lunedì 9 marzo 2009

Storie di donne

"Quando Nina Simone ha smesso di cantare" di Darina Al-Joundi e Mohamed Kacimi, storia autobiografica di un'adolescenza e giovinezza vissute in guerra, porta il lettore per manonei labirinti senza tempo e soprattutto senza senso in cui la guerra imprigiona anche i civili,trasformandoli in anime perse, morti viventi dallo sguardo raggelato e folle che è il solo che possa convivere con la morte. La protagonista attraverso una scrittura scarna, denudata di ogni enfasi, deprivata di aggettivi che qualifichino l'orrore, va alla scoperta dell'amore, della sessualità, della coscienza di sè, nella devastante cornice della guerra e nell'illusoria sensazione di essere, almeno interiormente, libera: per indole e per educazione.
La pace nel suo paese, però, non la libererà dalla guerra. Sarà il suo essere donna all'interno di una cultura in cui non si riconosce, saranno i pregiudizi, l'esigenza di scegliere la propria vita al di fuori e al di sopra di ogni tipo di appartenenza, a imporle nuovamente un "esterno" inaccettabile. Fuggirà allora e definitivamente dalla sua terra dove "gli uomini sono ossessionati dalle apparenze, ingabbiati dalle tradizioni, consunti da Dio, divorati dalle loro madri, rosi dai soldi..." alla ricerca di un modo e un tempo per dimenticare e, forse, ricominciare.

sabato 7 marzo 2009

Qualcuna nemmeno si muove, tanto poi arriva il nove

“A tuo padre sarebbe piaciuto avere un maschio”. Breve momento dedicato al sospiro, di rimpianto per quell’ometto rimasto nel mondo dei sogni, poi, fasulla, la rassicurazione “Ma è stato felicissimo quando sei nata tu.”
Ma va! Almeno mia madre avesse aspettato qualche annetto a dirmelo, in modo da mettermi nella condizione di replicare. Dal televisore del soggiorno mia figlia canticchia all’unisono con Cristina D’avena “Oh lady, lady, Lady Oscar, come un moschettiere batterti sai tu…” Anche la sottoscritta si è battuta come un moschettiere, chissà se mio padre sarebbe stato orgoglioso di me? Ormai non posso più chiederglielo.
Oggi è il sette marzo: la nebbia si sfalda, sfuma, intravedo di nuovo il profilo delle colline, morbide come fianchi di donna. La bellezza femminile, che è di tutte le donne, di questi nostri corpi lisci e curvilinei disegnati con il compasso, ma che in alcune deborda, straripa e incanta. E ingabbia. “Per una donna conta soltanto la bellezza” e l’occhio di mia madre mi soppesava, critico, scivolando sulle mie prime rotondità, appena accennate, sul mio viso in ansia.
“ E…io? Sono bella?” “Tua sorella è più bella” , poi, nuovamente fasulla, la rassicurazione “ma sei un tipo”. Cosa vuol dire “un tipo”? Lo specchio mi inchiodava, rimandandomi un’immagine che non riuscivo a definire, che gli altri dovevano delineare consegnandomela accompagnata da una valutazione di merito. Se fossi piaciuta sarei stata bella. Dovevo piacere. Le donne devono piacere
A costo di massacrarsi camminando sui trampoli, strappandosi peli, soffocandosi in corpetti, forandosi le orecchie, liposuzionandosi e arrivando a fracassarsi il naso come pugili per ricostruirselo alla francese. Ancora oggi? Soprattutto oggi!,almeno così sembrerebbe, poiché viviamo nella società dell’immagine, in una società dove il predominio maschile è ancora una certezza e dove la crisi economico –finanziaria in atto sta rimandando a casa le donne. La battaglia per l’emancipazione femminile langue, le donne sono disorientate, non sanno in quale direzione muoversi.
Molto più tutelate delle loro madri e nonne sotto il profilo giuridico, rischiano ancora molto a uscire sole di casa alla sera, pagano spesso con la vita la decisione di ribellarsi al marito o al compagno, sono gravate della cura dei figli molto più degli uomini e discriminate sul lavoro, ma, ciò che è più grave, non hanno ancora affrontato, in massa, la palude melmosa e invischiante del loro rapportarsi con l’affettività nei legami con la madre, il compagno, i figli e le altre donne. C’è ancora molta strada da percorrere, in salita e accidentata, ma le donne sono forti, molto forti anche se, spesso, poco coscienti della loro forza, della tenacia, dell’intelligenza, dell’intuito e della sensibilità femminili.
Dalla copertina di “ Wired” Rita Levi Montalcini si mostra in tutta la sua decadenza di donna e grandezza di scienziata e oggi mi sembra un segnale positivo. Un giornale nuovo, al suo primo numero non esibisce una delle tante “bellone” di turno, ma punta il suo obiettivo fotografico su una donna, quasi centenaria, che non ha avuto figli e che, quando viene intervistata, non parla dei suoi amori, ma dei suoi progetti professionali e delle sue scoperte di scienziata, ammettendo anche, con insopprimibile grazia femminile, la sua vanità che ancora oggi le fa scegliere gli abiti che indossa, i gioielli e l'acconciatura con grande cura. La scelta editoriale di questo giornale mi gratifica, oggi come donna, molto più di un rametto di mimosa.
Forza ragazze di belle speranze: questa donna straordinaria con il suo sguardo altero e consapevole ci indica una strada: seguiamola!

