Nella carrozza la sua voce querula, con un filo di affettazione riusciva a superare il boato del treno in corsa. Si era attaccata al telefonino come una zecca alla pelle.
Rideva, fasulla.
"Come dici?" Mi sembrava impossibile che qualcuno riuscisse, anche per un solo istante a farla tacere. Infatti!
"No, domani non esisto: voglio comperare una maglietta leopardata, sì leopardata, hai sentito benissimo: non mi ci vedi? E invece mi ci vedrai. Devi andare? Capisco, ci sentiamo".
Le si sarà asciugata la lingua? Trillo imperioso: s'ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra... Be', da un po' a sinistra non risponde nessuno, penso, e tento di appisolarmi, fatta su nel cappotto che mi avvolge.
"Sì mamma sono io. Chi vuoi che sia?"
Questa è la madre.
"No, mamma; la cotoletta di sera mi resta sullo stomaco. Se il treno ritarderà? Per chi mi hai preso: per una veggente? Non mi interessa il tuo programma tv: guardati quello che vuoi. No, non occorre che venga papà a prendermi... ma certo che ho la valigia. Mi metto la roba nel fagotto, me lo piazzo in testa e poi ancheggiando scendo dal treno e sfilo lungo il binario? Mamma viene Franco a prendermi, anzi adesso ti lascio perchè devo avvertirlo. Infastidita "Ciao mamma,ciao" e non gorgheggia più. Spero nuovamente che taccia.
"Ciao amore, cosa fai? Be' non occorre essere maleducati. Comunque" sostenuta "il treno ha sei minuti di ritardo: arriverà alle otto e cinquantadue. Settimana infernale. Ora ti racconto: te la ricordi la Rosy? Quella st...za che era in classe con la sorella della morosa di tuo fratello? Be, l'hanno assunta, sembrerebbe a tempo indeterminato... Come non assumono nessuno? Lei sì! Per me è andata a letto con il Capo del Personale..."
Quando mi alzo e le passo davanti per cambiare vagone, maldestramente a causa di uno scossone del treno le urto il gomito. Il telefonino le cade, mentre io seguo l'arco che disegna e mi preparo. Quando tocca terra allungo la gamba: vorrei schiacciarlo fino a sentirlo scricchiolare sotto il mio tacco. Emettere una sorta di guaito meccanico. Non oso.
Lei è, o sembra, costernata: vorrebbe parlare, ma grazie a Dio è finalmente afona a furia di produrre saliva.
Perché comportarsi in questo modo? Perché salire sul palcoscenico dando vita a quello streotipo femminile: complice con l'amica, insofferente al controllo materno, seducente/aggressiva con il compagno? Mi sono chiesta ascoltandola quanto fosse faticoso. E quanto rassicurante.
E quanto la tecnologia evidenziasse i bisogni. Il desiderio di comunicare, di socializzare non è cambiato: è cambiata la modalità della comunicazione.
Con quali conseguenze?
giovedì 5 novembre 2009
mercoledì 4 novembre 2009
Parole
Quando i tuoi occhi che tutto hanno guardato
per vedere dovranno inventare
allora
soltanto allora,
nelle sere che la notte ingoia nell'oblio
e il silenzio incanta,
potrai prendere in mano la penna
e
la parola,
mare
per farti affogare,
sarà marea per portarti
a riva
per vedere dovranno inventare
allora
soltanto allora,
nelle sere che la notte ingoia nell'oblio
e il silenzio incanta,
potrai prendere in mano la penna
e
la parola,
mare
per farti affogare,
sarà marea per portarti
a riva
lunedì 2 novembre 2009
Principesca solitudine
La sera scendeva sontuosa e il mare si macchiava di rosso all'orizzonte, là dove si fondeva con il cielo. Come muore il giorno nelle terre che non si affacciano sul mare? - si chiese. La sera successiva l'avrebbe vista orfana di tanta bellezza.
La casa era una distesa di scatoloni sigillati: avevano cenato a panini e frutta, la gatta che si aggirava stranita miagolando il suo disagio.
