio Dio, gli uomini scelgono sempre la guerra?
Foto: MAKE LOVE NOT WAR!

Il puzzle del corpo e delle cure


«Perché porti quella borsa così scomoda? Troppo grande, troppo elegante!»
Sì, è troppo grande per le sue spalle, ma una cosa ormai è certa: tutto è "troppo" per lei. Anche due mele da trascinare in un sacchetto di plastica, anche quattro passi da fare al posto di due.
«E' bella» lei borbotta…
«Con la tuta?»
«Sì» ripete.
Al di là degli ospedali e degli studi medici, quali altre occasioni sociali ha o potrebbe avere per usare una borsa come quella? Ormai il suo cammino è solo quell'andare lento per ospedali, case di cura e ambulatori in una sorta di "pellegrinaggio delle sette chiese" a elemosinare briciole di speranza e a ricevere pagnotte di salata disperazione.
Sua sorella alza un sopracciglio.
«Fa a pugni… »
Allora  è adatta a lei - pensa perché anche lei fa a pugni con la vita.
«Sentiamo anche questo» sospira sua sorella
"Questo" è il neurochirurgo. Dopo il fisiatra, il radiologo, l'ortopedico, il podologo e il neurologo è arrivato il suo turno.
«Si parte!» esclama lei, falsamente garrula; no, non per le vacanze natalizie.
Dato il campo in cui opera, il medico in questione è sapientemente spiritoso e simpatico, ottimista a oltranza. Farina del suo sacco o corso all'americana sul pensare/comunicare positivo?
E' sicuro di sé. Lei tenta d'impostare un dialogo serio senza riuscirci. Lui liquida il Parkinson (e le altre patologie che lei colleziona) con lo stesso gesto con cui allontanerebbe una zanzara, rammentandole che si occupa, solo e rigorosamente, di interventi alla colonna vertebrale. Già, per lui lei è solo una colonna vertebrale accartocciata su quella scomoda sedia, una colonna vertebrale inoperabile... in caduta libera. Si potrà ricorrere unicamente, per attutire la sofferenza che le arpiona schiena e gambe, alla "terapia del dolore", sperando che, nel suo caso, possa essere efficace. Vorrebbe saperne qualcosa di più...
«E' dolorosa?»
«No»
Allora per quale  motivo fanno un'anestesia?
«Se funziona, quanto dura l'effetto?»
«Un giorno, una settimana, un mese… o più. Dipende»
«Da cosa?»
Sorride, the doctor, e si alza. Non risponde…
Lei è la solita ottusa: la terapia algica è di competenza dell'anestesista, non del neurochirurgo.
E' passato un anno dalla comparsa del dolore. Un anno per fare una diagnosi. Ossa di cristallo e muscoli di piombo si sono alleati per rendere sempre più arduo e doloroso il suo cammino Si trascinoafuori dallo studio. Nell'abituale labirinto che caratterizza quelle prigioni del dolore che sono gli ospedali, vaga alla ricerca degli ascensori, dell'anestesista, dell'uscita...

Fuori nuvole scure rinserrano il sole, affogano la speranza... La lascia andare, tanto non cambia il futuro...

giovedì 26 giugno 2014

Tanti auguri, Francesca


Salsomaggiore, 26 giugno 2014

sabato 21 giugno 2014

Stufa


"Deve stare immobile".
Annuisce.
Sarà dura con il Parkinson e quei dolori che le dilaniano le cosce e le mordono i fianchi facendola sobbalzare...
"Soffre di claustrofobia?"
"No".
Ma, come tutti, preferisce le stanze con le finestre e le rare volte in cui si è trovata bloccata in un ascensore strizzata come un pesce in barile tra corpi estranei ha avvertito i primi sintomi di un attacco di panico...
"Se dovesse avere problemi  (quali?), suoni" le dice l'infermiera, infilandole tra le dita un campanello e facendola scivolare in quel cunicolo che inizia subito a ruotarle intorno. Avverte dei rimbombi fastidiosissimi. Non deve aprire gli occhi. Sceglie, in quel momento e per sempre, di farsi cremare mai che, per errore, le capitasse di essere sepolta viva. Cupo l'avvolge il rimbombo di una campana a morto.
E' nelle grinfie di un mostro d'acciaio. Il suo corpo, avvolto in una vestaglietta di carta verdognola, viene sezionato, scrutato in lunghezza, larghezza e ampiezza. Ha freddo e ha paura....
Il rumore cessa, mentre lei scivola fuori dalla bocca del mostro.
Cosa avrà visto con il suo occhio infallibile?
"La risposta tra una settimana"
Due ore dopo altro centro diagnostico, altra Rm.
Cosa cercano? Con chi, con "cosa" giocano a nascondino?
Non ha più paura; è solo stanca. Stufa.

