mercoledì 8 luglio 2009
Bla, bla, bla tra le rovine
I Grandi a passeggio tra le rovine, immortalati sorridenti tra le rovine, chiacchierano. Sentendo parlare tedesco avranno tremato anche i pochi muri rimasti in piedi, che solo le pietre ormai ricordano: i vecchi, testimoni dell'orrore, non ci sono quasi più. Gli ultimi se li è portati via il terremoto, in quelle case di sassi e sputo, là tra le montagne d'Abruzzo. Ora il silenzio calerà, come un falco, a riprendere possesso dei luoghi. Per grazia di Dio i morti non hanno voce, per grazia di Dio i morti non possono urlare!
martedì 7 luglio 2009
Caduta libera e leggerezza
Le era caduto un dente, non proprio caduto come succede ai bambini, con il dente nuovo che già biancheggia, rassicurante. Si era spezzato a metà, un po' più di metà.
Si era guardata allo specchio, meravigliata, poi angosciata.
Quando era esploso il sollievo? Realizzando che era finalmente successo ciò che da anni temeva, che la faceva stare malissimo. Era uno dei suoi incubi ricorrenti: quante volte si era svegliata in piena n0tte, sudata, una mano sulla bocca a verificare che ci fossero ancora, quei bastardi. A ogni caduta o estrazione nuova il dentista appariva più falsamente ottimista e nel guardarla - il maledetto, a bocca socchiusa, mentre lei spalancata fino alle tonsille cercava, senza riuscirci, di assumere un'aria dignitosa - le proponeva qualche diavoleria, sempre più invasiva e costosa. Era per questo motivo che lui sorrideva a trentadue denti: non solo perché li aveva tutti, ma anche perché allo sdentarsi di lei ampliava la villa al mare.
E così pensò che avrebbe dovuto brindare: uno in meno contro cui combattere, che non avrebbe prodotto ascessi o granulomi e non si sarebbe cariato rintronandola di dolore proprio nelle due settimane di ferie in un'isola greca. E avrebbe dovuto piangere? Tutto ciò che possiedi ti possiede - aveva detto qualcuno e lei stava sentendo un gustino, un incredibile sapore di... di? Era la libertà che sapeva di panna?
Non aveva più la paura terribile che le succedesse: era successo, era sopravvissuta, era libera di vivere senza quel dente. Ormai era tutto in caduta libera: che sollievo lasciarsi andare, lasciar cadere tutto ciò che era attratto verso il basso. Legge di gravità si chiamava, ma abbandonarvisi apriva le porte alla leggerezza. I vecchi che ricordava nei suoi anni infantili erano sdentati e le vecchie quando ridevano si coprivano la bocca con la mano, in un insopprimibile rigurgito di civetteria. Liberarsi dal peso, non di essere, ma di fingersi giovani: ridere ignorando le zampe di gallina intorno agli occhi, sfidare il sole in pieno viso, accettando l'abbinamento di un'anima ferita dalla vita con un corpo altrettanto logoro, il passo stanco, di correre verso il nulla, poiché al capolinea ci si arriva lo stesso e, mentre si va, guardarlo questo mondo che è ancora lì, bellissimo e grottesco, con i nostri occhi gonfi ma esperti e sempre e comunque curiosi.
Con un sorriso sdentato attese il tonfo.
Si era guardata allo specchio, meravigliata, poi angosciata.
Quando era esploso il sollievo? Realizzando che era finalmente successo ciò che da anni temeva, che la faceva stare malissimo. Era uno dei suoi incubi ricorrenti: quante volte si era svegliata in piena n0tte, sudata, una mano sulla bocca a verificare che ci fossero ancora, quei bastardi. A ogni caduta o estrazione nuova il dentista appariva più falsamente ottimista e nel guardarla - il maledetto, a bocca socchiusa, mentre lei spalancata fino alle tonsille cercava, senza riuscirci, di assumere un'aria dignitosa - le proponeva qualche diavoleria, sempre più invasiva e costosa. Era per questo motivo che lui sorrideva a trentadue denti: non solo perché li aveva tutti, ma anche perché allo sdentarsi di lei ampliava la villa al mare.
E così pensò che avrebbe dovuto brindare: uno in meno contro cui combattere, che non avrebbe prodotto ascessi o granulomi e non si sarebbe cariato rintronandola di dolore proprio nelle due settimane di ferie in un'isola greca. E avrebbe dovuto piangere? Tutto ciò che possiedi ti possiede - aveva detto qualcuno e lei stava sentendo un gustino, un incredibile sapore di... di? Era la libertà che sapeva di panna?