Alle sue spalle il Carso puntava ardito verso il cielo, i viottoli polverosi che costeggiavano le doline e i vigneti dalle piante piccole, contorte da un vento che spadroneggia, rubando beffardo quel po' di terra strappata alla roccia. L'aspettava una terra grassa e ricca: vigneti ad altezza d'uomo e campi verdi di erba medica...
Qual è il suono di un'aria senza vento? Nella sua città il vento era una presenza, aveva mormorato sul sagrato della chiesa quando si era sposata, figurina di Chagall immortalata in una foto sul punto di volar via, il cappotto a ruota color albicocca gonfio come una mongolfiera... Anche Chagall, senza vento, come avrebbe fatto volare i suoi innamorati? Nelle sere in cui il suo urlo zittiva la città, aveva dato l'avvio, rendendolo protagonista, alle storie più truculente "Era una notte cupa e il vento - come questa sera - ululava sinistro..." Gli occhi dei bambini spalancati come stelle. Che storie avrebbe raccontato senza quel canto a due voci di mare e vento? Con la figlia minore, collezionista nata come lei, avevano raccolto conchiglie e sassi levigati dall'acqua e nei disegni dei bambini che tappezzavano la cucina, l'azzurro dominante si era animato di vele, di stelle di mare, di pesci e mostri marini.
Il mattino seguente si alzò prestissimo e uscì sul terrazzo; il mare lo sentiva, ma non lo vedeva: nascosto nelle pieghe della notte profumava di salmastro. Rimase in attesa fino a quando a Oriente il cielo cominciò a schiarire. Prima debolmente, solo un chiarore sfocato, un brillio che aumentava baldanzoso. Anche nei suoi occhi si accendeva una luce.
Le rocce emersero chiare dal buio, si spensero le stelle e andò sbiadendo la luna. Il paesaggio acquistava i rassicuranti contorni di sempre mentre una manciata di gabbiani si gettava in picchiata sull'acqua e i loro stridii fendevano l'aria. Liberi. Qualcosa acquistava contorni precisi anche dentro di lei.
L'alba, sgominate le ultime ombre, esplodeva; il mare non era più color piombo. Il colore della tristezza. Il sole si levava alto nel cielo. Perché le veniva in mente il sole dell'avvenire? "Sole che sorgi, libero..." Il vento spazzava via le nuvole rubandole i pensieri: sul mare una vela bianca solitaria, spersa in quell'azzurro che la circondava, disegnava un triangolo di solitudine: una principesca solitudine.
Il vento s'intrufolò nella cucina che l'alba illuminava quando incominciò a vuotare uno scatolone dietro all'altro facendoli volare nell'aria tersa del mattino.
La casa era una distesa di scatoloni sigillati: avevano cenato a panini e frutta, la gatta che si aggirava stranita miagolando il suo disagio.
Alle sue spalle il Carso puntava ardito verso il cielo, i viottoli polverosi che costeggiavano le doline e i vigneti dalle piante piccole, contorte da un vento che spadroneggia, rubando beffardo quel po' di terra strappata alla roccia. L'aspettava una terra grassa e ricca: vigneti ad altezza d'uomo e campi verdi di erba medica...
Qual è il suono di un'aria senza vento? Nella sua città il vento era una presenza, aveva mormorato sul sagrato della chiesa quando si era sposata, figurina di Chagall immortalata in una foto sul punto di volar via, il cappotto a ruota color albicocca gonfio come una mongolfiera... Anche Chagall, senza vento, come avrebbe fatto volare i suoi innamorati? Nelle sere in cui il suo urlo zittiva la città, aveva dato l'avvio, rendendolo protagonista, alle storie più truculente "Era una notte cupa e il vento - come questa sera - ululava sinistro..." Gli occhi dei bambini spalancati come stelle. Che storie avrebbe raccontato senza quel canto a due voci di mare e vento? Con la figlia minore, collezionista nata come lei, avevano raccolto conchiglie e sassi levigati dall'acqua e nei disegni dei bambini che tappezzavano la cucina, l'azzurro dominante si era animato di vele, di stelle di mare, di pesci e mostri marini.
