Quando lui l’aveva lasciata, lei aveva sofferto, ma non si era meravigliata. Si era sempre accontentata, perché riteneva di non avere diritto a nulla. Da quale melma fangosa e torbida era cresciuta in lei la certezza di non meritare nulla dalla vita? E’ probabile che si debba essere amati per poter amare. Cos’è l’amore: accudimento? Pasto pronto, trecce strette, colletto inamidato? O tutto ciò è soltanto una specie d’amore, una componente di quel sentimento di cui lei aveva fatto una ragione di vita, una fiamma che aveva tenuta sempre accesa per potersi riscaldare? Almeno un po’.
Da bambina avrebbe dato l’anima per vedere il sorriso illuminare il bellissimo volto di sua madre, l’allegria riderle negli occhi, ma non c’era stata frase o attenzione o diligente impegno che fosse riuscito ad allontanare quella tristezza, a colmare il vuoto nello sguardo che sua madre le indirizzava. Quello sguardo aveva decretato non solo la sua incapacità di farla uscire dalla disperazione ma anche la responsabilità di averla imprigionata, come un cane alla catena, a suo padre.
Era colpa sua: ancora quasi inesistente, appena un abbozzo di creatura, aveva bloccato la sua fuga. Era sua la responsabilità per quel forzato ritorno nella casa del marito e non c’erano moine che avrebbero potuto modificare la dura realtà dei fatti.
Era così che aveva preso forma in lei il mancato diritto a esistere? Aveva riempito uno spazio destinato a essere vuoto, diventando trasparente, come un miraggio. Tra sua madre e la libertà lei, ancora lei, sempre di troppo, sempre presente a ricordarle l’inutilità di ogni tentativo di fuga.
Il disamore l’aveva resa grigia dilagando sulle sue smorte guance che sua madre si ostinava a pizzicare per farla sembrare meno pallida.
Ora lo sapeva: senza amore non si cresce, si sopravvive appena e, come uno di quei gerani che, sui davanzali del ghetto, cercano un po’ di sole, un baluginio d’oro al quale le strettissime vie non concedono se non una speranza d’accesso, lei aveva cercato l’amore.
Ma come si cerca qualcosa che non si conosce?
Forse le era passato accanto, l’aveva sfiorata?
Chissà?
Non l’avrebbe mai saputo.
Il vento, infilandosi nel dedalo intricato di strade che, come ferite, incidevano il ghetto, ululava prepotente.
venerdì 3 aprile 2009
Sapere libero, fantasioso e critico.
La palestra risuona delle voci delle bambine e di quella, stridula, dell'insegnante di ginnastica artistica. Stanno preparando il saggio di fine anno. "Non studiano più le poesie a memoria e non ricordano i vari passaggi... non sanno più memorizzare" la sento borbottare, seccata. Le poesie a memoria le studiai anch'io negli anni lontanissimi in cui si "mandavano a memoria" oltre alle tabelline anche nascite e morti dei personaggi che avevano fatto la storia, verbi irregolari in francese e via discorrendo. Ma oggi non sarebbe più possibile: la massa delle informazioni è enorme, intaseremmo il nostro cervello di dati spesso inutili. E allora? Allora abbiamo fatto come le imprese: abbiamo esternalizzato il nostro magazzino informazioni per dedicarci a qualcosa di più fantasioso e impegnativo. I nostri giovani hanno il computer per le informazioni. Le considerazioni a cui pervengono affluiscono in Rete per poter essere nuovamente utilizzate. E' un "sapere" non statico, ma dinamico che si potenzia circolando, come avviene per la moneta fiduciaria. E' un "sapere" che ha una valenza politica perché non porta a conclusioni unidirezionali impostate su informazioni prestabilite. E' libero, fantasioso e critico.
Sarà per questo che si attacca la Rete e si tenta d'imbavagliarla?
