mercoledì 29 luglio 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Maria, nella sua stanza, si avvicinò alla figlia prendendola tra le braccia e affondando il viso nei suoi riccioli mentre lei, con la sensibiltà animalesca dei bambini, nel sentirsi stringere in modo eccessivo, si scostava dalla madre guardandola interdetta, un accenno di lagna nella voce.
" Cosa facevano quando sei entrata? Di che cosa parlavano...", e il tono della voce di Maria era incalzante mentre, rivolgendosi a Tersina appena rientrata nella stanza, chiedeva:" Avrai ben sentito qualcosa, non saranno rimasti lì, come due stoccafissi a guardarsi", senza nemmeno darle il tempo di rispondere, andando avanti e indietro e origliando alla porta per sentire il rumore dei passi nel corridoio.
" Vai, vai, è uscito qualcuno: è il Moro, il padrone ha un passo strascicato che sono in grado di riconoscere. Vai a portargli qualcosa da bere e chiedi se ha bisogno - che ne so - di fumare uno 'spagnoleto'... Ma la ragazza esitava, spaventata, facendo indispettire la padrona, mentre la bambina, lasciando scivolare lo sguardo dall'una all'altra, incominciava a piangere, aggrappata alla gonna della madre.
Finalmente Teresina si decise a uscire, borbottando invocazioni alla Beata Vergine Maria. Nella stanza, rotto soltanto dal pianto, che si andava calmando, della bambina, scese il silenzio. Maria si avvicinò alla finestra in tempo per vedere il Moro attraversare il vicolo e dirigersi verso il porto. Alto e imponente, vestito di nero, la fusciacca e il copricapo rosso, si voltò alzando lo sguardo. Lei si ritirò, ma con la sensazione netta che lui l'avesse vista, mentre un rumore di passi nel corridoio attirava la sua attenzione e la porta veniva spalancata con violenza dal marito che entrava urlando:" Non pensare che sia finita così! Gliela farò pagare cara: io gli ho fatto togliere la corda dal collo e io gliela farò rimettere". Poi, avvicinandosi alla donna minaccioso, le agitò il pugno davanti al viso, continuando " E se pensi di vederlo ancora, ti sbagli di grosso. Avete finito di divertirvi alle mie spalle".
"La bambina si spaventa" disse Maria, tenendogli testa, anzi allungando su di lui uno sguardo colmo di disprezzo, mentre pensava " Forte con i deboli e debole con i forti; ma se pensa di spaventarmi... " e calmando la bambina, che aveva ricominciato a piangere, la depose nel lettino, pensando: "E questo se ne ritorna tranquillo, dopo anni, senza che gli sia passato per il cervello il minimo dubbio di eventuali conseguenze...ma cos'è la paternità per gli uomini? Un fiore all'occhiello da esibire in società? Si rendono conto delle conseguenze di un atto d'amore? Atto d'amore? E' un atto di possesso, una prepotenza, un modo di acquistare valore e importanza agli occhi degli altri uomini. Anche se il Moro mi è sembrato diverso, chi mi dice che lo sia? Di che cosa hanno parlato? Magari soltanto d'affari, sfidandosi l'un l'altro e gettando sul piatto della bilancia anche me? Io devo pensare al mio futuro e a mia figlia. Il Moro, non devo dimenticarlo, è un uomo di mare e come il mare è infido, traditore. Non le vedo intorno a me le donne dei marinai? Un figlio in pancia ogni volta che una nave arriva; poi a ogni partenza, sventolare di fazzoletti, lacrime e la fatica di tirare su i ragazzini da sole. Ah! con quanta ingenuità mi sono comportata e quanto alto è stato il prezzo che ho pagato. Dove sarà l'altra mia figlia? Che ne avrà fatto Sigismondo? Ma io riuscirò a trovarla, la cercherò fino a quando avrò fiato".
Mentre questi pensieri le passavano per la testa, Maria si muoveva efficiente per la stanza, controllando che la figlia si fosse addormentata, il lume fosse al minimo di olio per non infastidirla, sul comodino ci fossero la brocca dell'acqua e il rosario. Il marito, già a letto, la guardava muoversi con quel corpo che la maternità aveva arrotondato rendendolo ancora più attraente. La osservò togliersi il corsetto e sciogliersi i capelli mentre la sua bellezza nel chiarore soffuso della stanza lo soggiogava, quasi indispettendolo.
"Vieni a letto" le sussurrò, con quella voce da segreti appena mormorati che rivelava il suo desiderio.
Nella sua cabina il Moro si rivoltava, incapace di prendere sonno, imprecando contro il vento
che continuava a soffiare facendo aumentare il rollio del veliero, ben sapendo che era quella finestra da cui filtrava un accenno di chiarore, là, oltre i magazzini del porto, in quel vicolo stretto dove aveva rivisto Maria affacciata con la figlia alla finestra, che gli impediva di prendere sonno o, meglio, ciò che quella finestra proteggeva...