Il mattino seguente si alzò prestissimo e uscì sul terrazzo; il mare lo sentiva, ma non lo vedeva: nascosto nelle pieghe della notte profumava di salmastro. Rimase in attesa fino a quando a Oriente il cielo cominciò a schiarire. Prima debolmente, solo un chiarore sfocato, un brillio che aumentava baldanzoso. Anche nei suoi occhi si accendeva una luce.
Le rocce emersero chiare dal buio, si spensero le stelle e andò sbiadendo la luna. Il paesaggio acquistava i rassicuranti contorni di sempre mentre una manciata di gabbiani si gettava in picchiata sull'acqua e i loro stridii fendevano l'aria. Liberi. Qualcosa acquistava contorni precisi anche dentro di lei.
L'alba, sgominate le ultime ombre, esplodeva; il mare non era più color piombo. Il colore della tristezza. Il sole si levava alto nel cielo. Perché le veniva in mente il sole dell'avvenire? "Sole che sorgi, libero..." Il vento spazzava via le nuvole rubandole i pensieri: sul mare una vela bianca solitaria, spersa in quell'azzurro che la circondava, disegnava un triangolo di solitudine: una principesca solitudine.
Il vento s'intrufolò nella cucina che l'alba illuminava quando incominciò a vuotare uno scatolone dietro all'altro facendoli volare nell'aria tersa del mattino.
Alda Merini
Abitavamo nella stessa zona, a Milano. Mi capitò un giorno d’incontrarla e salutarla, intimidita e con un certo impaccio. In lei il rifiuto della normalità era obbligo, non scelta. Di Alda Merini ricorderò gli occhi dove dilagava la sciagura, la iattura di essere agnello in un mondo di lupi, e lo sguardo che scivolava sull’interlocutore smarrendosi in altri luoghi, lontani e inviolati, di cui portava nell’anima la meraviglia e sulle spalle il peso. Destinata a descrivere le offese filtrandole in chiare luci di cristallo in prigioni dimenticate, si privò – fu privata? - di ogni difesa.
La guardai avanzare a fatica sul marciapiede sconnesso dei Navigli. Non osai fermarla.
Sontuosamente “diversa”… vestì il dolore di abiti regali, di leggerezza e di bellezza.
Non la dimenticheremo.
La guardai avanzare a fatica sul marciapiede sconnesso dei Navigli. Non osai fermarla.
Sontuosamente “diversa”… vestì il dolore di abiti regali, di leggerezza e di bellezza.
Non la dimenticheremo.
sabato 31 ottobre 2009
A Oriente il cielo schiariva annunciando il nuovo giorno, mentre stridulo si levava il canto del gallo. Dalle stalle le vacche, le mammelle gonfie di latte, richiamavano i contadini alla mungitura con il loro lamentoso muggito.
Maria si avvolse nello scialle alla ricerca di un po' di calore smuovendo con l'attizzatoio i carboni e gettando della legna nel camino. Guardò oltre i vetri avvertendo l'estraneità di quelle alture dove i boschi si rincorrevano assediando i villaggi dell'interno: casupole affacciate su piazze con l'immancabile chiesa ortodossa e l'osteria di fronte. In mezzo un invisibile confine, con le donne a pregare da una parte e gli uomini a smadonnare dall'altra davanti a un bicchiere di grappa. Sospirò prima di voltarsi e avvicinarsi, per l'ennesima volta nel corso di quella notte, al letto spiando il volto del Moro che, fino a poco prima contratto in una smorfia di dolore, appariva ora disteso e con un accenno di sorriso sulle labbra.
"Svegliatevi, è una bella giornata... Ve la sentireste di buttare giù un po' di... ?", ma non aveva finito la frase, accompagnata da una carezza, che la sensazione di freddo avvertita dalla mano le passò al cuore e al cervello, dove esplose urlandole dentro quella verità che i suoi occhi si rifiutavano di vedere.
Il suo urlo arrivò fino alla camera di Sigismondo, che svegliato da un incubo e ancora sotto l'effetto nefasto di quelle immagini notturne che gli ronzavano nella testa aveva invano tentato di riprendere sonno, gettandolo giù dal letto e facendogli afferrare la giacca mentre dalla porta entrava Maria in lacrime. Sigismondo l'abbracciò cercando di calmarla, ma la moglie si scostò bruscamente, quasi non volesse condividere il suo dolore.
