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lunedì 2 gennaio 2012

Storia di nebbie e acquitrini (Puntata n°16 - Parte seconda)

Il salone riluceva di luce, ma discreta. Soffusa. Gualtiero si guardava intorno osservando i volti, le mascelle in movimento, le bocche che ingoiavano cibo ed emettevano parole. I camerieri scivolavano silenziosi, le facce impassibili. Ascoltavano? I discorsi erano, come il pranzo, appena agli antipasti... Si tastava i terreno, preparandosi al piatto forte. 
Sollevò lo sguardo: Marilena sedeva di fronte a lui, le belle spalle pallide scoperte dall'abito di seta che conservavano quella fragilità affascinante, un po' infantile che aveva incantato Gualtiero. Educazione da collegio di monache e indole la rendevano perfetta per quella cena che nulla lasciava  all'immaginazione. Sorrideva, Marilena, limitandosi ad annuire.
Il Presidente non le toglieva gli occhi di dosso. La moglie, del Presidente, nemmeno.
Lui, Gualtiero, non poneva domande, non si esponeva, limitandosi a rispondere a quella sorta di stantio interrogatorio al quale si viene sottoposti in un ambiente nuovo. Aspettava, come tante volte aveva fatto in quelle albe fredde e terse che annunciavano la fine dell'estate, nascosto tra i canneti sul fiume. Come allora, aspettava che si alzassero in volo le anatre selvatiche, il fucile carico, il dito sul grilletto... La cosa importante era non muoversi per primo, avere pazienza. E generazioni di contadini gliela avevano insegnata quella virtù antica che fa cadere il frutto, quando è maturo, dall'albero, sgorgare il latte dalle mammelle e far nascere i vitelli dal ventre delle vacche, quando la luna è "piena" al punto giusto.
"Così, venite dalla campagna?"
"Sì".
E già si rivolgeva alla moglie, il Presidente, poiché di lui sapeva tutto o, perlomeno, quanto aveva ritenuto importante sapere.
"Voi non siete cresciuta in campagna e non avete l'accento emiliano... "
Marilena rispose: "Infatti". Poi tacque, concentrandosi sul piatto che aveva davanti.
"Allora Debosi di questo vino cosa ne dite?" e già citava l'annata, ma un po' seccato anche se quasi impercettibilmente, il Presidente, per quella riservatezza quasi  scontrosa che, data la posizione che lui occupava nella gerarchia sociale della città, quella donna non avrebbe dovuto riservargli. "Strana coppia, quei Debosi, esemplari di una nuova fauna che il fascismo aveva creato, obbligandolo a frequentarli. Fascisti della prima ora, un po' fanatici ma sicuri, disposti a farsi ammazzare per il Duce. E del Duce, e soprattutto dei suoi favori, lui e la sua fabbrica avevano bisogno... " pensò, gustando il vino e attendendo la risposta di Gualtiero che si perse, però,  favoleggiando tra sé e sé su quelle spalle di cui immaginava la morbidezza mentre il vino gli scendeva lungo la gola combinandosi con il sapore forte e dolce del culatello.
"In campagna non lo abbiniamo allo champagne, come fate voi, ma devo dire che in coppia con i nostri salumi pregiati ne esalta il gusto" rispose Gualtiero, sorseggiandolo lentamente, mentre aggiungeva "si sposa bene, però, anche con i nostri 'rossi' frizzanti, i vini dei Colli piacentini... "
La moglie del Presidente intervenne:
"Io affogherei tutto nello champagne rosé".
"Anche i dispiaceri?" sussurrò Marilena.
Un istante di silenzio calò sui commensali, subito infranto dalla risata di uno dei presenti che fino a quel momento non si era fatto ancora sentire.
"E' anche spiritosa la vostra signora" disse, fissando Marilena e rivolgendo subito dopo la sguardo a Gualtiero che rispose: "E' una delle sue doti". " Abitualmente nascoste" aggiunse, fissando la moglie con uno sguardo opaco.
Un sottofondo di risatine femminili accompagnò le sue parole. Soltanto la moglie del Presidente non rise.                                                                                           Guardò  Marilena e si vide riflessa nei suoi occhi e, solo a lei, complice, rispose: "Anche quelli, ma non sempre".
Il cameriere sollevò il coperchio della zuppiera e il profumo dei tortelli di zucca invase la stanza.

(Continua... )

giovedì 9 giugno 2011

Scrittura: ora e sempre

E ora dovrò trovare un titolo, mentre il racconto si sta appena delineando... Ho il vizio di costruire  i miei racconti lunghi così: senza una scaletta. Penso sia sbagliato ma mi è congeniale. Ciò che mi preme di più è scrivere. E' una passione e di questo sentimento ha tutte le caratteristiche: è irragionevole, tenace, avvincente, prepotente, fascinosa, subdola, vivificante, sospettosa, ardita, possessiva fino alla dipendenza. 
Mi tiene in vita, aggrappata a un paracadute di parole...
Chi mi suggerisce un titolo?

martedì 20 luglio 2010

Corsi di scrittura creativa

Ho letto una discussione su Vibrisse incentrata sull'utilità dei corsi di scrittura creativa. Aiutano a diventare scrittori ? Coloro che li frequentano lo fanno con la speranza, più o meno dichiarata, di fare il salto di qualità: da scribacchini a scrittori? Non lo so, io non ne ho mai frequentato uno pur avendo avuto nella mia lunga vita un rapporto appassionato, conflittuale, esaltante e ininterrotto con la parola. Lettrice onnivora fin dalla più tenera infanzia, scrissi diari sgrammaticati e noiosi, poesie e filastrocche che lette a mia madre, ottennero non la sua approvazione, ma la mia iscrizione a un istituto tecnico per riportarmi a terra, per ancorarmi a una concretezza che mi mancava e che la dannava. Poi, in linea con gli studi fatti, arrivò una laurea in Economia e commercio.
Ma io, ostinata, studiavo bilanci di giorno e leggevo poesie di notte.
I diari si erano fatti meno noiosi, ma sempre un po' sgrammaticati, forse perché vivevo in una terra di dialetti, avevo una nonna che quando litigava con la figlia maggiore, nata in Croazia, nell'impetuosità della rabbia ricorreva alla sua lingua d'origine e zii che, quando non volevano farsi capire da noi bambini, parlavano in tedesco, perché avevano frequentato, nella Trieste di Francesco Giuseppe, le scuole tedesche. La "lingua" che si parlava e si parla  a Trieste non è l'italiano, ma il dialetto triestino e la mia scrittura è ancora infarcita di "triestinismi".
Poi il lavoro e la nascita di tre figli compressero per anni - tanti - il mio tempo, lasciandomi pochissimo spazio da dedicare alla mia passione. Continuai a leggere molto, ma rubando ore al sonno, e la scrittura cessò quasi del tutto, affondando lentamente, come me, in una lunga serie di giornate affannose  e tutte eguali, ritmate da bisogni essenziali da soddisfare, senza lasciare più il minimo spazio ai desideri, soprattutto quando, poco più che trentenne, mi separai da mio marito e mi ritrovai sola, lontana anche dalla mia famiglia e da Trieste, ad allevare tre figli.
Eppure...
Eppure quella capacità di raccontare che avevo tanto ammirato nella sorella di mio padre, la zia Maria, quell'abilità che lei sapeva mettere nell'incastrare alla perfezione la descrizione di un luogo o di un personaggio con il mistero, quel ritmo serrato che le sue storie avevano, e che facevano di lei una cantastorie nata, mi erano entrati nel sangue e stavano, come le acque carsiche della mia terra, scorrendo anche se invisibili  sotto la mia pelle e io sapevo, sentivo che prima o poi sarebbe emersa la scrittura, una scrittura arricchita e resa mia, inconfondibilmente mia, dalla mia storia e dalle mie emozioni. Se sonnecchiava o dormiva, certamente la scrittura che mi portavo dentro sognava e io guardavo il mondo con gli occhi di chi scrive. E quando, a Milano, strizzata nella metropolitana andavo al lavoro, fissando i visi stanchi della gente e notando i segni che la vita lascia sui volti, io immaginavo storie, io rubavo vite. Era una curiosità dirompente, era la necessità di vivere altre vite oltre alla mia. Immaginandole la fantasia riprendeva a volare, più veloce della metropolitana che in un rombo assordante percorreva le gallerie buie sotto la città.
Non erano bastati gli studi di tipo economico, l'insegnamento di materie tecniche, la stanchezza, i dispiaceri e la lotta quotidiana del vivere a uccidere quella divorante passione che, miracolosamente, quando il ritmo della vita rallentò, i figli se ne andarono, il pensionamento mi liberò dal giogo de "Il Sole 24Ore" e dei bilanci, riemerse, intatta nell'aspetto fantastico, ma purtroppo ancora  non perfetta stilisticamente.
Potrebbe servirmi un corso di scrittura per migliorare lo stile? Se fossi più giovane, certamente, ma alla mia età la capacità di apprendimento è quasi nulla, la memoria fa difetto... No, è troppo tardi per scrivere meglio.
Non è troppo tardi per scrivere, perché non è mai troppo tardi, per essere se stessi.
Ai giovani che amano scrivere consiglio l'iscrizione a un corso di scrittura creativa, anche se, ripeto, cantastorie, magari arruffoni come me, si nasce e non si diventa. Soprattutto, e mi sembra ancora un miracolo, tali si rimane anche vendendo felpe su un banchetto del mercato o portando a compimento studi imposti e non amati. Inossidabile e inattaccabile come tutte le passioni, la scrittura non affoga nella polvere, non affonda sotto la farina, non si perde nelle pieghe di un abito stirato, ma dà sangue, spessore e sapore alla vita. Se c'è, sempre cercherà la sua strada per uscire allo scoperto.
Un corso di scrittura potrebbe farla emergere.

