martedì 7 febbraio 2012

La bontà è obsoleta?



Ricordo che negli ormai lontani anni della mia infanzia la bontà era un valore. Ho avuto la fortuna di crescere in una città di provincia, rassicurante, un po' sonnolenta dove i bambini potevano ancora giocare nei cortili e per strada. Eravamo una bella banda di ragazzini, una banda con un nocciolo duro formato da mia sorella, i figli della migliore amica di mia madre ed io. Gli altri non erano sempre presenti: andavano e venivano, dando vita ad un ricambio che rendeva il gruppo piuttosto variegato. Ad un'analisi superficiale i bambini possono risultate buoni, forse perchè la bontà è spesso sentita come una forma d'innocenza e l'innocenza siamo soliti ricondurla all'infanzia.
Eppure ricordo bambini cattivi.
Mi chiedo cosa caratterizzi in modo inequivocabile la cattiveria dalla bontà. Penso sia la risposta emotiva alla sofferenza dell'altro da sé. Ho visto alcune volte brillare, davanti al racconto delle mie peripezie, negli occhi di chi mi stava ascoltando una soddisfazione, quasi una gioia, quasi sempre imprigionata in una forma di pietismo, per renderla accettabile socialmente. Non dobbiamo dimenticare che viviamo in un Paese cattolico, la cattiveria non è valore cristiano e quindi deve essere dissimulata. La persona cattiva gode delle disgrazie altrui, indipendentemente dal fatto di averle provocate, magari per soddisfare il bisogno di una vendetta personale, comportamento forse discutibile ma che avrebbe comunque una propria valenza giustificativa.
Oggi la bontà è guardata con sospetto, quasi fosse un valore superato, obsoleto e non è difficile intuirne la ragione. Il mondo è dei vincenti e ciò che dà la misura del valore sociale di una persona è il denaro.
Mi chiedo se si possa essere buoni e vincenti contemporaneamente.
Non credo.
La vittoria dell'uno comporta la sconfitta dell'altro, è l'altra faccia della medaglia, è il saldo zero che alla fine deve risultare a livello globale, fatti tutti i conti. Lo sconfitto soffre e il vincente percorre la sua strada con, davanti agli occhi, il dolore che provoca.
La bontà è debolezza?
E' vulnerabilità?
No, non credo. Penso che la persona buona soffra molto più di quella cattiva di fronte a tutto ciò che provoca dolore nell'altro da sè, quindi è molto sensibile, per esempo, all'ingiustizia, di qualunque tipo d'ingiustiza si tratti. Ma dipenderà dalla forza, intendo forza d'animo, la sua reazione di fronte al dolore.
La forza d'animo, caratteristica diversa dalla bontà, può rendere accettabile la difficile convivenza con la bontà.
Nel secolo appena trascorso, poi, la psicoanalisi ha proposto una chiave di lettura diversa sulle motivazioni che porterebbero allo sviluppo di una caratterialità rispetto ad un'altra. L'influenza dell'ambiente, familiare o sociale che sia, integrandosi o sovrapponedosi a quella che, in maniera forse semplificata, chiamiamo indole, patrimonio che ci trasmettono i cromosomi, rende ancora più complessa l'analisi dei comportamenti.
Per la psicanalisi in un uomo cattivo ci sarebbe sempre un bambino poco amato o maltrattato e questo è comprensibile perché l'obiettivo di fondo della disciplina psicoanalitica è quello di contenere la sofferenza trovando alibi giustificatori per ogni comportamento deviato. La religione perdona i cattivi, a patto che si pentano, la psicoanalisi li giustifica, a patto che si distendano per un congruo numero di anni, a pagamento, sul lettino dell'analista.
Mi chiedo come mai nessun dolore, nessuna catastrofe personale riescano a cambiare la struttura portante della personalità... Quando mai abbiamo visto una persona cattiva diventare, realmente, buona?
Ho capito che il presidente Mario Monti la considera un difetto...


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