domenica 18 ottobre 2009

La risposta

Questa mattina mi sono svegliata molto presto, la casa era gelida, l'inverno qui in Emilia è arrivato di botto, come in questo periodo di variazioni climatiche intense e sottilmente angoscianti succede, e per approdare alle otto del mattino e a una temperatura accettabile, ho preso un libro a caso nel ripiano di quelli ancora da leggere. L'ho aperto: incipit da grande scrittore: "Lo svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico..." Philip Roth così comincia "Pastorale Americana" partendo in sordina e conducendomi per mano in quella cittadina, quelle strade, case, giardini, aule e campi sportivi che ognuno di noi si porta dentro, palcoscenici, che il ricordo ha cristallizzato, di infanzie vissute sperimentando tutta la gamma della felicità e infelicità infantile: le profonde insicurezze, i progetti faraonici, le devastanti delusioni, le immotivate esaltazioni. In contrapposizione netta con le dimensioni fisiche dell'infanzia, tutto esorbita nel bambino travalicando i suoi striminziti confini: tracima e fa strage o salva facendo rifulgere un coraggio che è tale più nei presupposti che nei fatti. Se lo scrittore è Roth (cognome, come ho già scritto in un mio post, che sembrerebbe inchiodare chi lo porta alla scrittura, come un Cristo alla croce), capace di descrivere non un'infanzia ma l'infanzia, il processo d'identificazione è immediato e la sottoscritta... era lì, tornata bambina - bava alla bocca - a smaniare per il ragazzo o la ragazza che assommavano in sé il meglio di tutto ciò che il sole illumina ogni giorno sulla terra. Il mito, ciò che avremmo voluto, e nei sogni più arditi, anche potuto essere. Se...Se? Be', se avessimo avuto una famiglia diversa - grande alibi la famiglia d'origine, anche perché effettivamente una certa influenza nel bene e nel male chi si sentirebbe di negargliela, e ciò dà all'alibi una certa consistenza - se il destino ci avesse consegnato alla nascita qualche dono in più, che ne so, il naso di zia Maria invece della patata, grossa e adunca, che si mangia il viso di mio padre e che con l'età ha assunto una colorazione sanguigna che gli dà l'aria da pagliaccio anche quando fa o tenta di fare quello serio. E poi? Poi tutto il resto che il destino, distratto, ha dimenticato sul fondo della borsa e che è andato a finire sull'ignaro capo di quello che di conseguenza è diventato il Mito.
Riemergo, grazie allo squillo della sveglia e al diffuso tepore che mi riconcilia con l'inverno, dal libro dove in sessanta paginette Roth mi mostra come si scrive. Come lui scrive. Come scrive uno scrittore. E un velo di malinconia scivola sulla domenica ottobrina che mi si spalanca davanti: alla mia domanda "scrittrice o scribacchina" Lui ha già risposto. Lui: Roth. Il grande, grandissimo Roth.

venerdì 16 ottobre 2009

Dopo un breve pigolio, di nuovo il silenzio.