Sarà per questo che si attacca la Rete e si tenta d'imbavagliarla?
giovedì 2 aprile 2009
La grande sfida
La giornata estiva rischiarava anche gli angoli nascosti della città, illuminando di luce la pelle di Dorina. L’abito nero accentuava la fragilità del suo corpo, facendo risaltare l’onda rossa dei capelli che le alitava intorno al volto, punteggiato di efelidi rosate, accendendo di bagliori da incendio estivo i suoi occhi che lo scrutavano assorti.
Kappa, anche se distratto dal candore della sua pelle, l’ascoltava attento, mentre lei gli chiedeva cosa l’avesse portato a Venezia: un lavoro? Esigenze di studio?
“ Sto compiendo delle ricerche per conto di una Fondazione che sta allestendo una mostra sugli ultimi anni della Repubblica fino all’abdicazione del Doge, il primo Governo austriaco e gli anni di Napoleone…” le rispose.
“ Ah, interessante ” .
“ Sei americano, hai detto. L’America è grande, da dove…”
“ Vivo a New York, ma la mia famiglia, di origine italiana, era veneta: per questo conosco la tua lingua” lui le rispose.
I suoi circuiti registravano, allertati, ogni sfumatura nella voce della donna, cogliendo nei suoi occhi domande alle quali non avrebbe potuto rispondere.
Il suo ultimo rapporto a Urano era stato ritenuto poco preciso e, soprattutto, contraddittorio nella parte conclusiva, anche se il resoconto era stato giudicato di gradevolissima lettura. Kappa veniva bacchettato sulle dita e invitato ad attenersi alle istruzioni ricevute: era in missione, non in gita di piacere. Altri umanoidi sarebbero partiti dal pianeta nelle settimane successive distribuendosi sulla Terra secondo un piano prestabilito.
La missione era appena all’inizio, il materiale raccolto risultava abbondante e interessante. La celebrità conquistata con il conferimento del Golden Prime come blogger dell’anno faceva sì che il suo blog fosse frequentatissimo e oggetto di polemiche feroci che lo lasciavano sempre un po’ incredulo, anche perché, a suo avviso, distoglievano l’attenzione degli umani da problematiche ben più pressanti e urgenti. Perché, ad esempio, i notiziari riservavano la loro attenzione a vere e proprie sciocchezze tacendo sui pericoli, tanti e gravi, che affliggevano la terra? Succedeva in tutti i paesi e sembrava qualcosa di preordinato, ma a vantaggio di pochi.
Erano divisi in caste gli umani e alcune, potentissime, comandavano, ma fingendo di fare gli interessi delle caste più deboli e povere.
La terra era un groviglio quasi inestricabile di menzogna e verità tra loro intrecciate, ma era nel cervello degli uomini, che aveva inventato realtà immaginifiche come l’anima, il cuore, non inteso come muscolo cardiaco, e altre simili amenità, che bisognava indagare.
Tutte le costruzioni umane venivano dal cervello, che a Urano ormai erano in grado di replicare, ma non ancora di correggere.
Questa era la grande sfida su cui si reggeva la missione.
Kappa, anche se distratto dal candore della sua pelle, l’ascoltava attento, mentre lei gli chiedeva cosa l’avesse portato a Venezia: un lavoro? Esigenze di studio?
“ Sto compiendo delle ricerche per conto di una Fondazione che sta allestendo una mostra sugli ultimi anni della Repubblica fino all’abdicazione del Doge, il primo Governo austriaco e gli anni di Napoleone…” le rispose.
“ Ah, interessante ” .
“ Sei americano, hai detto. L’America è grande, da dove…”
“ Vivo a New York, ma la mia famiglia, di origine italiana, era veneta: per questo conosco la tua lingua” lui le rispose.
I suoi circuiti registravano, allertati, ogni sfumatura nella voce della donna, cogliendo nei suoi occhi domande alle quali non avrebbe potuto rispondere.
