lunedì 29 luglio 2013

Come a Vienna nel '14...

Spalanco la finestra(quella che dà sul cortile orfano dei pini) e mi aggredisce un cielo grigio: il sole nascosto sotto strati di nuvole in corsa… Un borbottio di tuono in lontananza? No, sono solo i miei sensi che danno un contentino ai bisogni che avverto. Le jour où la pluie viendra, nous serons, toi et moi…  Becaud cantava, con me, con lui…
I ricordi chiari, nitidi  narrano una storia ben nota: li ho selezionati con cura perché la supportassero. Ogni tanto ne irrompe uno, a tradimento, scompiglia le carte, crea angoscia: quella che la verità, tanto invocata a parole, scatena in ognuno di noi.
Sto rileggendo L'amore ai tempi del colera di Marquez (l'accento giusto sulla a non so dove trovarlo). L'avevo letto quando la vecchiaia era soltanto un rischio lontano, vago - sul quale scherzare -  non un nemico con il quale combattere ogni giorno ben conscia dell'inevitabile sconfitta.
Nell'Emilia rossa si accendono i fuochi estivi delle Feste dell'Unità, sui tavoli gira, come sempre, la torta fritta con i salumi, i compagni si abbracciano, si balla il lissio… 
Come a Vienna nel '14, come sul Titanic, aperto come una scatoletta di tonno da un iceberg, si affronta l'abisso a passo di danza…

giovedì 25 luglio 2013

La sonorità del silenzio.

Il silenzio. La sonorità del silenzio.

mercoledì 24 luglio 2013

Al cinema in una sera d'agosto

Mi vedo La grande bellezza di Sorrentino in un cinema dalle poltrone scomode (soprattutto per la mia disgraziata schiena). Alle mie spalle due donne attaccano a ridere fin dall'inizio e non la smettono.  Servillo come Fantozzi... Intanto sullo schermo si succedono le immagini di una città, Roma, bellissima già di suo e che l'abilità di chi usa con maestria la macchina da presa rende, se possibile, ancora più bella. Il film non ha storia: si limita a farci vedere,  attraverso lo sguardo, acutissimo ma disincantato, cinico, del protagonista, giornalista, scrittore consacrato da un unico libro promettente scritto in gioventù, lo scorrere dei giorni ripetitivi, fasulli, vuoti di una società, ricca e... guasta. Votata non al piacere, non all'eleganza, non alla ricerca di una forma qual si voglia di senso della vita, ma all'imitazione (mal riuscita) di tutto ciò. Si parla, ma non si comunica, si beve - quel tanto - si fa l'amore, sfiorando freddi e disincantati un sesso da obitorio...
Nulla più stupisce, né potrebbe farlo, anche la povertà è un modo di mettersi in mostra - magari per uno scopo nobile, la raccolta di fondi per i poveri - perché anche la povertà, come tutte le recite, reclama un pubblico e il suo plauso.
Bravissimi gli attori, ottima la colonna sonora, splendide le inquadrature, volutamente, a tratti, incomprensibile e slegato il dialogo, necessario a sommergere in un mare di bla bla bla quel poco o tanto di vero che il mondo racchiude, il film mi lascia addosso un senso d'incompletezza.
Cosa manca? La fantasia, capace di far decollare una storia, la passione (e la compassione), il senso di un futuro. La grande bellezza fa già parte dei ricordi, è passata, il presente non la vuole, il futuro l'avrà ormai già dimenticata. E' questo il messaggio che Sorrentino ci manda?

martedì 23 luglio 2013

Agosto

Seguo l'arco rovente
dei giorni d'agosto

non vivo
appassisco
...

mercoledì 17 luglio 2013

D'amore non si muore, di rabbia sì

Concita De Gregorio ha scritto Io vi maledico, un libro sulla rabbia, sulle radici di questo sentimento.
Ha cercato gli "arrabbiati" di questo nostro Paese, ha parlato con loro, li ha ascoltati, soprattutto. Ne ha trovati tanti. Troppi. Un Paese inferocito.
Sentimento complesso la rabbia. Sentimento la cui manifestazione si differenzia, nettamente, per genere. Un uomo che allunga un pugno su un muro accompagnandolo con una bestemmia, può incutere paura, ma non provoca il riso. E' considerata, a livello sociale, un'espressione - un  po' criticabile - di virilità. La rabbia manifestata da una donna è tutta un'altra cosa. Alle donne viene insegnato, e l'addestramento inizia nell'infanzia, a non manifestare la rabbia, a controllarla. Le donne della mia generazione sono state educate cosi; poi è arrivato il '68 e la rabbia è venuta a galla... Non sapevamo nemmeno di essere arrabbiate, pensavamo che quel malessere più o meno profondo che ci sentivamo addosso fosse malinconia, delusione, tristezza o, nei casi più gravi, depressione. Il medico di famiglia ci spiegava che la depressione era una tristezza profonda ma non motivata. E così alla depressione si aggiungeva il senso di colpa, la sensazione di essere delle "donnette", instabili "per natura", un po' invidiose. Perfino del pene.
La rabbia è un sentimento forte che induce alla ribellione, e per questo motivo fa paura. Soffocata, ingoiata, non espressa, avvelena anima e corpo, come e peggio di un rifiuto tossico. La depressione femminile si alimentava, e si alimenta, di rabbia, di sacrosanta, comprensibile rabbia. La rabbia dei più deboli, di chi è o si sente impotente, di  chi è costretto a subire. Quando esplode è contagiosa. Scatta, violenta, davanti all'ingiustizia.
E' il sentimento che ci fa capire che la nostra capacità di sopportazione è esaurita. Se scoppia per motivi apparentemente banali, forse non abbiamo indagato abbastanza sui motivi, sulle radici della rabbia; quando sfocia in tragedia può rassicurarci definirla rabbia, ma potrebbe essere vendetta, punizione... Un amante deluso non uccide per rabbia, alla base del fenomeno atroce del femminicidio c'è ben altro.
Se e quando si evolve in indignazione si nobilita, diventa sentimento civile, adulto.
Forse è questo il salto di qualità che, nel nostro Paese, la rabbia deve ancora compiere. 
Forse...



