Ci sono momenti d'incertezza profonda, di disorientamento, in cui alla forza e all'intraprendenza dei giovani si deve affiancare la saggezza dei vecchi. Ricordo una frase di Giorgio Bocca che diceva più o meno così: "Quando sei incerto, quando non trovi il bandolo della matassa, quando non 'capisci'... cerca la via dei soldi. Attaccati insomma, saldamente, a un bel bigliettone e non mollare la presa: percorrerai vie tortuose e sconosciute, autostrade e/o viottolo, ma ti porteranno a scoprire la verità".
Le borse, i santuari del capitalismo, sembrano impazzite: distruggono miliardi in un giorno e li ricreano, quasi con un colpo di bacchetta magica, il giorno successivo. E' sadismo finanziario? No, è solo un vecchio giochetto: comperare e vendere a prezzi diversi... Non è questa l'essenza dell'affare? Quante volte un amico ci ha detto, con l'occhietto furbo e l'aria tronfia di chi sa come funziona il mondo, di aver comperato qualcosa, una cosa qualunque, "per quattro lire" e averla rivenduta al doppio o al triplo del prezzo pagato, guadagnandoci sopra una bella sommetta?
E' sufficiente manovrare sui mercati finanziari in modo da provocare un ribasso, vendere a 100, aspettare il ribasso, e comprare a 80 e... il gioco è fatto. Le regole dei mercati borsistici consentono di operare a termine (stipulo il contratto oggi dandogli esecuzione in un momento successivo), allo scoperto (senza possedere che una minima parte della somma in gioco), e di invertire la sequenza delle operazioni (compro e vendo se prevedo un rialzo, vendo e poi compro in previsione di un ribasso).
Si potrebbe fare qualcosa? Sì, cambiare le regole: vietare (provvisoriamente) le vendite a termine e dichiarare fuori legge i "derivati". Un governo che può dichiarare la guerra (mandando a morire i propri cittadini) non può emanare leggi capaci di tutelare i risparmiatori? Potrebbe ma, evidentemente, non vuole. Perché quella via che abbiamo imboccato per seguire i soldi porta proprio qui: a questa casta di ricchi e straricchi che pretenderemmo cambiassero le regole del gioco... per noi, rinunciando a parte della loro ricchezza. Per noi, noi poveri cristi che non arriviamo alla fine del mese, per i nostri figli che non trovano lavoro?
E' in atto, nell'economia occidentale, un cambiamento importante ma, di nuovo, vecchio come il mondo: una redistribuzione della ricchezza a favore dei più ricchi. Per essere una crisi, dalle motivazioni complesse e le soluzioni quasi impossibili, ha un gusto decisamente stantio: sa di déjà vu.
mercoledì 2 novembre 2011
martedì 1 novembre 2011
Storia di nebbie e acquitrini (Parte seconda - Puntata n° 8)
Marilena si guardò intorno, lasciando scivolare su quella devastazione un'occhiata incredula. 'Non sarebbe rimasta un minuto di più in quella casa... con quell'uomo. Con quel bugiardo che l'aveva ingannata, facendosi passare per ciò che non era: un uomo d'ordine, gran lavoratore, persona semplice ma quadrata, solida. E invece, invece... '
Prese una valigia dal ripostiglio e incominciò a riempirla disordinatamente: biancheria raffinata, abiti sartoriali, scarpe eleganti, il profumo, la crema... Mio Dio, ma cosa stava facendo? Pensava forse di partire per una vacanza? Avrebbe dovuto trovarsi una camera in affitto, cercarsi un lavoro. Un lavoro? Era una maestra, o meglio, lo era stata, ma ci sarebbero stati problemi di graduatorie e termini per iscriversi da rispettare... E dove sarebbe finita? In qualche paesino sperduto, in montagna, tra bambini pieni di pidocchi e geloni...