Conosceva quella stanza, quel letto a baldacchino dalle tende leggere e trasparenti che davano l'idea delle vele. E i ricordi, che gli impedivano di dormire, partivano da lì, da quelle bianche vele che in una notte d'estate avevano raccolto risate e sospiri che ancora gli bruciavano dentro e che non avrebbe mai più dimenticato. (continua...)
" Cosa facevano quando sei entrata? Di che cosa parlavano...", e il tono della voce di Maria era incalzante mentre, rivolgendosi a Tersina appena rientrata nella stanza, chiedeva:" Avrai ben sentito qualcosa, non saranno rimasti lì, come due stoccafissi a guardarsi", senza nemmeno darle il tempo di rispondere, andando avanti e indietro e origliando alla porta per sentire il rumore dei passi nel corridoio.
" Vai, vai, è uscito qualcuno: è il Moro, il padrone ha un passo strascicato che sono in grado di riconoscere. Vai a portargli qualcosa da bere e chiedi se ha bisogno - che ne so - di fumare uno 'spagnoleto'... Ma la ragazza esitava, spaventata, facendo indispettire la padrona, mentre la bambina, lasciando scivolare lo sguardo dall'una all'altra, incominciava a piangere, aggrappata alla gonna della madre.
Finalmente Teresina si decise a uscire, borbottando invocazioni alla Beata Vergine Maria. Nella stanza, rotto soltanto dal pianto, che si andava calmando, della bambina, scese il silenzio. Maria si avvicinò alla finestra in tempo per vedere il Moro attraversare il vicolo e dirigersi verso il porto. Alto e imponente, vestito di nero, la fusciacca e il copricapo rosso, si voltò alzando lo sguardo. Lei si ritirò, ma con la sensazione netta che lui l'avesse vista, mentre un rumore di passi nel corridoio attirava la sua attenzione e la porta veniva spalancata con violenza dal marito che entrava urlando:" Non pensare che sia finita così! Gliela farò pagare cara: io gli ho fatto togliere la corda dal collo e io gliela farò rimettere". Poi, avvicinandosi alla donna minaccioso, le agitò il pugno davanti al viso, continuando " E se pensi di vederlo ancora, ti sbagli di grosso. Avete finito di divertirvi alle mie spalle".
"La bambina si spaventa" disse Maria, tenendogli testa, anzi allungando su di lui uno sguardo colmo di disprezzo, mentre pensava " Forte con i deboli e debole con i forti; ma se pensa di spaventarmi... " e calmando la bambina, che aveva ricominciato a piangere, la depose nel lettino, pensando: "E questo se ne ritorna tranquillo, dopo anni, senza che gli sia passato per il cervello il minimo dubbio di eventuali conseguenze...ma cos'è la paternità per gli uomini? Un fiore all'occhiello da esibire in società? Si rendono conto delle conseguenze di un atto d'amore? Atto d'amore? E' un atto di possesso, una prepotenza, un modo di acquistare valore e importanza agli occhi degli altri uomini. Anche se il Moro mi è sembrato diverso, chi mi dice che lo sia? Di che cosa hanno parlato? Magari soltanto d'affari, sfidandosi l'un l'altro e gettando sul piatto della bilancia anche me? Io devo pensare al mio futuro e a mia figlia. Il Moro, non devo dimenticarlo, è un uomo di mare e come il mare è infido, traditore. Non le vedo intorno a me le donne dei marinai? Un figlio in pancia ogni volta che una nave arriva; poi a ogni partenza, sventolare di fazzoletti, lacrime e la fatica di tirare su i ragazzini da sole. Ah! con quanta ingenuità mi sono comportata e quanto alto è stato il prezzo che ho pagato. Dove sarà l'altra mia figlia? Che ne avrà fatto Sigismondo? Ma io riuscirò a trovarla, la cercherò fino a quando avrò fiato".
Mentre questi pensieri le passavano per la testa, Maria si muoveva efficiente per la stanza, controllando che la figlia si fosse addormentata, il lume fosse al minimo di olio per non infastidirla, sul comodino ci fossero la brocca dell'acqua e il rosario. Il marito, già a letto, la guardava muoversi con quel corpo che la maternità aveva arrotondato rendendolo ancora più attraente. La osservò togliersi il corsetto e sciogliersi i capelli mentre la sua bellezza nel chiarore soffuso della stanza lo soggiogava, quasi indispettendolo.
"Vieni a letto" le sussurrò, con quella voce da segreti appena mormorati che rivelava il suo desiderio.
