Kappa si sfilò il casco con un gesto stanco. Rassegnato. Dorina lo osservò freddamente mentre diceva:"Non immaginavo che, a lungo andare, la maschera diventasse il volto".
Poi, mentre lei continuava a tacere, le chiese: "Quali sono gli ordini che hai ricevuto?"
"Ti riporteremo a Urano" gli rispose, aggiungendo "Ti studieranno"
La risata aspra di Kappa l'interruppe "Finirò in un laboratorio?" "Io ho soltanto l'incarico di riportarti a casa" lei gli rispose.
"Ti chiedo un ultimo favore" mormorò l'uomo "Accompagnami al mio albergo, voglio portare con me alcuni ricordi del mio viaggio sulla Terra. Non fuggirò, te lo prometto, mi localizzereste immediatamente..e poi, sono molto stanco".
Si alzarono e, dopo pochi minuti, raggunsero l'albergo di Kappa.
Salirono.
Entrarono nella stanza: Kappa si avvicinò alla finestra.
" Perché i due mondi privilegiano l'alternatività rispetto alla complementarietà? O uraniano o terrestre, perché non uraniano e terrestre? Perché non solo razionale, consequenziale ma anche fantasioso, impulsivo, emotivo e creativo? Ogni scelta presuppone una rinuncia a una parte di sé, una lacerazione. Sulla Terra aveva appreso la lingua dei sentimenti, avrebbe voluto insegnarla agli abitanti del suo pianeta, ma era stata una speranza vana la sua, un'illusione. L'avrebbero isolato, trattato come una scimmia da circo, connotato come diverso. Possibile che non si capisse il potenziale di arricchimento insito nella complementarietà?"
Dorina lo guardava: sul volto soltanto l'attenzione richiesta dall'ascolto. Provò per lei una pena profonda e, mentre scavalcava il davanzale volando nel vuoto, un sorriso gli addolcì il volto.
Dorina lo guardò toccare l'acqua e sprofondare senza più riemergere.
"Kappa 22 deceduto. Missione conclusa senza contaminazioni ulteriori. Rientriamo alla base".
Si tolse la tuta similpelle e la testa umana e la fece volare nel canale. Recuperando i corpi avrebbero pensato a un amore impossibile. In quella città assurda, irreale come un palcoscenico teatrale, qualunque follia sarebbe stata credibile e i blogger si sarebbero scatenati il giorno dopo con le ipotesi più fantasiose. Il confine tra realtà e fantasia per i bipedi umani era talmente labile che non ci sarebbero stati problemi.
Azerò i computer, poi, silenziosa e efficiente Kappa 32 uscì dalla stanza.
martedì 14 aprile 2009
Nostalgia
Le vie strette mi ricordavano la geometria del ghetto che, da bambina, a Trieste, attraversavo per arrivare alla casa di mia nonna. Identica la mancanza di luce, l’arcobaleno dei panni stesi ad asciugare, le rachitiche piante sugli stretti davanzali. Percorrevo le calli incrociando i canali che esibivano casa ferite dall’acqua, macchiate di muffa verdastra che ne intaccava l’intonaco facendone affiorare l’ossatura in pietra o mattoni. Mi avevano parlato tanto di questa città e io la osservavo, un po’ delusa, fino a quando, socchiusi gli occhi, cercai di sentirla oltre che vederla: questa Venezia sbilenca che sembrava galleggiare sull’acqua, come un paese visto in sogno, ondeggiante, come i santi portati a spalla tra i fumi d’incenso di una processione. Non era una città vera, era una città sognata, un luogo della fantasia. Le mie orecchie percepivano quel frangersi leggero dell’onda contro qualsiasi cosa ferma quasi a volerla scardinare e quella parlata molle strascicata, rigorosamente dialettale, quasi a voler rivendicare un passato da gran dama che può ancora imporre le sue debolezze come scelte. Perché se l’acqua che cinge Trieste, la mia città, è ampiezza, respiro, promessa di avventura e di fuga, a Venezia, umida e stantia, l’acqua assedia e non incornicia, ma è città nella città, che colma i suoi canali, circonda le sue fondamenta, mormora e sussurra. Acqua stantia che non si rinnova, è acqua di laguna nella quale la città si riflette, con i suoi eccessi di ori, smalti, marmi pallidi e aerei come pizzi, finestre che si allungano verso il cielo lasciando intravedere interni preziosi. Splendida e decadente, è, non a caso, il fondale perfetto per il gioco delle maschere. La finzione che la maschera rappresenta e esaspera richiede un palcoscenico adeguato e Venezia si presta al gioco perché tutto a Venezia: gondole, calli, Piazza San Marco, la luna che scivola sul Canal Grande è spettacolare, unico e teatrale.
