L'Europa ha mandato un segnale positivo, di fraternité, ma in cambio di rigore: non invito ma ordine, secco e perentorio, dato a chi di dovere, a chi comanda, di finirla con la finanza allegra. Allo spettro del Welfare state, che già si aggirava, braccato e assediato, nelle contrade d' Europa a rievocare scelte di civiltà, un Eldorado statale intravisto e poi scomparso come un'illusione ottica, possiamo ormai dire addio per sempre.
Sul fatto che non si possa prescindere dal rigore siamo tutti d'accordo. Il problema che si presenta è un altro, al di là delle competenze tecniche alle quali attingere per uscire dalla crisi. Chi piangerà lacrime e sangue?
Io credo che una parte - consistente - del Paese non abbia più lacrime, e sangue sufficiente solo per tirare avanti.
Quando è stato introdotto l'euro, il costo richiesto al Paese per essere l'ultimo dei primi e non il primo degli ultimi non è ricaduto uniformemente su tutte le categorie sociali, ma ha spezzato il paese in due: salariati e stipendiati hanno visto ridursi , quasi dimezzarsi il potere d'acquisto dei loro salari e stipendi, mentre coloro che avevano beni al sole - le categorie più abbienti, i più ricchi - raddoppiavano il loro patrimonio. Fu incompetenza, lassismo o vera e propria scelta politica quella di non effettuare quei rigorosi controlli che altri Paesi europei misero in atto e che in Italia, a pochi mesi dall'introduzione della moneta unica, alterò il rapporto di cambio, creando questa situazione? Al danno si aggiunse quindi la beffa, o, più correttamente, l'ingiustizia, che andò a colpire una categoria già tartassata, quella che, visto il meccanismo di prelievo, obtorto collo virtuosa, assicura allo Stato il gettito fiscale, convivendo con la restante parte del Paese che evade allegramente, salvandosi poi con condoni e accordi con la Pubblica Amministrazione.
Quella stessa categoria che ha perso il lavoro, che spesso - data la struttura industriale del paese, costituita soprattutto da imprese di piccole dimensioni - non usufruisce nemmeno della Cig. Quella che, anche quando lavora, mentre nel Paese si susseguono denunce di sprechi e corruzione, non riesce ad arrivare alla quarta settimana...
Da un governo corrotto, incompetente, bugiardo e litigioso cosa possiamo aspettarci? La tutela di quali interessi? Legati a quali classi sociali? Se la scelta, non più procrastinabile, del rigore dovesse abbattere quello che resta del welfare, tagliare le pensioni, incidere ulteriormente sulla qualità e quantità dei servizi, continuando a colpire le fasce sociali più deboli, cosa potrebbe succedere?
Non lo so. ma temo che non basterebbe la droga televisiva di stupidità giornaliera e quotidiano inganno,
nutrito di donnine ancheggianti, a "tenere calmi gli indigeni".
Cosa ne dice, Presidente?
giovedì 13 maggio 2010
mercoledì 12 maggio 2010
ll "mucchio selvaggio" che L'UE è stata fino a questo momento ha forse i giorni contati?
Nell'arco brevissimo di una notte e sotto attacco -ovviamente alla sua moneta perché l'unico pilastro che sostiene l'Unione è l'euro -l' Europa ha finalmente fatto un passo avanti sulla strada, lastricata di difficoltà, egoismi e incertezze, che dovrebbe fare di questa ammucchiata eterogenea e rissosa di paesi diversi una Unione. L'attacco all'euro è stato la conseguenza di quel meccanismo spontaneo che caratterizza i mercati finanziari che è la speculazione. Ormai lo sappiamo tutti: le agenzie di rating declassano i titoli emessi da un paese per finanziare il proprio debito pubblico e gli speculatori fiutano il guadagno: maggiore rischio, maggiore tasso e, di conseguenza, minor valore dei titoli già presenti sul mercato, che renderanno meno dei titoli di nuova emissione. La speculazione si orienta quindi al ribasso: si vendono titoli che non si possiedono - a termine ovviamente - per riacquistarli sulla stessa scadenza, a prezzi più bassi. Lo fanno le banche, le imprese assicurative e i fondi, ingozzati di liquidità remunerata a tassi molto bassi, che colgono l'occasione per investimenti a brevissima scadenza e altamente remunerativi. Così funzionano i mercati finanziari dopo lo smantellamento di tutti i correttivi che erano stati introdotti (dopo la crisi di Wall Street) e che hanno portato alla creazione di un Far West finanziario e alla situazione esplosiva innescata dai "prodotti derivati".
Ma, al di là di questo aspetto e prendendo atto di questa situazione, questa volta l'Europa ha reagito in modo corretto: non si è persa in litigi inutili, ha fatto scelte e stabilito priorità: conti alla mano si è deciso di sostenere i paesi in difficoltà (Grecia in testa) per salvare con la Grecia anche l'euro, varando un piano di aiuti che comporterà un'esborso finanziario senza precedenti. Le prediche alle "cicale" dell'Unione, da parte delle "formiche", sono state rimandate a un momento successivo e l'Unione ha mostrato i denti comunicando tramite le agenzie di stampa i termini dell'accordo. La BCE ha cominciato a comperare titoli facendone risalire i corsi. L'entità dell'intervento solidale europeo ha bloccato la speculazione: le Borse e l'euro hanno ripreso quota, le prime con rialzi a due cifre, mentre gli acquisti da parte della BCE di titoli dei Paesi a rischio assicuravano una copertura finanziaria ai paesi indebitati e un controllo sugli interessi.
Questo intervento finanziario è stato il risultato di un accordo politico a monte: mai ottenuto prima anche se cercato e posto come obiettivo in tutti gli incontri che si erano succeduti in questi ultimi disastrosi anni che hanno caratterizzato l'economia.
L' Unione, ripeto per il momento tale solo sotto il profilo monetario, in questo delicatissimo frangente è riuscita a realizzare un accordo politico varando un piano economico in grado di stabilire, al di là dell'intervento immediato che abbiamo esaminato, una convergenza degli obiettivi di Bilancio dei Paesi membri.