lunedì 16 giugno 2014

Parkinson e dolore dell'anima

Io, vecchia signora malata, oso dire di aver acquisito almeno una certezza: alla base della mia malattia, questo scimmia maledetta che mi segue aggrappata al collo da ormai dieci anni, c'è il dolore, ma non quello del corpo, il dolore dell'anima. Mi rivolgo alla platea (numerosa) dei parkinsoniani che ho avuto modo di conoscere tramite Facebook. Chi di noi - e la sottoscritta è tra questi - non ha minuziosamente descritto la disperazione vissuta al momento della diagnosi e non ha suggerito modi per imbrigliarla, contenerla, trasformandola addirittura (ma correttamente) in fonte ispiratrice di capacità creativa, "terzo occhio" di osservazione sul e del mondo, e via discorrendo. Noi parkinsoniani siamo sicuramente fantasiosi, ma quanti di noi hanno puntato il dito sul "dolore di prima"?
In quella drammatica visita conclusasi con una diagnosi che ci è piombata addosso come una ghigliottina, quale medico ci ha chiesto: "Ma lei, signor/a Pinco palla, come sta? E' serena, mediamente soddisfatta del suo lavoro? Che rapporto ha con il suo compagno, con i figli? " C'è qualcuno tra questi illustri clinici che abbia osato chiedervi: «Lei vive o sopravvive?»
Il Pk colpiva, ora non più, soprattutto persone sulla sessantina… Età emblematica, di cambiamenti profondi e… solitari. Crisi vissute in appartamenti improvvisamente silenziosi e ordinati dai quali la vita ritiratasi come una marea, si lascia dietro, come una manciata di conchiglie abbandonate sulla spiaggia, ricordi, qualche rimpianto e, spesso, anche sogni spezzati. Cambia la società, cambiano i bisogni, i desideri e… cambiano le malattie. Il Pk colpisce individui giovani, anche giovanissimi. Perché? Non sarebbe un discorso da approfondire? Se l'infelicità peggiora il Pk diagnosticato e viene combattuta con una valanga di psicofarmaci, fino a che punto può favorire l'insorgenza della malattia, in soggetti predisposti geneticamente?

        
      E allora lancio una sfida: chi vuol parlare dello «stato d'animo» che ha preceduto la malattia?

domenica 8 giugno 2014

L'aria è una carezza brusca sul mio viso. Sono le sei del mattino e il sole sta sorgendo. Sono mortalmente stanca...


domenica 1 giugno 2014

 Affettuosissimi auguri ad Alessandro

Salsomaggiore, 1° giugno 2014

martedì 13 maggio 2014

Non ci resta che rinforzare gli argini

E' un fiume: di parole, dati e date, idee, progetti. Non si arrabbia quasi mai o controlla la rabbia? Il sorriso stempera qualche parola dura infilata qua e là, non contagia né illumina gli occhi. Mai. Scatta automatico a comando: gli occhi, specchio dell'anima, riflettono il nulla. Ognuno può vederci ciò che vuole, qualsiasi cosa lo  rasssicuri. In fondo, con quella faccia da Zelig di gomma, risulta simpatico, apparentemente aperto. Disponibile. E' nato così o lo hanno costruito? Data la natura malleabile di cui ha goduto fin dalla nascita (sono un po' tutti così gli intrepidi boy scout) non è stato difficile aggiustarlo. E' stato sufficiente modificarlo solamente un po'.
Sorride e... spara, le spara. Grosse. Sono parole ma sembrano proiettili. Di mitragliatrice.
Quando (e se finisce di parlare) ti lascia esausto. Ti porti a casa promesse, tante, efficienza, molta, verifiche o approfondimenti, pochi. Non lascia spazio agli altri,  nemmeno ai loro dubbi e/o eventuali contestazioni.
Come un fiume in piena, dilaga.
In estrema sintesi dice: "Ghe pensi mi". A cosa? A tutto, naturalmente.
Il prototipo è americano con aggiunta di "colore locale".
E' una variante italiana del modello americano, quindi spopola.
E' Matteo, il Renzi!
Non ci resta che rinforzare gli argini...

venerdì 9 maggio 2014

            


                BRING  BACK  OURS  GIRL!!

mercoledì 7 maggio 2014

Il mondo delle donne

E' uno stillicidio continuo di atteggiamenti e battutine, occhiate denigratorie che ti creano intorno un invisibile confine che ti rinchiude, ti isola, ti differenzia. Quante volte mi è successo, come donna, di essere trattata con sufficienza, con condiscendente bonomia? L'immagine di sé prende forma anche, come in un complesso gioco di specchi, da ciò che di noi gli altri ci rimandano. E in questo senso poco è cambiato rispetto a quaranta o cinquant'anni fa.
La riforma del diritto di famiglia, le leggi sul divorzio, l'aborto, lo stupro considerato, finalmente,  reato contro la persona e non contro la morale, hanno a mio avviso anticipato un cambiamento di mentalità, dando valenza normativa a comportamenti non sempre codificati dalla cultura e dalla società. Come viene ancora mediamente vista la donna? Quanto è ancora fissativo lo stereotipo femminile "tradizionale"? E, domanda ancora più inquietante, quanto questo modello di riferimento risulta ancora invariato per le stesse donne? La discriminazione di genere si allarga a macchia d'olio: le donne sono le prime a perdere il posto di lavoro. Perché scegliere una donna rischiando, per esempio, un congedo per maternità? Non parliamo poi delle difficoltà di conciliare lavoro e maternità, in un Paese dove "l'angelo del focolare" non piace molto agli imprenditori, ma incontra il favore della Chiesa e dell'opinione pubblica.
Ma i figli non dovrebbero essere una ricchezza per la società? Allora perché la maternità entra in rotta di collisione con le scelte imprenditoriali?
E gli uomini come la pensano?
Le generalizzazioni non hanno senso: il mondo maschile è variegato e i comportamenti differiscono, ma non sempre. Soprattutto quando a sostegno di un'ipotesi troviamo una statistica, ipotizzando campioni di riferimento sufficientemente validi.
Nel privato, la donna che chiede il divorzio e se ne va rischia, e rischia grosso! Le statistiche snocciolano dati impressionanti: una vera e propria mattanza per quanto riguarda le donne uccise, senza contare le donne picchiate, stuprate dagli ex mariti e quelle alle quali non vengono corrisposti gli assegni di mantenimento. Ci sono uomini correttissimi e civili, ma sono ancora, purtroppo, una minoranza. Accanto a padri presenti anche dopo la separazione, molti sono quelli latitanti, convolati verso altri e più accoglienti lidi, tra le braccia di nuove compagne, quasi sempre molto più giovani della ex moglie. Sulla scia di un degrado culturale sempre più marcato, che recepisce e a sua volta accentua, la televisione impera e imperversa sciorinando veline e prezzemoline, mentre la scuola esalta il ruolo materno delle insegnanti, i padri si stravaccano davanti alla tv e i ragazzi crescono senza punti di riferimento validi... Non tutti, ma molti. Troppi genitori delegano alla scuola, già in forte affanno di suo, il compito di educare, non come istituzione in grado di affiancarsi,  ma di sostituirsi alla famiglia.
E a queste donne, che hanno perso o rischiano di perdere l'autonomia economica, compresse tra i valori tradizionali portati avanti dalla Chiesa e dalla famiglia, disorientate culturalmente dai falsi miti che la Tv propone, asservite a canoni estetici che sbandierano magrezze/bellezze patologiche, cosa posso suggerire? Di trovarsi discutere, confrontarsi... L'isolamento porta solamente all'accettazione, alla resa.