Nella sua cabina il Moro si rivoltava, incapace di prendere sonno, imprecando contro il vento
che continuava a soffiare facendo aumentare il rollio del veliero, ben sapendo che era quella finestra da cui filtrava un accenno di chiarore, là, oltre i magazzini del porto, in quel vicolo stretto dove aveva rivisto Maria affacciata con la figlia alla finestra, che gli impediva di prendere sonno o, meglio, ciò che quella finestra proteggeva...
Conosceva quella stanza, quel letto a baldacchino dalle tende leggere e trasparenti che davano l'idea delle vele. E i ricordi, che gli impedivano di dormire, partivano da lì, da quelle bianche vele che in una notte d'estate avevano raccolto risate e sospiri che ancora gli bruciavano dentro e che non avrebbe mai più dimenticato. (continua...)
Amicizia e computer.
E bravo Bill, se n'è reso conto anche lui: una delle virtù della Rete, la possibilità di spaziare, diventa o potrebbe diventare uno dei suoi limiti. Oh, non per quanto concerne l'accesso alle informazioni, il travalicare tempo e spazio, ma per ciò che che ha a che fare con quella nebulosa, intricata questione che fa riferimento alle emozioni che, a loro volta, scaturiscono dai sentimenti o con questi s'intrecciano.
Diecimila richieste di amicizia! Be' lui, il destinatario delle richieste, è Bill Gates. Ma io, pensionata sul baratro della vecchiaia, un po' stralunata, sempre in difficoltà a smanettare in quella giungla di tasti e "bottoni" che mi risulta ancora incomprensibile, io che da donna, mentre mi aggiro per le vie della città risulto ormai completamente invisibile, un Fantomas in gonnella agli occhi degli uomini, ricevo quasi una richiesta d'amicizia al giorno.
Una richiesta d'amicizia? Abbiamo valutato il significato di questa frasetta alla quale diamo il via con un tic? L'amicizia è il più consolante, tenero, disinteressato, imputrescibile sentimento che la natura umana ci abbia dato da vivere...Su quale spalla abbiamo pianto quando abbiamo mollato quel vigliacco che ci aveva tradite affossando una storia, che avremmo giurato eterna, in un mare di bugie. Chi ci accetta, sempre, anche quando siamo pesanti come macigni e ripetitivi fino all'ossessione? Con chi abbiamo passato nottate a confidarci i reciproci segreti, il fumo delle sigarette che si faceva nebbia nella stanza, mentre esalava il suo profumo il caffè, caldo nelle tazze, e prendevano corpo i progetti? Eravamo giovani, intatte, ma l'amicizia è rimasta - forse ancora più forte - quando la vita ha dato, come un dinosauro risvegliatosi di colpo, i suoi tremendi colpi di coda. Non condividevamo più i progetti e le speranza, ma le delusioni e le ferite: eravamo disincantate ormai. Su tuttto, ma non sull'amicizia. Poi è arrivato lui, il pc, a parlare di un mondo irreale che chiamavano virtuale e...virtuale è diventata anche l'amicizia. Per molti, ma forse erano quelli che non l'avevano mai vissuta perché la sottoscritta, su centinaia di nomi che si allungano sui suoi web spazi, di amici ne ha trovati, in anni sul computer, solo due. Il terzo è in forse. Dovrei guardarlo negli occhi, davanti a una tazza di caffè per capirlo. Ma questo il pc non me lo concede: uno sguardo, un semplice sguardo, che a volte vale più delle parole, non rientra tra i suoi potentissimi programmi. E allora chiamiamoli contatti, che l'amicizia non è un sentimento con il quale si possa scherzare. E alle due amiche che ho trovato in Internet - preziose, come tutto ciò che è raro - mando il più tenero dei saluti.
Diecimila richieste di amicizia! Be' lui, il destinatario delle richieste, è Bill Gates. Ma io, pensionata sul baratro della vecchiaia, un po' stralunata, sempre in difficoltà a smanettare in quella giungla di tasti e "bottoni" che mi risulta ancora incomprensibile, io che da donna, mentre mi aggiro per le vie della città risulto ormai completamente invisibile, un Fantomas in gonnella agli occhi degli uomini, ricevo quasi una richiesta d'amicizia al giorno.