Il suo ultimo rapporto a Urano era stato ritenuto poco preciso e, soprattutto, contraddittorio nella parte conclusiva, anche se il resoconto era stato giudicato di gradevolissima lettura. Kappa veniva bacchettato sulle dita e invitato ad attenersi alle istruzioni ricevute: era in missione, non in gita di piacere. Altri umanoidi sarebbero partiti dal pianeta nelle settimane successive distribuendosi sulla Terra secondo un piano prestabilito.
La missione era appena all’inizio, il materiale raccolto risultava abbondante e interessante. La celebrità conquistata con il conferimento del Golden Prime come blogger dell’anno faceva sì che il suo blog fosse frequentatissimo e oggetto di polemiche feroci che lo lasciavano sempre un po’ incredulo, anche perché, a suo avviso, distoglievano l’attenzione degli umani da problematiche ben più pressanti e urgenti. Perché, ad esempio, i notiziari riservavano la loro attenzione a vere e proprie sciocchezze tacendo sui pericoli, tanti e gravi, che affliggevano la terra? Succedeva in tutti i paesi e sembrava qualcosa di preordinato, ma a vantaggio di pochi.
Erano divisi in caste gli umani e alcune, potentissime, comandavano, ma fingendo di fare gli interessi delle caste più deboli e povere.
La terra era un groviglio quasi inestricabile di menzogna e verità tra loro intrecciate, ma era nel cervello degli uomini, che aveva inventato realtà immaginifiche come l’anima, il cuore, non inteso come muscolo cardiaco, e altre simili amenità, che bisognava indagare.
Tutte le costruzioni umane venivano dal cervello, che a Urano ormai erano in grado di replicare, ma non ancora di correggere.
Questa era la grande sfida su cui si reggeva la missione.
lunedì 30 marzo 2009
Parole
Se dovessi dare un volto, un corpo alla Parola le darei di Monna Lisa il sorriso che, rappresentazione pittorica dell’ambiguità, in uno stiramento di labbra e un riflesso nello sguardo tutto contiene.
Agli occhi darei l’innocenza di un bambino,perché la parola è coltello e freccia ma solo in mano a chi di anime è assassino.
I capelli li vorrei ricci, scomposti, selvaggi come criniere di puledri al galoppo, perché bastano una enne e una o per scardinare un impero.
Il corpo dovrebbe essere maturo, ma testimone di un’antica grazia perché è l’età che ci induce al silenzio, al risparmio assennato delle parole di cui abbiamo abusato fin troppo ed è in poche parole che si può sintetizzare una vita e la sua bellezza.
Con:” E’ una splendida bambina” si nasce, con un laconico: “Non c’è più” si muore.
Nel mezzo il silenzioso affanno del vivere.
Agli occhi darei l’innocenza di un bambino,perché la parola è coltello e freccia ma solo in mano a chi di anime è assassino.
I capelli li vorrei ricci, scomposti, selvaggi come criniere di puledri al galoppo, perché bastano una enne e una o per scardinare un impero.
Il corpo dovrebbe essere maturo, ma testimone di un’antica grazia perché è l’età che ci induce al silenzio, al risparmio assennato delle parole di cui abbiamo abusato fin troppo ed è in poche parole che si può sintetizzare una vita e la sua bellezza.
Con:” E’ una splendida bambina” si nasce, con un laconico: “Non c’è più” si muore.
Nel mezzo il silenzioso affanno del vivere.
Kappa e Venezia
Kappa 22 era abituato a un apprendimento che si basava su un flusso d’informazioni estremamente ampio, di conseguenza la trasformazione da memoria individuale episodica in memoria semantica con una modalità pappagallesca, non gli era propria. Inoltre il suo modo di apprendere, scegliendosi le informazioni in modo personale e soggettivamente elaborandole, era poco strutturato, per cui quello strumento, lo chiamavano televisione, che ingabbiava in percorsi prestabiliti i cervelli degli ascoltatori che subivano passivi, l’aveva in un primo momento sorpreso. Strani esseri gli umani: non riusciva a inquadrarli . Non erano illogici, non del tutto e non soltanto. E allora com’erano?