Finalmente!
Eh sì, finalmente le "cicale" , tra cui a pieno titolo l' Italia, dovranno dare attuazione a quel processo di armonizzazione di obiettivi, e strumenti per conseguirli, che per il momento aveva dato vita soltanto a quel bla, bla, bla, rumoroso ma inefficace che concludeva incontri che non portavano a nulla di fatto. Si dovrà quindi affrontare il problema delle pensioni tenendo conto dell'aumento della vita media, il problema della stagnazione dei consumi, l'evasione fiscale, gli sprechi, i tagli di bilancio.
L'Unione è nata politicamente in questi giorni? Direi di sì, e, soprattutto, con caratteristiche di rigore che i Paesi , tra i quali il nostro, dovranno fare proprie. La sfida è durissima, ma la situazione è tale da non concedere ulteriori rinvii.
Il "mucchio selvaggio" che L'Unione è stata fino a questo momento ha forse i giorni contati?
Ma, al di là di questo aspetto e prendendo atto di questa situazione, questa volta l'Europa ha reagito in modo corretto: non si è persa in litigi inutili, ha fatto scelte e stabilito priorità: conti alla mano si è deciso di sostenere i paesi in difficoltà (Grecia in testa) per salvare con la Grecia anche l'euro, varando un piano di aiuti che comporterà un'esborso finanziario senza precedenti. Le prediche alle "cicale" dell'Unione, da parte delle "formiche", sono state rimandate a un momento successivo e l'Unione ha mostrato i denti comunicando tramite le agenzie di stampa i termini dell'accordo. La BCE ha cominciato a comperare titoli facendone risalire i corsi. L'entità dell'intervento solidale europeo ha bloccato la speculazione: le Borse e l'euro hanno ripreso quota, le prime con rialzi a due cifre, mentre gli acquisti da parte della BCE di titoli dei Paesi a rischio assicuravano una copertura finanziaria ai paesi indebitati e un controllo sugli interessi.
Questo intervento finanziario è stato il risultato di un accordo politico a monte: mai ottenuto prima anche se cercato e posto come obiettivo in tutti gli incontri che si erano succeduti in questi ultimi disastrosi anni che hanno caratterizzato l'economia.
L' Unione, ripeto per il momento tale solo sotto il profilo monetario, in questo delicatissimo frangente è riuscita a realizzare un accordo politico varando un piano economico in grado di stabilire, al di là dell'intervento immediato che abbiamo esaminato, una convergenza degli obiettivi di Bilancio dei Paesi membri.
Finalmente!
Eh sì, finalmente le "cicale" , tra cui a pieno titolo l' Italia, dovranno dare attuazione a quel processo di armonizzazione di obiettivi, e strumenti per conseguirli, che per il momento aveva dato vita soltanto a quel bla, bla, bla, rumoroso ma inefficace che concludeva incontri che non portavano a nulla di fatto. Si dovrà quindi affrontare il problema delle pensioni tenendo conto dell'aumento della vita media, il problema della stagnazione dei consumi, l'evasione fiscale, gli sprechi, i tagli di bilancio.
L'Unione è nata politicamente in questi giorni? Direi di sì, e, soprattutto, con caratteristiche di rigore che i Paesi , tra i quali il nostro, dovranno fare proprie. La sfida è durissima, ma la situazione è tale da non concedere ulteriori rinvii.
Il "mucchio selvaggio" che L'Unione è stata fino a questo momento ha forse i giorni contati?
martedì 11 maggio 2010
Una come noi?
Serpeggia nel mondo femminile, di sinistra soprattutto, la delusione. Ci sentiamo tradite da Veronica, l'ex consorte di Berlusconi. Ma come: eravamo già pronte ad assistere al duello all'ultimo sangue tra la signora in questione e il marito, e lei, lei intasca, dopo averla sparata grossa in termini di alimenti, ma grossa davvero!, quei trecentomila euro mensili, si rinchiude in una delle ville/palazzo che è riuscita a strappare al marito, e si dedica ai nipoti e all'uncinetto?
Ma cosa avevamo sperato? Nel nostro anelito di sorellanza, avevamo pensato davvero che fosse una donna come noi, una donna tradita, umiliata dall'arroganza del consorte? Avevamo visto/immaginato in lei un recupero di dignità, una battaglia in nome di principi smarriti per strada, ma alla fine ritrovati. L'avevamo idealizzata, novella Giovanna d'Arco, paladina di tutte le casalinghe umiliate e offese, ponendola alla testa di un'armata femminile in marcia verso i verdi pascoli... ? Ma la responsabilità per questa nostra delusione non è imputabile alla signora in questione, eh no, purtroppo è imputabile a noi. Donna Veronica non ha nemmeno la consistenza di una Donna Rachele, che certamente non suscita la nostra ammirazione, ma almeno si propose per ciò che era, prese a borsettate in testa le amanti del marito e difese una scelta di "famiglia" che noi non condividiamo, ma che lei non tradì. No, Veronica si muove astutamente, usa i mezzi d'informazione (qualcosa avrà imparato dal marito!) accattivandosi la componente femminile più all'avanguardia, non concede interviste, non scivola nella beceraggine - è troppo ben consigliata - lascia intuire, si fa ritrarre altera, quasi regale, suscitando nuovamente la nostra ammirazione. Ma ciò che difende, più che con le unghie e con i denti, con il pingue conto in banca che il marito alimenta, è la "roba", sono i soldi, è un futuro se non dorato, almeno inargentato.
E allora, mie care sorelle, non mischiamoci, soprattutto idealmente, con codesta signora che nulla sa di alimenti non pagati, e vendette senza esclusione di colpi, e fatica per tirare su i marmocchi da sole, e rabbia introiettata e trasformata in depressione e... e....Non lasciamoci abbagliare e irretire, come nel mondo del lavoro è avvenuto, dall'idea, che nasceva da una speranza/utopia , che i padroni fossero morti o fossero diventati tutti buoni.