mercoledì 14 luglio 2010

La vita è scrittura e la scrittura è vita.

Perché si scrive? Non per sbarcare il lunario, anzi quanti furono gli artisti, gli scrittori, che dedicando  alla loro passione spesso soltanto le ore della sera, già stanchi e provati dalla fatica della giornata, in quei ritagli di tempo che la notte concedeva, scrissero, lasciandoci romanzi memorabili scaturiti  da quell'intreccio di passione, capacità e stanchezza che, forse, favoriva l'abbandono. Sospesi tra sonno e veglia, affidavano alla notte, perché li custodisse nel suo ventre capace, i loro più intimi pensieri, le stringate conclusioni di riflessioni interminabili e segrete, la magia di parole riposte e lontane. Lavoravano durante il giorno, occupazioni spesso modeste, oscure e  scrivevano di notte. Gli occhi febbricitanti di Kafka, arsi e neri di passione e intelligenza non denunciano forse notti insonni popolate di fantasmi che la sua penna tratteggiò individuandone le sembianze? Allora, se non per denaro, è per diletto che si scrive? Non direi e, da donna che ha partorito creature, posso affermare che un romanzo viene alla luce, come un figlio, con fatica, dolore... sforzo. E' prima un marasma indistinto di emozioni e situazioni: confuse, a volte appena abbozzate, tutte da definire. In mezzo alcune immagini, perfette in tutti i particolari, ma avulse dal contesto che si innalzano come picchi su una pianura a sottolinearne il piattume. In questo marasma lo scrittore affonda le dita e pian, piano o forsennatamente - poiché il cammino, il percorso artistico è individuale e quindi personalissimo - individua un percorso, avanzando come in un deserto, apparentemente alla cieca, ma in realtà seguendo una melodia che il suo talento, magico pifferaio che lo ammalia e lo schiavizza, orchestra. Tappa dopo tappa lo segue come una coda una storia, la storia che lui sta creando e che si nutre di ciò che lui è, è stato e sarà, ma che da lui è destinata a staccarsi e a vivere in piena autonomia, gravida non solo delle sue emozioni, ma della capacità che lui ha di esprimerle ritrovandosene dentro le tracce. Come un figlio, al termine della gravidanza, la storia è lì, completa - bella o brutta che sia - pronta per iniziare una sua vita autonoma.
E lo scrittore? Gli mancherà quella storia con la quale si è fuso e confuso per un tempo più o meno lungo? O si sentirà sollevato, sgravato e libero di andare, il passo più lieve, lo scatto che sottintende una riconquistata libertà?Sarà più libero e... e più solo. E un'altra storia comincerà a frullargli nel cervello e questa volta, forse, il viaggio sarà per mare, affronterà l'ignoto, vento in faccia e aria che sa di mare. Perché chi scrive è un viaggiatore dell'anima, è un inquieto, appassionato, esploratore delle emozioni, è la madre che partorisce una storia e il padre che ne traccia il percorso consequenziale e, ripeto, non lo fa né per denaro, né per diletto: scrive  perché non potrebbe non farlo, perché per lui la vita è scrittura e la scrittura è vita. Tutto qui.

venerdì 19 marzo 2010

Bilanci

Mio Dio, quanto ho scritto: centinaia di post per placare un desiderio di scrittura che mi sono portata dentro per una vita. L'ho affogato, ho tentato di affogarlo in una vita faticosa fatta di tre figli e un lavoro e... una casa, perché ogni tanto anche quella andava sistemata, anche se alla meno peggio. Ma non è morto, anzi, paradossalmente, acquattato in un angolo come un animale selvatico pronto a balzare sulla preda, si è rinvigorito. E quando ha fatto capolino, prima educatamente e poi, ignorando ogni regola di bon ton, travolgendo come una fiumana inarrestabile quella che fino a quel momento era stata la mia vita, mi ha obbligata a scrivere, imponendomi come mezzo tecnico di espressione, date le mie difficoltà, il computer. E così, io che sul pc sono un disastro sono stata costretta a sciropparmi anche lezioni di computer.
Sono partita con una favola, o forse con alcune filastrocche, molto ingenue, rime che allacciavano in un abbraccio mortale cuori a amori e simili amenità, ma erano i primi passi, incerti come quelli di un lattante. La favola la ritrovai anni dopo su Blogbabel, sì quello stesso sito che mi avrebbe tolto 2000 punti in botto solo esprimendo sulla mia scrittura attuale un giudizio non certo lusinghiero. Ho provato di tutto: post, racconti, raccontini, racconti lunghi, tanto lunghi da indurmi a confezionarli in puntate. Poi l'idea di un romanzo: la storia l'avevo già tutta in testa, ambientata a Trieste, primi anni del Novecento, sulle note dei valzer viennesi resi vorticosi dalla bora. E tutta l'infanzia cominciò a risalire, lenta e inarrestabile insieme alla parlata dialettale, al rosario purpureo che mia nonna sgranava borbottando preghiere in una lingua sconosciuta, mentre le figlie e i figli nascevano e crescevano in quella città che da provincia, piuttosto turbolenta dell'impero asburgico, sarebbe ridiventata italiana, lastricando di morti e trincee il Carso alle sue spalle. Quell'infanzia in una babele di dialetti e lingue diverse cercava uno spazio autonomo, cercava una voce che la raccontasse. Io le diedi la mia. Era nato Confine immaginario. Poi scrissi I Dellapicca, romanzo breve a puntate sul blog. Ogni tre o quattro giorni una nuova puntata inventata sul momento. Di sana pianta. Entusiasmante e con lo sguardo d'oggi importante nella mia evoluzione e esplorazione di ogni modalità narrativa, perché espressione dell'invenzione letteraria che fa sue le emozioni di chi scrive ma slegate dal contesto che le ha motivate. Lo riprenderò in mano per rivederlo perché necessita di un lavoro serio in tal senso, ma rimane per me l'espressione di un passaggio fondamentale per chiunque voglia cimentarsi nella scrittura: il passaggio dal vero,anche se adattato a esigenze fantastiche, al verosimile, il distacco dalla realtà alla ricerca di un espressione totalmente fantastica. Sto lavorando all'editing di "Confine immaginario"...
Se oggi, giorno del mio compleanno, la tentazione di redigere un bilancio si fa sentire, un unico commento mi viene spontaneo: "La vita sorprende. Sempre!"