Lui, tanto per unire l’utile al dilettevole, aveva scelto come luogo privilegiato di osservazione un paese dalla forma strana, un luogo favorito da un clima temperato e splendide città d’arte. Una di queste sembrava, come una ninfea, sorgere dall’acqua: in un appartamento che dava su un canale percorso da motoscafi e gondole, imbarcazioni scomode, nere come rondini contro un’acqua color verde bottiglia, aveva sistemato il suo armamentario di ricerca, classificazione e studio dei dati raccolti.
Dorina era la figlia del proprietario dell’albergo più bello del canale ed era la più bella “tosa” di Venezia.
Si affacciò alla finestra. Nella città, nera di turisti, lo scalpiccio dei passi si accompagnava al rumore dell’acqua che l'aggrediva, l'accarezzava e l'assediava implacabile, fondendosi con i suoi palazzi, le sue calli e la sua gente che di quella convivenza sembrava fare motivo d’orgoglio. Quando alla sera i tramonti traevano sprazzi di luce dai suoi ori, i suoi smalti, i suoi palazzi riflessi nell'acqua, appariva come un miraggio tremolante scaturito dalla fantasia di un viaggiatore sperso nel deserto. E Kappa, in quella città che era una contraddizione costante tra istanze di pratictà e desiderio di bellezza, così si sentiva.
C’è una correlazione tra il nostro cervello e l’ambiente in cui viviamo: tanta bellezza comunicava emozioni forti e qualcosa intaccava, disturbava la razionalità ferrea del cervello uranoide di Kappa.
Disturbava e basta? (continua)
Lui, tanto per unire l’utile al dilettevole, aveva scelto come luogo privilegiato di osservazione un paese dalla forma strana, un luogo favorito da un clima temperato e splendide città d’arte. Una di queste sembrava, come una ninfea, sorgere dall’acqua: in un appartamento che dava su un canale percorso da motoscafi e gondole, imbarcazioni scomode, nere come rondini contro un’acqua color verde bottiglia, aveva sistemato il suo armamentario di ricerca, classificazione e studio dei dati raccolti.
Dorina era la figlia del proprietario dell’albergo più bello del canale ed era la più bella “tosa” di Venezia.
Si affacciò alla finestra. Nella città, nera di turisti, lo scalpiccio dei passi si accompagnava al rumore dell’acqua che l'aggrediva, l'accarezzava e l'assediava implacabile, fondendosi con i suoi palazzi, le sue calli e la sua gente che di quella convivenza sembrava fare motivo d’orgoglio. Quando alla sera i tramonti traevano sprazzi di luce dai suoi ori, i suoi smalti, i suoi palazzi riflessi nell'acqua, appariva come un miraggio tremolante scaturito dalla fantasia di un viaggiatore sperso nel deserto. E Kappa, in quella città che era una contraddizione costante tra istanze di pratictà e desiderio di bellezza, così si sentiva.
C’è una correlazione tra il nostro cervello e l’ambiente in cui viviamo: tanta bellezza comunicava emozioni forti e qualcosa intaccava, disturbava la razionalità ferrea del cervello uranoide di Kappa.
Disturbava e basta? (continua)
domenica 29 marzo 2009
Kappa 22 e il calcio.
Il cervello di Kappa inserito in un contesto ambientale completamente diverso, caratterizzato dal succedersi delle stagioni, e sottoposto all’alternanza dei due cervelli, uno capace di elaborare solo processi logico razionali, l’altro, secondo lui disturbato dall’ingerenza delle emozioni, stava adattandosi a questa realtà nuova attraverso l’elaborazione di nuovi circuiti e nuove connessioni cerebrali che stavano assumendo anche una valenza emotiva.Si stava sviluppando un essere nuovo: un ibrido dai contorni ancora poco definiti, una creatura dalle caratteristiche inquietanti e imprevedibili. Il nostro Kappa, anche quando, nella solitudine della sua casa, ridiventava un uranoide conservava traccia nella memoria delle emozioni che aveva provato. Anche il suo corpo ricordava: il profumo del fieno appena tagliato gli rimescolava il sangue perché lo collegava immediatamente a Dorina e non trovarsela accanto scatenava in lui una sensazione di disagio, di malinconia. A poco serviva ripetersi che l’avrebbe vista il giorno successivo, Dorina era diventata per lui un pensiero, se non fisso, decisamente ricorrente.