venerdì 10 aprile 2009
Kappa prende due piccioni con una fava
Non restava che una cosa da fare: indagare, sì, scoprire la verità, diventando da inseguito, inseguitore! Sbirciò dalla finestra. L'uomo che lo pedinava doveva essersi mimetizzato. Si tolse la testa da umano e, libero da interferenze emotive, attivò le protesi che gli permettevano notevoli estensioni sensoriali. Individuò immediatamente il suo inseguitore, mimetizzato sotto un casco da motociclista e fasciato in una tuta di pelle nera che lo rendeva difficilmente riconoscibile, ma non ai mezzi visivi potenziati dell'uranoide. Avrebbe copiato Ics, Punto di Domanda, come aveva soprannominato l'uomo che gli era stato messo alle calcagna, si sarebbe bardato nello stesso, identico modo, e forse avrebbe "preso due piccioni con una fava". Sorrise, rendendosi conto che stava usando un linguaggio che non era il suo, ma che faceva ormai parte della creatura dai contorni incerti che in lui si stava delineando. Uscì in fretta, poi, approfittando di una distrazione di Ics, infilò la porta scorrevole e girò nel primo vicolo alla sua sinistra, seminando il suo inseguitore. Non era ancora passata un'ora quando, in perfetta tenuta da motociclista, si piazzava davanti all'albergo di Dorina, mimetizzandosi tra la folla.
La pioggia aveva smesso di cadere e un pallido sole autunnale diffondeva per le calli una tonalità di luce ambrata che scivolando sui palazzi ne evidenziava tutta la decadente bellezza.
Alcuni venditori ambulanti offrivano la loro merce decantandone ad alta voce la qualità. Lo sciabordio dell'acqua amalgamava i suoni dando loro il ritmo morbidamente cadenzato di una ballata. Kappa controllava l'uscita dell'albergo.
Eccola! Indossava un cappotto rosso, borsa in tinta e, intorno al volto chiaro dai tratti minuti, quasi un'aureola da santa, l'ombra fulva dei capelli. Era un'apoteosi di rossi che sembrava essere scaturita dal pennello di Tiziano.
Si guardò intorno, incerta, poi con passo esitante si diresse verso di lui.
Il sole, che accendeva il rosso dei capelli, le illuminava lo sguardo nel quale una domanda affiorava mentre, accostandolo, gli sussurrava:" Cosa fai qui?" (continua)
La pioggia aveva smesso di cadere e un pallido sole autunnale diffondeva per le calli una tonalità di luce ambrata che scivolando sui palazzi ne evidenziava tutta la decadente bellezza.
Alcuni venditori ambulanti offrivano la loro merce decantandone ad alta voce la qualità. Lo sciabordio dell'acqua amalgamava i suoni dando loro il ritmo morbidamente cadenzato di una ballata. Kappa controllava l'uscita dell'albergo.
Eccola! Indossava un cappotto rosso, borsa in tinta e, intorno al volto chiaro dai tratti minuti, quasi un'aureola da santa, l'ombra fulva dei capelli. Era un'apoteosi di rossi che sembrava essere scaturita dal pennello di Tiziano.
Si guardò intorno, incerta, poi con passo esitante si diresse verso di lui.
Il sole, che accendeva il rosso dei capelli, le illuminava lo sguardo nel quale una domanda affiorava mentre, accostandolo, gli sussurrava:" Cosa fai qui?" (continua)
giovedì 9 aprile 2009
Noi siamo il futuro
Ieri sera da Santoro sfilano di nuovo le immagini devastanti del terremoto, si accendono le polemiche e gli schieramenti contrapposti si delineano con chiarezza, mentre le magagne stantie di un Paese che non cambia, l'intreccio melmoso di politica e mafia, il volto bieco del potere che esibisce pietismo perché non ha anima per esprimere pietà, occupano la scena. Poi in quel dejà vu arcinoto irrompe un soffio di freschezza: due ragazzi sono davanti a un microfono nel luogo dell'orrore: poche parole di lui, un po' impacciato di fronte alle telecamere, poi, il microfono passa a lei. Sicura, dice, ripete, ribadisce decisa quel suo "Noi siamo il futuro, il vostro futuro e ci dovete tutelare, ci dovete permettere di averlo, di viverlo questo futuro.."
Scatta, sentito, l'applauso. Intuisco che soltanto dalla loro forza vitalistica scaturirà il cambiamento e che, se un futuro non glielo concederemo, giustamente se lo prenderanno perché è loro di diritto, per legge di natura. E mi rinasce dentro la speranza mentre quel volto, serio e deciso di ragazzina diventata donna in una notte di terrore, mi riconcilia con la vita.