A disagio Sigismondo borbottò:"Mi dispiace... erano troppo gravi le ferite; non è riuscito... " mentre lei gli piantava addosso gli occhi, dicendogli:" Vai a chiamare Jovanka; dobbiamo prepararlo" e, quasi parlasse tra sé e sé, sussurrava ancora a voce bassa "Altro non posso fare per lui, ma è ben poco rispetto a quello che ha fatto per me e mia figlia"
I suoi occhi si posarono ostili sul volto del marito che sotto quello sguardo ricordò l'incubo notturno: la moglie che si allontanava senza nemmeno voltarsi indietro, mentre lui si sgolava a chiamarla, la gola contratta e incapace di emettere parola.
In quella notte appena trascorsa, quell'incubo che l'aveva svegliato era forse un avvertimento, un segnale del quale avrebbe dovuto tenere conto? "Oh mio Dio" pensò "sto diventando superstizioso. A furia di sentire parlare di fantasmi e premonizioni finirò per vedere un asino che vola". E, scuotendo il capo, si vestì in fretta e uscì nel giorno che ormai illuminava il paese, senza riuscire però a scrollarsi di dosso quella sensazione, quasi il presentimento di un pericolo incombente.
Trovò Jovanka sveglia, sul volto le tracce evidenti di una notte insonne. Non fu necessario parlare, alla donna bastò quel gesto sconsolato delle mani per capire e dare sfogo al proprio dolore.
"Maria vi aspetta, doveste aiutarla a... " borbottò, quasi infastidito da quella ostentazione di dolore così insolita nel suo ambiente, dove l'educazione imponeva il controllo dei sentimenti, il riserbo e la compostezza.
"Devo andare. Mi aspettano" concluse e, con un breve cenno del capo, si allontanò mentre i ricordi e il rancore riaffioravano prepotenti incupendogli lo sguardo.
romanzo
Maria si avvolse nello scialle alla ricerca di un po' di calore smuovendo con l'attizzatoio i carboni e gettando della legna nel camino. Guardò oltre i vetri avvertendo l'estraneità di quelle alture dove i boschi si rincorrevano assediando i villaggi dell'interno: casupole affacciate su piazze con l'immancabile chiesa ortodossa e l'osteria di fronte. In mezzo un invisibile confine, con le donne a pregare da una parte e gli uomini a smadonnare dall'altra davanti a un bicchiere di grappa. Sospirò prima di voltarsi e avvicinarsi, per l'ennesima volta nel corso di quella notte, al letto spiando il volto del Moro che, fino a poco prima contratto in una smorfia di dolore, appariva ora disteso e con un accenno di sorriso sulle labbra.
"Svegliatevi, è una bella giornata... Ve la sentireste di buttare giù un po' di... ?", ma non aveva finito la frase, accompagnata da una carezza, che la sensazione di freddo avvertita dalla mano le passò al cuore e al cervello, dove esplose urlandole dentro quella verità che i suoi occhi si rifiutavano di vedere.
Il suo urlo arrivò fino alla camera di Sigismondo, che svegliato da un incubo e ancora sotto l'effetto nefasto di quelle immagini notturne che gli ronzavano nella testa aveva invano tentato di riprendere sonno, gettandolo giù dal letto e facendogli afferrare la giacca mentre dalla porta entrava Maria in lacrime. Sigismondo l'abbracciò cercando di calmarla, ma la moglie si scostò bruscamente, quasi non volesse condividere il suo dolore.
A disagio Sigismondo borbottò:"Mi dispiace... erano troppo gravi le ferite; non è riuscito... " mentre lei gli piantava addosso gli occhi, dicendogli:" Vai a chiamare Jovanka; dobbiamo prepararlo" e, quasi parlasse tra sé e sé, sussurrava ancora a voce bassa "Altro non posso fare per lui, ma è ben poco rispetto a quello che ha fatto per me e mia figlia"
I suoi occhi si posarono ostili sul volto del marito che sotto quello sguardo ricordò l'incubo notturno: la moglie che si allontanava senza nemmeno voltarsi indietro, mentre lui si sgolava a chiamarla, la gola contratta e incapace di emettere parola.