Assaggio di deserto


Giuditta ha postato una foto del sole che sembra quasi «sbocciare» in una mattina qualunque,  nel deserto…
Il deserto è sensuale e, come il corpo femminile è un'apoteosi di linee morbide, rosate… Nulla s'infrange, si spezza nel deserto. La sabbia, sollevata dal vento, si alza, vola. in un turbinio che rende incerti i contorni delle dune.
Penso che non  lo vedrò mai più.  Questo mai più si schianta, molesto, sulla serenità di un ricordo.
Il «mio deserto»  ha il colore e la consistenza della cipria, è caldo di sole che ha invaso il cielo, sole a picco che brucia la pelle, sole che si ritira cedendo il posto all'oscurità di un tramonto che veste di viola le montagne,  prima di scomparire in un ultimo guizzo di luce.
Il mio è stato solo un assaggio di deserto: per turisti occidentali da, giustamente, spennare---


I pensieri dell'alba...

Il presente è un fatto: ha un odore, un sapore, una consistenza che le dita possono toccare, carezzare, misurare... Passato e futuro sono pensieri, solo pensieri: ricordi il passato, speranze e sogni il futuro. Ricordi scelti, con attenzione, per diventare memoria che sostenga la fragilità di un "essere" che avremmo potuto (dovuto?) rendere diverso; speranze che spesso si riveleranno illusorie, sogni che andranno in mille pezzi come i bicchieri di cristallo del sevizio "buono" ricevuto in dono alle nozze...

venerdì 2 maggio 2014

Labirinti moderni

Ho i capelli, i pochi che possiedo, ormai sparati. In tutte le direzioni. Ho deciso che non posso continuare questa guerra con il pc. Devo imparare a utilizzarlo usando il cervello, non picchiando a caso sui tasti.
Una settimana fa il mouse wifeless... Alt, il pc mi segnala in rosso l'errore. Ma cosa vuole? E' w non v:  sono sicura. Wife si scrive così, significa moglie. Moglie? Senza moglie?! E' wireless, senza fili... Oh, my God!
Be', continuiamo: il giorno successivo chiamo Miki (il supertecnologico!), mi  siedo accanto a lui e mi faccio spiegare come posso fare acquisti su Amazon: li fanno tutti, c'è una vastissima scelta di prodotti, te li portano a casa, costano meno. Insomma, per farla breve, dato che il mouse non funziona - ma quello wireless non doveva durare di più? -, sono fermamente decisa ad acquistare il prossimo su Amazon. Non prendo appunti: è semplice. Miki conferma. "E' facilissimo" - dice, e io sorrido con aria di superiorità. Sono pochi e intuitivi - ribadisco intuitivi - passaggi. Suggeriti da indicazioni chiare. Chiarissime. Impossibile dimenticarli.
Tre giorni dopo - non tre anni, tre giorni  - mi tornano alla mente le parole del mio professore di statistica all'università. Diceva: in statistica l'evento impossibile non esiste: esiste l'evento altamente improbabile... C'è insomma una probabilità infinitesimale che avvenga ciò che si nega. Sarà infinitesimale ma succede a me, proprio a me. Le videate su Amazon si susseguono in rapidissima successione   - il dito sudato si appiccica su quel riquadro che sta sotto la tastiera - pagine scompaiono di loro iniziativa, scorrimenti lentissimi si alternano ad altri "sparati" , ma la cosa peggiore è che non ricordo nulla. Come diavolo si paga? Perché non ci mettono, a carrello pieno, un bel "PAGAMENTO"? Evidenziato in giallo - è un colore che si nota - scritto in neretto e a caratteri cubitali. Ormai l'ordine in qualche maniera è stato fatto, ma se non dovessi riuscire a pagare cosa potrebbe succedere? Beh, non è mica emissione di assegni a vuoto, ma non bisogna dimenticare che siamo in Italia: per un'evasione fiscale miliardaria si va a fare compagnia ai vecchietti, per venti euro di mouse non pagati si rischia magari la galera. Nonna Ina lo diceva sempre: "Sei nata sotto una cattiva stella, ti succedono le cose più improbabili... ". Infatti.
Mi prende l'ansia, seguita a ruota dalla rabbia. Vago tra le pagine del sito come in un labirinto: delle modalità di pagamento non c'è traccia, sono però decisa a risolvere il problema da sola. A costo di stare su quel maledetto computer, appollaiata come una cornacchia, per gli ultimi anni che mi restano da vivere. Poi mi viene un'idea brillante - diciamo luccicante - e digito "Come si fanno acquisti su Amazon?" e, dopo aver letto cinque risposte oscure più delle previsioni di Nostradamus, scovo un sito alla mia portata e la memoria ritrova qualche brandello della spiegazione di Miki. "Quale forma di pagamento sceglie?" recita, finalmente, una scritta sciorinando davanti ai miei occhi, ormai imbambolati dalla stanchezza, tutte le possibilità di pagare un acquisto fatto. Mai stata più felice di sborsare dei soldi.
Ci sono. C'è tutto. Sulle condizioni di consegna mi perdo di nuovo, mi indicano a un tratto un 5 maggio - chissà di che anno? - e io aderisco decisa, così come s'infila il primo corridoio con sopra scritto "uscita" in una metropolitana sconosciuta, pur di uscire da quel reticolo sotterraneo adatto ai topi più che ai cristiani.
Poi saranno le stelle a orientarci. Ed è alle stelle che mi affido per l'utilizzo del mouse, quando e se mi arriverà a domicilio. Per il momento, sono riuscita solamente a comperarne uno. Almeno spero.
Oggi - due maggio - è arrivato un corriere. Mi ha consegnato un pacco. Conteneva tre mouse: della stessa marca...
Melius abundare quam deficere.