domenica 17 gennaio 2010

La passione del narrare

Leggo su internet consigli per scrittori inesperti che, se nulla possono togliere alla mia passione per la scrittura, mi fanno riflettere sulla "vocazione" dello scrittore, sulle modalità con cui si manifesta, sulla difficoltà che incontra chi voglia tentare di ingabbiare entro parametri rigidi l'impalpabile leggerezza di una passione, com'è, appunto, quella del narrare...

Ho trovato anche un blog in cui si afferma che la scrittura nulla avrebbe a che fare con la lettura.
Io ho sempre pensato che ogni scrittore si portasse addosso come caratteristica genetica il vizio della lettura, una smodata dipendenza dalla carta stampata, e non soltanto perché hanno in comune, lettura e scrittura, la parola (mi si potrebbe obiettare che è potente mezzo di comunicazione anche verbale) ma perché la parola scritta è diversa... Come? Come una donna nuda o vestita, che sempre donna è, ma se vogliamo entrare nel complesso gioco della seduzione e della schermaglia amorosa la dobbiamo coprire, non per proteggerla dal freddo, ma per sollecitare l'immaginario che dell'abito si servirà, come lo scrittore della parola, quale mezzo, accesso alla fantasia e all'imprevedibilità dell'erotismo rispetto alla prevedibilità della sessualità.

Chi scrive ama le storie, i racconti, le fole che ha sentito dalla voce di sua madre o che ha letto. E i cartoni animati, la tv o il cinema, moderni dispensatori di illusioni fiabesche? Be', li ha visti, ma lui, il potenziale scrittore, non se la beve così come gli viene raccontata. E' persona alla quale la storia, come la vita d'altronde, non basta. Deve cambiarla, inventare un finale diverso, immaginare un personaggio che, creato su due piedi, entri in gioco sparigliando il tutto, altrimenti che storia/vita sarebbe? Il lettore e potenziale scrittore può essere dominato soltanto dalla bravura dello scrittore e, comunque preferisce immergersi nella storia, piuttosto che esserne sommerso poiché le modalità, i tempi e le pause della lettura, le decide lui, contrariamente a quanto avviene sul piccolo o grande schermo. Per questo motivo privilegia e ha privilegiato il libro, perché gli permette d'interagire con lo scrittore, criticare, rimuginare....

Per quanto attiene alla tecnica narrativa è importante, ma segue, come la polvere sulla scia di un refolo di vento, la scoperta della passione narrativa.

Ciò che vero non è deve però essere verosimile e, quindi, rispettoso dei nessi logici che legano eventi e personaggi nel loro interagire. Siamo d'accordo, ma le rotte sul mare sono o potrebbero essere infinite ed è questo bisogno di spazi illimitati che spinge uno scrittore a prendere il mare, a navigare come Colombo alla cieca, a rischiare un naufragio per soddisfare la sua insopprimibile curiosità. A mio avviso, imparerà a navigare sulle ali della fantasia, e questa sarà il suo vento in poppa anche se, come con il vento le vele, dovrà essere contenuta e domata. Che vuol dire tenuta al guinzaglio non alla catena, perché se si può apprendere la tecnica narrativa, quel mix di infantile potenza/prepotenza, scatenata immaginazione, arrogante presunzione e insopprimibile curiosità che alimenta il narrare non può essere ingabbiato, soltanto filtrato depurandolo di ciò che lo ha reso nostro per restituirlo al mondo come sentimento universale. Poi seguirà la fase tecnica con i suoi tempi, la fatica, la lettura e rilettura, la sintesi che si ottiene tagliando...

Lo scrittore non è fatto soltanto di controllo e competenze. E la passione? Viene data per scontata? Ma il miracolo e/o mistero è proprio la passione narrativa con la sua incontenibile esplosione di genialità, il resto è acquisizione di regole, necessarie anche se faticose e queste sì uniformi e standardizzate.
Che stanno lì in attesa di... un colpo di genio che le azzeri?
Scherzo, ma non del tutto.
Voi cosa ne pensate?

martedì 5 gennaio 2010

Scrivere

Scrivere è dare voce ai muti, sollievo agli angosciati. E' dimenticare la paura, relegandola nel mondo che ci lasciamo alle spalle, fuggendo su tappeti di parole come principesse su cavalli bianchi. E'guardare in faccia le nostre emozioni perdendo il vizio di spiarle dal buco della serratura.
E' osare per i tremebondi, mostrarsi per i timidi, credere per i titubanti.
Scrivere è inventare: una, due, cento vite quando l'unica che abbiamo non ci soddisfa. E' anche ricordare a noi e agli altri ciò che non deve essere dimenticato
Scrivere è costruire città di parole e accenderle di mille luci per sconfiggere la solitudine. E' capire la passione, cercando con costanza, fatica e sforzo di coglierne il gusto.
Scrivere è scoprire la nostra arroganza per indurla all'umiltà, confessando a noi stessi ciò che di solito, usando le parole come coltelli, diciamo degli altri. Scrivere è usare le parole come carezze, per comunicare mentendo, mentre le mescoliamo con l'abilità dei bari al tavolo da gioco e le lanciamo in alto come giocolieri abili nell'afferrare i loro attrezzi.
Scrivere è far gorgogliare le parole in gola come rosolio dietro a un sorriso, è farle scivolare, leggere come carezze, sulla pelle che amiamo.
Scrivere è far danzare le parole, farle volteggiare, scatenarle in sarabanda sfrenata e farle cantare... Poi, esauste, farle esplodere come fuochi d'artificio in un cielo estivo per ricordare che, come stelle cadenti, possono esaudire qualunque desiderio.

domenica 27 dicembre 2009

Scrittura e visibilità

E' stato un anno dedicato alla scrittura... A nulla è servita la laurea in Economia e Commercio, a poco i trent'anni passati a insegnare Tecnica bancaria o Economia aziendale. Le passioni possono non divampare, ma non si spengono: covano sotto la cenere e sanno attendere, pazienti. Ho rivolto spesso nel corso dell'anno la mia ansiosa domanda alla blogsfera sotto la spinta di quel rovello "scrittrice o scribacchina?" che non mi dava tregua e, poco fa, ho risposto a un aspirante scrittore che, reduce da una critica negativa sul suo romanzo, si chiedeva angosciato e arrabbiato quale scrittura potesse essere apprezzata a livello editoriale.

Penso che uno scrittore debba fare i conti prima di tutto con se stesso, debba interrogarsi, riflettere e scrivere, leggere e scrivere di nuovo, e rileggere per l'ennesima volta per scoprire se è in grado di esprimere il suo mondo interiore con la stessa appassionata valenza con cui lo vive.