mercoledì 4 marzo 2009

Perché la lettura

Perché leggo? Perché senza la lettura non ci sarebbe la scrittura. Perché sono una collezionista di parole, perché quando da bambina ne inventavo una, e me la sottolineavano con la matita blù, mi sentivo come se mi avessero chiuso una porta in faccia.
Leggo perché con le parole ho costruito tane nelle quali infilarmi per scappare dalla vita, ho descritto le mie angosce, ho espresso i miei desideri, ho fatto chiarezza sui miei bisogni.
Perché ogni parola è una chiave che dà accesso all'ignoto, perché con una chiave si apre una porta e si chiude un portone. Perché è un bagaglio leggerissimo che mi porto dietro e che mi ha salvata in circostanze difficili, invisibile ma insostituibile.
Perché rispetto alla comunicazione gestuale, quella verbale gode di un'ambiguità che la carica di mistero, perché consente di fingere e permette di svelare, di spaziare, di sentire un gusto senza mangiare, di vedere un luogo senza esserci mai stati, di provare un'emozione senza vivere il fatto che l'ha generata.
Perché in un mondo ancorato al denaro, e di questo schiavo, è gratuita. Perché amo della parola l'ambivalenza che può renderla pietra, lama di coltello, bolla di sapone o soffio di vento.
Amo la lettura perché non è abitudine ma passione, è amore a prima vista, forse l'unico che non ti tradisce, non invecchia e non ti abbandona. Mai.

martedì 3 marzo 2009

Vecchie ricette per nuove crisi?