lunedì 28 aprile 2014

Lucia, posso darti del TU?

Lucia, posso darti del TU? Quell'uomo che avrà spergiurato di amarti (lo fanno tutti), quell'uomo che non ti ha mandato un mazzo di fiori ma due sicari, incaricati di uccidere non te ma la tua bellezza, non è riuscito a toglierti la grazia, quell'eleganza piena di riserbo con cui ti muovi e sorridi. Nemmeno il sorriso è riuscito a toglierti, men che meno la grinta, la voglia di giustizia e quel coraggio che ti fa di scostare i capelli dal volto, non per esibirlo o imporlo, ma solo per farlo di nuovo tuo (e nostro), dopo che le le mani pazienti di altri uomini (per fortuna non sono tutti eguali) lo hanno ricostruito.



Scribacchina

Lei era una che scriveva, ma non da sempre, soltanto da quel giorno di settembre, luce chiara che svelava la stanza, rumore di traffico a spezzare il silenzio. Mentre il medico si schiariva la gola, aveva pensato «Ha gli occhi di un merlo».
Il merlo si era finalmente deciso a parlare.
"E' Parkinson" aveva detto.
Silenzio.
La parola era rimbalzata sulle pareti della stanza. Parkinson? Son, son, son,… Galleggiando sul rumore del traffico, aveva invaso le sue orecchie, bloccato la glottide incerta tra digerirla e urlarla. Una mano grassoccia aveva cercato la sua in uno sfiorarsi rapido di dita. 
I malati fanno ribrezzo. Paura.

venerdì 25 aprile 2014

L'orgoglio di allora, lo sdegno di oggi

25 aprile 1945. Era una giornata che preannunciava l'estate o l'aria sapeva ancora d'inverno, di neve non ancora sciolta? Con quale incredulo stupore si accoglievano la fine della guerra e la libertà? Di cosa sa la libertà? Si pensava al futuro, non più parola senza senso, ma promessa, opportunità da cogliere, diritto a essere, vivere. Si pensava ai figli, ai mariti, agli amici morti, al prezzo pagato per quella libertà così fragile, così difficile da definire, così nuova e sconosciuta?
Io appartengo alla generazione nata in guerra, cresciuta a latte avvelenato dalla paura delle madri, dal dolore, dalla fame, cresciuta a ninne nanne che si mescolavano al fragore delle bombe nei rifugi umidi, freddi, dove stretti gli uni agli altri si aspettava di morire o salvarsi senza poter fare nulla, attendendo soltanto che la Morte decidesse chi prendere, chi fare a pezzi in quelle notti da incubo.
Io non ricordo: ero troppo piccola.
Ho chiesto. Non ho avuto risposte. Dell'orrore non si riesce a parlare, il terrore non si vuole rievocare. Si cercava, si voleva dimenticare…
Mi piacerebbe sedermi in una vecchia osteria, un bicchiere di vino e un partigiano, carico di anni e di ricordi, davanti che mi raccontasse di quel giorno, di quei giorni.
Fuori le fanfare, le ghirlande, la retorica dei discorsi ufficiali.
Dentro il dialetto, la commozione, l'orgoglio di allora, lo sdegno di oggi…


