venerdì 10 giugno 2011

Storia di nebbie e acquitrini




Non la smetteva di piangere quel neonato, ma Gualtiero non si era mosso, controllando anche il respiro per non allarmare Marilena, o piuttosto, per non dare un seguito a quelle parole che la moglie aveva appena pronunciato. Le donne senza figli sono come alberi senza foglie - pensò, cercando di riaddormentarsi, ma invano. Quando l'aveva conosciuta - a una festa organizzata alla Casa del Fascio - l'aveva trovata bella, anche se pure allora gli era sembrata troppo magra. Lui era abituato alle donne della Bassa padana,  fianchi e tette generosi, guance tonde e rosse: donne che partorivano veloci , sgravandosi come le vacche nelle stalle, per tornare al lavoro, a lavare le lenzuola e i panni del bambino, già il giorno dopo il parto. Forse anche per questa sua fragilità l'aveva colpito, sembrandogli un segno di distinzione, di eleganza. Aveva scoperto che Marilena faceva la maestra, e ridendo le aveva detto: "Bastava guardarle le mani, signorina... ", e anche lei aveva sorriso, mettendosi una mano davanti alla bocca, con la grazia con cui avrebbe potuto usare un ventaglio. Avevano ballato in silenzio, senza parlare, i loro corpi che si sfioravano a tratti, il profumo di lei che gli entrava nelle narici, ricordandogli l'acqua di colonia che sua madre si metteva dietro alle orecchie nelle grandi occasioni...
L'aveva amata subito, senza sapere nulla o quasi della sua vita. E lei?
Uomo quadrato, senza tentennamenti, non si era posto tante domande; non faceva parte della sua natura smarrirsi tra i pensieri. Lui amava fare, brigare: di giorno lavorava da un casaro, la sera zappava l'orto, si occupava delle galline, mungeva la capra, andava a prendere l'erba per i conigli. Era nato in una famiglia contadina, sapeva fare un po' di tutto, "aveva le mani d'oro", come diceva sua nonna.
(continua... )

http://falilulela.blogspot.com/2011/06/incipit-o-raccontino.html    (puntata n°1)
ttp://falilulela.blogspot.com/2011/06/e-incipit-sia-puntata-n2.html (puntata n°2)

Titolo provvisorio

Potrebbe essere Storia di nebbie e acquitrini. Il titolo è importante ma maledettamente difficile...

giovedì 9 giugno 2011

Scrittura: ora e sempre

E ora dovrò trovare un titolo, mentre il racconto si sta appena delineando... Ho il vizio di costruire  i miei racconti lunghi così: senza una scaletta. Penso sia sbagliato ma mi è congeniale. Ciò che mi preme di più è scrivere. E' una passione e di questo sentimento ha tutte le caratteristiche: è irragionevole, tenace, avvincente, prepotente, fascinosa, subdola, vivificante, sospettosa, ardita, possessiva fino alla dipendenza. 
Mi tiene in vita, aggrappata a un paracadute di parole...
Chi mi suggerisce un titolo?

E incipit sia (puntata n°2)

Allora è deciso. E incipit sia!
"Dormi, non è ancora giorno... " le disse, la voce di nuovo ferma anche se guardinga, soltanto il respiro un po'più affannoso prima di rivoltarsi nel letto pesantemente, offrendole la schiena. Lei rimase immobile, lo sguardo puntato sulla finestra, senza sapere cosa fare ma intuendo che sarebbe stato  tutto diverso da quel momento. "Dormi, non è ancora giorno... " le aveva detto, ma il giorno era arrivato e lei aveva dormito anche troppo.
Non avevano avuto figli. Il medico di famiglia al quale si era rivolta aveva scosso la testa e, tastandole la pancia, dopo averle infilato quell'aggeggio freddo, metallico, tra le gambe, aveva borbottato "Sembrerebbe tutto a posto... ", mentre lei si rivestiva. Poi, dopo averla guardata con aria di disappunto, le aveva  prescritto un ricostituente. "Deve ingrassare, è troppo magra...  E' per questo motivo che non rimane incinta!" aveva aggiunto, ma non del tutto convinto, dato che aveva sussurrato quel "forse" al quale lei si era aggrappata per poter continuare a sperare.
Nel casermone dove vivevano, tutte le coppie giovani avevano figli, e lei li sentiva giocare, gridare - soprattutto con le finestre aperte su quelle giornate estive interminabilmente chiare - litigare e ridere. I padri al ritorno dal lavoro si fermavano a salutarli; soltanto suo marito, solo Gualtiero, saliva subito, impettito, allentando sulle scale  la cravatta  per dare respiro al collo solido e corto, alla faccia quadrata che tradiva le sue origini contadine. 
Sentì distintamente il pianto di un neonato. Erano passate poche settimane dal trambusto di quella notte in cui era arrivata la levatrice e le urla si erano sentite fino al cortile, tanto che Gualtiero aveva borbottato "Sembra stiano ammazzando un maiale", ma con dispetto, perché con quel figlio il vicino si sarebbe assicurato una medaglia, un attestato firmato forse dallo stesso Mussolini...Be', lui, Gualtiero, era un buon fascista, andava alle adunate, e se lei non si fosse opposta con tutte le sue forze avrebbe partecipato anche alla Marcia su Roma, ma, ma.... figli, niente. Nemmeno l'ombra.
(continua... )

mercoledì 8 giugno 2011

Incipit o raccontino?