Una richiesta d'amicizia? Abbiamo valutato il significato di questa frasetta alla quale diamo il via con un tic? L'amicizia è il più consolante, tenero, disinteressato, imputrescibile sentimento che la natura umana ci abbia dato da vivere...Su quale spalla abbiamo pianto quando abbiamo mollato quel vigliacco che ci aveva tradite affossando una storia, che avremmo giurato eterna, in un mare di bugie. Chi ci accetta, sempre, anche quando siamo pesanti come macigni e ripetitivi fino all'ossessione? Con chi abbiamo passato nottate a confidarci i reciproci segreti, il fumo delle sigarette che si faceva nebbia nella stanza, mentre esalava il suo profumo il caffè, caldo nelle tazze, e prendevano corpo i progetti? Eravamo giovani, intatte, ma l'amicizia è rimasta - forse ancora più forte - quando la vita ha dato, come un dinosauro risvegliatosi di colpo, i suoi tremendi colpi di coda. Non condividevamo più i progetti e le speranza, ma le delusioni e le ferite: eravamo disincantate ormai. Su tuttto, ma non sull'amicizia. Poi è arrivato lui, il pc, a parlare di un mondo irreale che chiamavano virtuale e...virtuale è diventata anche l'amicizia. Per molti, ma forse erano quelli che non l'avevano mai vissuta perché la sottoscritta, su centinaia di nomi che si allungano sui suoi web spazi, di amici ne ha trovati, in anni sul computer, solo due. Il terzo è in forse. Dovrei guardarlo negli occhi, davanti a una tazza di caffè per capirlo. Ma questo il pc non me lo concede: uno sguardo, un semplice sguardo, che a volte vale più delle parole, non rientra tra i suoi potentissimi programmi. E allora chiamiamoli contatti, che l'amicizia non è un sentimento con il quale si possa scherzare. E alle due amiche che ho trovato in Internet - preziose, come tutto ciò che è raro - mando il più tenero dei saluti.
martedì 28 luglio 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Il brusco passaggio dalla luce al buio gli snebbiò il cervello. Doveva calmarsi - pensò Sigismondo mentre, incespicando negli ostacoli che non riusciva a vedere, chiamava Teresina.
" Teresina, porta un lume...Teresina!"
Poco dopo la porta si spalancava e la ragazza, appoggiata la lampada sul tavolo, spariva con la stessa velocità con cui era apparsa, quasi il vento, che andava aumentando d'intensità, se la fosse portata via. Sigismondo, alzando gli occhi verso il Moro, gli chiese: "Allora, come sono andati gli affari?" aggiungendo, con una pausa significativa "Pensavo che non ti avrei più rivisto, e forse sarebbe stato meglio".
" Ho riportato la nave e ho salvato il carico. Siamo incappati in una brutta tempesta, una delle peggiori che io abbia mai visto". Parlava lentamente, studiando il suo ex padrone, conscio della pessima accoglienza che gli era stata riservata e di quel furore, appena trattenuto, che alterava il Veneziano. Maria aveva abbandonato la stanza troppo in fretta, senza nemmeno guardarlo e la servetta sembrava terrorizzata. Forse Sigismondo aveva saputo? Ma, in tal caso, sarebbe andato subito da lui e l'avrebbe passato a fil di spada davanti ai suoi uomini. Che idiota era! Attribuiva al suo vecchio padrone le reazioni che avrebbe avuto lui. Era l' avidità, il suo bisogno di denaro che gli gelavano le parole in bocca, permettendogli solo quelle battutine da educanda per fargli capire che sapeva, ma che avrebbe finto di non sapere. E, ora, nascondeva la sua vigliaccheria dietro all'arroganza, tentando di umiliarlo, tenendolo in piedi là davanti a lui, seduto, stravaccato sulla sedia, a incenerirlo con quello sguardo carico d'odio.
Lo fissò, cogliendo la pinguedine che lo appesantiva, il colore giallognolo di chi vive di notte, l'alone scuro degli occhi che brillavano di un eccitazione malata, frutto della rabbia che l'aveva assalito alla sua vista e non certamente di una vitalità, che era ben lontano dal possedere.
Anche il Veneziano, lo studiava pensando:" Ci sei arrivato, finalmente, diavolo di un nero, che nemmeno i tuoi compari dell'inferno ti hanno voluto...Hai capito che so. Hai paura? Non si direbbe a guardarti. E allora perché non ti fai sotto, perché non reagisci alle mie provocazioni? Cosa pensi di fare?"
Ma, quando aprì la bocca per parlare, disse soltanto" Be', sei qui. Ora sono stanchissimo, Ti aspetto domani al magazzino" e, effettivamente, appariva provato, mentre con un ultimo gesto di spregio indicava la porta all'uomo, sussurrando: "Non ti trattengo oltre" e il Moro, che era rimasto immobile, quasi pietrificato fino a quel momento, dopo un'ultimo sguardo, che sanciva una tregua stabilita dai bisogni, di denaro del Veneziano, di quella donna che aveva invano tentato di dimenticare nelle bettole e nei bordelli di ogni porto, infilava la porta lasciando il Veneziano in compagnia dei suoi pensieri e dell'urlo del vento che si abbatteva con violenza sulla casa, quasi tentasse di sradicarla facendola volare nel cielo cupo dove fredde brillavano le stelle. (continua...)