venerdì 18 aprile 2014

Il dottor Emme

Chiamerò il mio medico di base «dottor Emme» poiché io mi rivolgo a lui chiamandolo dottore.
Lui mi chiama Laura.
Quando ho un problema di salute (e ne ho tanti) è la prima persona alla quale mi rivolgo. Lui minimizza, non mi visita. Mai. Mi prescrive un farmaco per eliminare la sintomatologia dolorosa e mi congeda con un "Fammi sapere". L'ultimo problema è costituito da un persistente, invalidante dolore alla schiena. E iniziato sei mesi fa... Ho utilizzato cerotti, ultrasuoni, ginnastica,  massaggi, iniezioni... Nulla, il dolore è sempre lo stesso. Non cammino quasi più perché, tra le varie patologie che mi assediano, c'è anche il Parkinson. Torno dal dottor Emme e gli faccio sapere…
Suggerisco una visita specialistica dalla fisiatra che mi segue da anni. I tempi d'attesa sono lunghi. Troppo lunghi, mesi. Pago la visita e ottengo un appuntamento per la settimana successiva.
La dottoressa «Bi» è simpaticissima; mi chiama Laura anche lei e mi dà del Tu, ma l'abbraccio in cui mi avvolge appena mi vede, le risate che facciamo, la confidenza con la quale tratta il mio corpicino malridotto, sono giustificati dalla nostra lunga conoscenza e dalla condivisione di una storia difficile. (Fu lei a nutrire i primi sospetti che i miei disturbi non fossero «paturnie da menopausa», ma qualcosa di ben più grave…)
Mi palpa, mi tasta, tende le mie gambe irrigidite… Rilegge, pensosa, la documentazione che le ho portato (Moc e via discorrendo), poi redige la lettera per il dottor Emme. Mi fa pure un'iniezione per il dolore e mi suggerisce un farmaco contro gli spasmi che mi attanagliano da mesi le dita dei piedi.
Esco dal suo studio con qualche dolore in meno e un abbozzo di speranza… Chissà che quel farmaco, miracoloso per gli asini, non faccia riprendere la marcia anche alla sottoscritta? Ma se così fosse, perché nessuno me l'ha mai suggerito?
Il giorno dopo vado dal dottor Emme. E' di cattivo umore… Sarà l'ernia jatale da cui è affetto?
Ne soffro anch'io, so che è molto noiosa, tanto da averlo indotto a scrivere un avviso sulla bacheca  che spicca nella sala d'attesa in cui comunica ai pazienti che anche i dottori possono essere nervosi… a causa delle loro patologie. L'invito è alla pazienza. Di conseguenza io cerco di essere paziente e… comprensiva.
Sbuffa.
«Non ho capito cosa ha scritto… qui» e gli porgo la lettera della collega.
Compita parole senza senso.
Mi restituisce la lettera e digita sul pc la ricetta per le iniezioni.
«Perché non stampa?» borbotta.
Preme a caso qualche tasto, mugugna infastidito, quindi ottenuta la ricetta mi consegna il malloppo e m'indica la porta.
«E la radiografia?» chiedo.
Mi guarda, seccato.
«Vuoi proprio farla?»
E, senza darmi il tempo di rispondere, aggiunge: «Hai l'osteoporosi, non è curabile! Devi tenertela e… »
«E… ? »
«A proposito, come stai?»
«Male!»
«Cosa ti ho appena detto?» dichiara soddisfatto.
Insisto. Voglio fare la radiografia.
«Almeno s'individuerà con certezza la causa» ribadisco.
«La causa, la causa… Le tue patologie non sono curabili, lo vuoi capire?».
«Progressivs, degenerativa… Anche questa?» borbotto.
«Sì!» decreta. E sbuffa.
Lui!



lunedì 31 marzo 2014

L'inquilino dentro

Finito! In una notte d'insonnia L'inquilino dentro di Francesco D'Antuono e Giovanni Piazza mi traghetta dal buio della sera al chiarore dell'alba, tra lacrime, risate e riflessioni.
Premetto che cominciai a stare male a partire dal primo anno del pensionamento: male, decisamente male, non più solo quella sintomatologia vaga e intermittente che aveva autorizzato i medici a parlare di "paturnie" da menopausa e depressione da "nido vuoto". Poi, faticosamente, quasi come per tutti, arrivò la diagnosi: malattia di Parkinson, il signor P del libro di D'Antuono. Smarrimento, dolore, rabbia. Come Francesco, controllai il primo, negai la rabbia per educazione, ammantai d'ironia il dolore, ma non soltanto per pudore, anche per salvarmi dal pietismo: intollerabile come, nelle notti estive, i morsi della zanzara Tigre sulla pelle sudata.
Ogni pagina del libro mi è stata di conforto e confronto.
Tu, Francesco, quell'inquilino scomodo lo nascondesti; io lo sbandierai ai quattro venti. Poi mi rintanai a pormi domande che diventarono ossessive.   
Perché? Perché proprio a me? E perché no? rispose la mia parte raziocinante nel primo inverno passato a "far finta di essere sana". Anche tu hai cercato a lungo e con ostinazione un senso, il "senso" di ciò che ti stava accadendo.
La malattia, quando è grave, impone un cambiamento. Si deve cambiare qualcosa. O tutto? Non è facile: è difficilissimo… Ti  leggo avidamente.
"La malattia non toglie anni alla vita, ma toglie vita agli anni"? Bene, anzi male, ma all'accettazione della realtà non segue soltanto lo sgomento: tu ti rizzi in piedi, esci dai tuoi abituali percorsi prendendo atto con sincerità dei sentimenti che stai vivendo. Riversi su fogli bianchi come colombe le tue parole, prima confuse, poi ordinate, studiate… La scrittura è la sorpresa che la vita ti riserva. Non è solo talento, assume anche una valenza terapeutica, "allarga i binari entro i quali scorre la vita, la tua vita". Sei pronto a seppellire il signor P sotto una risata.
Cosa m'insegni, Francesco? Cosa mi racconti?
Chi ha detto che è la vittima a legittimare il persecutore, a consentirgli di esistere? Finiamola di temerlo: in fondo potremmo anche considerarlo un'opportunità, una via insolitamente ardua: via crucis, ma anche viaggio, percorso alla scoperta di sé attraverso nuove conoscenze ed esperienze.
In un mondo che si sta omologando verso il basso, la ferocia di una malattia inguaribile sembrerebbe attenuarsi davanti alla compassione, alla complicità, all'amicizia, all'amore, all'arte intesa come scrittura, pittura, musica: talenti che molti parkinsoniani scoprono di possedere. Solo dopo aver conosciuto la malattia?

