sabato 15 maggio 2010

La casa delle bambole - racconto a puntate -- (n°21)






"Tua, nostra figlia.... " balbettai, aggiungendo "Non posso parlarne per telefono".
" Immagino sia una cosa seria... " e, dopo una lieve esitazione, deciso, mi comunicasti che saresti partito immediatamente, chiedendomi ancora, prima di riagganciare: "E' all'ospedale... è ferita?""No", ti risposi; poi quelle poche parole "E' in pericolo!" ma, dopo un secondo, avevi riagganciato e lentamente appoggiai la cornetta. Anch'io. Ripresi a
vagare per la casa, senza riuscire a fare nulla o quasi. Maldestramente cercavo, non sapevo nemmeno cosa: vuotavo cassetti sul pavimento, frugavo tra oggetti inutili, dimenticati. Dopo un po' il disordine della casa finì per riflettere quello della testa, che era un groviglio di ricordi spezzati, frammentati, immagini che mi attraversava, scomparendo, come su un treno in corsa, attimi rubati alla vita dallo sguardo di un viaggiatore incollato al finestrino. Di bambole nemmeno l'ombra.
Quando sentii suonare alla porta mi accorsi che stava scendendo la sera, gli oggetti sfumavano nell'oscurità che entrava dalle finestre. Accesi la luce e andai ad aprire.
Quanti anni erano passati dall'ultima volta in cui l'avevo visto? Non lo sapevo, non li avevo contati, ma lui mi sembrò eguale: alto, magro, quel sorriso che curva, come allora,  le labbra ma non accende gli occhi, quei suoi occhi chiari che cambiavano colore come l'acqua di quella Venezia con cui viveva in simbiosi. Ora,  intorbiditi, avevano il colore dei canali d'inverno, e comunicavano la stessa sottile angoscia.
Mi abbracciò e io respirai il suo odore, quel profumo di dopobarba - sempre lo stesso - tabacco, spartiti musicali e polvere. Che scema, erano gli spartiti musicali ad avere il suo odore, non viceversa. Mi rigurgitavano dentro Vivaldi, Albinoni, Marcello e la leggerezza nervosa delle sue mani che scivolavano sulla tastiera, mentre la musica sembrava accordarsi con la voce dei canali e con le sonorità morbide e roche della parlata veneziano. Anni vibranti di emozioni e suoni, in quella città che di prepotenza s'incuneava tra terra e cielo a rompere quegli azzurri che si moltiplicavano cangianti  fino all'orizzonte, senza soluzione di continuità.
"Te son uguale, non te son cambià" gli sussurrai e lui ridendo "Sempre bea anca ti" mi rispose, in quel dialetto, triestino il mio, veneziano il suo che, fin dal nostro primo incontro era stato la nostra lingua, quella che avevamo scelto per comunicare, la lingua in cui si ama, si odia e si canta fin da bambini.
Poi, in cucina, mentre preparavo gli spaghetti, gli raccontai tutto; lui mi ascoltava disorientato, dandomi l'impressione di considerare poco credibile il mi racconto.
"Perché hai continuato a frequentarla anche quando ti sei resa conto... " mi chiese, aggiungendo: "Non è per non crederti, ma è una storia strana... Tua madre"  e, mentre io balbettavo confusa, lui mi guardava con quell'attenzione che aveva sempre messo in tutto ciò che faceva, che lo caratterizzava: un anelito di perfezione che a volte sembrava bruciarlo, sfinirlo, o a volte sfiorare la pedanteria, cozzando contro il mio disordine balcanico, le mie insicurezze, una distimia che affondava le radici nel disamore della mia infanzia. Oppure no? Non sapevo più niente: non avevo più certezze, soltanto paura.
"Mia madre è morta, e non potrà più aiutarmi" gli mormorai in un sussurro.
" Oh mio Dio, mi dispiace..." E allungò una mano sfiorandomi con le dita.
Da quanto tempo non dividevo un pasto con un uomo, non ne incrociavo lo sguardo che scivolando sulla mia bocca si fermava un secondo di troppo?"
"E se ci rivolgessimo alla polizia?"
La sua domanda mi riportò bruscamente a quell'angoscia che era ormai parte di me e con me respirava e parlava e guardava.
"E' da escludersi!" gli risposi perentoria.
In quel momento lo squillo del telefono tagliò l'aria.
Io, mettendomi un dito davanti alla bocca per invitarlo a non fare rumore, sollevai la cornetta. (continua...)

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