Crollò a sedere sul letto nell'appartamento silenzioso, mentre la pendola del salotto cominciava a scandire i suoi rintocchi, riportandola alla realtà. Si affacciò alla finestra: la strada buia, illuminata fiocamente da un lampione, sfumava in una nebbia leggera. Non passava nessuno, solo un'ombra sembrò sfiorare, per un secondo, il muro di una casa per scomparire subito, quasi si fosse trattato di un fantasma. Si vide in quella strada, la valigia troppo pesante da trascinare, il buio e quel silenzio poco rassicuranti intorno. Senza una direzione da prendere, un posto dove andare. Sola! Una dona sola a conoscenza di segreti pesanti, pericolosi.
Dov'era Gualtiero? Dov'era l'uomo l'uomo che l'aveva sempre protetta, difesa dalle brutture del mondo - pensò. Non esisteva più! In quel letamaio, ora, aveva trascinato anche lei, a forza, obbligandola a condividere quell'orrore. Perché non aveva cercato un amico, un prete, un fascista della sua stessa pasta per sfogarsi? Ma la risposta era lì, sotto suoi occhi, nel vuoto di quelle loro solitudini affiancate. Gualtiero era, come lei, solo, senza amici. Dopo la morte di Desmo, gli era rimasta lei... e quel segreto, quelle spedizioni punitive, quel morto - uno soltanto? - sulla coscienza. Era un fascista, l'aveva sempre saputo... Ma non aveva mai pensato fosse un assassino. Era uno 'spione', e anche di questo era a conoscenza... ma, ma che cosa? Il suo lavoro, quel lavoro che l'aveva resa un'agiata borghese, era un lavoro sporco, nero come quella notte senza luna, nero come i suoi pensieri, nero come la disperazione che si stava impossessando di lei, che la stava attanagliando alla gola, mentre capiva che restare con il marito avrebbe significato essere complice delle sue oscure trame, abbassarsi al suo livello, scendere a patti con la propria coscienza, vendersi per qualche vestito di seta e un abbraccio frettoloso a riscaldare per un istante la notte. Solo per un istante.
Tolse un appendino dall'armadio e vi sistemò sopa un abito, poi ne prese un altro e un altro ancora; fino a quando la stanza riprese il suo aspetto usuale. Rassicurante.
Sentì il marito rientrare e chiuse gli occhi, fingendo di dormire. Lui si spogliò, allungandosi lento al suo fianco.
Come sempre.
(continua... )
(continua... )
domenica 30 ottobre 2011
Storia di nebbie e acquitrini (Puntata n° 7- Parte seconda)
"Perché?".
"Non lo so... " le rispose, incerto, il marito.
"Oh, Gualtiero, lo sai benissimo... "
"Dimmelo tu, allora. Sei sempre stata più intelligente di me, hai studiato... "
"Volevi toglierti un peso dalla coscienza, come fosse un sacco di grano da scaricare sull'aia, e poi muoverti di nuovo, come sempre, in libertà, leggero. Le conosco le tue giustificazioni: Mussolini, un mondo nuovo da costruire per realizzare un sogno a qualunque costo, anche ammazzando... "
Il marito l'ascoltava, in silenzio.
"Beh, ci stiamo riuscendo, almeno ci stiamo provando: eravamo un paese di contadini ignoranti, di operai miserabili; un paese poco rispettato, che non contava nulla e ora... "
"Ora cosa?" lo interruppe la moglie.
"Ora, ora un paese come la Germania ci copia, ci ammira; ora non abbiamo più bisogno di nessuno, siamo autosuffficienti".
"Sì, con la finta lana, il finto cuoio, il finto benessere... Finto! Finto!, tutto è finto in questo paese, Gualtiero. Questo ti ha insegnato Mussolini: a fingere! E tu che altro potresti fare, a questo punto, se non credergli?"
"Desmo diceva che le rivoluzioni si fanno con il sangue, che un prezzo lo si deve pagare per cambiare il mondo" borbottò il marito, passandosi una mano incerta sul viso, ma con lo sguardo che già riprendeva coraggio.
"Finirai per rendermi complice di quanto hai fatto, di quanto fai... " mormorò Marilena.