I padroni son tornati (ammesso che se ne fossero mai andati) e le "signore dei girotondi" sono partite per la Sardegna. Noi (io non più perché sono una pensionata) prendiamo la metropolitana alle sette del mattino e la signora Veronica la incrociamo soltanto, altera e liftata, che occhieggia dalla copertina dei rotocalchi femminili. E' un po' poco per imbastirci sopra una "sorellanza".
Decisamente troppo poco.
Ma cosa avevamo sperato? Nel nostro anelito di sorellanza, avevamo pensato davvero che fosse una donna come noi, una donna tradita, umiliata dall'arroganza del consorte? Avevamo visto/immaginato in lei un recupero di dignità, una battaglia in nome di principi smarriti per strada, ma alla fine ritrovati. L'avevamo idealizzata, novella Giovanna d'Arco, paladina di tutte le casalinghe umiliate e offese, ponendola alla testa di un'armata femminile in marcia verso i verdi pascoli... ? Ma la responsabilità per questa nostra delusione non è imputabile alla signora in questione, eh no, purtroppo è imputabile a noi. Donna Veronica non ha nemmeno la consistenza di una Donna Rachele, che certamente non suscita la nostra ammirazione, ma almeno si propose per ciò che era, prese a borsettate in testa le amanti del marito e difese una scelta di "famiglia" che noi non condividiamo, ma che lei non tradì. No, Veronica si muove astutamente, usa i mezzi d'informazione (qualcosa avrà imparato dal marito!) accattivandosi la componente femminile più all'avanguardia, non concede interviste, non scivola nella beceraggine - è troppo ben consigliata - lascia intuire, si fa ritrarre altera, quasi regale, suscitando nuovamente la nostra ammirazione. Ma ciò che difende, più che con le unghie e con i denti, con il pingue conto in banca che il marito alimenta, è la "roba", sono i soldi, è un futuro se non dorato, almeno inargentato.
E allora, mie care sorelle, non mischiamoci, soprattutto idealmente, con codesta signora che nulla sa di alimenti non pagati, e vendette senza esclusione di colpi, e fatica per tirare su i marmocchi da sole, e rabbia introiettata e trasformata in depressione e... e....Non lasciamoci abbagliare e irretire, come nel mondo del lavoro è avvenuto, dall'idea, che nasceva da una speranza/utopia , che i padroni fossero morti o fossero diventati tutti buoni.
I padroni son tornati (ammesso che se ne fossero mai andati) e le "signore dei girotondi" sono partite per la Sardegna. Noi (io non più perché sono una pensionata) prendiamo la metropolitana alle sette del mattino e la signora Veronica la incrociamo soltanto, altera e liftata, che occhieggia dalla copertina dei rotocalchi femminili. E' un po' poco per imbastirci sopra una "sorellanza".
Decisamente troppo poco.
lunedì 10 maggio 2010
La casa delle bambole - racconto a puntate - (n°20)
Mi svegliò lo squillo molesto del telefono.
"Mamma sono Letizia" seguito da una pausa breve. Impacciata. "Come stai?"
Finalmente ritrovavo la voce, sentendo quella di mia figlia. Lei mi collegava d'autorità al futuro, mi strappava all' horror vacui che la morte di mia madre mi aveva spalancato alle spalle.
La rassicurai: era il minimo che potessi fare per ringraziarla di esistere.
"La nonna mi aveva accennato a... a una mitomane; era preoccupata per te. Sei sicura di stare bene?" Provavo una gran voglia di dirle, di confessarle che stavo male, malissimo, ma sapevo che non l'avrei fatto. Era una certezza, una prima e solitaria certezza, ma mi ci arpionai..
"Tutto a posto; non l'ho più vista... Stai tranquilla, me la caverò!". Non riattaccava: colsi un tremore insolito nel suo respiro e un soffio come se una parola non detta le alitasse nella gola.
Ci salutammo. Allungai i piedi fuori dal letto, mentre il telefono squillava. Di nuovo.
"Sì?"
"Sono Gloria".
Toh! - pensai - appare e scompare come le acque carsiche. Ma non le permisi di parlare e, mentre la mia voce si faceva stridula alzandosi di tono, la investii: "Non voglio più sentirti, non ho nient'altro da dirti, né darti... mia madre è morta: lasciami in pace!"
"Abbiamo tua figlia!"
Abbiamo chi? Mia figlia?! Ma chi sei? Chi siete?
"L'hai appena sentita; non sto scherzando... Dobbiamo avere quella bambola: a casa di tua madre non l'abbiamo trovata..."
"Allora sei stata tu... Io vado alla Polizia..." ma mentre mi arrivava all'orecchio quel suo tagliente "Non te lo consiglio" capii che non potevo farlo.
"Cercala, getta all'aria la casa e... ricorda, spremiti le meningi, scava nel tuo passato. Tua madre, prima di morire non ti ha detto, né dato, nulla?"
"Ma cosa cercate? L'anello... " borbottai.
"L'anello ci ha confermato che siamo sulla strada giusta, ma ora abbiamo bisogno di un'altra indicazione. Mi avevi accennato - ricordi? - a un tentativo di contatto, a una telefonata ricevuta da tuo padre, dopo la guerra. Qualcosa che l'aveva riportato alla prigionia, qualcuno che aveva fatto riemergere i suoi segreti, ridando corpo ai suoi fantasmi".
"Ma io non so nulla!" urlai con la voce strozzata, mentre mi esplodeva dentro una rabbia incontenibile.
"Ma cosa vuoi da me? Sono passati tanti anni e... prova a toccare mia figlia e ti ammazzo... Vi ammazzo tutti, maledetti bastardi!"
La testa mi scoppiava, Gloria aveva riattaccato e l'ultima imprecazione non l'aveva nemmeno sentita.