Perché si scrive? Perché non si può non farlo, perché scrivere diventa naturale come respirare e soltanto dopo, successivamente, se ciò che scriviamo ci soddisferà, lo daremo da leggere, lo consegneremo al lettore, perché è la parola scritta il trait d'union dello scrittore con la realtà e la vita che lo circonda, indipendentemente dal parere positivo o negativo di un editore, che riguarda la pubblicazione, non la scrittura in sé.
Chi scrive fissa lo sguardo sulla realtà: la osserva, la interroga, la volta e rivolta analizzandone tutte le pieghe, aspirandone profumo e tanfo, gli occhi spalancati sulle sue brutture o stupiti dalla sua bellezza, sedotto, irretito dal fascino che esercita su tutti, ma che allo scrittore serve per inventarsene un'altra, verosimilmente valida a cui regalare le sue emozioni, dopo averle depurate della sua storia personale, per metterle al servizio dei personaggi che la sua fervida fantasia ha creato dal nulla, estraendoli, perfetti come i conigli di un prestigiatore, dal suo cilindro di cantastorie.

Poi sarà l'esterno (lettori, editore, critici) a valutare lo scrittore riconoscendogli maggiore o minore visibilità. Se mai riuscirà a pubblicare.

domenica 15 novembre 2009

Pensieri sparsi sulla scrittura

La parola, materia prima dello scrittore, è ancora per me un mistero e il modo di usarla, la combinazione capace di comunicare al meglio ciò che mi ha indotta a sceglierla mi riporta a un concetto tipico dei numeri, che è quello di infinito. Ricordo che da studentessa questo concetto matematico mi dava una sensazione di angoscia: spazi sterminati e libertà? Lungi da me! L'infinito evocava in me sensazioni di freddo, il gelo di un'alba invernale. Silenzio. Solitudine. Perché chi scrive è solo: tra lui e il mondo la distesa delle parole e la possibilità di mischiarle tra loro, intrecciandole per farne ghirlande da morto o bouquet da sposa, coltelli da macellaio o bombe a orologeria. Il collante per costruire cattedrali puntate verso il cielo o distruggere un uomo con una frase? Fantasia, tecnica e un dono o una iattura: la coazione a scrivere, che non significa scrivere bene, pagine belle e/o concetti giusti, ma dover scrivere. Significa vedere dove gli altri si limitano a guardare perché chi scrive ha accesso a un mondo parallelo che deve essere descritto, partorito, dato alla luce, diviso da sé e condiviso con gli altri in una sfida continua e all'ultimo sangue tra il reale e l'immaginifico.

domenica 8 novembre 2009

Ancora e sempre scrittura

Il pino che scorgo dalla mia finestra trasuda acqua e la gatta, dopo aver annusato l'odore stantio che sale dalla terra inzuppata del giardino, cambia idea e rinuncia all'abituale passeggiata acciambellandosi sulla mia stampante. Dividiamo equamente due cosce di pollo e un po' di malinconia. Ieri ho scritto l'ultima puntata de I Dellapicca, iniziato qualche mese fa un po' per gioco e un po' per curiosità.
Un racconto lungo(che è diventato lunghissimo) partito dall'idea iniziale di una contrapposizione tra due città, Venezia e Trieste alla fine del Settecento. La prima - il mondo è fatto a scale - che già coglie nell'afrore dei canali che la percorrono l'odore della sua inarrestabile decadenza, la seconda che aspira a prenderne il posto nell'Adriatico, dopo essere diventata lo sbocco sul mare dell'impero austriaco. La storia è incentrata su tre figure: un nobile veneziano (rappresentante di una classe sociale corrotta, arrogante e fatua, ma anche raffinata e ancora memore della propria potenza) una triestina (poco istruita, rozza e bellissima) che ha in sé la forza e la capacità di reazione, che mancano al suo debosciato marito, nonché l'attaccamento al denaro e l'ambizione che saranno le caratteristiche della nascente borghesia triestina, e un uomo di colore, prima schiavo, poi predone, poi ambiguo socio/servo del nobile veneziano. Il rapporto che li unisce in una spirale di odio, invidia, bisogno e ammirazione ruota intorno alla donna che, pur sposando il Veneziano, porterà sempre nell'anima l'amore per il Moro e il ricordo di quell'unica notte passata con lui, ma responsabile della nascita di due gemelle.
Premetto che della storia, quando ho iniziato a scriverla, avevo in mente soltanto l'inizio e l'ho costruita quindi puntata dopo puntata. Avevo deciso che ogni puntata, essendo scritta su un blog, fosse breve(intorno alle 2000/2500 battute) e nelle mie intenzioni avrebbe dovuto mantenere una sua autonomia narrativa e concludersi suscitando nel lettore la curiosità, la voglia di leggerne il seguito. Credo di aver centrato l'obiettivo inizialmente, poi quando ho avuto l'impressione che i personaggi avessero cominciato a girare su se stessi diventando ripetitivi, ho cambiato completamente il contesto descrivendone le nuove caratteristiche (personaggi, ambiente, usi ecc.) e, dopo una successiva serie di puntate, ho fatto confluire le due storie. Sullo sfondo, a spizzico, una voce narrante: la nonna raccontava alla nipote la storia di questa antenata, ricostruita nebulosamente ritrovandone tracce sperse collegate tra loro anche col supporto della fantasia.
Ma non ha funzionato: per tutta una serie di motivi ma soprattutto perché questa scrittura - in diretta - non consente ripensamenti.
A lavoro finito cosa mi ha insegnato? Parecchio direi, soprattutto in negativo: non come fare, ma come non fare.
Tentando un riepilogo:
1 - La storia avrei dovuto averla già costruita nella sua struttura portante.
2 - Come primo tentativo non si dovrebbe andare oltre le 10/15 puntate, una sorta di racconto lungo insomma.
3 - Schede intestate ai personaggi (in alcuni punti la mia memoria ha fatto cilecca)
4 - Il romanzo a puntate richiede rispetto a quello scritto, visto e rivisto nella solitudine della propria casa, nervi molto più solidi perché lo si vive con il giudizio dato alla fine di ogni pagina, quindi il fiato sul collo del lettore turba sia quando c'è, sia quando non c'è.
5 - Credo vada scritto come scaletta per ogni puntata, prima e tutto, e solo rimpolpato di volta in volta.
6 - La suspense tenuta costantemente alta lo colloca nel feuiletton (a meno che non ci si chiami Balzac)
7 - Il blog con le sue regole(velocità, scorrevolezza...) non si presta perché non consente né approfondimenti né descrizioni particolareggiate. Quindi spunta le armi di chi scrive e richiede doti di sintesi e capacità non indifferenti. (vedi richiamo a Balzac)
8 - Preferibilmente fare perno su pochi personaggi circondati da una folla confusa che dia solo colore, quasi scenico, e appoggio ai protagonisti, senza acquisire una individualità che obblighi a perdersi in rivoli che finirebbero per togliere spessore alla narrazione.
Considerazioni positive?
Misurarsi. Sperimentare una modalità espressiva, nel mio giocare con le parole, completamente nuova. E difficile. E questa poi, a ben pensarci, la molla che ci tiene non in vita, ma vivi: prendere le misure ai nostri limiti e ricominciare da capo un po' più ricchi di esperienza e, come quasi sempre succede in questi casi, di umiltà.
Mi piacerebbe sentire il vostro parere.