In quella notte appena trascorsa, quell'incubo che l'aveva svegliato era forse un avvertimento, un segnale del quale avrebbe dovuto tenere conto? "Oh mio Dio" pensò "sto diventando superstizioso. A furia di sentire parlare di fantasmi e premonizioni finirò per vedere un asino che vola". E, scuotendo il capo, si vestì in fretta e uscì nel giorno che ormai illuminava il paese, senza riuscire però a scrollarsi di dosso quella sensazione, quasi il presentimento di un pericolo incombente.
Trovò Jovanka sveglia, sul volto le tracce evidenti di una notte insonne. Non fu necessario parlare, alla donna bastò quel gesto sconsolato delle mani per capire e dare sfogo al proprio dolore.
"Maria vi aspetta, doveste aiutarla a... " borbottò, quasi infastidito da quella ostentazione di dolore così insolita nel suo ambiente, dove l'educazione imponeva il controllo dei sentimenti, il riserbo e la compostezza.
"Devo andare. Mi aspettano" concluse e, con un breve cenno del capo, si allontanò mentre i ricordi e il rancore riaffioravano prepotenti incupendogli lo sguardo.
martedì 27 ottobre 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Il Moro era caduto in un sopore mortifero e Maria spesso si avvicinava alla sua bocca per sentirne il respiro, tremando. Sigismondo si era offerto di farle compagnia in quella prima notte che si preannunciava lunga e insidiosa per il ferito, ma la moglie guardandolo negli occhi con l'attenzione che scaturisce automatica nei momenti di angoscia aveva colto nel suo sguardo soltanto pietismo di facciata, ben lontano dal dolore che lei stava provando e, con un gesto di stanchezza, l'aveva invitato a non insistere. E, infatti, Sigismondo, quasi sollevato, era andato a letto e appena messa la testa sul cuscino si era addormentato, ignorando che quella notte i suoi sogni si sarebbero popolati di incubi.
La moglie, nella stanza del ferito, era stata assalita dal peso dei ricordi: il Moro, la prima volta in cui l'aveva visto, nel pieno della sua prestanza fisica si era materializzato davanti ai suoi occhi, inscindibile da Sigismondo che, seduto a un tavolo nella locanda dei suoi genitori, cercava di darsi un contegno, lo sguardo fisso sulla porta nella speranza di vedervi inquadrata la figura del servo che, appena entrato con la sua sola presenza, aveva fatto capire di che pasta fosse fatto, benché Sigismondo l'avesse trattato con notevole alterigia. Quel rapporto di sudditanza era rapidamente cambiato tra i due uomini, soprattutto a causa sua, perchè era lei all'origine di quella sfida che li aveva resi nemici. Giovanissima e ignorante, crescuta tra i tavoli di una locanda - ascoltando anche i consigli di sua madre e con la lusinga di diventare la contessa Dellapicca - per vanità, per pura vanità, aveva sposato il conte Sigismondo. Al pranzo seguito alle nozze, il Moro si era chiuso nel mutismo e, dopo poco più di un'ora, se n'era andato scusandosi, quando il padrone con un sorrisetto si era alzato da tavola salendo al piano superiore per chiudersi nella stanza da letto. Aveva avuto subito la sensazione netta di aver fatto un errore, di avere sposato la persona sbagliata. Il gigantesco nero l'aveva protetta e... amata fin dal primo momento in cui l'aveva vista. Poi, nel tempo, aveva potuto apprezzare l'intensità di quell'amore, tradito dalle occhiate dell'uomo che la seguivano con troppa insistenza, posandosi sui suoi fianchi, mentre i suoi occhi si accendevano, quasi a evocare il calore della sua terra e la malia di una passione che piano piano l'aveva contagiata. Ed era cominciato quel gioco di sguardi, lo sfiorarsi in un crescendo di desiderio, lei tra le braccia del marito che pensava a lui... fino a quella notte, quella notte in cui ubriaca di parole e desiderio l'aveva seguito: il canto delle sirene nelle orecchie, negli occhi stelle, manciate, grappoli di stelle e spicchi di luna. In quella notte di passione, fusi senza soluzione di continuità come cielo e terra all'orizzonte, erano piombati in un gorgo azzurro che al mattino l'aveva restituita a se stessa e al mondo con occhi, sorrisi e mani sapienti di donna... che mai più avrebbero dimenticato.