" Teresina, porta un lume...Teresina!"
Poco dopo la porta si spalancava e la ragazza, appoggiata la lampada sul tavolo, spariva con la stessa velocità con cui era apparsa, quasi il vento, che andava aumentando d'intensità, se la fosse portata via. Sigismondo, alzando gli occhi verso il Moro, gli chiese: "Allora, come sono andati gli affari?" aggiungendo, con una pausa significativa "Pensavo che non ti avrei più rivisto, e forse sarebbe stato meglio".
" Ho riportato la nave e ho salvato il carico. Siamo incappati in una brutta tempesta, una delle peggiori che io abbia mai visto". Parlava lentamente, studiando il suo ex padrone, conscio della pessima accoglienza che gli era stata riservata e di quel furore, appena trattenuto, che alterava il Veneziano. Maria aveva abbandonato la stanza troppo in fretta, senza nemmeno guardarlo e la servetta sembrava terrorizzata. Forse Sigismondo aveva saputo? Ma, in tal caso, sarebbe andato subito da lui e l'avrebbe passato a fil di spada davanti ai suoi uomini. Che idiota era! Attribuiva al suo vecchio padrone le reazioni che avrebbe avuto lui. Era l' avidità, il suo bisogno di denaro che gli gelavano le parole in bocca, permettendogli solo quelle battutine da educanda per fargli capire che sapeva, ma che avrebbe finto di non sapere. E, ora, nascondeva la sua vigliaccheria dietro all'arroganza, tentando di umiliarlo, tenendolo in piedi là davanti a lui, seduto, stravaccato sulla sedia, a incenerirlo con quello sguardo carico d'odio.
Lo fissò, cogliendo la pinguedine che lo appesantiva, il colore giallognolo di chi vive di notte, l'alone scuro degli occhi che brillavano di un eccitazione malata, frutto della rabbia che l'aveva assalito alla sua vista e non certamente di una vitalità, che era ben lontano dal possedere.
Anche il Veneziano, lo studiava pensando:" Ci sei arrivato, finalmente, diavolo di un nero, che nemmeno i tuoi compari dell'inferno ti hanno voluto...Hai capito che so. Hai paura? Non si direbbe a guardarti. E allora perché non ti fai sotto, perché non reagisci alle mie provocazioni? Cosa pensi di fare?"
Ma, quando aprì la bocca per parlare, disse soltanto" Be', sei qui. Ora sono stanchissimo, Ti aspetto domani al magazzino" e, effettivamente, appariva provato, mentre con un ultimo gesto di spregio indicava la porta all'uomo, sussurrando: "Non ti trattengo oltre" e il Moro, che era rimasto immobile, quasi pietrificato fino a quel momento, dopo un'ultimo sguardo, che sanciva una tregua stabilita dai bisogni, di denaro del Veneziano, di quella donna che aveva invano tentato di dimenticare nelle bettole e nei bordelli di ogni porto, infilava la porta lasciando il Veneziano in compagnia dei suoi pensieri e dell'urlo del vento che si abbatteva con violenza sulla casa, quasi tentasse di sradicarla facendola volare nel cielo cupo dove fredde brillavano le stelle. (continua...)
lunedì 27 luglio 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Il Moro, l'andatura elastica e sicura, entrò, fece qualche passo, accennò, piegando il tronco mentre le palpebre si abbassavano a nascondere il suo sguardo, un saluto in direzione di Maria e poi, la mano appoggiata sull'impugnatura del pugnale infilato nella cintura di seta rossa, si voltò verso Sigismondo che, ostentatamente, né si alzava, né lo invitava a sedersi, lasciandolo lì, in piedi impalato, come un servo. Sulla stanza calò il silenzio che Teresina infranse borbottando:" Vado in cucina..." mentre Maria si alzava e, rivolta ai due uomini, diceva: "Vi lascio ai vostri discorsi d'affari" aggiungendo, con un accenno di sorriso, "Avrete molte cose di cui parlare". Quindi, con un breve cenno formale in direzione del Moro che, a sua volta, chinato leggermente il capo in risposta si scostava per farla uscire dalla stanza, sussurrava "Bentornato a Trieste!" prima di chiudersi la porta alle spalle.
" Ma che bel minuetto!" borbottò sarcastico Sigismondo, versandosi da bere. Il Moro, davanti a lui, non muoveva un muscolo. In attesa. Il padrone di casa si agitò sulla seggiola, a disagio.