Il Paese era impegnato nella ricostruzione: dall'America arrivavano aiuti all'Europa devastata e condizionamenti. Mia madre mi raccontava "Via col vento" al mattino, cucinando il sugo. A puntate, perché era lunghissimo, facendomi sognare su Rossella O'Hara che mi ricordava la nonna. Alla sera in cucina ascoltavamo la radio. La vita riprendeva: a Salsomaggiore si eleggeva di nuovo la più bella del reame e se ne tornava a casa, sconfitta, Scicolone Maria che, diventata Sofia Loren, avrebbe vinto l'Oscar per "La Ciociara" diretto da Vittorio De Sica il regista del neorealismo. Le donne potevano ambire alla notorietà soltanto nel mondo dello spettacolo, della moda o, in tono minore, in campo artistico: attrici, cantanti, ballerine, creatrici di moda e modelle, qualche scrittrice o pittrice.
A scuola c'erano le classi femminili e quelle maschili, nei paesi gli uomini ballavano tra loro, la verginità era un valore... Io leggevo il "Pioniere", mia madre sfogliava svogliata "Noi donne" che mio padre le comperava.
Nel Paese, diviso tra comunisti e democristiani, finalmente, nel'46 il voto era stato esteso alle donne (in Finlandia l'avevano ottenuto nel 1906), ma prima di votare si sentiva il marito e il parroco, che dal pulpito tuonava contro i comunisti che la chiesa aveva ben pensato di scomunicare.
Le donne erano rientrate nei ranghi, la loro voce, quel pigolio che avevano emesso, si era spenta.
Anche se il mio tempo sembrava immobile, scandito da interminabili pomeriggi di sole e noia che mi facevano desiderare il ritorno a scuola, le stagioni si avvicendavano. Non portavo più i calzettoni e mi era tagliata le trecce. Al giovedì sera andavamo a sentire "Lascia o raddoppia" al bar dell'angolo. Nelle case della borghesia, in cucina, troneggiava il frigorifero. Nel Paese dei miracoli, al vaglio del Vaticano, esplodeva un nuovo miracolo: quello economico.
Negli Usa Betty Friedan pubblicava "Mistica della femminilità" ma in Italia le donne arrivavano ancora vergini al matrimonio, o lo facevano credere alle madri e alle amiche.
Le ragazze venivano mandate a scuola, anche se l'università era riservata quasi esclusivamente ai maschi ma, come avrebbe detto di lì a poco Jacqueline Lee Bouvier sposata Kennedy, "Le donne studiavano per mogli." (continua...)

giovedì 15 ottobre 2009

La lunga marcia è cominciata o già finita?

Esiste una "questione femminile"? Se la risposta è positiva, e io credo che lo sia, in quali termini si definisce? Sono abbastanza vecchia e il femminismo di rottura, almeno nel nostro Paese, sufficientemente giovane per averne avuto un'esperienza diretta, sulla pelle, e per aver raccolto confidenze e ricordi di madri e nonne.
La nonna paterna aveva in comune con quella materna ben poco a eccezione della scelta del silenzio su quelle che erano state le loro vite. Una affermava "A tagliarsi il naso il sangue cade in bocca", l'altra alzava una spalla e cambiava discorso, quando le domande diventavano troppo personali. Però per me, bambina avida di racconti e particolarmente curiosa, abituata a ficcarmi nelle cucine di casa per bermi quel backstage della vita familiare che aveva nel salotto buono la sua rappresentazione ufficiale, bastava poco per capire, anche da quattro parole, quello che il silenzio celava. Quindi, la prima regola che mi venne data, soprattutto con l'esempio, fu quella del silenzio. Una donna educata non parlava, chiacchierava. Le chiacchiere davano la stura soprattutto alle critiche nei confronti delle altre donne, quelle che, infrangendo le regole, venivano definite "chiacchierate". La seconda regola non scritta dunque isolava le donne più coraggiose, quelle che uscivano dagli schemi, negando loro qualsiasi forma di complicità al femminile. La mancanza di cultura (generalizzata, ma ben più pesante tra le donne) e di autonomia economica (la donna generalmente non lavorava fuori casa e non disponeva del suo patrimonio personale) completavano il quadro rendendo le donne un ibrido strano che non poteva decidere del proprio destino, di cui il padre prima e il marito dopo diventavano arbitri. La nonna paterna ebbe dodici figli e fece di quel suo ventre prolifico il suo motivo d'orgoglio e il suo riscatto, ma la dice lunga la sua predilezione per i maschi di famiglia, coccolati, seguiti e fatti studiare, sacrificando le femmine quasi a voler massacrare quella femmnilità che aveva ingabbiato la sua vita e che lei probabilmente aveva subito e non gestito. Il destino beffardo le avrebbe concesso dagli otto figli sopravvissuti solo cinque nipoti: tutte femmine. Cominciava, anche se con modalità ambigue, una sotterranea rivolta: le figlie di nonna Lucrezia non si sposarono o furono sterili. Avevano intuito il potenziale distruttivo di una maternità non scelta? Destino biologico della donna la maternità era destino sociale o tout court, destino. Destino e basta.
La nonna materna, quaranta chili in un metro e cinquanta di altezza, vedova giovane con due figlie fu una "chiacchierata": decise infatti di sposare, quarantenne, un uomo molto più giovane di lei. Famiglia e figlie, mia madre in testa, non glielo perdonarono mai, ma quel suo "el me piasi e me lo ciogo" (che mi venne raccontato da mia madre perché lei, già vedova anche del secondo marito non ruppe la consegna del silenzio e non parlò mai con me di quella sua scelta) costituì per me un fondamentale esempio di concisione e decisione al femminile.
Mia madre ebbe la sventura di crescere nel Ventennio fascista, di passare la giovinezza tra guerra e dopoguerra e di vivere un matrimonio infelice. All'interno di quella generazione massacrata, le donne pagarono un prezzo altissimo: fatte entrare a forza nel mondo del lavoro per sostituire gli uomini mandati a combattere, vennero rispedite a casa a fine guerra, al ritorno dei reduci. Ma quelle donne in fuga sotto i bombardamenti alleati, alla ricerca quotidiana di cibo, staffette partigiane in montagna, operaie in fabbrica, manovratrici sui tram, scoprirono che potevano, dato che dovevano, prendere decisioni. E quando tornarono i mariti, uomini devastati nel corpo ma uccisi soprattutto nell'anima, nella geografia sconvolta dalla guerra constatarono di aver perso non solo le case, ma anche la loro autorità maschile. Furono queste donne che iniziarono a cambiare le regole del gioco cominciando a parlare con le figlie, a raccontare e raccontarsi. E nel confronto sui ricordi della guerra s'infilarono considerazioni personali. Qualche partigiana era entrata in politica, qualche donna aveva continuato a lavorare. Nel muro del silenzio femminile si aprirono le prime crepe. (continua...)