Non aveva più la paura terribile che le succedesse: era successo, era sopravvissuta, era libera di vivere senza quel dente. Ormai era tutto in caduta libera: che sollievo lasciarsi andare, lasciar cadere tutto ciò che era attratto verso il basso. Legge di gravità si chiamava, ma abbandonarvisi apriva le porte alla leggerezza. I vecchi che ricordava nei suoi anni infantili erano sdentati e le vecchie quando ridevano si coprivano la bocca con la mano, in un insopprimibile rigurgito di civetteria. Liberarsi dal peso, non di essere, ma di fingersi giovani: ridere ignorando le zampe di gallina intorno agli occhi, sfidare il sole in pieno viso, accettando l'abbinamento di un'anima ferita dalla vita con un corpo altrettanto logoro, il passo stanco, di correre verso il nulla, poiché al capolinea ci si arriva lo stesso e, mentre si va, guardarlo questo mondo che è ancora lì, bellissimo e grottesco, con i nostri occhi gonfi ma esperti e sempre e comunque curiosi.
Con un sorriso sdentato attese il tonfo.
lunedì 6 luglio 2009
Il tempo passava
Il caldo fondeva il cervello in quell'estate che si annunciava torrida.
Seduta davanti a un tavolino, i gas di scarico che si diffondevano nell'aria a zaffate aspre e regolari, in quella Milano che nessuno si sarebbe più sognato di bere, pensava.
" Cosa le porto?"
" Qualcosa di fresco.."
" Alcolico o analcolico?"
" Una coca..."
Aggiunse" Non ghiacciata."
Poi rise con quella risata di gola, gorgogliante. Qualcuno si voltò a guardarla e lei gli fece un gestaccio con la mano. Poteva farle male: più di quella lettera che aveva ritirato al Centro Tumori?
Il tempo passava: l'aria non sapeva più di croissant, sui tavolini arrivavano insalate e panini farciti, mentre il traffico s'ingolfava e i clacson facevano a gara a chi ululava più forte.
Il tempo passava.
Caffè in tutte le varianti possibili, per essere efficienti.
'Milano non è città per perdenti' ...pensò.
Il cameriere cominciava a osservarla.
Ordinò un caffè. Con panna.
Il tempo, ritmato dalle campane di qualche chiesa che gareggiava con il rumore del traffico, scampanava a ogni volger di ora. ' Din, don, campanon, tre civette sul canton che facevano l'amore con la figlia del dottore...
Le sei.
Le sette.
Il caffè si svuotava nella sera che, spintonando il giorno, prevaleva.
Nel condomino di fronte si accendeva di luce il riquadro di una finestra.
Strade deserte e gracchiare di televisori.
Il cameriere puliva i tavolini con uno straccio umido e guardandola appoggiava l'indice della mano sull'orologio che aveva al polso, sollevando un sopracciglio.
Poi abbassava a metà la serranda del bar. Rumorosamente.
Il tempo passava o era già passato?
Lei non lo temeva più.
Il cameriere la ricordava, seduta sempre nell'ultimo tavolo in fondo.
Prendeva il caffè, sempre con la panna.
Seduta davanti a un tavolino, i gas di scarico che si diffondevano nell'aria a zaffate aspre e regolari, in quella Milano che nessuno si sarebbe più sognato di bere, pensava.
" Cosa le porto?"
" Qualcosa di fresco.."
" Alcolico o analcolico?"
" Una coca..."
Aggiunse" Non ghiacciata."
Poi rise con quella risata di gola, gorgogliante. Qualcuno si voltò a guardarla e lei gli fece un gestaccio con la mano. Poteva farle male: più di quella lettera che aveva ritirato al Centro Tumori?
Il tempo passava: l'aria non sapeva più di croissant, sui tavolini arrivavano insalate e panini farciti, mentre il traffico s'ingolfava e i clacson facevano a gara a chi ululava più forte.
Il tempo passava.
Caffè in tutte le varianti possibili, per essere efficienti.
'Milano non è città per perdenti' ...pensò.
Il cameriere cominciava a osservarla.
Ordinò un caffè. Con panna.
Il tempo, ritmato dalle campane di qualche chiesa che gareggiava con il rumore del traffico, scampanava a ogni volger di ora. ' Din, don, campanon, tre civette sul canton che facevano l'amore con la figlia del dottore...
Le sei.
Le sette.
Il caffè si svuotava nella sera che, spintonando il giorno, prevaleva.
Nel condomino di fronte si accendeva di luce il riquadro di una finestra.
Strade deserte e gracchiare di televisori.
Il cameriere puliva i tavolini con uno straccio umido e guardandola appoggiava l'indice della mano sull'orologio che aveva al polso, sollevando un sopracciglio.
Poi abbassava a metà la serranda del bar. Rumorosamente.
Il tempo passava o era già passato?
Lei non lo temeva più.
Il cameriere la ricordava, seduta sempre nell'ultimo tavolo in fondo.