sabato 24 ottobre 2009

Parole

Era una collezionista di parole: rare, inusuali, passate di moda. Qualcuna trovata sul vocabolario, altre rubate ai dialetti delle nonne per non farle morire con loro. A volte, quando faceva fatica ad addormentarsi, le ripeteva lentamente, ne riempiva la stanza per non lasciare spazio ai fantasmi della notte, per farne tane in cui nascondersi, trovare scampo - anche se soltanto per un istante - al fiato sul collo della vita. Era anche per questo che leggeva: per trovarne di nuove, anche se, a volte, ne inventava una. L'aveva sempre fatto e ricordava ancora quei segni blu che, negando le sue parole inventate, avevano tentato d'imbrigliare anche la sua fantasia, ma senza riuscirci. Lei diceva e scriveva ancora nerovestita e fanfarulla.
Nei giorni di festa, in cui le parole scoppiettano come pop corn, ne faceva ghirlande di cui adornarsi, coltelli quando si difendeva o attaccava, muri quando voleva tenere lontano il mondo. Per amare sceglieva quelle che scivolano in gola, in un gorgoglio dimenticato di liquori fatti in casa, macerando petali di rose selvatiche o lamponi. Un giorno cominciò a incatenarle una all'altra, per non farsele più sfuggire, per imprigionarle come principesse troppo amate e troppo belle, da sottrarre all'altrui desiderio. Fu così che cominciò a scrivere.

domenica 18 ottobre 2009

La risposta

Questa mattina mi sono svegliata molto presto, la casa era gelida, l'inverno qui in Emilia è arrivato di botto, come in questo periodo di variazioni climatiche intense e sottilmente angoscianti succede, e per approdare alle otto del mattino e a una temperatura accettabile, ho preso un libro a caso nel ripiano di quelli ancora da leggere. L'ho aperto: incipit da grande scrittore: "Lo svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico..." Philip Roth così comincia "Pastorale Americana" partendo in sordina e conducendomi per mano in quella cittadina, quelle strade, case, giardini, aule e campi sportivi che ognuno di noi si porta dentro, palcoscenici, che il ricordo ha cristallizzato, di infanzie vissute sperimentando tutta la gamma della felicità e infelicità infantile: le profonde insicurezze, i progetti faraonici, le devastanti delusioni, le immotivate esaltazioni. In contrapposizione netta con le dimensioni fisiche dell'infanzia, tutto esorbita nel bambino travalicando i suoi striminziti confini: tracima e fa strage o salva facendo rifulgere un coraggio che è tale più nei presupposti che nei fatti. Se lo scrittore è Roth (cognome, come ho già scritto in un mio post, che sembrerebbe inchiodare chi lo porta alla scrittura, come un Cristo alla croce), capace di descrivere non un'infanzia ma l'infanzia, il processo d'identificazione è immediato e la sottoscritta... era lì, tornata bambina - bava alla bocca - a smaniare per il ragazzo o la ragazza che assommavano in sé il meglio di tutto ciò che il sole illumina ogni giorno sulla terra. Il mito, ciò che avremmo voluto, e nei sogni più arditi, anche potuto essere. Se...Se? Be', se avessimo avuto una famiglia diversa - grande alibi la famiglia d'origine, anche perché effettivamente una certa influenza nel bene e nel male chi si sentirebbe di negargliela, e ciò dà all'alibi una certa consistenza - se il destino ci avesse consegnato alla nascita qualche dono in più, che ne so, il naso di zia Maria invece della patata, grossa e adunca, che si mangia il viso di mio padre e che con l'età ha assunto una colorazione sanguigna che gli dà l'aria da pagliaccio anche quando fa o tenta di fare quello serio. E poi? Poi tutto il resto che il destino, distratto, ha dimenticato sul fondo della borsa e che è andato a finire sull'ignaro capo di quello che di conseguenza è diventato il Mito.
Riemergo, grazie allo squillo della sveglia e al diffuso tepore che mi riconcilia con l'inverno, dal libro dove in sessanta paginette Roth mi mostra come si scrive. Come lui scrive. Come scrive uno scrittore. E un velo di malinconia scivola sulla domenica ottobrina che mi si spalanca davanti: alla mia domanda "scrittrice o scribacchina" Lui ha già risposto. Lui: Roth. Il grande, grandissimo Roth.

martedì 13 ottobre 2009

Se...

Se ti capita di sentire l'ultimo grido della civetta quando la notte è ancora buia, imbastire una storia su quel grido e avventurarti come un equilibrista impavido che si regga solo sul fiato delle parole

non avere paura

Se davanti all'urlo della folla tu, timida e riservata, hai messo in piazza la tua anima rossa di vergogna come il drappo di un torero

non vergognarti

Se ti capita di vedere un volto sul metrò, una faccia tra cento, maschera che troppe rughe incidono come viottoli resi polverosi dalla calura estiva, e non è carnevale, non più o non ancora

non stupirti

Se ti capita di indossare un'altra vita rubandola con destrezza, come un cappello per sbaglio in un ristorante, annusandone il sangue e il sudore, mentre ti aggiri e scruti e nulla ti sfugge

non sentirti una ladra

Se ti capita di prevedere il futuro perché di una storia hai azzeccato il finale, e allo storpio hai dato la più bella, come se in una notte d'agosto tu avessi potuto scegliere tra tutte una stella

non è per magia

Se ti capita di scrivere di notte, quando gli altri dormono e i sogni si arrendono ai desideri svelando gli incubi nascosti nelle pieghe dell'anima

non farti curare

La diversità non è malattia, né paura, né follia, tanto meno magia
è solo tanta, forse troppa?, fantasia.

lunedì 12 ottobre 2009

Ancora sulla scrittura

E' rimasta lì per una vita, come una bomba inesplosa sepolta sotto pochi metri di terra , la mia passsione per la scrittura. In attesa, mentre io raccoglievo sulle labbra, negli occhi della gente le loro storie, scrutavo invadente ogni volto e alla sera, quando i figli erano a letto e la cucina in ordine, nell'agenda, dove gli impegni si mangiavano ogni scampolo della giornata, infilavo un commento. Di straforo. Ma il tempo, quel tempo di donna che ha una valenza che le ore dei maschi non conoscono, volava. I figli crescevano: adolescenze difficili da figli di separati, venate di rancore. Gli impegni sempre più fitti, le sere che, nella cucina ora in disordine, mi sorprendevano addormentata sui compiti da correggere.

La scrittura richiede calma, tempo e la dedizione assoluta delle passioni. Non potevo permettermela. Ma dentro la mia testa una storia, cento storie si ritagliavano spazi, vite parallele alla mia. Patologicamente distratta, sentivo fioccare le critiche di mia madre, sul lavoro qualche sorrisetto. Quella bomba inesplosa vibrava sotto i miei passi, anche i più leggeri. L'estraneità al mondo che mi circondava aumentava. Invano le mie radici cercavano la loro terra.

Intanto i figli s'incamminavano lungo le strade del mondo, nascevano i nipoti. La cucine ora di nuovo in ordine - a me bastavano un'insalata e un pezzo di formaggio, dopo tanto cucinare - sul tavolo libri e quaderni, ma non quelli dei miei alunni: non insegnavo più.