I Dellapicca

" E Il Moro, nonna, come fu l'incontro con Il Moro?"
" Be', piuttosto freddo, un po' formale. Anche se il destino aveva incrociato le loro vite, Sigismondo non si fidava di lui e non gli perdonava né di averlo tradito con Maria né quell'autorevolezza che si sprigionava dal suo corpo maestoso, dallo sguardo che non si abbassava mai davanti a un interlocutore e dal coraggio che il portamento e i movimenti calmi e sicuri tradivano. Il Moro da parte sua lo riteneva non soltanto un vigliacco, ma anche il degno rappresentante di un mondo che, anche se in fase di avanzata decomposizione, per lui sarebbe stato comunque e sempre inaccessibile. Era rimasto strabiliato nel venire a conoscenza dell'identità dell'uomo di cui tutti parlavano, attribuendogli buona parte del merito nella sconfitta subita dai pirati e ancora non riuciva a capacitarsene. Covava inoltre come l'altro un'invidia di fondo che, pur rendendo difficili i loro rapporti, contribuiva però ad alimentarli, perché a unirli in un legame, tormentato ma saldo, c'era anche quella donna, non del tutto consapevole di quella provocante bellezza e dell'impatto che poteva avere sugli uomini che la circondavano. Anche la figlia stava crescendo dotata della stessa grazia della madre, i lineamenti infantili perfetti che ne facevano presagire il futuro splendore.
" Diventò bella come la madre, nonna?"
" Sì, questa antenata della quale rimase un ritratto, ci ha lasciato in eredità questi lineamenti, il portamento ma anche la iattura che spesso si accompagna a ciò che esula dall'ordinario. Una donna troppo bella spesso paga con una vita difficile questo dono che il destino alla nascita le concede".
" E Sigismondo si adattò a vivere e, soprattutto, che lavoro fece per..."
" Be' la padrona della locanda che non aveva figli, rimasta vedova, si affezionò molto a Maria e alla figlia. Col tempo la sua fiducia aumentò e alla sua morte Maria risultò essere l'unica erede".
" Ma Sigismondo... oste?" chiese stupita Mielita.
" L'oste era una figura importante nella gerarchia sociale del tempo e la Serenissima, che comandava ancora su quelle terre, la teneva in notevole considerazione. L'osteria, come la chiesa per le donne, era il luogo d'incontro degli uomini e di conseguenza l'oste era la persona idonea a fungere da intermediario tra il potere centrale a i luoghi periferici soggetti all'influenza di Venezia. Conosceva infatti tutto di tutti e davanti al suo bancone prima o poi non c'era uomo del paese che non passasse. L'unico creditore scampato alla furia del Moro non si fece più sentire, anche perché Sigismondo aveva di che vivere, ma con la distruzione del magazzino il suo patrimonio era andato perduto e non avrebbe avuto più nulla su cui rivalersi. Passarono così anni relativamente sereni per I Dellapicca sottratti al tourbillon provocato dalla Rivoluzione francese e dall'ingresso, sulla scena del mondo, di Napoleone Bonaparte. Ma questa, Mielita, è un'altra storia e non sarò io a raccontartela. (continua...)

