Storie raccontate, sussurrate, segreti svelati, risate solitarie, dialoghi serrati, emozioni condivise, rabbia filtrata in sdegno, sapere seminato su terre ancora brulle, acqua per i germogli, vento di cambiamento, risposte per perplessi, dubbi a chi non ne ha, sogni solo sfiorati, tesori dimenticati... Questo mi schiuma dentro quando dubbiosa o stanca, disperata o incantata, mi rinserro nell'ultimo fortino a sparare parole colorate contro le cannonate...
domenica 26 gennaio 2014
sabato 18 gennaio 2014
Programmi televisivi
Concita De
Gregorio ascolta. Tutto in lei è elegante: l'abito che indossa, quella
gestualità con cui accompagna, sottolineandolo, ciò che dice, il linguaggio che
usa, il trucco appena accennato... Trasuda borghesia "illuminata". A
giorno. La trasmissione che conduce su RAI 3, ha come argomento odierno la maternità e i
libri, presentati dalle due ospiti giornaliste e scrittrici nonché ovviamente
madri, sono dei "prontuari". Per mamme. Del tipo Come essere madri, mogli,
professioniste... ed essere felici - sembra
pensare Concita mentre pone le domande e ascolta le risposte, forte del suo
notevole successo professionale e dei quattro (dico quattro!) ragazzi che
le girano per casa. Il clima è affabile, le gerarchie sono rigorosamente
rispettate, ma l'argomento di cui si discute lascia intravedere le emozioni e
le contraddizioni del ruolo materno. Attraverso gli "occhiali rosa"
della maternità il mondo si allarga, acquista spessore, ma rivela anche i
lati in ombra. La società aspetta al varco la neo-mamma: bisogna conciliare
professione e famiglia. Conciliare? Concita diventa più disponibile: novella
Virginia, ricorda i tempi in cui, a casa per maternità, si rinchiudeva nel
bagno per scrivere, anelando allo spazio vitale di "una stanza
tutta per sé". E' indispensabile, trovare uno spazio "fuori",
organizzarsi - dice. Per fortuna le donne sono, per loro natura, multitasking -
aggiunge.
Per natura o per
necessità?
Emergono vite
faticose, stressanti... ma il sorriso è d'obbligo.
"Le resta
tempo per leggere un libro, andare al cinema?" chiede Concita.
"Me lo
ritaglio", risponde una delle due ospiti.
"A
fatica", aggiunge.
Fine del programma.
domenica 5 gennaio 2014
Il dolore dell'anima e le case farmaceutiche
La malattia di Parkinson si manifesta (di solito) intorno ai sessant'anni, anche se, disgraziatamente, colpisce persone sempre più giovani. Si presenta con sintomi vaghi: astenia, tremore, impaccio, lentezza nei movimenti. Frequentemente
un sessantenne si scopre in crisi, tanto più se quella vecchiaia che improvvisamente
si erge sul suo cammino si accompagna alla sintomatologia sopra descritta.
Va dal medico, prende vitamine, partecipa a una gita organizzata,
redige bilanci… Ma i disturbi aumentano. Il medico di base gli prescrive prima gli
esami di routine, poi, visite specialistiche: fisiatra, ortopedico,
reumatologo. Passano i mesi… un anno, due. Alla malinconia si associa l'ansia;
in famiglia si parla ormai apertamente di «paturnie». Da menopausa. Il medico, con piglio professionale, usa il termine depressione. Poi, se Dio vuole (si fa per dire), arriva la
diagnosi corretta: malattia di Parkinson. Degenerativa, progressiva. E' tanto
strano, è anomalo che la tristezza si colori di disperazione e l'ansia diventi panico? Il
medico di base, leggendo la diagnosi del neurologo, aggiornerà la cartella
personale... Da quel momento però la depressione, indipendentemente dal nostro
sentire, sarà data per scontata e «curata» con psicofarmaci.
Non c'è pillola che possa far accettare una patologia come
il Parkinson; ogni malato imboccherà una strada personale elaborando con lentezza e fatica la perdita della salute e dell'autonomia; a volte con l'aiuto dei
familiari, a volte con quello della fede, alternando bestemmie a pianti, negazione a ironia, speranza nella ricerca a delusione.