"Quanto faccio!? Cosa faccio?" le chiese, aggressivo.
"Lo spione, il cane che mette gli inseguitori sulle tracce della preda da abbattere; questo fai!"
Gualtiero le fu addosso con un balzo, il volto pallido di rabbia. Le sue mani le artigliarono le spalle, la scossero con violenza, mentre le sputava addosso quelle parole taglienti e aguzze. Come lame di coltello.
"Lo faccio anche per te!"
"Lasciami, mi fai male!" lei gli sussurrò, ma Gualtiero già la trascinava verso la camera, e sempre tenendola stretta per un braccio spalancava davanti ai suoi occhi increduli le ante dell'armadio, afferrava gli abiti ordinatamente appesi e li scaraventava a terra, li calpestava... Poi, continuando a trascinarsela dietro come un mucchietto di stracci, con una manata ripuliva la toilette - avvolta in pizzi a balze e sormontata da uno specchio ovale sostenuto da due amorini - di vasi, vasetti, scatole e profumi che cadendo sul pavimento, s'infrangevano avvolgendo la stanza nel suo profumo, quel profumo che era per lui inscindibile da quello della pelle della sua donna, mentre una nuvola di cipria si sollevava nell'aria. Impalpabile e beffarda. E gridava, gridava con le vene del collo gonfie, turgide di rabbia, Gualtiero, continuando a scrollarla, fino a quando lei non gli scivolò tra le mani, afflosciandosi a terra.
"Lo spione ti permette questi vestiti, queste scarpe, e borse, e il tuo oziare ascoltando musica e... tutto il resto, compresa questa casa - che tu consideri con sufficienza - ma in cui ti sei cacciata come un topo nel formaggio".
Poi, con un ultimo pugno assestato al muro alla sua destra, quasi volesse distruggere anche la stanza, uscì.
Marilena, sentendo sbattere poco dopo la porta d'ingresso, capì che Gualtiero se n'era andato.
(continua... )
giovedì 27 ottobre 2011
Storia di nebbie e acquitrini (Puntata n°6 - Seconda parte)
"Ma che uomo sei? Che uomo sei?" mormorò Marilena riprendendosi dal suo intontimento, ma Gualtiero la zittì, quasi infastidito per le interruzioni della moglie. Il lato oscuro della sua anima, che veniva a galla risalendo alla superficie dopo anni di silenzio, traboccava gonfio di brutalità, come il grande fiume quando faceva esplodere gli argini, invadendo con le sue acque limacciose e giallastre la terra, abbattendosi sulle case, devastando campi e vigneti, violento e incontenibile...
Gualtiero riprese a raccontare: "Erano lì, sotto le fronde degli alberi, il fiume non si vedeva, si sentiva soltanto frusciare poco lontano, l'Antonia abbracciata al marito che le sussurrava qualcosa, lei che rideva piano, trattenendosi. Inermi. Desmo piombò loro addosso, Ninetto urlò alla moglie 'Scappa, scappa... ' e l'Antonia fuggì, scomparendo tra i cespugli, i capelli che s'impigliavano nei rami degli arbusti, un ultimo sguardo scambiato con il marito, conscio di ciò che stava accadendo, consapevole".
"Tu non hai fatto nulla? Sei rimasto lì a guardare?"
Gualtiero s'interruppe e il silenzio avvolse la cucina, invadendone gli angoli, in attesa come fiato sospeso, fino a quando la moglie, di nuovo, non sussurrò: "E tu?"
"Io?"
"Tu?"
Gualtiero scoppiò in una rista stridula, isterica.