Il botto non si è sentito quando la bomba è esplosa, la deflagrazione l'ho avvertita soltanto io. Sono volata, come il Barone di Munchausen approdando là dove i segni non vengono lasciati dai passi, ma dalle parole e il tempo lo si misura in pagine sfogliate. Nata dalla scrittura quella terra è una storia.
Un libro la racchiude.

domenica 11 ottobre 2009

Benedetta

Se c'era una cosa che lei non riusciva a reggere era la sofferenza; non soltanto la sua, anche quella degli altri. Quella che nasceva da motivazioni reali, non da paturnie premestruali. Così quando la figlia le arrivò in cucina di primo mattino e le vomitò addosso la sua sofferenza, lei si aggrappò al tavolo come se si trattasse di un tronco trovato in mare dopo un naufragio.
"Ti faccio un caffè?"
Cercava di guardarla quanto meno fosse possibile, come succedeva ai passanti per strada che, quando lei li sorprendeva a fissarla, arrossivano come alunni sorpresi a copiare dalla maestra.
" Non ho voglia di fare colazione".
" Ti farebbe bene prendere qualcosa di caldo..."
La sua risatina la irritò, ma cercò di non darlo a vedere, mentre zuccherava il suo tè.
" Dici?"
" Dico".
" Se permetti contraddico"
" Non me ne frega un fico!"
" E io scappo a Portorico... Ma adesso, basta! Sei grande per questi stupidi giochi. Hai quasi diciotto anni Lodovica. E' arrivato il momento di crescere. Sei una donna!"
" Io non posso crescere".
" Tu non vuoi crescere!"

E crollò a sedere mentre lo sguardo le scivolava su quel naso che sarebbe stato troppo lungo persino per un Pinocchio sorpreso a mentire, sui capelli color stoppa, sugli occhiali dalle lenti spesse. Neanche la bocca era la sua o quella del padre, quel taglio senza labbra che i cromosomi avevano decretato essere la sua bocca, stampato in faccia come una sciabolata, la meravigliava, ancora la stupiva che sputasse parole e non sangue come una ferita.

Aveva scelto quel nome, Benedetta, quando il ginecologo, il camice ancora macchiato di sangue, le aveva detto che non sarebbe sopravvissuta. Ma Benedetta afferrata la vita, aveva stretto i pugni e non l'aveva più mollata. La morte, delusa, aveva alitato il suo soffio su di lei: era cresciuta poco, stentata come un geranio sul davanzale di un vicolo buio. Stortarelle le gambe, grigia la pelle. Soltanto i piedi erano grandi, assurdamente grandi per quel corpicino, come se la voglia di crescere fosse partita baldanzosa e si fosse quasi subito stancata di faticare, afflosciandosi come una vela senza vento.

Lo sguardo indecifrabile della figlia e quel gioco assurdo, con il quale obbligava l'interlocutore dopo le prime frasi a esprimersi in rima, spaventava e devastava la madre.
Ma sapeva che avrebbe potuto fare poco, nulla. Il medico l'aveva detto subito e aveva scosso la testa, imbarazzato.
"Suona, ma teniamolo lontano".
"Devi andare, lo sappiamo".
"Me la darai la mano?"
"Te la darò la mano: andiamo".

Il boato esplose con la violenza di un urlo troppo a lungo trattenuto. Pochi minuti e il silenzio attonito del quartiere veniva squarciato dall'urlo delle sirene delle ambulanze.

venerdì 9 ottobre 2009

Romanzo a puntate I Dellapicca

Sigismondo sbarcò sulle coste dell'Istria, accolto da una folla di curiosi. Dietro a lui scesero lungo la scaletta i passeggeri e i pirati fatti prigionieri. La notizia della vittoria sui predoni del mare passava di bocca in bocca suscitando chiacchiere e commenti, soprattutto su quell'uomo, chiamato Il Veneziano che, con il suo intervento e il coraggio dimostrato nel battersi, aveva capovolto la situazione. Il capitano della nave, dopo avergli restituito l'anello, si era anche scusato con lui, e ora affiancandolo lo stava invitando a entrare nella locanda per brindare al passato pericolo, mentre dietro a loro si andava ingrossando una piccola folla di passeggeri e curiosi.
Maria stava pulendo il bancone, le maniche dell'abito da lavoro arrotolate a scoprirle le braccia piene. Sigismondo la riconobbe immediatamente e, per un istante, ebbe la sensazione di essere ancora l'uomo in fuga approdato a Trieste che in una bettola del porto aveva posato gli occhi per la prima volta su quel volto di donna dai tratti perfetti. Sentendo sbattere la porta d'ingresso, aveva alzato gli occhi e ora lo fissava sbalordita, incapace di fare anche un solo passo. Sigismondo le si avvicinò, mentre lei, ritrovata la voce, gli diceva: "Allora non sei morto nell'incendio" ma senza gettargli le braccia al collo, né dimostrarsi contenta di vederlo.
"Sono stato costretto a nascondermi...E la bambina?" Pronunciando queste parole gli scomparve il sorriso dalle labbra mentre la sua inquietudine contagiava la moglie. La padrona, che si era avvicinata, con una gran risata esclamò, dopo aver lasciato scorrere uno sguardo indagatore sulla veste di velluto e damasco del Veneziano: " Potete prendervi mezza giornata di libertà e festeggiare l'arrivo di vostro marito" disse e ammiccò sguaiata.
Sigismondo e Maria salutarono tutti con un cenno e si allontanarono, raggiungendo la stanza che la donna divideva con la figlia. Infilata la chiave, entrò mentre la bambina le correva incontro, riconoscendo il padre e attaccandosi alle sue gambe. Sigismondo sentì un nodo alla gola e il dolore sordo del rimorso nel petto.
"Non mi hai chiesto notizie del Moro!"
"So che ha salvato te e la bambina" rispose il marito.
"Fosse dipeso da..."
"Hai ragione, ho sbagliato molto, ma ho avuto anche tempo per riflettere. Ricominceremo..."
Maria taceva, silenziosa, fissandolo. Poi, rompendo quel silenzio che si prolungava, gli disse:
"Sono successe tante cose e... non mi sei mancato!"
"E' quel maledetto Moro che ..."
"No!"
La sua abituale arroganza gli affiorò nello sguardo, mentre gli tornavano alla mente le parole del rabbino, le sue spalle improvvisamente curve sotto il peso del dolore della sua gente che aveva dovuto condividere, il ponte del veliero macchiato dal sangue dei morti e, prepotente gli scattò dentro una voglia di presente e futuro che annullasse con la vitalità del desiderio quella sensazione di morte che ancora lo attanagliava. Fece una carezza alla figlia e circondò con un braccio le spalle della moglie, sussurrandole che sarebbe cambiato, chiedendole perdono per tutto il dolore che le aveva causato. Maria lo guardava stupita, la sua bellezza che acquistava una tonalità morbida, calda, alla luce della candela, mentre il marito si toglieva l'anello e glielo infilava al dito, dicendole: "Ho rischiato per la mia stupidità, per la mia arroganza oltre che per la mia vigliaccheria di perdervi..."
Maria si sedette accanto al fuoco, al collo la figlia che si stava addormentando.
"Io voglio sapere che fine ha fatto mia figlia" chiese e lo guardò senza abbassare lo sguardo.
Sigismondo fece un cenno con la testa, mentre mormorava: "E' morta" e aggiungeva "nell'epidemia causata dall'acqua infetta che ha seminato la morte nel ghetto. Era stata affidata a una madre che aveva perso la propria figlia".
"Pensavo l'avessi fatta uccidere" mormorò Maria continuando a fissare il fuoco, le dita contratte sulla figlia che dormiva tra le sue braccia.