Da Urano gli avevano comunicato una notizia certamente non rassicurante. Sulla Terra qualcuno lo seguiva, lo stavano pedinando. L’ordine era quello di fare attenzione, la massima attenzione, perché il minuscolo mezzo spaziale con il quale aveva raggiunto la Terra avevano dovuto, essendo stato individuato, disintegrarlo. Sarebbe stato troppo pericoloso farlo cadere nelle mani degli umani, data la sua complessa tecnologia d’avanguardia.
Kappa attivò il suo rilevatore personale, molto meno potente di quelli in uso sul pianeta da cui proveniva e il suo schermo che gli rimandava quell’immagine vuota gli diede una spiacevole sensazione – ormai gli succedeva con sempre maggior frequenza – di solitudine e abbandono.
Accese la televisione per uniformarsi alle abitudini degli umani, onde evitare sospetti, e si sintonizzò su un programma che trasmetteva una partita di calcio. Trovava questo sport molto divertente, chiedendosi perché Dorina non lo sopportasse. Si scolò una birra e si allungò sul divano. Esplose quasi subito in un urlo di gioia, il suo calciatore preferito aveva segnato e Kappa 22... per l'esattezza (questa sua caratteristica se la portava scritta nel Dna e nel nome) agggiornò il conto dei gol. La notte estiva, sovrastando il frinire di grilli e cicale, ronzava di televisori accesi. (continua)
Da Urano gli avevano comunicato una notizia certamente non rassicurante. Sulla Terra qualcuno lo seguiva, lo stavano pedinando. L’ordine era quello di fare attenzione, la massima attenzione, perché il minuscolo mezzo spaziale con il quale aveva raggiunto la Terra avevano dovuto, essendo stato individuato, disintegrarlo. Sarebbe stato troppo pericoloso farlo cadere nelle mani degli umani, data la sua complessa tecnologia d’avanguardia.
Kappa attivò il suo rilevatore personale, molto meno potente di quelli in uso sul pianeta da cui proveniva e il suo schermo che gli rimandava quell’immagine vuota gli diede una spiacevole sensazione – ormai gli succedeva con sempre maggior frequenza – di solitudine e abbandono.
Accese la televisione per uniformarsi alle abitudini degli umani, onde evitare sospetti, e si sintonizzò su un programma che trasmetteva una partita di calcio. Trovava questo sport molto divertente, chiedendosi perché Dorina non lo sopportasse. Si scolò una birra e si allungò sul divano. Esplose quasi subito in un urlo di gioia, il suo calciatore preferito aveva segnato e Kappa 22... per l'esattezza (questa sua caratteristica se la portava scritta nel Dna e nel nome) agggiornò il conto dei gol. La notte estiva, sovrastando il frinire di grilli e cicale, ronzava di televisori accesi. (continua)
sabato 28 marzo 2009
Kappa scopre le donne.
Quando aveva partecipato al corso, per affrontare la sua missione sulle Terra, Kappa, diventato Ka per gli amici, aveva diligentemente incamerato tutte le nozioni attinenti all'argomento delle emozioni e aveva messo quella nota, appuntata lì come un segnale di pericolo.