Poi - fissandola come se la vedesse per la prima volta, con quel viso delicato, chiaro, gli occhi grigi ancora belli, e quella domanda nello sguardo che esigeva una conferma più che una risposta, perché anche Marilena, come allora l'Antonia, aveva capito, ma non voleva, non poteva ancora crederci - scosse la testa e disse:
"Gli ho sparato! Era come un leone infuriato, stava per strangolare Desmo a mani nude, gli aveva fatto cadere il coltello di mano. Io avevo il fucile... Cosa potevo fare? Sparai, sparai fino all'ultimo colpo, e lui ancora stava in piedi, ancora mi fissava negli occhi, ancora cercava di agguantarmi... Desmo, accanto a noi a terra, tossiva, mezzo soffocato... "
"Hai altro da dirmi?" chiese la moglie.
"Nulla che, ormai, tu non possa immaginare da sola" le rispose Gualtiero.
"Perché?" lei mormorò, scuotendo la testa.
"Perché l'ho fatto?"
"Perché me lo hai raccontato, dopo tanti anni? Perché?"
(continua... )
mercoledì 26 ottobre 2011
Storia di nebbie e acquitrini (Puntata n°5 - Parte seconda)
Come si narra l'indicibile se non con parole? Che rumore fanno i segreti quando vengono svelati? La voce di Gualtiero era quella di sempre, appena un po' più bassa, mentre le sue parole rievocavano fatti lontani e la cucina diventava campo di grano sotto il sole, fango e pioggia battente a impedire la vista, a ingannarla... Ma ora non c'erano né pioggia, né paura. Era soltanto stanchezza che provava, una grande stanchezza per quel segreto che si era tenuto dentro troppo a lungo. No, Gualtiero non aveva visto in faccia l'assassino di Decimo, aveva visto soltanto quel bagliore e sentito il rumore secco dello sparo: alla sua sinistra, accanto al calesse del Lambertini. Aveva però una sicurezza, una certezza: non era stato Ninetto a sparare, e nemmeno Desmo, o Lugino o Diadoro... perché allacciati l'uno all'altro, in un groviglio di gambe e braccia, intenti a scaricarsi addosso pugni e bestemmie, sguazzando nel fango che impediva loro di stare in piedi, non avrebbero potuto perdersi di vista, nessuno sarebbe riuscito a sgattaiolare via, ad attraversare l'aia, individuare il fucile...
"Con assoluta certezza avresti potuto scagionare Ninetto... "
La voce di Marilena s'insinuò, molesta come il ronzio di una mosca estiva.
"Non lo feci, scagionai soltanto Desmo. I gendarmi non avevano simpatia per i braccianti, sobillatori di disordini che sarebbe toccato loro acquietare, e poi temevano noi fascisti; tutti ci temevano, ma non Ninetto!"
"Come Primo... "
Gualtiero continuò: "Desmo decise che avremmo dovuto dargli una lezione; io non volevo, ero dubbioso, incerto. Lui continuò a insistere, a ripetere le solite cose - con le parole ci sapeva fare - e, alla fine, per convincermi mentì: mi disse di avere visto Ninetto sparare, giurò che gli era scivolato tra le mani come un'anguilla, che non l'aveva denunciato perché voleva ammazzarlo con le sue mani e poi farlo sparire, scomparire per sempre; evitare insomma che diventasse un simbolo per i suoi compagni. Un uomo che si nasconde, che fugge è un vigliacco, capisci?"
Alzò la testa, per spiare sul volto della moglie l'effetto delle sue parole, ma Marilena teneva gli occhi bassi e taceva.
Gualtiero riprese a raccontare: "Sorvegliammo con altri fascisti la casa di Ninetto, seguimmo a turno il suo miglior amico, ma quello era furbo: andava nei campi o mungeva e, quando c'incrociava, si toglieva il basco e rideva, rideva... Ci prendeva in giro, così come aveva fatto Ninetto. Andammo avanti così per un po'; poi Desmo in un giorno d'estate, l'aria che aveva sapore di fieno, le donne che erano scure di sole come le more del gelso, disse: 'Ma gli verrà ben la voglia di saltare sul letto con l'Antonia', e così cominciammo a seguire l'Antonia, usandola come esca, e lui abboccò all'amo, eccome... "
"Ma tu lo sapevi che era innocente Ninetto, lo sapevi?! Lo sapevi?!"