Personalmente vorrei restare «lucida», e, soprattutto, desidererei poterne
parlare con il mio medico: senza imbarazzi, con sincerità. Anche perché gli
effetti collaterali che si accompagnano alla «calma chimica» sono pesantissimi.
Peggiorano, infatti, la patologia parkinsoniana e - volete ridere? - provocano
attacchi di panico, perdita di memoria, deficit d'attenzione, confusione
mentale, allucinazioni… E allora, come diceva qualcuno: lasciamo fare alla vita
(pardon: al Parkinson) questa ultima fatica.
Le case farmaceutiche che hanno trasformato in malattia la vivacità infantile, il disinteresse (spesso comprensibile) scolastico, la svagatezza dei sognatori, per incrementare profitti miliardari, hanno tutta la convenienza a ingabbiare anche il dolore dell'anima, di cui la
vita è colma, nelle maglie strette della patologia. E' normale che patologie neurologiche devastanti siano vissute con tristezza, rabbia, malinconia. Il dolore del'anima non è una patologia da curare rincoglionendosi con pillole colorate. E' un'emozione: da trattare con rispetto e umana,
umanissima pietas...
giovedì 2 gennaio 2014
Bilanci
Lampioni gialli galleggiano nel mare nero della notte che ancora assedia il giorno. Oggi il lavoro, per chi ha la fortuna di averlo, riprende, dopo la sosta natalizia. Sono le sette del mattino e le macchine già da un'ora aggrediscono l'asfalto... Mi lascio alle spalle un altro anno, un altro pezzo di vita che già rende il passato più pesante, più denso, il futuro più breve. Bilanci non ne redigo, so in anticipo che sarebbero "in rosso". Quando ero sana (tanto tempo fa), quando ero giovane (il ricordo si perde nella notte dei tempi), il primo/secondo giorno del nuovo anno facevo a me stessa una serie di promesse, una sorta di bilancio di previsione per l'anno a venire. Il consuntivo, a fine anno, registrava sistematicamente la mancata attuazione degli impegni assunti, ma questo non mi sconvolgeva più di tanto. In fondo, il bilancio di previsione era un progetto e fino a quando si fanno progetti (che altro sono se non il tentativo di realizzare i sogni?), si è vivi. Non solo, si è fiduciosi e sostanzialmente ottimisti.
E quando non si sogna più?
E quando non si sogna più?
lunedì 23 dicembre 2013
All you need is love? Balle!
Caro Michele, mi permetto di darti del tu come compagna (suona strana oggi questa bellissima parola che evoca ricordi tanto gloriosi quanto dolorosi) che alla speranza di un mondo migliore ha associato la scelta dolce/amara di essere madre. Nel tuo libro Gli sdraiati tu liquidi l'infanzia di tuo figlio assimilando il tuo rapporto con lui, in quegli anni, al rapporto che lega il padrone di un cucciolo al suo cane. Amare un cucciolo, per di più adorante, non richiede particolari qualità. Lui , tuo figlio, è cresciuto nella tua casa, tra pappe e cacche, come si conviene a ogni bambino, e tu, fuori da quella casa, nel vasto mondo, hai lavorato al cambiamento, come si conviene a un uomo del tuo stampo, a un borghese di sinistra. La definizione non è mia, è tua.
Pure io ho lavorato, sono un'insegnante, e, come te, ho sognato e sperato, ma anche cercato, di cambiare il mondo.
All'università avevo studiato più Keynes che Marx, ma aveva provveduto mio padre, comunista e sindacalista, a colmare le lacune. Un papà progressista, ma non con le figlie. Strappargli il permesso per andare a ballare richiedeva una lotta all'ultimo sangue. Come ogni padrone che si rispetti, imponeva le sue condizioni. Era severissimo. La mia infanzia non è stata la tua, per me il cambiamento impellente, improrogabile doveva partire dalla famiglia, doveva riguardare il rapporto tra maschio e femmina. Sono una ribelle, ma prima di essere una lavoratrice ribelle, sono stata figlia, donna, madre, moglie... ribelle.