Ma c'era stata la paura del parto, l'angoscia di non sapere di chi fossero i figli che si portava in grembo, la lontananza dal Moro e tutta la sofferenza che ne era seguita, che le avevano fatto accantonare in un angolo buio della mente il ricordo di quella notte di passione che, ora, prepotente le tornava alla memoria, mentre quasi in attesa degli eventi fissava le scintille che, come lucciole in un prato, rompevano l'oscurità che era piombata sulla stanza.
La moglie, nella stanza del ferito, era stata assalita dal peso dei ricordi: il Moro, la prima volta in cui l'aveva visto, nel pieno della sua prestanza fisica si era materializzato davanti ai suoi occhi, inscindibile da Sigismondo che, seduto a un tavolo nella locanda dei suoi genitori, cercava di darsi un contegno, lo sguardo fisso sulla porta nella speranza di vedervi inquadrata la figura del servo che, appena entrato con la sua sola presenza, aveva fatto capire di che pasta fosse fatto, benché Sigismondo l'avesse trattato con notevole alterigia. Quel rapporto di sudditanza era rapidamente cambiato tra i due uomini, soprattutto a causa sua, perchè era lei all'origine di quella sfida che li aveva resi nemici. Giovanissima e ignorante, crescuta tra i tavoli di una locanda - ascoltando anche i consigli di sua madre e con la lusinga di diventare la contessa Dellapicca - per vanità, per pura vanità, aveva sposato il conte Sigismondo. Al pranzo seguito alle nozze, il Moro si era chiuso nel mutismo e, dopo poco più di un'ora, se n'era andato scusandosi, quando il padrone con un sorrisetto si era alzato da tavola salendo al piano superiore per chiudersi nella stanza da letto. Aveva avuto subito la sensazione netta di aver fatto un errore, di avere sposato la persona sbagliata. Il gigantesco nero l'aveva protetta e... amata fin dal primo momento in cui l'aveva vista. Poi, nel tempo, aveva potuto apprezzare l'intensità di quell'amore, tradito dalle occhiate dell'uomo che la seguivano con troppa insistenza, posandosi sui suoi fianchi, mentre i suoi occhi si accendevano, quasi a evocare il calore della sua terra e la malia di una passione che piano piano l'aveva contagiata. Ed era cominciato quel gioco di sguardi, lo sfiorarsi in un crescendo di desiderio, lei tra le braccia del marito che pensava a lui... fino a quella notte, quella notte in cui ubriaca di parole e desiderio l'aveva seguito: il canto delle sirene nelle orecchie, negli occhi stelle, manciate, grappoli di stelle e spicchi di luna. In quella notte di passione, fusi senza soluzione di continuità come cielo e terra all'orizzonte, erano piombati in un gorgo azzurro che al mattino l'aveva restituita a se stessa e al mondo con occhi, sorrisi e mani sapienti di donna... che mai più avrebbero dimenticato.
Ma c'era stata la paura del parto, l'angoscia di non sapere di chi fossero i figli che si portava in grembo, la lontananza dal Moro e tutta la sofferenza che ne era seguita, che le avevano fatto accantonare in un angolo buio della mente il ricordo di quella notte di passione che, ora, prepotente le tornava alla memoria, mentre quasi in attesa degli eventi fissava le scintille che, come lucciole in un prato, rompevano l'oscurità che era piombata sulla stanza.