Quel traditore del Moro, convinto che ignorasse ciò che era accaduto, era tornato, aveva osato tornare e presentarsi a casa sua - pensò mentre, scrutandone il volto, aveva la fugace impressione di scorgere una scintilla d'ironia nello sguardo dell'uomo che, apparentemente, non denotava il minimo disagio per l'insolenza di cui il Veneziano lo faceva oggetto. Sentimenti contrastanti s'incrociavano scontrandosi dentro di lui, mentre le mani gli tremavano tradendo più che l'intensità delle sue emozioni, l'incapacità di una scelta chiara e decisa alla quale ispirare il suo comportamento. Era già stato informato - le chiacchiere volavano come il vento di bocca in bocca nell'ambiente del porto - di quel carico che riempiva la stiva e che, venduto, avrebbe risolto tutti i suoi guai con i creditori, che lo tormentavano come mosche con il ronzio fastidioso e continuo delle loro richieste. Ma il desiderio di vendicare il suo onore ferito gli mordeva l'anima e ora, ora che se lo trovava finalmente di fronte, la rabbia gli saliva al cervello, offuscandoglielo. Lo sguardo gli cadde sul pugnale che il Moro teneva infilato nella fusciacca e sulla mano che si appoggiava - o stringeva? - l'impugnatura. Lui era disarmato! E se l'altro avesse voluto...?
Sentì che il sudore gli imperlava la fronte. Incrociò, cercando di leggervi dentro i pensieri e le emozioni, lo sguardo dell'altro, ma Il Moro non si muoveva, limitandosi a seguire i suoi movimenti, il volto che sembrava privo d'espressione.
Poi, Sigismondo si alzò: lentamente. Fuori il vento aveva cominciato a soffiare. Un refolo, infilatosi nella stanza da qualche fessura, spense il lume, precipitando il locale nel buio. (continua...)
" Ma che bel minuetto!" borbottò sarcastico Sigismondo, versandosi da bere. Il Moro, davanti a lui, non muoveva un muscolo. In attesa. Il padrone di casa si agitò sulla seggiola, a disagio.
Quel traditore del Moro, convinto che ignorasse ciò che era accaduto, era tornato, aveva osato tornare e presentarsi a casa sua - pensò mentre, scrutandone il volto, aveva la fugace impressione di scorgere una scintilla d'ironia nello sguardo dell'uomo che, apparentemente, non denotava il minimo disagio per l'insolenza di cui il Veneziano lo faceva oggetto. Sentimenti contrastanti s'incrociavano scontrandosi dentro di lui, mentre le mani gli tremavano tradendo più che l'intensità delle sue emozioni, l'incapacità di una scelta chiara e decisa alla quale ispirare il suo comportamento. Era già stato informato - le chiacchiere volavano come il vento di bocca in bocca nell'ambiente del porto - di quel carico che riempiva la stiva e che, venduto, avrebbe risolto tutti i suoi guai con i creditori, che lo tormentavano come mosche con il ronzio fastidioso e continuo delle loro richieste. Ma il desiderio di vendicare il suo onore ferito gli mordeva l'anima e ora, ora che se lo trovava finalmente di fronte, la rabbia gli saliva al cervello, offuscandoglielo. Lo sguardo gli cadde sul pugnale che il Moro teneva infilato nella fusciacca e sulla mano che si appoggiava - o stringeva? - l'impugnatura. Lui era disarmato! E se l'altro avesse voluto...?
Sentì che il sudore gli imperlava la fronte. Incrociò, cercando di leggervi dentro i pensieri e le emozioni, lo sguardo dell'altro, ma Il Moro non si muoveva, limitandosi a seguire i suoi movimenti, il volto che sembrava privo d'espressione.
Poi, Sigismondo si alzò: lentamente. Fuori il vento aveva cominciato a soffiare. Un refolo, infilatosi nella stanza da qualche fessura, spense il lume, precipitando il locale nel buio. (continua...)
domenica 26 luglio 2009
Lettera a una donna geniale
Mia cara B... (con il giusto rispetto della privacy) ho cominciato a conoscerti leggendo il tuo libro e andando a curiosare sul tuo blog, già sprangato come un portone chiuso e che, pur consentendo ancora la lettura dei tuoi post, già rimandava a un altro luogo della vasta blogosfera, dove la tua presenza era, però, vaga, quasi fantasmatica. Il tuo libro mi aveva sconvolta in tutti i sensi: non soltanto per la crudeltà, l'orrore, l'incubo che raccontava e così efficacemente descriveva - la guerra si sa non è argomento per stomaci delicati - ma anche, e soprattutto, per la qualità della tua scrittura, che poteva piacere o meno ma era Scrittura: forte, esasperata, martellante, greve da non scendere nella strozza ma anche aerea e struggente come una terra che, allontanandosi, si facesse profilo sempre più esile sulla linea dell'orizzonte, lacerandosi da noi. Sei apparsa, hai brillato - luminosa, scintillante come un fuoco d'artificio in una notte estiva - sei scomparsa. Perché? Potrebbe essere stata una tua scelta, ma una persona che la scrittura se la porta nelle pelle, se la strappa dalle budella, se la sente gorgogliare in gola come rosolio, non rinuncia a scrivere e, inoltre, non rinuncia a farsi leggere, perché si scrive per essere letti, i manoscritti nei cassetti sono come le perle non indossate: muoiono.