Letti i libri delle femministe americane, ignorati i consigli (pieni di buon senso) di mia madre, mi sposai, mi laureai, un figlio di nove mesi sulle ginocchia mentre battevo a macchina la tesi di laurea, trovai lavoro e... smisi di dormire. Passavo le notti in bianco, cantando nenie all'alieno che tenevo tra le braccia: un cucciolo tenerissimo, intelligentissimo... ma ringhioso. Anarchico, precoce, mi vampirizzava. Io, cresciuta tra regole e orari, educazione austro-ungarica, non mettevo paletti, non delimitavo i suoi spazi facendolo sentire sperso, spaventato: avrebbe voluto un giardinetto, non una sconfinata prateria. Il padre non se ne occupava, pappe e cacche non lo riguardavano. Quando, raramente, era a casa, anche se il bambino strillava durante la notte, lui riusciva a dormire, e poi io con le mie nenie lo facevo scivolare nel sonno. L'alieno per quattro anni dormì solamente di giorno: brevi sonnellini spezzati da risvegli urlanti. Il padre girava il mondo per lavoro. Lo stipendio consistente era il suo, il mio andava in baby sitter... Mi avrebbe preferita a casa, a fare a moglie di rappresentanza. Il mio stipendio - diceva - serviva soltanto a collocare il nostro reddito in uno scaglione più alto, facendoci pagare più imposte.
Tutta questo per farti notare, caro Michele, che un bambino non è un cucciolo, che va seguito, ascoltato, osservato da entrambi i genitori e dal primo momento in cui apre gli occhi. Si deve o si dovrebbe creare un rapporto continuativo, fatto di attenzione, affetto e rispetto. Dove ho sbagliato io? Imponendo a mio figlio una libertà non dosata secondo i suoi crescenti bisogni di autonomia, ma a misura del "mio" famelico bisogno di libertà. La natura dà due genitori, la società, per tutta una serie di motivi, spesso, troppo spesso, li riduce a uno soltanto. Quattro occhi vedono più di due, il confronto tra genitori può ridurre il numero degli errori. Almeno credo.
Tu, Michele, una mattina, improvvisamente, hai scoperto che il cucciolo era diventato alto come te, dotato di parola... un adulto insomma, al quale fare, finalmente e saggiamente, da Padre. E il padre chi è? E' il dispensatore delle regole, quello che insegnerà al figlio a stare al mondo, quel mondo che lui, il padre, conosce bene, anche se non è riuscito a renderlo migliore. Anzi, a dire la verità, è sì riuscito a cambiarlo, ma in peggio. O non è riuscito a evitare che altri lo peggiorassero.
L' infanzia di tuo figlio non sembra aver lasciato ricordi in te.
Dalla culla all'adolescenza il passo non è breve... Non dai notizie sullo scolaro delle elementari, sul ragazzino delle medie, sui compleanni, il primo giorno all'asilo, gli amichetti per casa, le favole lette insieme, le domeniche al cinema, il primo giorno con i pattini, gli scii, la bicicletta senza le rotelle...
Ad un tratto, come un coniglio bianco dal cilindro di un prestigiatore, scaturisce un adolescente che mangia come un uomo, ingombra come un adulto, puzza come un adulto, ma non ragiona come un adulto, perché non sa cosa voglia dire essere "grande". Lui è solo alto e spallato, pesa come te, ma non ha la tua esperienza, non ha esperienza, tout court. Se la dovrà fare, tra errori e patemi. Come te, come tutti.
E' questo il momento in cui scopri l'alieno, e vedere girare per casa un marziano non è facile. Capisco... Io, l'alieno l'avevo già conosciuto, avevo trovato il modo di comunicare, ero abituata alle sue metamorfosi ( alle loro metamorfosi perché di figli, in rapida successione ne avevo avuti altri due, facendo fuggire il marito da una casa che sapeva troppo di Nutella e borotalco per approdare a lidi più tranquilli e gratificanti), ai cambiamenti. In fondo non era quello che avevamo voluto? Cambiare tutto, e subito?
Ma non basta che le cose cambino, è importante la qualità del cambiamento.