E' crisi nera, nerissima ragazzi...Cosa fare? Il capitalismo, che ha dimostrato fino a questo gravissimo crac di essere sempre stato in grado di trovare al proprio interno un antidoto ai suoi peggiori mali, sta collassando come sistema economico, nonché come sistema sociale di valori, oppure sta soltanto affrontando una delle sue più difficili crisi? Questo sarebbe il primo punto da chiarire perchè o i governi stanno tenendo in vita uno zombi, clinicamente già morto, oppure la strada imboccata per uscire dalla crisi, anche se con storture ed errori, ha un senso. Nei paesi che sono stati i fautori del libero - liberissimo - mercato stiamo assistendo ad una virata senza tentennamenti verso forme di economia mista. Niente di nuovo sotto il sole: ci pensò già Roosvelt con il "New Deal" e noi, in Italia, dando vita all'I.M.I e all'I.R.I. Ma è la strada giusta? Sono operazioni di salvataggio (bancario) che hanno il respiro corto o costituiscono una inderogabile priorità per la salvaguardia, nel caso dell'Italia, del Sistema Paese? L'intervento non dovrebbe essere ben più articolato? Se non salviamo le banche, mettiamo in ginocchio le imprese (e le famiglie).
Ma se non incrementiamo i consumi le imprese ce le giochiamo lo stesso. Quindi dovremmo aumentare la capacità di spesa delle famiglie. Come? Non aumentando stipendi e salari nominalmente (le imprese non sarebbero in grado di aumentare il costo del lavoro essendo già poco competitive) ma facendo ciò che il governo Prodi aveva iniziato a fare: ridurre le tasse e i contributi sociali ai lavoratori, recuperando, per non peggiorare la situazione del debito pubblico, il gettito perduto con la la lotta all'evasione fiscale. Manovra ineccepibile sotto il profilo economico,ma irrealizzabile, almeno con l'attuale compagine parlamentare e governativa, sotto il profilo politico. Le famiglie avrebbero speso di più, le imprese avrebbero ridotto il costo del lavoro, il maggior reddito sarebbe andato a favore di fasce che hanno una maggiore propensione al consumo.. Sarebbe partita, forse, la ripresa dei consumi.
Last but not least, la manovra sarebbe stata anche corretta in termini di redistribuzione del reddito: quindi avrebbe ridotto il rischio di tensioni sociali di cui il Paese in questo momento non ha bisogno.
L'altro punto importante riguarda la regolamentazione del mercato, che lasciato a se tesso e alle sue leggi ha dimostrato di sapersi e soprattutto volersi muovere privilegiando un unico obiettivo: soldi, soldi e ancora soldi. Il denaro è diventato un valore, il più importante, l'unico...con quali nefaste ricadute al di fuori del campo economico è sotto gli occhi di tutti. Bisognerebbe costituire un organismo in grado di controllare - dopo avere stabilito norma a tutela dei risparmiatori che altro non sarebbero che tutta la normativa bancaria mandata in soffitta negli ultimi quindici anni per sostituirla con le regole del gioco che hanno consentito a un'élite di manigoldi di creare una crisi mondiale - i ...controllori, cioé le banche centrali. Qui sullo sfondo occhieggiano le tensioni tra l'area dell'euro e quella del dollaro, problema politico prima che economico di non poco conto.
Se, ripeto, ci troviamo di fronte a una crisi, sia pure gravissima, di un sistema economico e di valori che pur in difficoltà ancora regge... ma se il malato dovesse essere ormai agonizzante, allora ci sarebbe da sbizzarrirsi con la fantasia e la bravura per creare veramente un mondo nuovo: con nuove teste, sangue giovane, l'occhio lungo che guarda al futuro, non il nostro che si rivolge al passato masticando o rimasticando vecchie soluzioni per problemi che, probabilmente, sono assolutamente nuovi, in aggiunta a quelli annosi che la mia generazione non è stata in grado di risolvere.