Prendeva il caffè, sempre con la panna.
Romanzo a puntate (I Dellapicca)
La carrozza si fermò davanti all'imboccatura della strada che, infilandosi tra le case, portava al ghetto, nell'intreccio dei vicoli che la sera colmava di silenzio e ombre minacciose.
" Aspettami qui!" intimò Sigismondo al cocchiere, scendendo in fretta con quella neonata urlante tra le braccia, per addentrandosi, quasi di corsa, lungo la via in fondo alla quale, svoltato l'angolo, sorgeva l'abitazione che cercava. Si guardava intorno sospettoso, rintronato da quel pianto disperato che gli martellava dentro e che si lasciava dietro un' eco che risuonava cupa, di vicolo in vicolo, quasi a urlare di fame e disperazione fosse l'intero ghetto. Finalmente riconobbe il portoncino. Bussò e, a voce alta per farsi udire, disse il suo nome.
Sentì il rumore del chiavistello e, dopo pochi secondi, si trovò nell'ingresso.
" E' tardi! Cosa volete?"
" Devo parlare assolutamente con il signor Gospez" rispose Sigismondo.
" Non potreste tornare domani?" e la voce della donna denotava una certa irritazione.
" No! " rispose perentorio Sigismondo mentre dal corridoio, alle spalle della donna, si udiva un rumore di passi e una voce che diceva:" Lo conosco, fallo entrare Genoveffa."
Sigismondo s'infilò in quel budello buio e, seguendo l'ombra massiccia che lo precedeva, entò nello studio.
L'uomo passò dall'altra parte della scrivania e poi si accomodò sulla sedia: le mani in grembo a sottolineare l' attesa. Muto.
Sigismondo si sedette a sua volta con la neonata, urlante tra le braccia che rivelava una goffaggine in lui insolita, non in linea con il personaggio.
L'uomo che lo fronteggiava non diceva una parola, limitandosi a osservarlo.
Il veneziano sospirò, inspirò una boccata d'aria e poi, a voce bassa, come se ogni parola pronunciata lo sfinisse dentro, disse: "Mia moglie ha partorito due gemelle, poche ore fa..."e sollevò il fagotto, scostando la coperta per esporree alla luce della lampada a olio
la neonata. Il vecchio le lanciò una rapida occhiata e, mentre un sorriso gli increspava le labbra, disse:" Complimenti, è una bellissima bambina."
" Peccato che non sia mia figlia..." borbottò Sigismondo.
" Non siete il primo" e continuò " non sareste l'ultimo a allevare un figlio non vostro. La paternità, a differenza della maternità, si acquisisce con la frequentazione, pian piano. Non provereste sentimenti diversi se fosse vostra figlia, quindi presumo che il problema riguardi l'impossibilità di nascondere il tradimento a chi vi conosce e, forse, la persona che..."
" E' inutile giriate intorno al problema: sapete, come tutti in città, che il mio socio, meglio sarebbe dire il mio servo, è, non solo un negro di grande prestanza fisica, ma anche l'unico ammesso nella mia casa, alla mia mensa... Che il demonio se lo porti, che gli abissi marini si rinchiudano su di lui "
" Con la nave e la mercanzia dietro?" concluse il vecchio e l'ironia questa volta non era nemmeno velata.
" Voi dovete trovarlo e riportarlo qui" ordinò Sigismondo.
" Non posso promettervi nulla e poi" e qui esitò, la mano grinzosa che saliva a accarezzare il mento in un'espressione pensosa, "vi costerà molto. Dovremo scucire molte bocche offrendo denaro. Il Moro è astuto, adorato dai suoi uomini. La bambina potrebbe essere un'esca alla quale far abboccare il nostro uomo."
" Io non la voglio nella mia casa, devo salvarmi la faccia, voi mi capite, ma non so come disfarmene, a chi consegnarla assicurandomi il silenzio di questa persona. Voi potreste...?
" Mi chiedete molto" rispose il vecchio.
I due uomini si valutavano, guardinghi, nello studio che rimbombava dell'urlo disperato della neonata, che si stava facendo roco dallo sforzo e dalla debolezza, quasi a reclamare un diritto alla vita che per quella creatura non era certo scontato e che si nutriva dell'avidità del vecchio e del desiderio di vendetta del Veneziano. Una stretta di mano, che sanciva l'accordo, la salvò e, finalmente, dopo meno di un'ora, una donna se l'attaccava al seno, spiandone stupita il viso che il chiarore della lampada sul tavolo illuminava.
Era Yael, una donna del ghetto, che il giorno prima aveva partorito una bambina morta. La donna, sospirando di sollievo, sentì diminuire la pressione violenta del latte sui seni gocciolanti, mentre accarezzava la bambina e, un po' ridendo e un po' piangendo, se la stringeva tra le braccia.
