domenica 2 agosto 2009

Romanzo a puntate I Dellapicca

Maria fu svegliata dal chiarore che filtrava dalla finestra e da una sensazione di fastidio che, da vaga, si faceva, mentre prendeva coscienza, più precisa. La testa le ronzava e la camera, quando scivolò giù dal letto, prese a girarle attorno come una trottola. Uscì senza fare rumore e raggiunse la cucina. Si riscaldò un po' di latte e lo buttò giù, ma l'aveva appena ingoiato quando un violento dolore allo stomaco la fece quasi crollare su una seggiola. Un minuto dopo vomitava il latte, mentre una domanda angosciosissima si faceva strada dentro di lei. " Che giorno era? IL venti, no il ventuno...Oh, Santo Paradiso, aveva un ritardo di cinque giorni. Un ritardo mestruale e il vomito potevano significare una cosa soltanto: era di nuovo incinta! Il ricordo del parto le tornò alla mente e, violento dentro di lei, scattò il rifiuto per quella maternità. Non era un altro figlio che non voleva: era un figlio di Sigismondo, di quell'uomo che non stimava, che la teneva chiusa in gabbia, che non l'amava e probabilmente non l'aveva mai amata. Era il frutto, quella creatura che le cresceva dentro, di quegli amori coniugali frettolosi, invadenti, che iniziavano e si concludevano senza una parola, senza una carezza. Abbracci che la lasciavano insonne a fantasticare su possibili fughe, mentre il respiro del marito si faceva regolare e profondo e il senso di estraneità che lei provava la faceva raggomitolare sul bordo estremo del letto ad aspettate il primo chiarore dell'alba per alzarsi e darsi da fare, dare gli ordini per il pranzo a Teresina e scendere a controllare il magazzino. Con la merce scaricata dalla stiva della Capinera, era di nuovo pieno e le vendite andavano benissimo. Il problema, come al solito, riguardava Sigismondo, che aveva perso molto denaro al gioco e che attingeva continuamente alla cassa, nonstante le sue proteste e le sue raccomandazioni.
L'arrivo di Teresina, alla quale fu sufficiente notare il pallore della padrona e il pavimento sporco di vomito per mettersi le mani nei capelli, la distolse dai suoi pensieri. La ragazza borbottando:" La xe de novo incinta. Gesù Maria questa no la ghe voleva", si affrettò a passare lo straccio sul pavimento, aggiungendo: "E' il nostro destino di donne, dobbiamo avere pazienza", ma Maria, guardandola con decisione, le rispose: "Vestiti, devi andare dalla levatrice e spiegarle la situazione. Ho avuto pazienza fino a questo momento, ora basta!So che ci sono delle pozioni a base di erbe..."
La domestica impallidì:" Non vorrà prendere quella porcheria. Una mia cugina è morta con quella roba e poi...". "E poi, cosa? E' un peccato! Perché portarmi via una figlia non è stato un peccato? E ora non voglio discutere con te. Domanda alla levatrice quello che ti ho chiesto e quanto vuole. E ora fila che el sol magna le ore e io ho un sacco di cose da fare. Quando Teresina uscì dalla cucina lei la seguì e, percorso il corridoio, entrò nella camera dove il marito dormiva ancora, si avvicinò al lettino della figlia e la osservò, a lungo, pensosa, mentre quel bambino dentro di lei diventava reale, e ne immaginava i capelli, gli occhi, il carattere. E lo vedeva già gattonare per casa e ridere e ascoltare, a bocca spalancata, le sue favole.
Come sarebbe stato quel bambino fantasticato che lei non poteva e non voleva mettere al mondo in quel momento? Avrebbe avuto bisogno di tutta la sua forza per scacciare il desiderio che la vista del Moro aveva riacceso in lei, doveva tenere saldamente in mano le redini della famiglia e degli affari. Doveva pensare a quella figlia, la cui serenità dipendeva da lei, e doveva cercare l'altra, scoprire se fosse ancora viva, nelle mani di chi, magari poco amata se non maltrattata, umiliata. Si voltò, un'espressione di odio negli occhi, lo sguardo che scivolava sul corpo massiccio del marito. Togliendole la figlia l'aveva punita, ma anche perduta e, mentre un pianto silenzioso la scuoteva, dopo essersi chinata a prendere la figlia, badando a non fare rumore, scivolò fuori dalla stanza.

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