Aveva avuto ragione mia madre a mettermi in guardia. Avevo bisogno di aiuto, di qualcuno che mi desse una mano. Sentivo nascere dentro un coraggio che non mi apparteneva; troppo alta era la posta in gioco per perdere la testa: un lusso che non mi potevo concedere. Il padre di Letizia... è sua figlia, oltre che mia. Alternavo momenti di lucidità a farneticazioni, a generici "li ammazzo, li ammazzo tutti!" mentre percorrevo la stanza in lungo e in largo. Dov'era il numero di telefono del musicista? Due teste ragionano meglio di una - borbottavo
Il musicista? L'unico uomo che avessi amato. Troppo? O male? Non avevo più voluto vederlo. Non sapevo,
non so perdonare, non ne sono capace, non so superare il rancore, accantonarlo e andare avanti... Ero rimasta lì a fare la guardia al rancore. Ma chi lo vuole? Mentre me lo covavo, lo giravo e rigiravo tra le dita, mi avevano portato via mia figlia... Io, persa nel mio rivangare il passato, inaridita come un'oasi del deserto senza più acqua... Letizia, la mia acqua di ruscello, e suo padre - il musicista - il mare. Il mio mare...
Quando riuscii a trovare il suo numero la sua voce la riconobbi immediatamente in quel "pronto?" , interrogativo ma io, la donna che lui aveva conosciuto, ora ero solo paura e disperazione e rabbia: senza più confini, dilagavo, tracimavo, valicavo, irrompevo... Qualcuno mi contenga, mi plachi, mi culli, mi aiuti - pensai, mentre il mare mi accoglieva con quel "pronto", con quella voce, come lui, fatta di musica.
"Sono io" sussurrai, chiedendomi come potesse riconoscere la mia voce che giungeva estranea anche alle mie orecchie, ma lui in quel "Cosa è successo Giovanna?" aveva una dolcezza immutabile, quella di sempre, quella dalla quale non so difendermi, non ho mai saputo farlo, se non in un modo: attaccando, aggressiva. (continua...)
"Mamma sono Letizia" seguito da una pausa breve. Impacciata. "Come stai?"
Finalmente ritrovavo la voce, sentendo quella di mia figlia. Lei mi collegava d'autorità al futuro, mi strappava all' horror vacui che la morte di mia madre mi aveva spalancato alle spalle.
La rassicurai: era il minimo che potessi fare per ringraziarla di esistere.
"La nonna mi aveva accennato a... a una mitomane; era preoccupata per te. Sei sicura di stare bene?" Provavo una gran voglia di dirle, di confessarle che stavo male, malissimo, ma sapevo che non l'avrei fatto. Era una certezza, una prima e solitaria certezza, ma mi ci arpionai..
"Tutto a posto; non l'ho più vista... Stai tranquilla, me la caverò!". Non riattaccava: colsi un tremore insolito nel suo respiro e un soffio come se una parola non detta le alitasse nella gola.
Ci salutammo. Allungai i piedi fuori dal letto, mentre il telefono squillava. Di nuovo.
"Sì?"
"Sono Gloria".
Toh! - pensai - appare e scompare come le acque carsiche. Ma non le permisi di parlare e, mentre la mia voce si faceva stridula alzandosi di tono, la investii: "Non voglio più sentirti, non ho nient'altro da dirti, né darti... mia madre è morta: lasciami in pace!"
"Abbiamo tua figlia!"
Abbiamo chi? Mia figlia?! Ma chi sei? Chi siete?
"L'hai appena sentita; non sto scherzando... Dobbiamo avere quella bambola: a casa di tua madre non l'abbiamo trovata..."
"Allora sei stata tu... Io vado alla Polizia..." ma mentre mi arrivava all'orecchio quel suo tagliente "Non te lo consiglio" capii che non potevo farlo.
"Cercala, getta all'aria la casa e... ricorda, spremiti le meningi, scava nel tuo passato. Tua madre, prima di morire non ti ha detto, né dato, nulla?"
"Ma cosa cercate? L'anello... " borbottai.
"L'anello ci ha confermato che siamo sulla strada giusta, ma ora abbiamo bisogno di un'altra indicazione. Mi avevi accennato - ricordi? - a un tentativo di contatto, a una telefonata ricevuta da tuo padre, dopo la guerra. Qualcosa che l'aveva riportato alla prigionia, qualcuno che aveva fatto riemergere i suoi segreti, ridando corpo ai suoi fantasmi".
"Ma io non so nulla!" urlai con la voce strozzata, mentre mi esplodeva dentro una rabbia incontenibile.
"Ma cosa vuoi da me? Sono passati tanti anni e... prova a toccare mia figlia e ti ammazzo... Vi ammazzo tutti, maledetti bastardi!"
La testa mi scoppiava, Gloria aveva riattaccato e l'ultima imprecazione non l'aveva nemmeno sentita.
Aveva avuto ragione mia madre a mettermi in guardia. Avevo bisogno di aiuto, di qualcuno che mi desse una mano. Sentivo nascere dentro un coraggio che non mi apparteneva; troppo alta era la posta in gioco per perdere la testa: un lusso che non mi potevo concedere. Il padre di Letizia... è sua figlia, oltre che mia. Alternavo momenti di lucidità a farneticazioni, a generici "li ammazzo, li ammazzo tutti!" mentre percorrevo la stanza in lungo e in largo. Dov'era il numero di telefono del musicista? Due teste ragionano meglio di una - borbottavo
Il musicista? L'unico uomo che avessi amato. Troppo? O male? Non avevo più voluto vederlo. Non sapevo,
non so perdonare, non ne sono capace, non so superare il rancore, accantonarlo e andare avanti... Ero rimasta lì a fare la guardia al rancore. Ma chi lo vuole? Mentre me lo covavo, lo giravo e rigiravo tra le dita, mi avevano portato via mia figlia... Io, persa nel mio rivangare il passato, inaridita come un'oasi del deserto senza più acqua... Letizia, la mia acqua di ruscello, e suo padre - il musicista - il mare. Il mio mare...