" Aspettami qui!" intimò Sigismondo al cocchiere, scendendo in fretta con quella neonata urlante tra le braccia, per addentrandosi, quasi di corsa, lungo la via in fondo alla quale, svoltato l'angolo, sorgeva l'abitazione che cercava. Si guardava intorno sospettoso, rintronato da quel pianto disperato che gli martellava dentro e che si lasciava dietro un' eco che risuonava cupa, di vicolo in vicolo, quasi a urlare di fame e disperazione fosse l'intero ghetto. Finalmente riconobbe il portoncino. Bussò e, a voce alta per farsi udire, disse il suo nome.
Sentì il rumore del chiavistello e, dopo pochi secondi, si trovò nell'ingresso.
" E' tardi! Cosa volete?"
" Devo parlare assolutamente con il signor Gospez" rispose Sigismondo.
" Non potreste tornare domani?" e la voce della donna denotava una certa irritazione.
" No! " rispose perentorio Sigismondo mentre dal corridoio, alle spalle della donna, si udiva un rumore di passi e una voce che diceva:" Lo conosco, fallo entrare Genoveffa."
Sigismondo s'infilò in quel budello buio e, seguendo l'ombra massiccia che lo precedeva, entò nello studio.
L'uomo passò dall'altra parte della scrivania e poi si accomodò sulla sedia: le mani in grembo a sottolineare l' attesa. Muto.
Sigismondo si sedette a sua volta con la neonata, urlante tra le braccia che rivelava una goffaggine in lui insolita, non in linea con il personaggio.
L'uomo che lo fronteggiava non diceva una parola, limitandosi a osservarlo.
Il veneziano sospirò, inspirò una boccata d'aria e poi, a voce bassa, come se ogni parola pronunciata lo sfinisse dentro, disse: "Mia moglie ha partorito due gemelle, poche ore fa..."e sollevò il fagotto, scostando la coperta per esporree alla luce della lampada a olio
la neonata. Il vecchio le lanciò una rapida occhiata e, mentre un sorriso gli increspava le labbra, disse:" Complimenti, è una bellissima bambina."
" Peccato che non sia mia figlia..." borbottò Sigismondo.
" Non siete il primo" e continuò " non sareste l'ultimo a allevare un figlio non vostro. La paternità, a differenza della maternità, si acquisisce con la frequentazione, pian piano. Non provereste sentimenti diversi se fosse vostra figlia, quindi presumo che il problema riguardi l'impossibilità di nascondere il tradimento a chi vi conosce e, forse, la persona che..."
" E' inutile giriate intorno al problema: sapete, come tutti in città, che il mio socio, meglio sarebbe dire il mio servo, è, non solo un negro di grande prestanza fisica, ma anche l'unico ammesso nella mia casa, alla mia mensa... Che il demonio se lo porti, che gli abissi marini si rinchiudano su di lui "
" Con la nave e la mercanzia dietro?" concluse il vecchio e l'ironia questa volta non era nemmeno velata.
" Voi dovete trovarlo e riportarlo qui" ordinò Sigismondo.
" Non posso promettervi nulla e poi" e qui esitò, la mano grinzosa che saliva a accarezzare il mento in un'espressione pensosa, "vi costerà molto. Dovremo scucire molte bocche offrendo denaro. Il Moro è astuto, adorato dai suoi uomini. La bambina potrebbe essere un'esca alla quale far abboccare il nostro uomo."
" Io non la voglio nella mia casa, devo salvarmi la faccia, voi mi capite, ma non so come disfarmene, a chi consegnarla assicurandomi il silenzio di questa persona. Voi potreste...?
" Mi chiedete molto" rispose il vecchio.
I due uomini si valutavano, guardinghi, nello studio che rimbombava dell'urlo disperato della neonata, che si stava facendo roco dallo sforzo e dalla debolezza, quasi a reclamare un diritto alla vita che per quella creatura non era certo scontato e che si nutriva dell'avidità del vecchio e del desiderio di vendetta del Veneziano. Una stretta di mano, che sanciva l'accordo, la salvò e, finalmente, dopo meno di un'ora, una donna se l'attaccava al seno, spiandone stupita il viso che il chiarore della lampada sul tavolo illuminava.