giovedì 27 marzo 2014

Scrivo, scrivo...

Vediamo se ce la faccio ancora a mettere in scena il vecchio giochino... Dimmi una parola e ti regalerò una storia.; la prima parola che ti viene in mente.
"Mandarino? Hai detto mandarino? Troppo facile? Non credere, non credere... E poi, vado lenta anche con le parole".


Socchiude gli occhi e... sorride.
Incisa con il coltello la buccia del mandarino, la stacca dalla polpa del frutto e versa una goccia d'olio su quella specie di stoppino naturale che s'innalza all'interno. Lo accende. Fumiga. Questo non si accende. Profumo: neanche l'ombra.
Allora lo stoppino prendeva fuoco e brillava di una luce soffusa. E profumava.
Si accendevano, curiosi, anche gli occhi dei bambini.
Quanti mandarini scorticati! Mezze calotte spaccate, qualche stoppino che non voleva saperne di accendersi... Depositati sul davanzale i lumini brillavano nella notte natalizia come fuochi di bivacco in una prateria.
"Le renne li vedranno, mamma?"
"Certo!"
"Ora la zucchero e l'acqua; vengono da lontano le renne, da un paese fatto di ghiaccio. Devono essere rifocillate... "
"E ora tutti a nanna; le renne sono animali timidi e... misteriosi: non amano farsi vedere!"
Come folletti, mettendosi il dito davanti alla bocca per zittirsi l'un l'altro, i bambini s'infilavano sotto le coperte. Lei, in cucina, producevo un certo tramestio, faceva sparire acqua e zucchero, spegneva i lumini, metteva i regali sotto l'albero e gridava: "Bambini venite, venite... "
"Cosa pasticci, mamma, con l'olio, finirai per macchiare la tovaglia". La voce si leva . Stizzita
"Ma cosa cavolo stai facendo?"
"I lumini, i lumini per le renne... " , risponde.
La figlia la guarda.
Sorride, ricorda: un Natale diverso, un mondo diverso, una madre diversa....






domenica 23 marzo 2014

Cammino, cammino...

C'è un silenzio domenicale. Assoluto. Nemmeno il cane che il padrone si trascina dietro insonnolito osa infrangerlo abbaiando. L'aria è umida, una nebbia leggera avvolge le colline sbiadendone i contorni.
Appoggio a terra con circospezione il piede, anche le dita. Non fa male. Infilo una giacca ed esco. Vorrei affrontare la strada, vorrei camminare, ma le gambe sono debolissime e l'equilibrio non c'è. Sbando paurosamente. Due merli mi osservano curiosi. "Che c'è da guardare: non sono ubriaca... " borbotto, invidiando la leggerezza con la quale tolgono il disturbo.
E' la mia prima uscita: venticinque giorni in gabbia!
Mi si struscia sulle gambe il gatto della  vicina, maldestramente mi chino per accarezzarlo e ruzzolo a terra.
Rido perché non mi sono fatta male: ho le violette, le ultime, a un centimetro dal naso. Profumano. Ondeggiando come un salice al vento, mi rimetto in piedi.
Penso: "Je ne sait pas si la vie est belle, mais je l'aime"...

sabato 8 marzo 2014

Un grazie di cuore

Domenica di marzo: la luce s'insinua attraverso le fessure delle tapparelle, curiosa. "Sono sveglia, sono sveglia... " vorrei dirle. Non ho fretta di alzarmi, tanto non potrei uscire. Il piede mi fa male e posso fare solo qualche passo stentato, lento, appoggiandomi al bastone. Il mal di schiena è praticamente scomparso. Un sollievo indescrivibile.
Ozio. Non riesco a scrivere, anche i pensieri scivolano via. 
Ho avuto paura, ma nessuno mi ha prescritto psicofarmaci. L'anestesista mi è stato accanto, ha condiviso la mia paura, ha sorriso. Tanto. Pacca sulla spalla, ironia, allegria, e tanta professionalità. Colori intorno a me: viola, arancio, verde mela e verde sottobosco. Ho pensato ai prati della mia terra d'adozione, al  fruscio dell'erba, alle margherite, alle viole... Il bianco assoluto, quel candore da obitorio, qui è bandito.
La sala operatoria azzurra mi ha accolta come un mare. Ho tremato: di freddo e di paura, ma l'anestesista è riapparso e io mi sono aggrappata al suo sorriso, come un naufrago allo scoglio. Fuori c'era  Elena: la "piccola" non manca mai. Anche lei con il sorriso e gli occhi lustri. Non è bello veder sparire la barella dietro quella porta con sopra scritto "Sala operatoria" e poi, lei e io, siamo un po' piagnone...
Scorrono le immagini sul monitor: il chirurgo spiega a due ragazzi ciò che sta facendo. Fa domande e scherza. Non sento nessun dolore. La paura è passata.
"Finito!" esclama e si toglie il berrettino. Una stretta al braccio, un ultimo sorriso e... via.
Cigolano le rotelle, mi sembra la "Marcia Trionfale" dell'Aida. 
La "piccola" è lì: aspetta, fumando una sigaretta.
Eccola la Sanità che  funziona. Allora esiste!- penso.
Tanta professionalità, competenza, rispetto, calore, allegria, umanità.
"Grazie dottore" , e questa volta non è ironico: è un grazie di cuore.