L'equilibrio è fatto per essere rotto - pensò. Nell'oscurità della notte estiva che il chiarore di una luna invadente attenuava, intravedeva la sagoma dell'uomo che le dormiva accanto; sentiva il suo respiro, quel respiro che l'aveva sempre rassicurata quando insonne si rivoltava nel letto cercando il calore del suo abbraccio, quel respiro che lasciava spazio a un  borbottio cantilenante: "Dormi, dormi, stai tranquilla... " che le faceva, finalmente, chiudere gli occhi e, obbediente,  abbandnarsi al sonno. Ma quella notte quel respiro l'aveva svegliata: fastidioso aveva infranto la perfezione del silenzio che le aveva conciliato il riposo,  insinuandosi - come un ospite sgradito - nella sua testa, mentre il  il corpo del marito si faceva muro, cancello, ingombro posto sul suo cammino. Turandosi le orecchie, si era scostata da lui rannicchiandosi sulla sponda del letto, mentre quel pensiero assurdo le ronzava nella testa "Mi impedisce di vedere le stelle... " La finestra spalancata era tagliata a metà da quel corpo massiccio,  non più asilo ma impedimento, estraneo penetrato nella sua vita, ladro, ladro di stelle, le sue stelle che quella notte brillavano soltanto per lei.
"Dormi, dormi... " Poi un silenzio innaturale.
"Cosa ti succede?" e il respiro era già soltanto sospiro.
"L'equilibrio è fatto per essere rotto" gli aveva risposto.
"Perché?"  le aveva chiesto, la voce che sembrava quella di un bambino deluso.
"Perché l'equilibrio è come l'ordine. Mortale... "
Le  stelle nel riquadro della finestra sbiadivano: una ad una.

lunedì 6 giugno 2011

Guerra umanitaria

Un film - 20 sigarette -, visto recentemente, mi ha riportato, con la spietata evidenza dell'immagine, alla guerra; be', alla guerra... ai ricordi che di quegli anni conservo immagazzinati nella memoria. Non avevo ancora tre anni nell'estate del '45, eppure qualcosa rammento: poco in modo diretto, parecchio attraverso meandri contorti che solo recentemente sono riuscita a percorrere. In casa, il ricordo della guerra emergeva a tratti, brusco e doloroso, più da certi sguardi che da veri e propri racconti... e chi l'aveva vissuta sembrava soprattutto voler dimenticare. Ma io, bambina cocciuta e curiosa, domandavo, spiando l'espressione dei volti, guardando quelle case distrutte, sventrate, che conservavano oggetti del vivere quotidiano, polverosi e traballanti, che di giorno in giorno sparivano - forse rubati di notte da chi dalla guerra era stato spogliato di tutto - mentre cercavo d'immaginare, tentando di capire le ragioni di qualcosa che mi sembrava - già allora - una follia collettiva.
"Com'era la guerra, mamma?" chiedevo. Lei rispondeva: "Brutta!", una ruga improvvisa tra le sopracciglia sottili, a evidenziare la ricerca di un ricordo, poi quel suo brusco "Ma non rammento quasi nulla... " per troncare il discorso, per lasciar sbiadire i ricordi. Mio padre, a differenza di mia madre, mi parlò del fascismo, del Duce, dei partigiani, lasciando emergere indignazione, rabbia. Colsi anche l'odio nel suo sguardo... una sera in cui mi parlò dei nazisti, ma la paura, il terrore - che, come tutti, non potevano non aver provato - non emersero mai. In quei rifugi, che poi erano solo cantine rinforzate con qualche palata di cemento e qualche trave in più, mentre le bombe degli "alleati" grandinavano sulle case, cosa si dicevano? Pregavano, smadonnavano, urlavano la loro paura o tacevano, abbracciati ai figli, alle mogli, ai mariti? L'orrore sembra non avere parole, rendendoci gli animali che spesso scordiamo di essere. Sentimento estremo si esprime per estremi: l'urlo e il silenzio. Di dolore e di orrore si guaisce, mugula e balbetta... Non si parla. E' allora che spesso subentra l'ironia che altro non è se non il pudore di non volerci esporre nudi, scoperti nell'anima, a uno sguardo estraneo. Così la guerra diventava commedia, assumendo contorni buffi e mia nonna mi raccontava di quando mia madre si era nascosta nel reggiseno le uova rubate a una contadina, dovendo poi darsela a gambe nei campi per sfuggire a un contadino troppo preso dall'esuberanza delle sue curve. Perché proprio 20 sigarette, rispetto a tanti altri film (decisamente più di guerra), mi ha fatto riflettere? Forse perché svela che non esiste la guerra umanitaria, che nella guerra non c'è nulla di umanitario, che come per i non vedenti o i diversamente abili dietro l'apparenza di un cambiamento ciò che varia è  soltanto la forma, la sostanza rimane la stessa, banale e orribile, come solo la guerra può essere: ancora e sempre indicibile.