Era Yael, una donna del ghetto, che il giorno prima aveva partorito una bambina morta. La donna, sospirando di sollievo, sentì diminuire la pressione violenta del latte sui seni gocciolanti, mentre accarezzava la bambina e, un po' ridendo e un po' piangendo, se la stringeva tra le braccia.
domenica 5 luglio 2009
I Dellapicca
La carrozza di Sigismondo filava verso il porto e il conte, la neonata accanto a lui sul sedile imbottito, passava dalla rabbia, dal desiderio di schiacciare la faccia del Moro, la sua testa contro un muro, alla constatazione che dell' ex servitore e attuale socio non aveva notizie da mesi. Dov'era? A ridersela di lui da qualche parte? E se avesse deciso di scomparire, lasciandolo con due bastarde e senxa mezzi, anzi indebitato. Beh, lui era uomo di mondo e qualche debituccio in giro, con l'impegno di pagare tutto e tutti all'arrivo della nave carica di mercanzia, l'aveva fatto. E ora?
La rabbia per il tradimento della moglie lasciava il posto alla paura di ritrovarsi come al suo arrivo a Trieste, a vivere nella squallida locanda della moglie, senza un soldo e senza la forza e l'intraprendenza del Moro. Maledetto nero color dell'inferno! Doveva trovarlo, ma come? Chiedere al porto, far sapere che lo cercava lo avrebbe messo sull'avviso. La faccenda doveva essere trattata con delicatezza e perizia...A chi rivolgersi? E la bambina non poteva riportarla a casa e, mentre si prendeva la testa tra le mani sconvolto, un'idea gli attraversò il cervello, più che un'idea un volto, quello del vecchio Gaspez, l'uomo più potente del ghetto. Si sarebbe rivolto a lui, promettendogli un bel po' di denaro per indurlo a mettere in moto la sua gente e tirare fuori dal suo nascondiglio, come un fagiolo dal baccello, il Moro.
Sigismondo si rilassò, gridò al cocchiere di dirigersi verso il ghetto e, sentendo un vagito provenire dalla coperta accanto a lui, scostò il panno e osservò la neonata. Era bella e...strana.
Sotto i capelli nerissimi il viso aveva i lineamenti da cammeo della madre: gli occhi azzurri, chiarissimi, contrastavano con pelle, scura come quella del padre. Sbarazzarsi della bambina sarebbe stato un errore. Si sarebbe limitato a farlo credere alla moglie, per punirla di ciò che aveva fatto.
La carrozza filava verso il ghetto ebraico e Sigismondo guardava fuori dal finestrino, contrariato, lanciando ogni tanto un'occhiata in direzione della neonata che aveva cominciato a piangere affamata mordendosi una mano, mentre il vento calava d'intensità e le prime ombre della sera si allungavano sulla città. (continua...)
La rabbia per il tradimento della moglie lasciava il posto alla paura di ritrovarsi come al suo arrivo a Trieste, a vivere nella squallida locanda della moglie, senza un soldo e senza la forza e l'intraprendenza del Moro. Maledetto nero color dell'inferno! Doveva trovarlo, ma come? Chiedere al porto, far sapere che lo cercava lo avrebbe messo sull'avviso. La faccenda doveva essere trattata con delicatezza e perizia...A chi rivolgersi? E la bambina non poteva riportarla a casa e, mentre si prendeva la testa tra le mani sconvolto, un'idea gli attraversò il cervello, più che un'idea un volto, quello del vecchio Gaspez, l'uomo più potente del ghetto. Si sarebbe rivolto a lui, promettendogli un bel po' di denaro per indurlo a mettere in moto la sua gente e tirare fuori dal suo nascondiglio, come un fagiolo dal baccello, il Moro.
Sigismondo si rilassò, gridò al cocchiere di dirigersi verso il ghetto e, sentendo un vagito provenire dalla coperta accanto a lui, scostò il panno e osservò la neonata. Era bella e...strana.
Sotto i capelli nerissimi il viso aveva i lineamenti da cammeo della madre: gli occhi azzurri, chiarissimi, contrastavano con pelle, scura come quella del padre. Sbarazzarsi della bambina sarebbe stato un errore. Si sarebbe limitato a farlo credere alla moglie, per punirla di ciò che aveva fatto.
La carrozza filava verso il ghetto ebraico e Sigismondo guardava fuori dal finestrino, contrariato, lanciando ogni tanto un'occhiata in direzione della neonata che aveva cominciato a piangere affamata mordendosi una mano, mentre il vento calava d'intensità e le prime ombre della sera si allungavano sulla città. (continua...)
venerdì 3 luglio 2009
Romanzo a puntate
Non mi ero mai cimentata in un romanzo a puntate, cominciato per gioco alla metà di maggio, ma dopo aver ruminato e scritto parecchio su due città, Trieste e Venezia, alle quali mi lega un rapporto ombelicale, carnale.
Città complesse, difficili, alle quali mi avvince una Storia che non è amore, è passione che ti chiede l'anima, restituendotela, se e quando lo fa, ammaccata e ferita. Noi abitanti, quella Storia, la portiamo nei cromosomi...Su Venezia è stato scritto di tutto e non mi azzarderei a confrontarmi con i mostri sacri.