lunedì 26 ottobre 2009
Amour fou
E' arrivata in una giornata di pioggia, infreddolita. Solo occhi, quei suoi occhi da gazzella inseguita, che spuntavano da sotto il berretto. Le prime parole, con al fondo un tremolio di gola, tradivano il nervosismo e la tensione che le sigarette aspirate in fretta, una dopo l'altra, non sarebbero riuscite a contenere. Un'amica. Ammalata d'amore, d'amour fou. Non capirò mai l'alchimia misteriosa di questo sentimento, la sua forza e la sua contemporanea inconsistenza. Mi resterà misterioso quel suo calarsi, con l'avidità fulminea di un falco, sulla preda arpionandola per trascinarla verso il cielo, inerme e rassegnata al proprio destino. Spesso è "colpo di fulmine", attrazione fatale che sembrerebbe incastrare tra loro, in un abbraccio indissolubile, più vulnerabilità freudianamente intuite che affinità elettive. Ciechi come gattini appena nati e sordi a qualunque argomentazione diversa dal canto di sirene omeriche che soltanto l'altro sa evocare, perdiamo le coordinate abituali dell'andare.
Parlare, spiegare, argomentare dall'esterno: tutto tempo perso, perché l'unico tempo valido sarà quello che una mattina, improvvisamente, riporterà alla data segnata sul calendario, al mese scritto sull'agenda, alla vita di tutti i giorni e alla fine dell'incantesimo che, come tutte le malie, ha in sè un fondo di dolore, di tirrania, di crudeltà che in qualche amore prende il sapravvento, trasformando il rapporto in un gioco al massacro. E l'interminabile elenco delle donne (perché sono soprattutto donne le vittime) uccise "per amore" ne testimonia la forza distruttiva, l'uso che di questo sentimento può essere fatto.
Ancora oggi? Oggi che le donne dovrebbero essere più colte, preparate, critiche? Perché? Una domanda alla quale posso solamente tentare di dare qualche risposta, facendo delle ipotesi. Forse nell'incontro con un uomo riemergono dolori antichi, vuoti affettivi mai superati che - così ci dicono - risalirebbero all'infanzia. Ora, adulte, vorremmo saldare finalmente quei conti in sospeso, liberarci da situazioni familiari difficili che ci hanno fornito modelli di riferimento, sia maschili sia femminili, distorti e problematici.
Da un punto fermo dovremmo partire: la differenza tra i bisogni e i desideri.
Il bisogno è una catena, un laccio al collo, è un uomo che non ci piace, non stimiamo, che legge solamente fumetti mentre noi siamo topi di biblioteca, affoga in mille parole di cui noi consideriamo superflua la metà, adora il calcio che noi non tolleriamo, passerebbe la vita al mare e a noi - pelle da protezione cinquanta - il mare dà l'angoscia.
Cosa ci unisce? Non lo sappiamo, ma sappiamo che non "possiamo" stare senza quell'uomo. Più corretto sarebbe dire che non possiamo fare a meno del clima da guerriglia urbana in cui ci fa vivere. Non ho detto non vogliamo, ho detto non possiamo. Come alcolisti obbligati a trangugiare anche alcool denaturato per soddisfare i loro bisogni, instauriamo una "dipendenza affettiva" all'interno della quale non saremo più un uomo e una donna, ma una vittima e un carnefice. A questo punto si arriverà allo scontro frontale, senza esclusione di colpi, al "J'accuse" interminabile, condito di pianti e promesse finali di cambiamento, alle nottate di insulti e recriminazioni protratte fino alle prime livide luci dell'alba che illumineranno lo sfacelo: questo inferno che abbiamo messo in piedi e che chiamano amore. Poi ci saranno i tentativi di lasciarsi, monotonamente uguali nella loro ripetitività: uno che se ne va, l'altro che lo segue. Qualche volta si resisterà per una settimana o giù di lì, poi si tornerà comunque a casa con la sensazione di aver commesso l'ennesimo errore. La vita diventa, a questo punto, una prigione nella quale ci si rinchiude volontariamente, attaccate alle sbarre e guardare, disperate, le vite degli altri. Vite normali che a noi sono precluseperché noi non siamo libere. Dentro. La vera gabbia che ci racchiude è in noi, relegata in luoghi reconditi della memoria. Sono ricordi che lasciano tracce di sé nei sogni, nei lapsus, nel dolore di vite in cui si è obbligati a scavare, a cercare il bandolo di una matassa arruffata che prima o poi dovremo dipanare. Perché soltanto la libertà interiore, che l'aver guardato in faccia i propri demoni - meglio se con l'aiuto di uno psicologo - permette di conquistare, ci consentirà di scegliere un uomo sulla base, questa volta, di motivazioni valide nel determinare comportamenti e scelte, come l'affinità o il rispetto della diversità.