Quando riuscii a trovare il suo numero la sua voce la riconobbi immediatamente in quel "pronto?" , interrogativo ma io, la donna che lui aveva conosciuto, ora ero solo paura e disperazione e rabbia: senza più confini, dilagavo, tracimavo, valicavo, irrompevo... Qualcuno mi contenga, mi plachi, mi culli, mi aiuti - pensai, mentre il mare mi accoglieva con quel "pronto", con quella voce, come lui, fatta di musica.
"Sono io" sussurrai, chiedendomi come potesse riconoscere la mia voce che giungeva estranea anche alle mie orecchie, ma lui in quel "Cosa è successo Giovanna?" aveva una dolcezza immutabile, quella di sempre, quella dalla quale non so difendermi, non ho mai saputo farlo, se non in un modo: attaccando, aggressiva. (continua...)
domenica 9 maggio 2010
La casa delle bambole - racconto a puntate - (n°19)
Salii in macchina, mentre una stanchezza mortale mi piombava addosso. Gloria era scomparsa, sparita. Mi sentii sola, sperduta in quella oscurità, in quel silenzio. Forse avrei trovato una sua lettera nella cassetta della posta - pensai, mentre la macchina correva veloce e dal buio emergevano a tratti, come occhi che mi stessero fissando a spezzare l'omogeneità di quella notte scura come l'inferno, le luci di qualche casolare sperduto.
La macchina, come un vecchio ronzino che conoscesse la strada, mi portò davanti al portone del condominio dove abitavo. Pochi minuti dopo, nell'ingresso, aprivo concitata la cassetta delle lettere. Vuota. Vuota come la mia casa, la camera con il letto sfatto, il bagno in disordine, la tazza sporca di caffè in cucina, a ricordarmi quella frettolosa partenza... Era stanchissima, ma non avevo sonno. La tensione del viaggio mi aveva contratto i muscoli del collo e la testa ribolliva di pensieri e di ricordi che emergevano, come le luci poco prima, a spezzare un'altra oscurità ben più impenetrabile del buio di quella notte.
Mi avvicinai alla scrivania e soltanto in quel momento notai la busta. Era di Gloria; doveva averla scritta il giorno in cui era venuta a casa mia a cercare l'anello. Conteneva una richiesta, vergata in gran fretta : era infatti scritta male come se il piano d'appoggio non fosse il ripiano di un tavolo o qualcosa di simile. Mi si chiedeva di trovare una bambola: una bambola Lenci. Seguivano alcune parole per descrivermela e, mentre leggevo "vestita da Cappucceto Rosso, sottogonna di cotone con bordo in pizzo, bianca, scarpine di panno rosso... " un frammento d'infanzia dimenticato risalì esplodendomi in testa come un fuoco d'artificio in una notte estiva! E ricordai, ricordai tutto, chiusi gli occhi, mentre l'odore di quella notte, il profumo delle lenzuola mi entrava nelle narici, e le voci foravano il silenzio come schioppettate di cacciatori, decisi a snidare la preda.
Ero molto piccola e la guerra doveva essere finita da poco. Per casa girava quell'uomo cupo, tetro che durante la notte urlava tutto il terrore e lo sgomento che di giorno in qualche modo arginava dentro di sé. Mi ero svegliata sentendo le sue grida e, spaventata, mi ero rintanata sotto le coperte, turandomi le orecchie, ma il silenzio della notte e il tono alto delle voci avevano reso il mio tentativo di estraniarmi da ciò che stava avvenendo inutile.
"Voglio sapere... " gridava mio padre con quella voce che non era la sua, incrinata dalla paura e resa rauca dalla rabbia.
Cosa mai voleva sapere?
"Non c'è nulla da sapere" rispondeva mia madre.
Tu sei una bugiarda, non vuoi dirmelo, non negarlo... "
Ora la voce si era fatta querula, implorante e doveva dare a mia madre lo stesso fastidio quasi fisico che suscitava in me. Infatti quella voce femminile che era seguita subito dopo, aveva un tono freddo che mi ricordava la mia maestra quando sgridava noi bambini e poi sbuffava, passandosi una mano tra i capelli, ma con tale rabbia che sembrava volesse strapparseli dal cranio.
"Chi ha mandato questa bambola?"
Mi immobilizzai: eccola la bambola, la bambola vestita da Cappuccetto Rosso!
Era mia madre che parlava, chiedendo a se stessa ragione di qualcosa di oscuro?
"E' arrivata avvolta nella carta da regalo. Pensavo l'avessi comperata tu".
"Io!?"
Ed ecco spiegato il motivo per cui avevo scordato la bambola: per dimenticare quelle domande senza risposta, il clima di sospetto, il volto di mia madre arrossato - volavano anche schiaffi - i suoi occhi che diventavano ogni giorno più cupi. E quegli sguardi indagatori che mi percorrevano febbricitanti come cercassero qualcosa, e, contemporaneamente, temessero di imbattersi nell'oggetto di quella spasmodica ricerca.
Non avevo voluto il mattino dopo, quando mia madre era entrata nella mia camera portandomi una colazione da compleanno su un vassoio, la bambola dietro alla schiena, partecipare al gioco, a quel suo "Fuoco, fuochno... vediamo se indovini che cosa nascondo?". Mi ero messa a piangere e, con quella bambola, non avevo mai voluto giocare. Ora, con occhi simili nello sguardo a quelli di mia madre, che il ricordare quell'episodio mi aveva riportato alla memoria, anch'io scrutavo quel Cappuccetto Rosso, dall'apparenza banale, cercando di scoprire perché mai Gloria lo cercasse. Era evidente - be', evidente era un po' perentorio - era da supporsi che quel regalo di compleanno me lo avesse mandato il mio vero padre, che era sempre più propensa a credere non fosse quell'uomo che per anni avevo considerato uno dei miei genitori. E ciò che mi angosciava non era soltanto il fatto in sé, ma anche la sensazione di avere sempre sospettato qualcosa. Confusamente io avevo capito che quell'uomo non mi amava e... E avevo sperato non fosse mio padre.
Ora alla memoria che aveva elaborato una selezione dei miei ricordi infantili, tale da darmi un po' di pace e una traballante sicurezza, dovevo chiedere di frugare negli angoli bui e snidare i segreti, le dimenticanze.