Il mio approccio è di pelle, di suoni che mi sono rimasti dentro - soprattutto a Venezia, che è una città che va ascoltata, oltre che vista - e di albe, tramonti e stagioni che mutano ,cambiando l'intensità della luce che filtra nelle stanze e la qualità dell'aria, il suo odore.
Trieste mi manca sempre, oserei dire, sempre di più. Mi manca proprio ciò che più m'infastidiva: quel suo dialetto greve che è rimasto, per me, la lingua della disperazione, della rabbia e della gioia. " Voglio bene a quella bambina " è ingessato, incolore e inespressivo: vuoi mettere " Ghe voio un ben de l'anima a quela muleta "? Amore che si sente, trabocca, ma venato d'ironia, musicalità della parola che diventa canto. E la sarabanda del vento che in un carosello infernale tutto fa volare, sbattere, stridere popolando il sonno di incubi sonori...Siamo ben strani noi esseri umani! Mi manca pure quella!
Di Venezia, invece, rimpiango il sembrare più reale dell'essere, il sottile gioco dell'ambiguità che la gran signora, dimenticando come me di essere vecchia, fa cadere dall'alto fino a quando il suo riflesso nell'acqua, obbligandola a riemergere dalle sue illusioni, la ricarica della noia del reale, del suo peso, della prevedibilità, ma provocando la sua reiterata decisione di azzerarli in un battere di ciglia. Opterà sempre per la recita e la maschera: fa parte del suo Dna. Il Carnevale non era forse tutelato dalla legge, non durava per mesi e era diventato un modo di essere, non soltanto di vivere?
E così ho ambientato la mia storia in queste due città, nelle strade strette dei loro ghetti, usando un linguaggio colorato d'azzurro per descrivere foreste di alberi che crescono sull'acqua e il fruscio delle vele che sfidano il vento. Navi che scompaiono nella nebbia, per riemergere come fantasmi quando meno te l'aspetti, cariche di mercanzie e... di bugie, quelle che i marinai hanno sempre raccontato alle donne che in ogni porto, mai stanche, ne attendono il ritorno.
Il protagonista, il nobile Sigismondo, sfatto e decadente, incapace di staccarsi da un mondo che si è già staccato da lui - un mondo che va scomparendo sfaldandosi come un trucco troppo pesante su un volto decrepito - alimenta la sua vita di rimpianti. La moglie, bellissima figlia di un locandiere e dei tempi nuovi, è il futuro ed è già parte di quella borghesia emergente e indaffarata che alla festa data da Sigismndo travolgerà madrigali e minuetti con l'arroganza vitalistica e rozza dalla sarabanda e della ciga.
E' 'il nuovo che avanza ' nella Trieste della fine del Settecento che sfidava Venezia, sotto la spinta non soltanto del vento delle steppe, ma anche delle prime avvisaglie del tornado napoleonico...
Inventare, giorno dopo giorno, è una sfida non facile, credete, ma intrigante: molto intrigante.
Città complesse, difficili, alle quali mi avvince una Storia che non è amore, è passione che ti chiede l'anima, restituendotela, se e quando lo fa, ammaccata e ferita. Noi abitanti, quella Storia, la portiamo nei cromosomi...Su Venezia è stato scritto di tutto e non mi azzarderei a confrontarmi con i mostri sacri.
Il mio approccio è di pelle, di suoni che mi sono rimasti dentro - soprattutto a Venezia, che è una città che va ascoltata, oltre che vista - e di albe, tramonti e stagioni che mutano ,cambiando l'intensità della luce che filtra nelle stanze e la qualità dell'aria, il suo odore.
Trieste mi manca sempre, oserei dire, sempre di più. Mi manca proprio ciò che più m'infastidiva: quel suo dialetto greve che è rimasto, per me, la lingua della disperazione, della rabbia e della gioia. " Voglio bene a quella bambina " è ingessato, incolore e inespressivo: vuoi mettere " Ghe voio un ben de l'anima a quela muleta "? Amore che si sente, trabocca, ma venato d'ironia, musicalità della parola che diventa canto. E la sarabanda del vento che in un carosello infernale tutto fa volare, sbattere, stridere popolando il sonno di incubi sonori...Siamo ben strani noi esseri umani! Mi manca pure quella!
Di Venezia, invece, rimpiango il sembrare più reale dell'essere, il sottile gioco dell'ambiguità che la gran signora, dimenticando come me di essere vecchia, fa cadere dall'alto fino a quando il suo riflesso nell'acqua, obbligandola a riemergere dalle sue illusioni, la ricarica della noia del reale, del suo peso, della prevedibilità, ma provocando la sua reiterata decisione di azzerarli in un battere di ciglia. Opterà sempre per la recita e la maschera: fa parte del suo Dna. Il Carnevale non era forse tutelato dalla legge, non durava per mesi e era diventato un modo di essere, non soltanto di vivere?