giovedì 6 marzo 2014

Con un giorno di anticipo...

Le donne, noi donne: la metà del cielo...

Dove siamo arrivate? Sentirò riparlare della "bravura" femminile, del femminicidio, della maternità, della diversità? Il solito bla, bla. L'usuale distanza - incolmabile - tra le storie che mi crescono, e mi sono cresciute, intorno e il "femminismo" di facciata. Fraintese o taciute la fatica del partorire e crescere i figli e il rimpianto delle maternità prorogate, rimandate all'infinito o non volute, strappate, spesso, al ventre come erbacce alla terra.
Vite spremute fino all'osso per altri, spesso senza nemmeno infastidire con il mugugno: sorridendo, sorridendo con quel sorriso che, come la traccia inguaribile di una paralisi, è diventato smorfia sulla nostra faccia. Eh sì, perché i sacrifici, se fatti per amore, non pesano. Ed è pure vero. Ma il fatto che non pesino, non significa che non paralizzino, che non consentano errori. 

Donne e amore, donne e uomini: sessualità e sensualità. Prepotenza e tenerezza: gli opposti che convivono. Sempre. La fragilità, la dolcezza che smorzano la violenza. L'orgoglio, l'autonomia fatti pagare sangue.
C'è qualcosa di nuovo? A parte le (offensive) quote rosa?
Non credo. Se all'orizzonte intravedete qualcosa che a me sia sfuggito, comunicatemelo... e, anche per quest'anno, copiando le parole di un caro amico: "Qualcuna nemmeno si muove, tanto dopodomani è il nove".

mercoledì 26 febbraio 2014

La malattia: passaporto per un altro mondo.

Sul mio blog, invitante, appare quella scritta: "Entra"... E io entro, attraverso quel portone immaginario (basta un clic) e mi trovo in un altro mondo. E' un'anticipazione di quell'aldilà tanto temuto, variamente esorcizzato, intravisto nei sogni? Ma saranno stati sogni? Uno dei tanti mondi possibili? Eh sì, perché se accetto che ce ne sia uno, posso, con una certa legittimità, pensare che ve ne siano diversi.
Si dilata la concezione spazio/temporale e questi mondi misteriosi incominciano a girarmi intorno, prima indolenti, curiosi (come me), poi sempre più veloci fino a turbinarmi intorno come il vento d'estate, per poi sparire lontano, ai confini dell'universo, lasciandomi quell'ultimo dubbio: che i confini siano immaginari, inventati, fantasticati a salvaguardia della nostra sicurezza mentale... 
Sono pochi, tra noi bipedi, quelli che osano affrontare i grandi spazi. Non per nulla i cowboys sono rimasti, nell'immaginario collettivo, leggendari. 
Mi torna in mente Cormac McCarthy e la sua Trilogia della frontiera... quel baluginio di stelle che attenua di un soffio appena l'oscurità della notte, la solitudine degli spazi che si estendono a vista d'occhio, il silenzio appena incrinato dal nitrito di un cavallo o dalll'urlo di una iena. Intorno rocce, a spezzare, sottolineandola, l'uniformità della pianura. 
Il nodo segreto, intuito più dai poeti che dagli scienzati deve essere lì, nel cervello, in quell'organo ancora così poco conosciuto.
Chi ha avuto la sfortuna di ammalarsi di una malattia neurologica lo sa, non più con la razionalità o abbandonando una scelta fideistica, ma lo sa perché lo sente che l'anima è un'invenzione del cervello, che i sentimenti nascono lì, che il furore che ci porta il sangue agli occhi, la dolcezza, la disperazione che ci strazia, l'amore che ci rende insensatamente e prodigiosamente felici, scaturiscono dai neuroni, dai grigi, inpenetrabili neuroni. Lo sente sulla pelle, come sente il calore del sole, il brivido di un desiderio, il gelo della paura. Sentimenti, organi e pelle diventano equivalenti, "funzionano" sulla base degli stessi impulsi.
Cambia la caratterialità della persona, quella struttura portante di base che, come il colore degli occhi, non può cambiare, almeno gli psicologi ritengono non possa cambiare, se non per effetto dela pazzia. Diventiamo altri, sconosciuti ai nostri stessi occhi. Non osiamo guardarci: la diversità fa paura, ache perché non l'abbiamo scelta. Non tutto va "in vacca"; qualcosa si potenzia. Io ho avuto la sensazione di aver superato un confine. Le parole mi servono molto meno, le uso perché mi affascinano, ma le sento, in qualche confuso modo, uno strumento di comunicazione superato (e/o abusato)... Bradipo nei movimenti, sono una velocista nella comprensione dell'indole altrui. Tutti i vecchi lo sono: è un fatto d'esperienza?
E' qualcosa di diverso, è uno sguardo più acuto sul mondo che ci fa avvertire i sentimenti altrui con una velocità strana per i bradipi che siamo. I nostri cervelli stabiliscono nuove connessioni,
ci aprono altre porte... Esitanti ci mettiamo in cammino - si fa per dire - ci addentriamo in terre vergini... 
"Hic sunt leones"...
 Avanziamo a tentoni, novelli esploratori che stabiliscono contatti con uno dei mondi possibili, quello in cui le gambe non servono, la forza delle braccia nemmeno, le parole - puah! le parole così ingannevoli, tanto inflazionate - diventano un reperto archeologico. 
Si potenzia la comunicazione con il pensiero: immateriale, il pensiero altrui si capta, affiora nello sguardo, s'intuisce. Corre, il pensiero, su autostrade virtuali, ha mille sfacettature, si accende, si spegne... come una stella. E, noi malati, voliamo sulle sue ali, come su un tappeto volante. Immaginario? Mica tanto.