Parlare, spiegare, argomentare dall'esterno: tutto tempo perso, perché l'unico tempo valido sarà quello che una mattina, improvvisamente, riporterà alla data segnata sul calendario, al mese scritto sull'agenda, alla vita di tutti i giorni e alla fine dell'incantesimo che, come tutte le malie, ha in sè un fondo di dolore, di tirrania, di crudeltà che in qualche amore prende il sapravvento, trasformando il rapporto in un gioco al massacro. E l'interminabile elenco delle donne (perché sono soprattutto donne le vittime) uccise "per amore" ne testimonia la forza distruttiva, l'uso che di questo sentimento può essere fatto.
Ancora oggi? Oggi che le donne dovrebbero essere più colte, preparate, critiche? Perché? Una domanda alla quale posso solamente tentare di dare qualche risposta, facendo delle ipotesi. Forse nell'incontro con un uomo riemergono dolori antichi, vuoti affettivi mai superati che - così ci dicono - risalirebbero all'infanzia. Ora, adulte, vorremmo saldare finalmente quei conti in sospeso, liberarci da situazioni familiari difficili che ci hanno fornito modelli di riferimento, sia maschili sia femminili, distorti e problematici.
Da un punto fermo dovremmo partire: la differenza tra i bisogni e i desideri.
Il bisogno è una catena, un laccio al collo, è un uomo che non ci piace, non stimiamo, che legge solamente fumetti mentre noi siamo topi di biblioteca, affoga in mille parole di cui noi consideriamo superflua la metà, adora il calcio che noi non tolleriamo, passerebbe la vita al mare e a noi - pelle da protezione cinquanta - il mare dà l'angoscia.
Cosa ci unisce? Non lo sappiamo, ma sappiamo che non "possiamo" stare senza quell'uomo. Più corretto sarebbe dire che non possiamo fare a meno del clima da guerriglia urbana in cui ci fa vivere. Non ho detto non vogliamo, ho detto non possiamo. Come alcolisti obbligati a trangugiare anche alcool denaturato per soddisfare i loro bisogni, instauriamo una "dipendenza affettiva" all'interno della quale non saremo più un uomo e una donna, ma una vittima e un carnefice. A questo punto si arriverà allo scontro frontale, senza esclusione di colpi, al "J'accuse" interminabile, condito di pianti e promesse finali di cambiamento, alle nottate di insulti e recriminazioni protratte fino alle prime livide luci dell'alba che illumineranno lo sfacelo: questo inferno che abbiamo messo in piedi e che chiamano amore. Poi ci saranno i tentativi di lasciarsi, monotonamente uguali nella loro ripetitività: uno che se ne va, l'altro che lo segue. Qualche volta si resisterà per una settimana o giù di lì, poi si tornerà comunque a casa con la sensazione di aver commesso l'ennesimo errore. La vita diventa, a questo punto, una prigione nella quale ci si rinchiude volontariamente, attaccate alle sbarre e guardare, disperate, le vite degli altri. Vite normali che a noi sono precluseperché noi non siamo libere. Dentro. La vera gabbia che ci racchiude è in noi, relegata in luoghi reconditi della memoria. Sono ricordi che lasciano tracce di sé nei sogni, nei lapsus, nel dolore di vite in cui si è obbligati a scavare, a cercare il bandolo di una matassa arruffata che prima o poi dovremo dipanare. Perché soltanto la libertà interiore, che l'aver guardato in faccia i propri demoni - meglio se con l'aiuto di uno psicologo - permette di conquistare, ci consentirà di scegliere un uomo sulla base, questa volta, di motivazioni valide nel determinare comportamenti e scelte, come l'affinità o il rispetto della diversità.
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