E così ho ambientato la mia storia in queste due città, nelle strade strette dei loro ghetti, usando un linguaggio colorato d'azzurro per descrivere foreste di alberi che crescono sull'acqua e il fruscio delle vele che sfidano il vento. Navi che scompaiono nella nebbia, per riemergere come fantasmi quando meno te l'aspetti, cariche di mercanzie e... di bugie, quelle che i marinai hanno sempre raccontato alle donne che in ogni porto, mai stanche, ne attendono il ritorno.
Il protagonista, il nobile Sigismondo, sfatto e decadente, incapace di staccarsi da un mondo che si è già staccato da lui - un mondo che va scomparendo sfaldandosi come un trucco troppo pesante su un volto decrepito - alimenta la sua vita di rimpianti. La moglie, bellissima figlia di un locandiere e dei tempi nuovi, è il futuro ed è già parte di quella borghesia emergente e indaffarata che alla festa data da Sigismndo travolgerà madrigali e minuetti con l'arroganza vitalistica e rozza dalla sarabanda e della ciga.
E' 'il nuovo che avanza ' nella Trieste della fine del Settecento che sfidava Venezia, sotto la spinta non soltanto del vento delle steppe, ma anche delle prime avvisaglie del tornado napoleonico...
Inventare, giorno dopo giorno, è una sfida non facile, credete, ma intrigante: molto intrigante.
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giovedì 2 luglio 2009
I Dellapicca
Sigismondo, il volto livido, le labbra tirate camminava lungo il corridoio, il passo lungo e teso
che aggrediva il pavimento, rimbombando nel silenzio che sembrava gelare la casa.
Teresina lo seguiva, tremante, borbottando preghiere.
Entrati nello studio, il padrone chiuse la porta e si rivolse alla donna:
“ Lo sapevate?”
Lei scosse la testa.
“ Diremo a tutti che una delle gemelle è morta poco dopo il parto. Tu vai a vestirla, avvolgila in un panno e portala nel mio studio”.
Teresina esitava, balbettante: ”Cosa dirò alla…padrona?”
Sigismondo, contenendosi a stento, sibilò: “Obbedisci, prima che ti scaraventi fuori di casa a calci…” e vedendo la serva che davanti a lui si stropicciava le mani sempre più agitata, urlò: “Fai quello che ti ho detto. Muoviti, vai! Cosa aspetti? La carrozza?”
Teresina uscì in fretta, chiudendosi la porta dello studio alle spalle, ma non aveva fatto che pochi passi quando la voce del padrone la raggiunse “ Fai venire la levatrice nel mio studio!” Poi, nel corridoio, dopo il rumore della porta sbattuta con violenza, il silenzio riprese il sopravvento.
La serva entrò nella camera da letto della padrona e dopo essersi avvicinata al letto, scoppiando in un pianto dirotto, tra i singhiozzi che le impedivano quasi di parlare, riferì quanto le era stato detto.
Maria mormorò qualcosa e la levatrice le disse: “ Vi conviene obbedire! Cosa fareste con due neonate da sola. E con questa bambina che denuncia la vostra colpa…”
“ Datemi una vestaglia, devo parlare con mio marito” e Maria, barcollando cercò di alzarsi in piedi, ma un violento capogiro la costrinse a stendersi nuovamente sul letto. Approfittando della confusione, Teresina scivolava fuori dalla stanza con la levatrice, portando tra le braccia la piccola mulatta.
Le due donne bussarono alla porta dello studio. Dall’interno si udì un certo tramestio e quasi immediatamente la porta si spalancò, lasciando uscire Sigismondo che, afferrato il fagotto, si rivolse alla levatrice dicendo: ”Aspettatemi nello studio. Sarò di ritorno tra poco…Vi invito a tacere, altrimenti…” e non concluse, lasciando che quella minaccia aleggiasse nell’aria, sinistra, gelando la donna. Poi, in tutta fretta, si diresse verso l’ingresso della casa. Si udì la sua voce che chiamava il cocchiere e lo stridio delle ruote della carrozza.
Le due donne tornarono nella stanza di Maria. La giovane donna era riuscita a trascinarsi fino alla finestra, che aveva spalancato appena in tempo per vedere la carrozza del marito allontanarsi in direzione del porto.
“ Dove la sta portando?” gridò volgendosi verso le due donne appena entrate. “ Avrà ben detto qualcosa! Vi supplico, vi supplico, cosa intende fare!”
“ Non lo sappiamo. E’ inferocito, ha minacciato anche la levatrice” sussurrò Teresina.