lunedì 2 marzo 2009

Luna d'agosto

Quando le ombre della sera allungavano fantasmi violetti sui muri delle case, e il giorno era già un ricordo da riporre nella memoria di un tempo perduto, lui scendeva lungo la strada che portava alla balera. Camminava al centro della via, le case intorno, riconoscendo in lui un vincitore, sembravano inchinarsi al suo passaggio. Vestiva sempre di nero, ma non si confondeva con il buio della notte.
Dal suo corpo emanava un’energia pronta a a esplodere, tenuta al guinzaglio, a fatica, come un’animale addestrato ad uccidere. Sempre solo, si materializzava come per magia, con quel suo passo che era già un preludio di danza. Entrava nel locale che, per un istante, tratteneva il fiato. Lui scivolava sulla pista da ballo, dava un colpo di tacco, quasi saggiasse la resistenza del pavimento mentre i suoi occhi scivolavano sui presenti. Si fermava quel suo sguardo senza dubbi, senza domande, sul tavolino d’angolo al quale si avvicinava lento mentre la donna, seduta con le braccia conserte, in attesa, accennava un sorriso. Allungava il braccio e lei si alzava, appoggiando con grazia di colomba la sua mano su quella dell’uomo. Un attimo dopo già volteggiavano sulla pista da ballo. L’orchestra suonava soltanto per loro. Le prime note del tango scivolavano sui loro volti che la luce del locale in penombra lasciava intravedere, e sembravano accarezzarli. Si muovevano in simbiosi, le gambe di lei, che lo spacco generoso dell’abito svelava, disegnavano immaginarie figure geometriche che accendevano di desiderio gli occhi degli uomini. La schiena s’inarcava, guizzavano i muscoli sotto pelle, il collo si rovesciava e il volto dell’uomo si avvicinava, la sfiorava, la sala tratteneva il respiro, ma lei voltava il capo, di scatto, riprendendo a volteggiare. L’orchestra che, con uno stacco aveva esaltato quell’istante, concludeva infine con lo strazio dei violini. Si scioglievano dal loro abbraccio, quindi lui la riaccompagnava al tavolo e, con quel suo passo, che sembrava trattenere ancora la musica nei muscoli, usciva dal locale.
La strada lo ghermiva, avvolgendolo nel buio della notte come un cavaliere infreddolito nel proprio mantello, ogni sera, ma soltanto nel mese di agosto quando la luna è così grande, così lucente, così incombente da rendere l’immaginario, realtà.

domenica 1 marzo 2009

Ridono anche i lillà

'Primavera vien cantando?' Non direi. Appollaiata come un pappagallo sul trespolo davanti alla scrivania ingombra di carte, lascio scivolare lo sguardo oltre la finestra. Il pino del giardino spezza la monotonia ovattata della nebbia. Non si vedono nemmeno le macchine sulla strada. Per un attimo gialli occhi rotondi appaiono per sparire così velocemente da dare la sensazione di un' illusione ottica. La nebbia mi assedia, mi isola dal mondo.
Il cane dei vicini abbaia infastidito, la padrona lo zittisce.
Mi affaccio alla finestra: il giardino s'intravede appena. Non tubano le tortore... e i merli? Dove sono i merli? E' stato un inverno interminabile, freddo, nevoso.
Un guizzo.
Un guizzo rosso?
Sulla nebbia il mio sguardo rimbalza, come su un volto ottuso. Il silenzio mi avvolge eppure ho la sensazione, per un istante, di una risatina sommessa.
'Sht, shht...' E no, qualcosa c'è. Si ripara dietro al tronco. Aguzzo lo sguardo e incrocio due occhietti. Due occhietti?
Spalanco la finestra.
Il muro di gomma della nebbia mi si para davanti. C'è un silenzio irreale, notturno, non giustificato alle nove del mattino, nemmeno dalla presenza di questa nebbia fitta e spessa come un panno bagnato di pioggia.
Sento aumentare la mia inquietudine. Altro guizzo, altra risatina.
Sono una persona razionale: non credo ai fantasmi, agli gnomi...Ah, ah, ah. Ah, ah, ah?
Il giardino ride, sommessamente ma ride, sottolineando, con lenti movimenti dei rami lucidi di umidità dei roseti, dei lillà e delle ortensie, una sorta di ironica presa in giro della sottoscritta.
'Silenzio!'urlo.
E il giardino, che la nebbia rende impalpabile come un pizzo, sembra obbedirmi.
Non mi sono ancora svegliata - penso, perlomeno non del tutto. Chiudo la finestra decisa a farmi un caffè bello forte e a chiudere fuori quel mondo che la nebbia ha reso ambiguo, poco percettibile per i miei sensi. Entro in cucina, lo sguardo mi cade sul tavolo: al centro, un vaso di ceramica azzurra. Azzurra non rossa. La risatina anima la mia disordinatissima cucina
'Ah, ah, ah, a chi credi di comandare?'
La strana creatura allunga un piede e inizia a crescere, crescere, diventa sempre più grande,invade la cucina, mi schiaccia contro il muro. Vedo rosso, soffoco, tento di gridare: tu, tu tuuu...Cos'è questo rumore? Allungo una mano: la sveglia smette di berciare. Mi strofino gli occhi, finalmente sveglia.
Un muro di nebbia bussa alle mie finestre: gialli occhi rotondi appaiono per sparire così velocemente da dare la sensazione di un'illusione ottica. Il silenzio della stanza si anima di una risatina sommessa...