Marilena riprendeva colore, il sangue che le saliva al volto, le chiazzava il collo, le rombava nelle orecchie, mentre il marito riprendeva a parlare e lei avrebbe voluto che tacesse, che di nuovo il silenzio, come sempre o quasi, invadesse la cucina, rotto soltanto dal tintinnio delle posate. Avrebbe voluto che la sera estiva fosse quella di sempre, un po' monotona, scontata... grigia com'era stata la sua vita fino a quel momento.
(continua... )
martedì 25 ottobre 2011
Storia di nebbie e acquitrini (Puntata n°4 - Seconda parte)
Gualtiero entrò nel palazzo, fece alcuni passi e si fermò, assorto. Da qualche anno lui e Marilena avevano affittato quella casa in centro: silenziosa, con il portiere, gli stucchi sui soffitti, le porte d'ingresso in noce massiccio... e il silenzio. Anche ora, anche lì: quasi a perseguitarlo. Ma i bambini, che in un palazzo dovrebbero fare chiasso e disturbare, dov'erano? Rammentava di averli incontrati, ma soltanto per le scale, vestiti "alla marinara", per mano a signore eleganti o al seguito delle servette, riconoscibili subito per il tono di voce più alto, la mancanza del cappello e dei guanti a coprire le mani arrossate e sciupate.
Casa e inquilini "di un certo tono", come diceva Marilena, ma lui non aveva ancora capito se fosse un apprezzamento o una presa in giro. Non aveva voluto saperne di assumere una domestica e tutti i giorni usciva a fare la spesa, cucinando per il marito e lucidando i pavimenti con lo spazzolone fino a renderli brillanti come uno specchio. Al pomeriggio leggeva e ascoltava musica alla radio.
Parlavano poco; soprattutto lei.
Era ancora bella e, ora che i soldi non mancavano, era anche molto elegante e lui, Gualtiero, non aveva smesso di amarla e di meravigliarsi ogni sera nel ritrovarla ancora e sempre lì, ad aspettarlo. Perché continuava a pensare che, come un passero posato sui fili dell'alta tensione, dopo essersi riposata per un istante, sarebbe volata via, prima o poi, perdendosi nel cielo...
Rispose con un cenno del capo al saluto del portinaio, poi salì lentamente le scale.
"Marilena? Ci sei?" la chiamò dall'ingresso, togliendosi il cappello.
"Sono in cucina", lei rispose, affacciandosi alla porta.
Lui entrò e si lasciò cadere su una seggiola, passandosi una mano sul viso sudato.
"Cosa ti è successo? Come hanno reagito gli operai alla morte del loro compagno?" gli chiese la moglie, non senza aggiungere "Ma voi fascisti non... E' stata una rapina, o forse un delitto passionale: sembra fosse un uomo piuttosto bello... "
"Era uno con la lingua lunga, avrà finito per dare fastidio a qualcuno o, come dici tu, sarà stato pugnalato da un marito geloso. Comunque il clima in fabbrica, oggi, è stato pesantissimo... irrespirabile. Hanno finito per prendersela con me, come se io avessi a che fare con questa storia... "
"Ma tu non c'entri! Allora perché te la prendi in questo modo?"
"Mi ha riportato alla mente tante cose... la morte di Desmo" sussurrò Gualtiero, evitando lo sguardo della moglie.
"Non è stata colpa tua... " disse decisa Marilena, ma vedendo la faccia del marito s'interruppe. Gualtiero, che sembrava fissare un punto imprecisato del muro davanti a lui, scosse la testa e mormorò:
"Ninetto l'ho ucciso io!"
"Ma stai scherzando? Cosa dici, Gualtiero? Sei impazzito?"
Marilena si afflosciò sulla seggiola.
"Perché?"
"Perché stava per uccidere Desmo, gli era addosso, lo stava strangolando... e io, io ho sparato!"
"Tu!? Tu hai ucciso un uomo. Tu!?"