“ Per quello che mi riguarda io sarò muta come un pesce morto…Aveva una faccia da far paura,
e, ora, mettetevi a letto. Pensate a questa creatura che vi è rimasta e a voi. Calmatevi, su calmatevi e cercate di non avvilirvi troppo. Potreste perdere il latte…” e, così dicendo la levatrice, presa la bambina, la avvicinò alla madre.
Maria la prese tra le braccia e, per un istante, il suo viso si distese, mentre incredula con la punta di un dito scostava il panno e si chinava a baciare la figlia. Poi, dopo averla attaccata al seno, mentre la neonata succhiava, si addormentò, sfinita, viso che si rasserenava, distendendosi, nella tregua del sonno.
Teresina prese la bambina, la cambiò e la depose nella culla, accanto al letto della madre.
Poi le due donne, in punta di piedi, uscirono dalla stanza e raggiunsero lo studio del conte.
Si sedettero e attesero.
che aggrediva il pavimento, rimbombando nel silenzio che sembrava gelare la casa.
Teresina lo seguiva, tremante, borbottando preghiere.
Entrati nello studio, il padrone chiuse la porta e si rivolse alla donna:
“ Lo sapevate?”
Lei scosse la testa.
“ Diremo a tutti che una delle gemelle è morta poco dopo il parto. Tu vai a vestirla, avvolgila in un panno e portala nel mio studio”.
Teresina esitava, balbettante: ”Cosa dirò alla…padrona?”
Sigismondo, contenendosi a stento, sibilò: “Obbedisci, prima che ti scaraventi fuori di casa a calci…” e vedendo la serva che davanti a lui si stropicciava le mani sempre più agitata, urlò: “Fai quello che ti ho detto. Muoviti, vai! Cosa aspetti? La carrozza?”
Teresina uscì in fretta, chiudendosi la porta dello studio alle spalle, ma non aveva fatto che pochi passi quando la voce del padrone la raggiunse “ Fai venire la levatrice nel mio studio!” Poi, nel corridoio, dopo il rumore della porta sbattuta con violenza, il silenzio riprese il sopravvento.
La serva entrò nella camera da letto della padrona e dopo essersi avvicinata al letto, scoppiando in un pianto dirotto, tra i singhiozzi che le impedivano quasi di parlare, riferì quanto le era stato detto.
Maria mormorò qualcosa e la levatrice le disse: “ Vi conviene obbedire! Cosa fareste con due neonate da sola. E con questa bambina che denuncia la vostra colpa…”
“ Datemi una vestaglia, devo parlare con mio marito” e Maria, barcollando cercò di alzarsi in piedi, ma un violento capogiro la costrinse a stendersi nuovamente sul letto. Approfittando della confusione, Teresina scivolava fuori dalla stanza con la levatrice, portando tra le braccia la piccola mulatta.
Le due donne bussarono alla porta dello studio. Dall’interno si udì un certo tramestio e quasi immediatamente la porta si spalancò, lasciando uscire Sigismondo che, afferrato il fagotto, si rivolse alla levatrice dicendo: ”Aspettatemi nello studio. Sarò di ritorno tra poco…Vi invito a tacere, altrimenti…” e non concluse, lasciando che quella minaccia aleggiasse nell’aria, sinistra, gelando la donna. Poi, in tutta fretta, si diresse verso l’ingresso della casa. Si udì la sua voce che chiamava il cocchiere e lo stridio delle ruote della carrozza.
Le due donne tornarono nella stanza di Maria. La giovane donna era riuscita a trascinarsi fino alla finestra, che aveva spalancato appena in tempo per vedere la carrozza del marito allontanarsi in direzione del porto.
“ Dove la sta portando?” gridò volgendosi verso le due donne appena entrate. “ Avrà ben detto qualcosa! Vi supplico, vi supplico, cosa intende fare!”
“ Non lo sappiamo. E’ inferocito, ha minacciato anche la levatrice” sussurrò Teresina.
“ Per quello che mi riguarda io sarò muta come un pesce morto…Aveva una faccia da far paura,
e, ora, mettetevi a letto. Pensate a questa creatura che vi è rimasta e a voi. Calmatevi, su calmatevi e cercate di non avvilirvi troppo. Potreste perdere il latte…” e, così dicendo la levatrice, presa la bambina, la avvicinò alla madre.
Maria la prese tra le braccia e, per un istante, il suo viso si distese, mentre incredula con la punta di un dito scostava il panno e si chinava a baciare la figlia. Poi, dopo averla attaccata al seno, mentre la neonata succhiava, si addormentò, sfinita, viso che si rasserenava, distendendosi, nella tregua del sonno.
Teresina prese la bambina, la cambiò e la depose nella culla, accanto al letto della madre.
Poi le due donne, in punta di piedi, uscirono dalla stanza e raggiunsero lo studio del conte.
Si sedettero e attesero.
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