domenica 23 febbraio 2014

Uno sguardo


Aspra come uva acerba
è la tua risata 

Sfioriscono i papaveri 
tacciono le cicale

Cadono,
come foglie inaridite,
le tue parole

"Taci, taci..."

Bastò per amarci
basterà per lasciarci
...
uno sguardo.

Figlia

Figlia
ti porti nei geni i miei colori,
le collere
l'orgoglio

Li hai passati ai tuoi figli
non lo vedi?

Non s'interrompe la catena
non con il silenzio,
non con il rifiuto
nemmeno col rancore

Una mattina mi troverai nello specchio,
...
e solo allora
ci sorrideremo.

giovedì 20 febbraio 2014

Parkinson: qualche idea da mettere in comune...

Se facessimo una "ricerca", intestando una scheda a ognuno/a di noi? Cominciando con la descrizione della sintomatologia iniziale (vaga, ambigua) della malattia, le diagnosi errate, l'irritazione crescente dei familiari (sempre più convinti di avere a che fare con un/a ipocondriaco/a). Poi la diagnosi definitiva e la nostra reazione, non quella riportata (?) sulla cartelle clinica, quella che ognuno di noi ha vissuto sulla propria pelle. Quella reazione che per motivi diversi potrebbe essere ancora inesplosa, come una bomba sganciata in un bombardamento, conficcata dentro di noi e pronta a scoppiare al primo urto.
La malattia, questa malattia, rende "diversi". Come e quanto diversi? Dipende: dall'età, dalla situazione familiare, dalla caratterialità... Ma è possibile individuare delle linee di tendenza comuni? La depressione, quasi sempre inizialmente presente (più o meno accentuata), è sintomo a monte o conseguenza a valle? Fa difetto (come la dopamina) la serotonina come conseguenza della malattia, oppure è soltanto disperazione da lasciare stemperare con il tempo e l'affetto di chi ci sta accanto; se abbiamo la fortuna di avere accanto non soltanto qualcuno, ma anche qualcuno capace di accogliere il nostro dolore, mettendo da parte il suo.
Poi c'è anche la  rabbia, altrettanto difficile da gestire...
Qual è stata, per ognuno di noi, la risposta del "sistema sanitario", in questa prima fase della malattia?
Poi... poi è stata decisa una terapia: in teoria personalizzata (non esiste la malattia, esiste il malato), seguita e modificata in corso di applicazione, "spiegata" tenendo conto degli effetti collaterali di farmaci micidiali. E in pratica?
Il malato viene "visto", in genere, ogni sei mesi. Visto o visitato? Dallo stesso neurologo oppure dal medico di turno? Se si affida al Servizio sanitario ha un neurologo di riferimento?
Quali sono state le nostre esperienze? Quelle relative ai ricoveri ospedalieri ma anche quelle sperimentate nei ricoveri al Pronto Soccorso.
Avete mai letto le vostre cartelle cliniche? Vi  siete riconosciuti o avete avuto l'impressione di avere tra le mani la cartelle sanitaria del vostro vicino di letto? Avete mai provato una sensazione di "abbandono", non di presa in carico ( e in cura) da parte dei medici? Potreste affermare di essere stati, e di essere, attualmente seguiti e "ascoltati"?
Claudia, che qui ho conosciuto, non vuole subire la malattia, vuole viverla e vuole che di questa esperienza "rimanga traccia", resti il segno di un percorso, anche e soprattutto perché si tratta di un cammino difficile. E oscuro! Claudia mi ha parlato della sua personale esperienza, io della mia... è stato un dialogo alla pari, il CONFRONTO che andavo cercando. Abbiamo bisogno di uscire dal nostro isolamento (almeno la sottoscritta), abbiamo bisogno di sincerità e attenzione e, ovviamente, di rispetto.
Qualcuno è più forte, qualcuno più intraprendente, qualcuno più silenzioso e riflessivo, ma tutti abbiamo una nostra storia da mettere in comune con gli altri, per formare un "sapere"comune, fatto di emozioni, riflessioni e dolore (e tentativi terapeutici). Esperienze vissute sulla propria pelle... La Rete ci permette di trovarci, tenerci in contatto, lottare insieme...
Non mi sembra poco.