mercoledì 14 ottobre 2009

"Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d'isole, di pesci, di dimore, di stumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee, traccia l'immagine del suo volto".
Jorge Luis Borges

martedì 13 ottobre 2009

Se...

Se ti capita di sentire l'ultimo grido della civetta quando la notte è ancora buia, imbastire una storia su quel grido e avventurarti come un equilibrista impavido che si regga solo sul fiato delle parole

non avere paura

Se davanti all'urlo della folla tu, timida e riservata, hai messo in piazza la tua anima rossa di vergogna come il drappo di un torero

non vergognarti

Se ti capita di vedere un volto sul metrò, una faccia tra cento, maschera che troppe rughe incidono come viottoli resi polverosi dalla calura estiva, e non è carnevale, non più o non ancora

non stupirti

Se ti capita di indossare un'altra vita rubandola con destrezza, come un cappello per sbaglio in un ristorante, annusandone il sangue e il sudore, mentre ti aggiri e scruti e nulla ti sfugge

non sentirti una ladra

Se ti capita di prevedere il futuro perché di una storia hai azzeccato il finale, e allo storpio hai dato la più bella, come se in una notte d'agosto tu avessi potuto scegliere tra tutte una stella

non è per magia

Se ti capita di scrivere di notte, quando gli altri dormono e i sogni si arrendono ai desideri svelando gli incubi nascosti nelle pieghe dell'anima

non farti curare

La diversità non è malattia, né paura, né follia, tanto meno magia
è solo tanta, forse troppa?, fantasia.

lunedì 12 ottobre 2009

Ancora sulla scrittura

E' rimasta lì per una vita, come una bomba inesplosa sepolta sotto pochi metri di terra , la mia passsione per la scrittura. In attesa, mentre io raccoglievo sulle labbra, negli occhi della gente le loro storie, scrutavo invadente ogni volto e alla sera, quando i figli erano a letto e la cucina in ordine, nell'agenda, dove gli impegni si mangiavano ogni scampolo della giornata, infilavo un commento. Di straforo. Ma il tempo, quel tempo di donna che ha una valenza che le ore dei maschi non conoscono, volava. I figli crescevano: adolescenze difficili da figli di separati, venate di rancore. Gli impegni sempre più fitti, le sere che, nella cucina ora in disordine, mi sorprendevano addormentata sui compiti da correggere.

La scrittura richiede calma, tempo e la dedizione assoluta delle passioni. Non potevo permettermela. Ma dentro la mia testa una storia, cento storie si ritagliavano spazi, vite parallele alla mia. Patologicamente distratta, sentivo fioccare le critiche di mia madre, sul lavoro qualche sorrisetto. Quella bomba inesplosa vibrava sotto i miei passi, anche i più leggeri. L'estraneità al mondo che mi circondava aumentava. Invano le mie radici cercavano la loro terra.

Intanto i figli s'incamminavano lungo le strade del mondo, nascevano i nipoti. La cucine ora di nuovo in ordine - a me bastavano un'insalata e un pezzo di formaggio, dopo tanto cucinare - sul tavolo libri e quaderni, ma non quelli dei miei alunni: non insegnavo più.

Il botto non si è sentito quando la bomba è esplosa, la deflagrazione l'ho avvertita soltanto io. Sono volata, come il Barone di Munchausen approdando là dove i segni non vengono lasciati dai passi, ma dalle parole e il tempo lo si misura in pagine sfogliate. Nata dalla scrittura quella terra è una storia.
Un libro la racchiude.