Scatta, sentito, l'applauso. Intuisco che soltanto dalla loro forza vitalistica scaturirà il cambiamento e che, se un futuro non glielo concederemo, giustamente se lo prenderanno perché è loro di diritto, per legge di natura. E mi rinasce dentro la speranza mentre quel volto, serio e deciso di ragazzina diventata donna in una notte di terrore, mi riconcilia con la vita.
terremoto show
Lo schermo inquadra il presidente del Consiglio, vestito di nero. In segno di lutto? Senza cravatta, con un maglione girocollo come chi, scaraventato giù dal letto, si fosse infilato il primo indumento capitatogli tra le mani. Nei giorni successivi l'abbigliamento sarà lo stesso. Chi vuole può pensare che sia in piedi da tre giorni con addosso gli stessi abiti. Ha in testa un casco. E' l'immagine dell'efficienza, non disgiunta dalla competenza. Non dimentichiamoci che a lui si devono le repliche in serie (anche se in formato ridotto) di Milano: Uno, Due ecc. Franceschini, invece, se ne va solo, soletto a fare un giro tra le rovine. Non vuole disturbare nessuno, né tanto meno pubblicizzare e sfruttare per altri fini questa sua passeggiata, della quale, tanto per fare due chiacchiere con gli amici al bar, ci dà subito comunicazione e attraverso un canale, quello televisivo, che viene usato solo, come sappiamo, per confidenze susurrate.
Le polemiche, in questo momento, sarebbero di cattivo gusto, nonché decisamente inopportune.
Chiedersi il perché di tanti, troppi morti per una scossa di terremoto che in altri paesi, che presentano gli stessi rischi sismici, avrebbe causato qualche danno e pochissime vittime, è fare polemiche. E quando ce le dovremmo porre queste domande? Quando incrociamo l'argomento sulla Settimana Enigmistica?
Questo "perché?" balbettato, susurrato o urlato, l'abbiamo letto sulle labbra dei genitori che aspettavano, davanti alle macerie, che li venissero restituiti se non i figli, almeno i loro corpi. Si leva da tutto il Paese una domanda, una richiesta di spiegazioni, di chiarezza. Rispondere che non è il momento equivale a non rispondere perché, se non è questo, in cui la gente ha perso parenti, casa, ogni sicurezza, qual è?
Importante sembra essere cavalcare la tigre, aumentare la propria popolarità, studiare l'effetto scenico nei minimi particolari. Devo dirlo: ci troviamo di fronte a grandi attori e a uno spettacolo a effetto; c'è un solo problema: i morti, come la disperazione e l'orrore, non sono comparse, sono veri.
Le polemiche, in questo momento, sarebbero di cattivo gusto, nonché decisamente inopportune.
Chiedersi il perché di tanti, troppi morti per una scossa di terremoto che in altri paesi, che presentano gli stessi rischi sismici, avrebbe causato qualche danno e pochissime vittime, è fare polemiche. E quando ce le dovremmo porre queste domande? Quando incrociamo l'argomento sulla Settimana Enigmistica?
Questo "perché?" balbettato, susurrato o urlato, l'abbiamo letto sulle labbra dei genitori che aspettavano, davanti alle macerie, che li venissero restituiti se non i figli, almeno i loro corpi. Si leva da tutto il Paese una domanda, una richiesta di spiegazioni, di chiarezza. Rispondere che non è il momento equivale a non rispondere perché, se non è questo, in cui la gente ha perso parenti, casa, ogni sicurezza, qual è?
Importante sembra essere cavalcare la tigre, aumentare la propria popolarità, studiare l'effetto scenico nei minimi particolari. Devo dirlo: ci troviamo di fronte a grandi attori e a uno spettacolo a effetto; c'è un solo problema: i morti, come la disperazione e l'orrore, non sono comparse, sono veri.
mercoledì 8 aprile 2009
Il dubbio
La sera calava sulla città e lo sciacquio dell'acqua sovrastava ogni altro suono nelle calli ormai quasi deserte. Kappa camminava con apparente disinvoltura, conscio di essere seguito. Teneva d'occhio l'approdo dei vaporetti, pronto a balzare sul primo mezzo in arrivo. Probabilmente l'uomo alle sue spalle l'avrebbe seguito. Intravide alla sua destra una sagoma in movimento che puntava sull'approdo. Scartò in quella direzione e con un salto salì a bordo. Con la coda dell'occhio registrò una presenza alle sue spalle e, lentamente, con assoluta disinvoltura si girò, appoggiandosi alla parete divisoria che era quasi dietro alle sue spalle. Alzò gli occhi e incrociò uno sguardo, attento e...vagamente ironico. L'uomo, vestito di nero, era alto, ben piantato ma, facendo queste considerazioni Kappa non potè fare a meno di notare in lui una sorta di perfezione estetica eccessiva: era finto! Sì, finto come lui, inguainato in una simil pelle, ciglia troppo lunghe e ricurve, bocca perfettamente disegnata, mascella quadrata, denti scintillanti. Intorno a loro la folla anonima che prendeva il vaporetto per recarsi a scuola o al lavoro: adolescenti brufolosi, ragazze dal girovita abbondante, giovani uomini con gli occhiali e un accenno di calvizie, uomini un po' più maturi inquartati, massaie dalle gambe forti.