Innamoramento, passione e, ossessione. Ossessione? Cos'era? Cercò il significato della parola: era una passione patologica, una malattia dell'anima? Meglio affidarsi, per capire, al cervello umano, meno capiente, ma più versatile di quello uranoide. Nel suo pianeta era il computer che decideva le unioni, non quell'attrazione tra i due sessi che poteva sfociare in patologia. Gli umani chiamati ebrei ritenevano che per ogni uomo ci fosse al mondo la donna "giusta" per lui, la sua "bash'ert", ma erano piuttosto fumosi sul modo di identificarla, Kaballà permettendo. Perché quando non capivano gli umani inventavano, con quei loro cervelli, per metà razionali e per metà sentimentali, sfiorando la verità scientifica, poichè senza l'immaginazione, da cui scaturiscono i sogni, non si può scoprire nulla. Un umano un giorno gli aveva detto "Se un uomo non avesse sognato di volare, oggi non ci sarebbero gli aeroplani..."
Comunque, lui a Dorina riusciva a resistere solo se, come una macchina che andasse a benzina e a gas, attivava il cervello uranoide e disattivava quello umano. C'era inoltre in lei qualcosa che lo insospettiva. Faceva troppe domande, voleva sapere troppe cose di lui, della sua infanzia e della sua famiglia.
Un giorno gli aveva detto: "Da dove vieni? Dalla Luna?" e quando lui aveva risposto " Da Urano", aspettandosi una risata, perché aveva capito che per gli umani nulla era meno credibile della verità, lei l'aveva guardato fisso senza rispondere, un'ombra nello sguardo che significava sospetto, dubbio.
Quando se n'era andata, aveva scartabellato tra i suoi appunti. Era una caratteristica umanoide che apparteneva soprattutto alle femmine: si chiamava intuito. Un squarcio di luce fugace che consentiva la comprensione di un problema complesso senza averne analizzato i passaggi e le connessioni logiche e consequenziali.
Dorina non sapeva chi fosse, ma sapeva, senza poterlo provare, che c'era in lui qualcosa di diverso e inquietante. (continua)
Innamoramento, passione e, ossessione. Ossessione? Cos'era? Cercò il significato della parola: era una passione patologica, una malattia dell'anima? Meglio affidarsi, per capire, al cervello umano, meno capiente, ma più versatile di quello uranoide. Nel suo pianeta era il computer che decideva le unioni, non quell'attrazione tra i due sessi che poteva sfociare in patologia. Gli umani chiamati ebrei ritenevano che per ogni uomo ci fosse al mondo la donna "giusta" per lui, la sua "bash'ert", ma erano piuttosto fumosi sul modo di identificarla, Kaballà permettendo. Perché quando non capivano gli umani inventavano, con quei loro cervelli, per metà razionali e per metà sentimentali, sfiorando la verità scientifica, poichè senza l'immaginazione, da cui scaturiscono i sogni, non si può scoprire nulla. Un umano un giorno gli aveva detto "Se un uomo non avesse sognato di volare, oggi non ci sarebbero gli aeroplani..."
Comunque, lui a Dorina riusciva a resistere solo se, come una macchina che andasse a benzina e a gas, attivava il cervello uranoide e disattivava quello umano. C'era inoltre in lei qualcosa che lo insospettiva. Faceva troppe domande, voleva sapere troppe cose di lui, della sua infanzia e della sua famiglia.
Un giorno gli aveva detto: "Da dove vieni? Dalla Luna?" e quando lui aveva risposto " Da Urano", aspettandosi una risata, perché aveva capito che per gli umani nulla era meno credibile della verità, lei l'aveva guardato fisso senza rispondere, un'ombra nello sguardo che significava sospetto, dubbio.
Quando se n'era andata, aveva scartabellato tra i suoi appunti. Era una caratteristica umanoide che apparteneva soprattutto alle femmine: si chiamava intuito. Un squarcio di luce fugace che consentiva la comprensione di un problema complesso senza averne analizzato i passaggi e le connessioni logiche e consequenziali.
Dorina non sapeva chi fosse, ma sapeva, senza poterlo provare, che c'era in lui qualcosa di diverso e inquietante. (continua)
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