Dopo un secondo di silenzio chiese : "Perché?". Di nuovo.
Gualtiero taceva.
Marilena lo fissava, inorridita, ripetendo quella domanda, quel "Perché?", con un tono monotono, quasi cantilenante.
"Ora mi racconti tutto, ora voglio - ho il diritto - di sapere tutto... Fin dall'inizio" concluse la donna, chiudendo la porta, quasi volesse, tentasse, per l'ultima volta, istintivamente, d'imbavagliare, di ingabbiare nella stanza, quel segreto, troppo spesso intuito e mai svelato.
La sera , senza che se rendessero conto, era calata, repentina come un sipario a teatro, a concludere una parte della loro vita. In quel buio senza scampo, alterata, si alzò la voce di Gualtiero. A raccontare.
(continua... )
Casa e inquilini "di un certo tono", come diceva Marilena, ma lui non aveva ancora capito se fosse un apprezzamento o una presa in giro. Non aveva voluto saperne di assumere una domestica e tutti i giorni usciva a fare la spesa, cucinando per il marito e lucidando i pavimenti con lo spazzolone fino a renderli brillanti come uno specchio. Al pomeriggio leggeva e ascoltava musica alla radio.
Parlavano poco; soprattutto lei.
Era ancora bella e, ora che i soldi non mancavano, era anche molto elegante e lui, Gualtiero, non aveva smesso di amarla e di meravigliarsi ogni sera nel ritrovarla ancora e sempre lì, ad aspettarlo. Perché continuava a pensare che, come un passero posato sui fili dell'alta tensione, dopo essersi riposata per un istante, sarebbe volata via, prima o poi, perdendosi nel cielo...
Rispose con un cenno del capo al saluto del portinaio, poi salì lentamente le scale.
"Marilena? Ci sei?" la chiamò dall'ingresso, togliendosi il cappello.
"Sono in cucina", lei rispose, affacciandosi alla porta.
Lui entrò e si lasciò cadere su una seggiola, passandosi una mano sul viso sudato.
"Cosa ti è successo? Come hanno reagito gli operai alla morte del loro compagno?" gli chiese la moglie, non senza aggiungere "Ma voi fascisti non... E' stata una rapina, o forse un delitto passionale: sembra fosse un uomo piuttosto bello... "
"Era uno con la lingua lunga, avrà finito per dare fastidio a qualcuno o, come dici tu, sarà stato pugnalato da un marito geloso. Comunque il clima in fabbrica, oggi, è stato pesantissimo... irrespirabile. Hanno finito per prendersela con me, come se io avessi a che fare con questa storia... "
"Ma tu non c'entri! Allora perché te la prendi in questo modo?"
"Mi ha riportato alla mente tante cose... la morte di Desmo" sussurrò Gualtiero, evitando lo sguardo della moglie.
"Non è stata colpa tua... " disse decisa Marilena, ma vedendo la faccia del marito s'interruppe. Gualtiero, che sembrava fissare un punto imprecisato del muro davanti a lui, scosse la testa e mormorò:
"Ninetto l'ho ucciso io!"
"Ma stai scherzando? Cosa dici, Gualtiero? Sei impazzito?"
Marilena si afflosciò sulla seggiola.
"Perché?"
"Perché stava per uccidere Desmo, gli era addosso, lo stava strangolando... e io, io ho sparato!"
"Tu!? Tu hai ucciso un uomo. Tu!?"
Dopo un secondo di silenzio chiese : "Perché?". Di nuovo.
Gualtiero taceva.
Marilena lo fissava, inorridita, ripetendo quella domanda, quel "Perché?", con un tono monotono, quasi cantilenante.
"Ora mi racconti tutto, ora voglio - ho il diritto - di sapere tutto... Fin dall'inizio" concluse la donna, chiudendo la porta, quasi volesse, tentasse, per l'ultima volta, istintivamente, d'imbavagliare, di ingabbiare nella stanza, quel segreto, troppo spesso intuito e mai svelato.