domenica 14 luglio 2013

Gregor Samsa, amico fraterno

Vivere con una malattia grave è come convivere con un gemello siamese: legati a doppio filo. Non l'abbiamo deciso noi, una mattina ci siamo svegliati così, come Gregor Samsa. Attaccati a questo nostro doppio mostruoso, sconosciuto, che si è insediato nel corpo, nel cervello e nell'anima a nostra insaputa. Da quello che dicono i medici era lì da un bel po', il bastardo, acquattato nell'ombra dava soltanto qualche segnale della sua presenza, ma vago, ambiguo. Da quel momento come Gregor Samsa siamo passati attraverso tutto l'arcobaleno delle emozioni: incredulità, paura, rabbia... vergogna. Vergogna? Come se fosse responsabilità nostra - i cattolici direbbero colpa - esserci ammalati. Qualcuno dei familiari o amici lo ipotizza: hai fatto qualcosa di troppo: mangiato troppo o troppo male, ad esempio. No! Fumato, bevuto? Nemmeno! Hai lavorato troppo? Mica. Be' allora, bella mia, sei proprio sfigata. Troppo sfigata, naturalmente. A questo punto non è escluso che si possa anche ridere. Istericamente, magari, ma ridere. Dice - chi non ce l'ha - che una malattia di questo tipo faccia capire la complessa alchimia della vita, sulla quale ci siamo spremuti le meningi per decenni, in un nanosecondo ed è vero, ma, mi soccorra nuovamente la saggezza ebraica o i proverbi di mia nonna, si sa che la vita dura fa l'uomo forte (anche la donna?) ma io, se me l'avessero chiesto, mi sarei tenuta bene stretta la mia fragilità.
Qualcuno "fa finta di essere sano", finzione che si rivela pesantissima da reggere perché la malattia non può non insinuarsi in tutto ciò che fai, condizionando il tuo umore, agguantandoti stretto quando cambia una stagione, facendoti tremare all'idea che la prossima (stagione) sarà, probabilmente, peggiore di quella che l'ha preceduta.
Quel gemello siamese che occhieggia sghembo tutto ciò che fai è troppo invadente e presente per ignorarlo: tanto vale presentarlo a chi ancora non lo conosce, presentarlo per quel terzo incomodo che è e conviverci sapendo che quella che sei non può né potrà più prescindere da lui.

venerdì 12 luglio 2013

Malala

Come Nelson  Mandela, come Martin Luther King, come altri che non dimenticherò mai, Malala, questa ragazzina dagli occhi grandi e profondi, neri come la notte, ha conosciuto la paura, ha conosciuto il dolore ma ha scelto il coraggio. L'ho sentita parlare all'Assemblea dell'Onu, un discorso senza fronzoli, senza odio, senza retorica. Con voce ferma, pacata ha detto: "Non mi faranno tacere... " E' una dichiarazione di guerra, ma senza fanfara o squilli di tromba. E' pronta a ricominciare. Chiede di avere accesso a ciò che ritiene un diritto, suo e di tutte le donne, l'istruzione. Come un uomo.
I talebani hanno cercato di fermarla sparandole alla testa. Hanno sbagliato persona: quella ragazzina non è pane per i loro denti... Uccide chi non ha autorevolezza, cultura, passione e, ripeto, coraggio. La violenza è l'arma dei vigliacchi. Molte donne che l'avevano ascoltata in silenzio, dopo quelle pallottole hanno alzato  la testa, hanno scelto la ribellione... Lei non ha avuto parole di odio per chi ha tentato di ucciderla. Le persone speciali in questo si somigliano: sono invase dal coraggio (di avere paura) come spiagge dalla marea; ucciderle o tentare di farlo, non è solo inutile, è stupido: serve solo a far traboccare quel coraggio, a farlo scorrere come sangue vivo per villaggi e città, a centuplicarlo... Come i pani e i pesci di cristiana memoria.