Due ragazze sedute in prima fila li avevano notati: si distinguevano nettamente, erano troppo perfetti per passare inosservati. Avrebbe mandato un rapporto a Urano quella sera stessa corredato di fotografie della folla che vagava per la città. Lui e il suo pedinatore sarebbero stati crdibili soltanto a una sfilata di Armani, ma lì in mezzo all'anonima moltitudine stipata sul mezzo di trasporto cittadino, attiravano decisamente l'attenzione. Scese alla fermata successiva. L'uomo lo seguì. Kappa avrebbe potuto, impegnandosi, seminarlo. Ormai conosceva bene la città, ma decise di non farlo e con lentezza studiata arrivò davanti al suo albergo. Entrò, salutato dal portiere.
Con la coda dell'occhio vide che l'uomo che l'aveva seguito, si fermava a osservare la vetrina di un negozio.
Prese l'ascensore e salì.
Era partito da Urano l'ordine di seguirlo? Qualcosa li aveva insospettiti?
Entrò nella sua stanza e si distese sul letto. Il profumo di Dorina aleggiava nella stanza, il desiderio del suo corpo minuto e tiepido gli salì dal ventre intorpidendogli il cervello. Dietro alle palpebre abbassate la sua bellezza gli danzò davanti agli occhi, mentre un pensiero gli saettava nella mente, logico e consquenziale: non era anche Dorina un po' troppo perfetta? Si addormentò con quella domanda piantato nella mente come un chiodo conficcato a martellate. (continua)
Due ragazze sedute in prima fila li avevano notati: si distinguevano nettamente, erano troppo perfetti per passare inosservati. Avrebbe mandato un rapporto a Urano quella sera stessa corredato di fotografie della folla che vagava per la città. Lui e il suo pedinatore sarebbero stati crdibili soltanto a una sfilata di Armani, ma lì in mezzo all'anonima moltitudine stipata sul mezzo di trasporto cittadino, attiravano decisamente l'attenzione. Scese alla fermata successiva. L'uomo lo seguì. Kappa avrebbe potuto, impegnandosi, seminarlo. Ormai conosceva bene la città, ma decise di non farlo e con lentezza studiata arrivò davanti al suo albergo. Entrò, salutato dal portiere.
Con la coda dell'occhio vide che l'uomo che l'aveva seguito, si fermava a osservare la vetrina di un negozio.
Prese l'ascensore e salì.
Era partito da Urano l'ordine di seguirlo? Qualcosa li aveva insospettiti?
Entrò nella sua stanza e si distese sul letto. Il profumo di Dorina aleggiava nella stanza, il desiderio del suo corpo minuto e tiepido gli salì dal ventre intorpidendogli il cervello. Dietro alle palpebre abbassate la sua bellezza gli danzò davanti agli occhi, mentre un pensiero gli saettava nella mente, logico e consquenziale: non era anche Dorina un po' troppo perfetta? Si addormentò con quella domanda piantato nella mente come un chiodo conficcato a martellate. (continua)
Inorridisco
Inorridisco. Mentre ancora si scava e si aggiorna il numero dei morti, qualcuno si chiede il nome dell'impresa che ha costruito in una zona sismica un ospedale di cartapesta. Provate a indovinare? Fate un piccolo sforzo. Si chiama Impregilo. L'avete già sentita nominare? E' di casa nei palazzi del potere.
La stessa che lavora sulla Salerno-Reggio Calabria e ha appena ottenuto un prolungamento della consegna dei lavori di altri tre anni, previo finanziamento.
La stessa che ha vinto l'appalto per la costruzione del Ponte di Messina.
La stessa che dovrà costruire sul nostro territorio le centrali nucleari.
A febbraio 2007 l'assetto azionario di Igli risultava composto in modo paritetico, al 33%, dalle società Argofin (gruppo Gavio), Autostrade (Famiglia Benetton) e Immobiliare Lombarda (gruppo Ligresti). Prima la società era della Fiat.
La stessa che lavora sulla Salerno-Reggio Calabria e ha appena ottenuto un prolungamento della consegna dei lavori di altri tre anni, previo finanziamento.
La stessa che ha vinto l'appalto per la costruzione del Ponte di Messina.
La stessa che dovrà costruire sul nostro territorio le centrali nucleari.
A febbraio 2007 l'assetto azionario di Igli risultava composto in modo paritetico, al 33%, dalle società Argofin (gruppo Gavio), Autostrade (Famiglia Benetton) e Immobiliare Lombarda (gruppo Ligresti). Prima la società era della Fiat.
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