Ti sei ricordata, quando il successo ti ha baciata di essere una donna? Hai fatto tesoro degli insegnamenti di tua madre? Te la sei ripetuta la sua esortazione alla modestia, alla ritrosia. Hai saputo arrossire al momento giusto, parlare a voce bassa, lasciare agli altri, uomini di esperienza e - prepotenza dici? - la parola? Hai creduto, per un attimo, che il successo e la genialità in una donna fossero dolci come il miele d'acacia e avessero la stessa valenza che hanno per un uomo. E sì che mamma e babbo ti hanno fatta studiare: le donne, se e quando scoprivano un erba che aiutava a partorire, non venivano premiate: venivano bruciate. Capisco, l'avevi scordato pensando che il mondo, la società fossero cambiati. La Levi Montalcini? Eccezionale! purtroppo, e quindi adatta a confermare la regola, che altro non è se non il più bieco piattume. Avresti dovuto guardarti intorno: nei luoghi dell'esercizio del potere non ci sono donne - al G8 dici? - se non, appunto, stavo per arrivarci, a dare un tocco di classe, ma leggero mi raccomando: molti sorrisi e poche parole, poiché è sempre preferibile per una donna sposare un uomo di successo, che averlo il successo. E' dello stesso avviso il nostro illuminato premier che suggerisce alle belle ragazze italiane, per superare la crisi, non di studiare e specializzarsi, ma di sposare un uomo ricco come il suo splendido rampollo, tale Piersilvio. Ascoltate la mamma ragazze e, se avete avuto la sfortuna di nascere un po' troppo sveglie, fingetevi tonte: la genialità sulle labbra di una donna non è miele. E' fiele.
Ti sei ricordata, quando il successo ti ha baciata di essere una donna? Hai fatto tesoro degli insegnamenti di tua madre? Te la sei ripetuta la sua esortazione alla modestia, alla ritrosia. Hai saputo arrossire al momento giusto, parlare a voce bassa, lasciare agli altri, uomini di esperienza e - prepotenza dici? - la parola? Hai creduto, per un attimo, che il successo e la genialità in una donna fossero dolci come il miele d'acacia e avessero la stessa valenza che hanno per un uomo. E sì che mamma e babbo ti hanno fatta studiare: le donne, se e quando scoprivano un erba che aiutava a partorire, non venivano premiate: venivano bruciate. Capisco, l'avevi scordato pensando che il mondo, la società fossero cambiati. La Levi Montalcini? Eccezionale! purtroppo, e quindi adatta a confermare la regola, che altro non è se non il più bieco piattume. Avresti dovuto guardarti intorno: nei luoghi dell'esercizio del potere non ci sono donne - al G8 dici? - se non, appunto, stavo per arrivarci, a dare un tocco di classe, ma leggero mi raccomando: molti sorrisi e poche parole, poiché è sempre preferibile per una donna sposare un uomo di successo, che averlo il successo. E' dello stesso avviso il nostro illuminato premier che suggerisce alle belle ragazze italiane, per superare la crisi, non di studiare e specializzarsi, ma di sposare un uomo ricco come il suo splendido rampollo, tale Piersilvio. Ascoltate la mamma ragazze e, se avete avuto la sfortuna di nascere un po' troppo sveglie, fingetevi tonte: la genialità sulle labbra di una donna non è miele. E' fiele.
sabato 25 luglio 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Nella sala da pranzo dei Dellapicca, le prime ombre della sera danzavano sulla tovaglia prima di acquattarsi negli angoli, in silenziosa attesa.
Sigismondo mangiava svogliatamente e Maria, davanti a lui, lo osservava incredula chiedendosi come fosse possibile che non avesse saputo dell'arrivo della Capinera. Oppure ne era a conoscenza, ma stava archittettando qualcosa? e, mentre questi pensieri le attraversavano la mente, lasciava scorrere lo sguardo su quel volto maschile dalla bocca rapace e dalle guance molli e gonfie che ne lasciavano intuire l'avidità e la debolezza. Con il passare degli anni, aveva perso, a contatto con la gente del porto, anche quella patina formale di raffinatezza che l'ambiente dal quale proveniva gli aveva dato e, ora, trasudavano dai gesti e dagli sguardi la noia, il disincanto velato di cinismo e la mancanza d'iniziativa e interessi. Tutto lo infastidiva a esclusione di quel suo, sempre più stanco, rincorrere le femmine e sedere al tavolo da gioco, le carte in mano, il tacco della scarpa che, quando s'intestardiva a perdere, picchiava sul pavimento con un gesto che ne denunciava la mai superata arroganza.