La sera , senza che se rendessero conto, era calata, repentina come un sipario a teatro, a concludere una parte della loro vita. In quel buio senza scampo, alterata, si alzò la voce di Gualtiero. A raccontare.
(continua... )
lunedì 24 ottobre 2011
Storia di nebbie e acquitrini (Puntata n°3 - Seconda parte)
Le notizie, soprattutto quelle cattive, hanno le gambe lunghe e conoscono scorciatoie ignote ai più per arrivare dove non dovrebbero... e così la morte di Primo provocò incontri, affrettò decisioni, portò a galla sentimenti repressi fino a quel momento. In quella giornata, apparentemente eguale alle altre, con lo stesso sole dorato a farsi largo tra il fumo delle ciminiere, non fu soltanto Pioltino a scoprire un coraggio che non sapeva di possedere, furono anche Mario, Domenico e Luigi - e altri ancora - che uscirono dalla fabbrica diversi da come vi erano entrati. Anche Gualtiero si chiuse alle spalle, quella sera, la porta dell'ufficio e uscì, il passo lento e misurato di sempre, per tornare a casa, sperando di aver ricacciato i suoi fantasmi in quell'angolo della sua mente dove erano stati fino a quel momento: così come era solito fare in campagna, quando un temporale estivo, scoppiando inaspettato e violento, spaventava le vacche al pascolo, facendole disperdere in una sarabanda di muggiti e terrore, fino a quando lui, un po' blandendole, un po' spintonandole, non le raggruppava per ricondurle alla sicurezza della stalla e del fieno caldo e asciutto.
Ma, mentre i più tornavano alle loro case, qualcuno le abbandonava in tutta fretta, fuggendo dalla città, diventata pericolosa, per sottrarsi agli assassini di Primo, ai loro pugnali, alle informazioni che avrebbero potuto ottenere da qualche compagno, torturandolo per obbligarlo a parlare.
"Arrivederci Professore... e, mi raccomando, non sia imprudente!"
Il camioncino si mise in moto sbuffando, mentre il rumore secco della portiera che sbatteva, risuonava nel vicolo. Il mezzo attraversò la città, allungando la strada per non passare per il centro, l'aspetto innocente e usuale di un camion carico di frutta e verdura diretto al Mercato Generale. Al volante un uomo con il basco calato sulla fronte all'uso contadino, gli zoccoli ai piedi, e accanto a lui un operaio? uno scaricatore?
A tradire il Professore sarebbero bastate quelle sue mani bianche e morbide, dalle dita lunghe e sottili di chi è abituato a maneggiare l'archetto di un violino o sfogliare le pagine di uno spartito o di un libro da leggere e mai, ma proprio mai, ha usato la zappa o afferrato un martello...
Passò accanto al furgone, superandolo, una macchina nera: uomini in camicia ancora più nera lanciarono un'occhiata distratta, mentre la macchina accelerava per sparire subito dopo in un turbinio di polvere.
"Cristo, quelli erano fascisti!" esclamò l'uomo che guidava, aggiungendo "per fortuna che non ci hanno fermati... Se avessero voluto controllare i documenti... "
"E' andata bene!" sussurrò l'uomo al suo fianco, raggomitolandosi al suo fianco sul sedile alla ricerca di una posizione che gli conciliasse il sonno. Ma appena socchiusi gli occhi, Primo affiorò dalla memoria, lo sguardo ironico e allegro, invadendogli il cervello. Rabbia e dolore lo svegliarono di colpo, rendendolo di nuovo lucido, presente a se stesso.
"Pagheranno anche per questo, pagheranno anche per la sua morte!" sibilò, tra i denti, mentre il mezzo, affrontava una leggera salita per infilarsi in un viottolo sterrato. Anche in lui, come in Gualtiero, affioravano ricordi dolorosi, angosciosi che legandolo a quell'uomo lo infilavano di diritto in quella lunga scia di sangue e dolore che era partita da Ninetto e dalla sua ormai leggendaria ribellione.
(continua... )
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