Era arrivato il momento di capire e di sapere.
Sfinita crollai sul letto e mi addormentai. (continua...)
La macchina, come un vecchio ronzino che conoscesse la strada, mi portò davanti al portone del condominio dove abitavo. Pochi minuti dopo, nell'ingresso, aprivo concitata la cassetta delle lettere. Vuota. Vuota come la mia casa, la camera con il letto sfatto, il bagno in disordine, la tazza sporca di caffè in cucina, a ricordarmi quella frettolosa partenza... Era stanchissima, ma non avevo sonno. La tensione del viaggio mi aveva contratto i muscoli del collo e la testa ribolliva di pensieri e di ricordi che emergevano, come le luci poco prima, a spezzare un'altra oscurità ben più impenetrabile del buio di quella notte.
Mi avvicinai alla scrivania e soltanto in quel momento notai la busta. Era di Gloria; doveva averla scritta il giorno in cui era venuta a casa mia a cercare l'anello. Conteneva una richiesta, vergata in gran fretta : era infatti scritta male come se il piano d'appoggio non fosse il ripiano di un tavolo o qualcosa di simile. Mi si chiedeva di trovare una bambola: una bambola Lenci. Seguivano alcune parole per descrivermela e, mentre leggevo "vestita da Cappucceto Rosso, sottogonna di cotone con bordo in pizzo, bianca, scarpine di panno rosso... " un frammento d'infanzia dimenticato risalì esplodendomi in testa come un fuoco d'artificio in una notte estiva! E ricordai, ricordai tutto, chiusi gli occhi, mentre l'odore di quella notte, il profumo delle lenzuola mi entrava nelle narici, e le voci foravano il silenzio come schioppettate di cacciatori, decisi a snidare la preda.
Ero molto piccola e la guerra doveva essere finita da poco. Per casa girava quell'uomo cupo, tetro che durante la notte urlava tutto il terrore e lo sgomento che di giorno in qualche modo arginava dentro di sé. Mi ero svegliata sentendo le sue grida e, spaventata, mi ero rintanata sotto le coperte, turandomi le orecchie, ma il silenzio della notte e il tono alto delle voci avevano reso il mio tentativo di estraniarmi da ciò che stava avvenendo inutile.
"Voglio sapere... " gridava mio padre con quella voce che non era la sua, incrinata dalla paura e resa rauca dalla rabbia.
Cosa mai voleva sapere?
"Non c'è nulla da sapere" rispondeva mia madre.
Tu sei una bugiarda, non vuoi dirmelo, non negarlo... "
Ora la voce si era fatta querula, implorante e doveva dare a mia madre lo stesso fastidio quasi fisico che suscitava in me. Infatti quella voce femminile che era seguita subito dopo, aveva un tono freddo che mi ricordava la mia maestra quando sgridava noi bambini e poi sbuffava, passandosi una mano tra i capelli, ma con tale rabbia che sembrava volesse strapparseli dal cranio.
"Chi ha mandato questa bambola?"
Mi immobilizzai: eccola la bambola, la bambola vestita da Cappuccetto Rosso!
Era mia madre che parlava, chiedendo a se stessa ragione di qualcosa di oscuro?
"E' arrivata avvolta nella carta da regalo. Pensavo l'avessi comperata tu".
"Io!?"
Ed ecco spiegato il motivo per cui avevo scordato la bambola: per dimenticare quelle domande senza risposta, il clima di sospetto, il volto di mia madre arrossato - volavano anche schiaffi - i suoi occhi che diventavano ogni giorno più cupi. E quegli sguardi indagatori che mi percorrevano febbricitanti come cercassero qualcosa, e, contemporaneamente, temessero di imbattersi nell'oggetto di quella spasmodica ricerca.
Non avevo voluto il mattino dopo, quando mia madre era entrata nella mia camera portandomi una colazione da compleanno su un vassoio, la bambola dietro alla schiena, partecipare al gioco, a quel suo "Fuoco, fuochno... vediamo se indovini che cosa nascondo?". Mi ero messa a piangere e, con quella bambola, non avevo mai voluto giocare. Ora, con occhi simili nello sguardo a quelli di mia madre, che il ricordare quell'episodio mi aveva riportato alla memoria, anch'io scrutavo quel Cappuccetto Rosso, dall'apparenza banale, cercando di scoprire perché mai Gloria lo cercasse. Era evidente - be', evidente era un po' perentorio - era da supporsi che quel regalo di compleanno me lo avesse mandato il mio vero padre, che era sempre più propensa a credere non fosse quell'uomo che per anni avevo considerato uno dei miei genitori. E ciò che mi angosciava non era soltanto il fatto in sé, ma anche la sensazione di avere sempre sospettato qualcosa. Confusamente io avevo capito che quell'uomo non mi amava e... E avevo sperato non fosse mio padre.
Ora alla memoria che aveva elaborato una selezione dei miei ricordi infantili, tale da darmi un po' di pace e una traballante sicurezza, dovevo chiedere di frugare negli angoli bui e snidare i segreti, le dimenticanze.
Era arrivato il momento di capire e di sapere.
Sfinita crollai sul letto e mi addormentai. (continua...)
sabato 8 maggio 2010
Scrivere è canto.
Scrivere
Scrivere è l'urlo
che ti trapassa da parte a parte,
senza ferirti
come un effetto,
assai speciale,
da uno schermo digitale.
Scrivere è attingere
a piene mani
a ogni istante
del tuo domani
E' immaginarlo,
quasi annusarlo,
anticiparlo
per poi scoprire
che ci voleva
solo pazienza
a contenere
la tua arroganza.
Scrivere è un modo
di ritrovare
il tuo passato,
quando qualcuno
te lo ha scippato,
è farlo vivere
ancora una volta
per chi asserisce
che la luna è storta.
Scrivere è amore per la parola,
quella difficile,
quella sola,
quella già quasi dimenticata,
che era negletta
e
che
... hai raccattata.