domenica 4 ottobre 2009

Romanzo a puntate I Dellapicca

Sotto la guida del Veneziano, galvanizzato da una furia omicida incontrollabile che l'aveva indotto a partire all'attacco, a testa bassa come un toro infuriato, il gruppetto resisteva. Gli assalitori cadevano uno a uno, spaventati anche dagli occhi folli, stretti a fessura, che bruciavano nel volto dal pallore malato su cui l'onda scura dei capelli, come una nuvola nera di tempesta, spioveva in ciocche scomposte, mentre sulle labbra schiumavano imprecazioni e urla che non avevano più quasi nulla di umano. Sigismondo, contro quegli uomini che gli erano balzati addosso, sfogava la rabbia troppo a lungo covata e la disperazione che gli era dilagata dentro, dandogli la sensazione di non avere più nulla da perdere. Incapace di trovare sia il coraggio di uccidersi sia la forza di ricominciare da zero, in quell'aggressione coglieva un modo, una via trasversale di farla finita. Ma il destino aveva per lui altri piani e mentre con la coda dell'occhio, menando fendenti, sbirciava intorno a sé, vide due pirati abbandonare le armi e alzare le braccia in segno di resa. Fece un rapido segno con il mento e alcuni uomini, che si erano riparati dietro a dei sacchi, abbandonarono il proprio nascondiglio, lanciandosi sui due assalitori. Pochi secondi dopo, afferrati e spinti oltre alla balaustra della nave, i due toccavano la superficie dell'acqua... Sigismondo non avrebbe saputo quantificare la durata dell'attacco, né sarebbe stato in grado di dire quanti uomini avesse ucciso, quando il comandante gli tolse la spada dalle mani dicendogli:"Si sono arresi..."
Poi le ginocchia gli cedettero e la vista gli si annebbiò, mentre scivolava a terra quasi perdendo conoscenza. Ebbe appena il tempo d'intravedere per un istante intorno a sé qualcuno che si muoveva cercando di sollevarlo. Le gambe gli ciondolavano e voci gli arrivano all'orecchio, indisponenti, fastidiose come ronzii di zanzare, mentre lo trasportavano, lo adagiavano su un letto, facendolo gemere di dolore. Cercò di opporsi, ma dalle labbra spaccate gli uscì soltanto un lamento, mentre qualcuno lo spogliava e finalmente si abbandonava scivolando nel nulla salvifico di un sonno profondo.
Quando riaprì gli occhi sentì una voce.
"Come vi sentite?"
"Bene" rispose, mentre gli oggetti intorno a lui assumevano contorni precisi.
"Avete fame?"
"Sì"
Si sollevò provando una profonda stanchezza, mentre il marinaio che stava accanto al suo letto
gli metteva davanti un vassoio e il profumo del cibo gli arrivava alle narici.
"Con i saluti del capitano"
Sigismondo mangiò di buon appetito e poi scivolò nuovamente nel sonno, anzi in una sorta di dormiveglia, mentre la porta si apriva e qualcuno entrava chiedendo sue notizie.
"E' questo passeggero che dobbiamo ringraziare per essere ancora vivi e aver salvato il carico. Si è battuto come un leone... Non l'avrei mai detto. E pensare che non volevo nemmeno imbarcarlo. La vita è ben strana e il destino segue strade che noi non conosciamo. Svegliatelo tra non più di un'ora. Tra poco dovremmo intravedere la costa".
Sigismondo, sentendo chiudere la porta, aprì gli occhi. La cabina del comandante era vuota e silenziosa. Erano usciti tutti e dal finestrino filtrava un raggio di sole. Un riverbero azzurro dava al locale l'aspetto di un acquario. Al dito di Sigismondo brillava l'anello con lo stemma de I Dellapicca: un'aquila in volo con un diamante nel becco.

mercoledì 30 settembre 2009

Romanzo a puntate I Dellapicca

Sfinito, Sigismondo dormiva cercando nel sonno rifugio alla sua precaria condizione di fuggitivo privo di punti di riferimento. La giornata volgeva al termine e le prime ombre della notte già si allungavano sul mare incupendolo, quando la fame, che gli borbottava nello stomaco, gli fece aprire gli occhi. Mangiò un po' di brodaglia della ciurma prima di ripiombare in quel sonno animato da incubi e tremori che ormai gli erano diventati abituali.
Raggomitolato nel mantello avvertiva lo schiaffo,rassicurante nella sua ripetitività, dell'onda sullo scafo, ma senza aprire gli occhi, lasciandosi cullare in una sorta di dormiveglia, quando, all'improvviso, ebbe la sensazione che la calma di vento avesse fermato la corsa del veliero. Aprì un occhio, rendendosi conto con stupore che aveva dormito per molte ore: schiariva, infatti, il cielo, lasciando intravedere le grandi vele che pendevano flosce mentre lo scafo, che sembrava inchiodato all'acqua, vibrava come se un lungo brivido lo attraversasse. Si sollevò a fatica guardandosi intorno: i viaggiatori dormivano e un silenzio irreale gravava sul veliero che sembrava sospeso tra cielo e mare, avvolto dalle nebbie umide dell'alba. Sigismondo spalancò gli occhi aguzzando la sguardo. Fu in quel momento che inquadrò la goletta che, dotata evidentemente di rematori, puntava - le vele raccolte - silenziosa e decisa verso la nave, come un predatore su un cucciolo sperso.
Corsari o pirati?
Il tramestio improvviso alle sue spalle gli fece capire che non era stato l'unico a scorgere il veliero a bordo del quale già si distinguevano uomini armati.
"Tentativo di arrembaggio". L'urlo passava di bocca in bocca, scatenando il terrore che si disegnava sui volti ancora inottusiti dal sonno dei passeggeri. In pochi secondi, mentre si aprivano i boccaporti e uscivano i marinai, armati alla meno peggio, in un calpestio di passi, ordini che rimbalzavano dall'uno all'altro, pianti di donne, preghiere sussurrate e imprecazioni, la nave corsara si affiancava. Aggrappati alle corde, piombavano sulla tolda dell'imbarcazione, urlanti come diavoli scatenati, gli assalitori. Cozzarono le spade e tuonarono i fucili, volarono i coltelli brillando sotto i primi raggi del sole nascente, mentre alcuni marinai e il capitano, asserragliati a poppa, tentavano di difendersi e i viaggiatori cercavano rifugio scivolando tra i contendenti, scendendo all'interno della nave o acquattandosi dietro ripari improvvisati in preda al terrore.
Sigismondo, che non era armato, si trovò di fronte uno dei pirati che roteava una sorta di scimitarra. Riuscì con un balzo a evitare il primo fendente, ma il secondo stava per abbattersi su di lui, intrappolato in un angolo che non gli consentiva possibilità di scampo, quando un provvidenziale pugnale centrò l'uomo davanti a lui in pieno petto. Mentre un'espressione di sorpresa si disegnava sul suo volto, il corsaro si afflosciava, abbandonando l'arma che stringeva tra le mani, nel tentativo di afferrare il manico del coltello, conficcato nel suo petto. Sigismondo afferrata la scimitarra si lanciò, urlando tutta la sua rabbia, contro uno degli assalitori.
Il sangue gli salì agli occhi e la rabbia che aveva covato dentro, come un fuoco mai spento, gli esplose nello sguardo, gli urlò sulle labbra, diede forza e agilità alle sue gambe, mentre menando fendenti a destra e manca, vedeva cadere intorno a lui, sotto i suoi colpi furibondi, colorono che tentavano di opporglisi. Qualcuno, incoraggiato e spronato dal suo esempio, gli si affiancò. Dopo alcuni minuti erano già un gruppetto e guadagnavano terreno resistendo agli assalti. Sigismondo, alla testa del gruppo, il corpo inzuppato di sudore macchiato dal sangue dei feriti, un colpo di striscio dei quali gli aveva quasi staccato una manica che gli roteava intorno alla spalla, incrociava la sua lama con quella di chi aveva davanti.
Sull'inferno che si era abbattuto sulla nave, sulle facce dei morti, sulle urla dei moribondi, sul terrore, lo sgomento e il furore dei vivi, lento e inesorabile si alzava il sole.