Perchè non diceva nulla? Cosa aveva intenzione di fare? La gola strozzata, Maria cercava di darsi un contegno, mentre Teresina le lanciava occhiate sgomente, alludendo con il mento al padrone, il viso tondo di ragazzina che assumeva un'espressione interrogativa. Il silenzio gravava sulla stanza, rotto soltanto dal tintinnio delle posate. Nella mente di Maria il ricordo di due notti: quella delle nozze, con Sigismondo addormentato, senza una parola, una carezza, il peso di quel corpo estraneo che la opprimeva e, poi, l'altra, quella rubata... Il marito partito per un viaggio d'affari, e il Moro a cena. Avevano parlato tutta la notte: lui le aveva raccontato dei tramonti sul mare quando nello spazio fugace in cui la notte scaccia il giorno l'aria si riempie di sussurri e le donne pesce cantano. Pur avendo percorso tutti i mari e visto tutti i paesi, quell'uomo ricordava soprattutto i giardini della sua terra e il loro profumo in notti in cui lo scirocco non faceva dormire e la mente, stanca, partoriva sogni o incubi. L'aveva amata con una passionalità sconcertante...
Un rumore attraversò l'aria, spezzando il silenzio, scacciando i ricordi. Qualcuno aveva bussato al portone d'ingresso. Maria vide raggrinzirsi il volto del marito, mentre il cuore le balzava nel petto e il suo viso sbiancava. Poi un rumore di passi lungo il corridoio, la porta che si apriva e Teresina che, balbettante, annunciava il Moro che, alle su spalle, sfumava indistinto come un fantasma nell'oscurità del corridoio.
Sigismondo mangiava svogliatamente e Maria, davanti a lui, lo osservava incredula chiedendosi come fosse possibile che non avesse saputo dell'arrivo della Capinera. Oppure ne era a conoscenza, ma stava archittettando qualcosa? e, mentre questi pensieri le attraversavano la mente, lasciava scorrere lo sguardo su quel volto maschile dalla bocca rapace e dalle guance molli e gonfie che ne lasciavano intuire l'avidità e la debolezza. Con il passare degli anni, aveva perso, a contatto con la gente del porto, anche quella patina formale di raffinatezza che l'ambiente dal quale proveniva gli aveva dato e, ora, trasudavano dai gesti e dagli sguardi la noia, il disincanto velato di cinismo e la mancanza d'iniziativa e interessi. Tutto lo infastidiva a esclusione di quel suo, sempre più stanco, rincorrere le femmine e sedere al tavolo da gioco, le carte in mano, il tacco della scarpa che, quando s'intestardiva a perdere, picchiava sul pavimento con un gesto che ne denunciava la mai superata arroganza.
Perchè non diceva nulla? Cosa aveva intenzione di fare? La gola strozzata, Maria cercava di darsi un contegno, mentre Teresina le lanciava occhiate sgomente, alludendo con il mento al padrone, il viso tondo di ragazzina che assumeva un'espressione interrogativa. Il silenzio gravava sulla stanza, rotto soltanto dal tintinnio delle posate. Nella mente di Maria il ricordo di due notti: quella delle nozze, con Sigismondo addormentato, senza una parola, una carezza, il peso di quel corpo estraneo che la opprimeva e, poi, l'altra, quella rubata... Il marito partito per un viaggio d'affari, e il Moro a cena. Avevano parlato tutta la notte: lui le aveva raccontato dei tramonti sul mare quando nello spazio fugace in cui la notte scaccia il giorno l'aria si riempie di sussurri e le donne pesce cantano. Pur avendo percorso tutti i mari e visto tutti i paesi, quell'uomo ricordava soprattutto i giardini della sua terra e il loro profumo in notti in cui lo scirocco non faceva dormire e la mente, stanca, partoriva sogni o incubi. L'aveva amata con una passionalità sconcertante...
Un rumore attraversò l'aria, spezzando il silenzio, scacciando i ricordi. Qualcuno aveva bussato al portone d'ingresso. Maria vide raggrinzirsi il volto del marito, mentre il cuore le balzava nel petto e il suo viso sbiancava. Poi un rumore di passi lungo il corridoio, la porta che si apriva e Teresina che, balbettante, annunciava il Moro che, alle su spalle, sfumava indistinto come un fantasma nell'oscurità del corridoio.
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