"E' l'evoluzione della specie" dice il tuo ragazzo. E' il progresso tecnologico, è la politica marcia, è la scomparsa dei valori, è la globalizzazione, è la crisi mondiale, è il berlusconismo, è la brutta copia dell'America con la festa del Ringraziamento in cui i figli tornano a casa solamente per scannarsi con i genitori e ignorare il tacchino. E' questo mondo che non è più a nostra misura che ci è scoppiato sotto il culo, quasi a nostra insaputa - diciamo noi (vecchi). Però, confessa, vorresti anche aggiungere che lui, tuo figlio, ha accanto uno come te: progressista (pure tu?), intelligente, ironico, colto, giornalista, scrittore. Uno che ha la voglia e la capacità di accompagnarlo nella crescita, di indicargli la strada.
Ma quello (il figlio), non parla, non ascolta, nemmeno litiga con te: ti ignora e basta! Non ti ritene autorevole, anzi ti obbliga a essere autoritario! Uno come te che ha sempre privilegiato il dialogo, il confronto!
Gli alieni non saremo per caso noi, Michele, noi che non li abbiamo respinti ma li abbiamo ingannati, o abbiamo permesso che altri li ingannassero?
Per te Michele, sarà guerra tra giovani e vecchi... E' evidente che i vecchi saranno sconfitti; basterà sospendere la somministrazione dei farmaci che li tengono in vita, lasciandoli morire di malattia e delusione. Quanta sofferenza costano i cambiamenti, quante correzioni di rotta prima di capire....
E pensare che il nostro inno era "All you need is love"...
domenica 15 dicembre 2013
Lettera a una figlia
Era una giornata d'inverno, limpida come solo a Trieste - grazie alle bora - le giornate possono essere terse. Prima di chiudermi la porta alle spalle, avevo abbracciato in fretta tua nonna e baciato i tuoi fratelli. Il medico aveva detto: "Non oltre il 15 dicembre... Sarebbe pericoloso per il feto e la madre (tu e io). Faremo un parto pilotato e tenteremo di evitare un cesareo..." L'ostetrica era stata più esplicita, "Non sarà una passeggiata" aveva detto. E non fu una passeggiata. Nascesti di sera, il cielo ormai nero come l'inchiostro, un persistente singhiozzo che ti tormentava. L'ostetrica, pensierosa, commentò: "Nascono quasi tutti così: sono i bambini del terremoto... ". Il terremoto del Friuli, quello del 6 maggio del settantasei, il giorno in cui il medico mi comunicò che sarei diventata madre per la terza volta. Ricordo tutto della tua nascita: la paura, la gioia, il dolore. Tuo padre che dormiva sulla poltrona della mia camera, il giornale sportivo allargato sulle ginocchia, le parole infastidite del medico: "Vada a dormire fuori!" (Fu in quel momento che percepii la sua indifferenza, la fine del nostro rapporto?)
Sei nata bella, bellissima, il ritratto della bisnonna di cui porti il nome. Non è stato difficile crescerti... A te, e forse anche a me, il merito di aver infranto la catena dei rapporti difficili tra madre e figlia (poiché per generazioni abbiamo partorito solo figlie femmine). Affetto e rispetto tra noi, al di là degli inevitabili errori di ogni madre e delle scelte, non sempre condivise ma rispettate, di ogni figlia. Con te ho vissuto una maternità serena. La serenità non l'avevo mai conosciuta.
Sono passati in fretta questi anni, sono successe tante cose, abbiamo condiviso il dolce e l'amaro della vita... Tu sei cresciuta e io invecchiata. Tanto è cambiato intorno a noi, ci circonda un mondo difficile: tu hai ancora intatta la tua forza, io sto perdendo (ho già perso?) la mia.
Ricordi quel giorno all'ospedale? Non rammento l'ospedale, come le galere si assomigliano tutti e, ormai, sono frequenti i miei ricoveri e scarsa la mia memoria. Tu arrivasti, una ventata di vitalità e dolcezza, in quella stanza che sapeva di malattia e dolore. Via le scarpe! Ti allungasti sul letto accanto a me, la testa sulla mia spalla... Ti addormentasti tenendomi stretta. Entrarono un medico, un'infermiera... Io mi misi un dito sulla bocca.
Uscirono senza dire una parola.
In punta di piedi.
Tanti auguri, piccola.
Salsomaggiore, 15 dicembre 2013
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