sabato 22 agosto 2009

Ultima recita a Venezia

Erano anni che non tornava a Venezia, in quella città che era stata fondale perfetto delle sue recite e, quindi, dei suoi cambiamenti. Almeno i più importanti. La prima volta in cui l'aveva vista le aveva dato in dono le radici, a consentirle un'appartenenza che fino a quel momento non aveva posseduto. Era da quelle viuzze strette, avare di sole, che venivano i bisnonni, e a quelle tose chiare, bionde e snelle lei assomigliava nel fisico, mentre nel carattere che andava delineandosi il gusto dell'ambiguità, il desiderio di mascherarsi e svelarsi cominciavano a affiorare, anticipando quella sensibilità sofferta che sarebbe stata la struttura portante della sua caratterialità.
Aveva attraversato i suoi ponti e goduto dei suoi tramonti da innamorata, più dell'amore che degli uomini che glielo avevano fatto scoprire, mentre i palazzi, come comari chiacchierone schierate ad assistere a uno spettacolo, facevano ala allo splendore della sua giovinezza.
Era tornata a Venezia con gli alunni e con i figli, a spiegare, didattica, con la guida tra le mani, a chi quella bellezza non voleva o poteva cogliere, particolari di un insieme che era rimasto nebuloso, indistinto. Forse a causa sua? Avrebbe dovuto esprimere le emozioni che la attanagliavano a tradimento scoprendo piazzette sfiorate dal sole, abitate da gatti acciambellati sui davanzali tra vasi di basilico nell'umidore greve delle calli? Avrebbe dovuto indurli a tacere per sentire la voce dell'acqua e i sussurri che gli amanti, imprigionati nei giochi e nelle bugie dell'amore, si scambiano nelle notti estive?
Ma lei non amava scoprirsi o forse non poteva farlo. Quando le bugie nella gondola barocca l'avevano fatto arrossire più dei velluti svelati dalla luna, quella luna troppo grande per i riquadri stretti di cielo che le calli possono concedere, lei si convinse che la verità, come la luna, si deve prendere a piccole dosi...
Poi gli anni passarono, troppo impegnata a crescere i figli per avere tempo e voglia di cambiare, finché una mattina prese il treno e tornò a Venezia. Splendeva la città, appena sfiorata di sghembo da quella luce che gli ori impreziosivano, sfumandola nell'aria. Sbilenca ondeggiava facendole percepire la fatica e l'orgoglio della sua lotta quotidiana con l'acqua che la segnava di ferite. Rispecchiandosi in quelle ferite, lei capì che la libertà non può che essere lotta quotidiana e sorridendo annuì, lanciando un pezzo di pane a un gabbiano, mentre prendeva il notes e cominciava a scrivere. Era questo che voleva fare nell'ultimo scampolo di esistenza che la vita le concedeva - pensò, mentre il sipario calava, come sempre quando si è capito tutto o quasi, implacabile, sulla ultima recita della sua vita.

giovedì 20 agosto 2009

Romanzo a puntate I Dellapicca

"Zastros, Zaastrooos... "
La voce di sua madre gli arrivò all'orecchio, portata dal vento, mentre con altri due ragazzini lottava rotolando nella polvere.
Si fermò, esitante, e il pugno lo colse di sorpresa, atterrandolo. Si voltò furente sibilando "Vigliacco", gli occhi ridotti a due fessure dorate che comunicavano bagliori di odio, ma i due erano già in piedi, in fuga, sollevando polvere che, ultima umiliazione, gli si depositava sul viso mischiandosi al sudore e al moccio che gli scendeva dal naso.
"Zaastrooos...".
"Vengo" borbottò alzandosi e incamminandosi verso il sentiero sterrato che portava alla casa in pietra di cui s'intravedeva il tetto e dalla quale, avvicinandosi, giungeva un suono di violino e chitarra, nonché lo scalpiccio che produce un impiantito di legno percorso da ballerini.
Dopo pochi minuti sotto il porticato si stagliava la figura di sua madre: l'abito della festa con le stringhe incrociate a sorreggere e mostrare il seno ampio che scoppiava dal corsetto. Il volto, arrossato dal cibo e dal ballo, tondo e pieno, sotto il fazzoletto annodato dietro e portato basso sulla fronte all'uso slavo.
"Brutto figlio di un diavolo rabbioso, guarda come ti sei conciato. Hai fatto a botte di nuovo? Manco al matrimonio di tua zia sei capace di comportarti come si deve? Guarda il tuo vestito nuovo" e,prendendolo per un orecchio, concluse, trascinandolo all'interno della casa, lungo il corridoio buio che portava a una grande sala "Sarà tuo padre a punirti".
"Blanko, Blanko guarda come si è ridotto tuo figlio... Ha fatto a pugni come al solito!" e la donna si fermò, le mani sui fianchi davanti al marito che stava innalzando il bicchiere e inneggiando ai due "novizi" che, arrossendo, sorridevano e ringraziavano.
" Ha ragione tua madre, figlio mio... " ma il ragazzino, mentre lo sguardo si rifaceva sfuggente come quello di un gatto selvatico, mormorò "Erano i fratelli Sokol!" prima di piantarsi davanti all'uomo in attesa. "Sei sicuro?" e l'indolente mollezza dell'uomo scomparve di colpo, mentre afferrato il ragazzino ripercorreva con lui il corridoio sbucando sotto il portico e lanciando un lungo sguardo indagatore tutto intorno. "Hanno osato avvicinarsi e, da quei vigliacchi che sono, attaccarti in due contro uno, ma conoscendoti... sono sicuro che gli avrai fatto mangiare la polvere..."
Il ragazzo taceva evitando lo sguardo del padre che, dopo aver nuovamente lanciato uno sguardo in direzione del bosco agitando minacciosamente il pugno, e aver detto al figlio " Eh, tua madre..." senza attendere la risposta del ragazzo, continuò: "Sì, lo so, lei vive nella paura, ma è una donna, figlio mio!" e, ridendo e allungandogli un buffetto sulla testa, concluse "Le femmine, ancora non lo sai, sono il miele - quello migliore, d'acacia - nella vita di un uomo, ma l'onore è il sale. Un uomo senza onore è come una minestra senza sale: insulso, insipido!"
Il ragazzino ascoltava attento. Silenzioso.
"E, ora, rientriamo e godiamoci la festa, il bello è appena cominciato!"
La madre, uscita a cercarli, li incrociò lungo il corridoio. Sospettosa. Il marito le mise un braccio intorno alla vita e chinandosi le sussurrò all'orecchio "Non preoccuparti per il ragazzo: è un maschio ed è arrivato il momento che sia io, io suo padre, a educarlo. Non vorrei me lo trasformassi in una donnetta. E ora andiamo a ballare che questa è la canzone che hanno suonato anche al nostro matrimonio..."
La donna al suo fianco ridacchiò, lanciandogli un'occhiata invitante, gli occhi chiari che brillavano nel viso scurito dal sole, azzurri come il mare che occhieggiava tra i rami degli alberi laggiù dove le colline si adagiavano come gatti accucciati a bagnarsi le zampe nell'Adriatico. Il sole calava lentamente sul paese abbarbicato alla collina e sui boschi che scendevano rincorrendosi giù, giù fino al mare che circondava la penisola istriana.(continua...)