sabato 28 febbraio 2009

Bora scura

Io amo il vento, anche se m’innervosisce e mi disturba il sonno.
Quando vivevo ancora a Trieste e lo sentivo annunciarsi con il suo inconfondibile mugghio, diventavo allegra e vitale. Ora, mi basta uno stormir di fronde e lei, la Bora signora delle steppe, contagiandomi con la sua follia, s’impadronisce dei miei ricordi.
“ Te ga visto quel mato?”
“ Dove? “
“ Vicin la porta, no ‘l va né dentro, né fora…”
“ Dighe qualcossa”
“ Ciò mulo, te son nato in barca?”
Nella mia città, forse per questo motivo, l’estraneo non è il signore (che sta passando, fumando, chiacchierando) , ma “el mato”, e il mare che s’infrange schiumando sulle panchine di Barcola o sul Molo Audace invade anche il linguaggio.
Il mio è un dialetto che si colora di azzurro, di mare, ad ogni istante e - quando dopo numerosi tentativi di aprire l’ombrello senza farlo rivoltare, in giornate in cui vento e pioggia si azzuffano, riusciamo a ripararci dalla pioggia - ci sarà spesso qualcuno nei paraggi che dirà sorridendo “Dai e dai, la barca va sui pai”.
Da bambina lo temevo, odiavo il suo soffio gelato che scivolava sulla pelle, carezza rubata che m’infastidiva. Odiavo contendergli il berretto che a volte, a tradimento, mi strappava di dosso facendolo, tra le risate dei compagni, volare in cielo o tra le onde. Fino a quel giorno…
Il mare rabbrividiva in onde stizzite, sotto la sferzata del vento, quella mattina d’aprile; le rocce bianche del Carso già si macchiavano di verde. Il mio ragazzo voleva portarmi in barca. Sopra le nostre teste nuvole in corsa sempre più veloci… e il vento che aumentava ululando in raffiche furibonde. Improponibile l’uscita in barca. Lui insisteva dichiarandosi marinaio provetto
Il mio bikini, rosso come un segnale di pericolo, nascosto nella cartella. Mi convinse.
Ricordo quel cielo violetto, poi nero; le prime gocce di pioggia che già diventavano scroscio, torrente. Acqua, da tutte le parti; il vento un turbinio che rese la barca ingovernabile.
Ci salvò, rimorchiandoci a riva la Guardia costiera.
I nostri genitori, convocati alla Capitaneria di Porto, entrarono con una faccia da far paura.
Avevamo pure fatto “fogone”, non andando a scuola. Per mesi non mi fecero uscire e quella primavera fu particolarmente ventosa. Chiusa in casa a riflettere cominciai a dialogare con il vento, a coglierne le avvisaglie e a ritirare subito la biancheria dallo stenditoio, a valutarne la forza, ad addormentarmi nonostante il suo urlo senza tregua. Divenne parte del mio mondo, compagno rumoroso in quelle giornate interminabili e solitarie. Ancora oggi, la nostalgia della sua voce mi assale a tradimento e mi riporta in un istante alla mia sofferta giovinezza. Alle velocità del vento!