Scrivere è gioco
ma quello vero,
per giocolieri d'alto livello
che le parole fanno volare
dentro l'azzurro volteggiare,
cadere a piombo
come di sera,
nel cielo,
rondini a primavera.
Scrivere è ridere con le parole,
come da piccoli,
quando a scuola
a scatenare la ridarola
bastava un niente
ma la maestra
benché giuliva
non capiva...
Scrivere è anche un modo d'amare
Quando vogliamo forse strafare,
alla scrittura noi affidiamo
di un momento
lieve, leggero, bava di vento
tutto il portento
Al primo ballo
vestita d'organza,
ballavi il valzer
con eleganza,
le sue parole
dette all'orecchio
ancor le nascondi
dietro allo specchio.
E' vero, è falso?
Non ha importanza
scrivere è vero(simiglianza).
Grigia o viola che sia
è un dono,
un danno,
un dubbio,
un dramma,
un dannato detto dato...
come un refolo
di quella bora
che se è scura
porta malora,
ma se è chiara
porta bonaccia,
della mia anima
è l'interfaccia.
Scrivere è l'urlo
che ti trapassa da parte a parte,
senza ferirti
come un effetto,
assai speciale,
da uno schermo digitale.
Scrivere è attingere
a piene mani
a ogni istante
del tuo domani
E' immaginarlo,
quasi annusarlo,
anticiparlo
per poi scoprire
che ci voleva
solo pazienza
a contenere
la tua arroganza.
Scrivere è un modo
di ritrovare
il tuo passato,
quando qualcuno
te lo ha scippato,
è farlo vivere
ancora una volta
per chi asserisce
che la luna è storta.
Scrivere è amore per la parola,
quella difficile,
quella sola,
quella già quasi dimenticata,
che era negletta
e
che
... hai raccattata.
Scrivere è gioco
ma quello vero,
per giocolieri d'alto livello
che le parole fanno volare
dentro l'azzurro volteggiare,
cadere a piombo
come di sera,
nel cielo,
rondini a primavera.
Scrivere è ridere con le parole,
come da piccoli,
quando a scuola
a scatenare la ridarola
bastava un niente
ma la maestra
benché giuliva
non capiva...
Scrivere è anche un modo d'amare
Quando vogliamo forse strafare,
alla scrittura noi affidiamo
di un momento
lieve, leggero, bava di vento
tutto il portento
Al primo ballo
vestita d'organza,
ballavi il valzer
con eleganza,
le sue parole
dette all'orecchio
ancor le nascondi
dietro allo specchio.
E' vero, è falso?
Non ha importanza
scrivere è vero(simiglianza).
Grigia o viola che sia
la scrittura è anche malinconia,
è il sussurro di chi non osa
è pianto
è rabbia
che si è incancrenita,
imprigionata tra le dita
Quando inno è alla vita
così bastarda
così infinita
così bugiarda,
così bugiarda,
scrivere è
...
canto.
...
canto.
giovedì 6 maggio 2010
La casa delle bambole - racconto a puntate - (n°18)
Passarono alcuni giorni ritmati dallo sbalordimento che sempre provoca nei sopravvissuti la morte di un familiare e dalle formalità del funerale; poi si fece strada il dolore che m'invase senza concedere tregua. Fui costretta ad affrontare l'assenza, quel "mai più" che ti rimbomba nel cervello e nell'anima, immodificabile, non soltanto schiantandoti, ma aggiungendo al tuo dolore di bipede implume e spaventato la presa di coscienza della tua pochezza, provvisorietà e impotenza. Mia figlia, arrivata il giorno dopo la morte della nonna, mi stava accanto con la forza dei suoi vent'anni, con la sensibilità e l'affetto che la caratterizzavano, guardandomi, quando pensava che non la vedessi, con quello sguardo un po' preoccupato e imbronciato che tanto mi ricordava suo padre. Mi affluivano alla memoria, sollecitati anche da quello che riaffiorava del mio passato nella casa di mia madre, i ricordi, mentre riponevo nei cassetti, facendo ordine, tutto ciò che avevo trovato sparpagliato per casa. Avevo sporto denuncia di fronte a un maresciallo di Pubblica Sicurezza, che con aria piuttosto seccata mi aveva confermata nei miei sospetti: era molto probabile si fosse trattato di un ladruncolo, magari un tossico. Mancavano infatti alcuni gioielli, non di grande valore, e il servizio di posate d'argento. Cambiammo la serratura e, prese da ben altre cose, mia figlia e io dimenticammo quell'incidente.
Dopo un paio di giorni tornammo a casa: Letizia, mia figlia, a Bologna e io in quella cittadina termale, dove risiedevo ormai da alcuni anni. Non avevo pensato molto a Gloria e, soprattutto, non avevo parlato di lei con mia figlia. Mi rendevo conto di avere inconsciamente cercato, mettendo ordine nella casa dove avevo passato l'infanzia e l'adolescenza, qualche traccia di un passato che aveva assunto contorni incerti e che mi appariva sempre più misterioso. Ricordavo le ultime parole di mia madre. A chi credere? Il rovello del dubbio mi ossessionava, alternandosi al dolore, mentre guidava lungo l'autostrada e la sera calava, allungando ombre cupe sui campi che costeggiavano la tangenziale. Accompagnata Letizia a Bologna, ora desideravo soltanto arrivare a casa, farmi una camomilla e andarmene a letto. Non avevo avuto figli da mio marito e Letizia era nata dalla mia relazione con il musicista. Il musicista veneziano che avevo conosciuto appunto in quella città nella quale mi ero trasferita appena sposata. Forse perché legata alla mia giovinezza e a quella storia d'amore difficile ma intensa, Venezia era la città che più amavo, anche se da molti anni non avevo più osato affrontarla temendo che non sarei stata in grado di reggere il peso dei ricordi. Perché a volte può essere più difficile ricordare i momenti belli che quelli dolorosi: il confronto con l'opaca realtà che è il nostro presente ne risulterebbe ulteriormente appesantito, e ancora più insopportabile potrebbe sembrarci la nostra solitudine.
Ma appena imboccata la strada di casa, era ormai sera inoltrata e in giro non c'era nessuno, non so per quale strano e incontrollabile impulso, sterzai bruscamente immettendomi sulla stradina a tornanti che portava alla casa di Gloria. Non l'avevo sentita, contrariamente alle nostre abitudini, non c'eravamo cercate. Be', la faccenda era perlomeno strana. Un cane sbucò da un cancello e mi tagliò la strada, obbligandomi a rallentare. Avvertivo un'ansia immotivata, quasi temessi ... Che cosa? Cercai di calmarmi
dicendo a me stessa, per rassicurarmi, che ero semplicemente stanca e stressata.
La casa mi si parò davanti all'improvviso, emergendo dall'oscurità che un pallido spicchio di luna attenuava appena. Come mai Gloria aveva spento il lampioncino che illuminava l'ingresso?
Frenai, accostando al cancello, e scesi. La sommità della collina era avvolta in un silenzio greve che mi parve stupidamente minaccioso. Mi girai di scatto temendo di avere qualcuno alle spalle. Nessuno.
"Gloria , Gloriaa, Sono io, Giovanna. Apri!" gridai.
MI rispose soltanto il vento e fu allora, in quel preciso momento, che lo sguardo mi cadde su quel baluginio chiaro che si stagliava sul cancello. Mi avvicinai, rendendomi conto che si trattava di un cartello, ma non riuscivo a leggere... Corsi alla macchina e presi la pila. Due minuti dopo leggevo ad alta voce, quasi balbettando, un'annuncio immobiliare che metteva in vendita la casa.
Alzando la pila davanti a me, illuminai il portoncino d'ingresso, notando che era sbarrato e che non c'erano il tavolino in ferro battuto e le seggiole. Erano scomparsi anche i vasi di limoni.
Tutto aveva un'aria desolatamente vuota e, se fosse improvvisamente scomparsa anche la casa, quasi fossero state casa e padrona un parto della mia fantasia, non me ne sarei stupita.
Rimasi lì incredula, l'avviso tra le mani, mentre il vento aumentava d'intensità portando fino a me il profumo del bosco che incombeva, scuro e minaccioso, alle mie spalle. (continua...)
Dopo un paio di giorni tornammo a casa: Letizia, mia figlia, a Bologna e io in quella cittadina termale, dove risiedevo ormai da alcuni anni. Non avevo pensato molto a Gloria e, soprattutto, non avevo parlato di lei con mia figlia. Mi rendevo conto di avere inconsciamente cercato, mettendo ordine nella casa dove avevo passato l'infanzia e l'adolescenza, qualche traccia di un passato che aveva assunto contorni incerti e che mi appariva sempre più misterioso. Ricordavo le ultime parole di mia madre. A chi credere? Il rovello del dubbio mi ossessionava, alternandosi al dolore, mentre guidava lungo l'autostrada e la sera calava, allungando ombre cupe sui campi che costeggiavano la tangenziale. Accompagnata Letizia a Bologna, ora desideravo soltanto arrivare a casa, farmi una camomilla e andarmene a letto. Non avevo avuto figli da mio marito e Letizia era nata dalla mia relazione con il musicista. Il musicista veneziano che avevo conosciuto appunto in quella città nella quale mi ero trasferita appena sposata. Forse perché legata alla mia giovinezza e a quella storia d'amore difficile ma intensa, Venezia era la città che più amavo, anche se da molti anni non avevo più osato affrontarla temendo che non sarei stata in grado di reggere il peso dei ricordi. Perché a volte può essere più difficile ricordare i momenti belli che quelli dolorosi: il confronto con l'opaca realtà che è il nostro presente ne risulterebbe ulteriormente appesantito, e ancora più insopportabile potrebbe sembrarci la nostra solitudine.
Ma appena imboccata la strada di casa, era ormai sera inoltrata e in giro non c'era nessuno, non so per quale strano e incontrollabile impulso, sterzai bruscamente immettendomi sulla stradina a tornanti che portava alla casa di Gloria. Non l'avevo sentita, contrariamente alle nostre abitudini, non c'eravamo cercate. Be', la faccenda era perlomeno strana. Un cane sbucò da un cancello e mi tagliò la strada, obbligandomi a rallentare. Avvertivo un'ansia immotivata, quasi temessi ... Che cosa? Cercai di calmarmi
dicendo a me stessa, per rassicurarmi, che ero semplicemente stanca e stressata.
La casa mi si parò davanti all'improvviso, emergendo dall'oscurità che un pallido spicchio di luna attenuava appena. Come mai Gloria aveva spento il lampioncino che illuminava l'ingresso?
Frenai, accostando al cancello, e scesi. La sommità della collina era avvolta in un silenzio greve che mi parve stupidamente minaccioso. Mi girai di scatto temendo di avere qualcuno alle spalle. Nessuno.
"Gloria , Gloriaa, Sono io, Giovanna. Apri!" gridai.
MI rispose soltanto il vento e fu allora, in quel preciso momento, che lo sguardo mi cadde su quel baluginio chiaro che si stagliava sul cancello. Mi avvicinai, rendendomi conto che si trattava di un cartello, ma non riuscivo a leggere... Corsi alla macchina e presi la pila. Due minuti dopo leggevo ad alta voce, quasi balbettando, un'annuncio immobiliare che metteva in vendita la casa.
Alzando la pila davanti a me, illuminai il portoncino d'ingresso, notando che era sbarrato e che non c'erano il tavolino in ferro battuto e le seggiole. Erano scomparsi anche i vasi di limoni.
Tutto aveva un'aria desolatamente vuota e, se fosse improvvisamente scomparsa anche la casa, quasi fossero state casa e padrona un parto della mia fantasia, non me ne sarei stupita.
Rimasi lì incredula, l'avviso tra le mani, mentre il vento aumentava d'intensità portando fino a me il profumo del bosco che incombeva, scuro e minaccioso, alle mie spalle. (continua...)
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