domenica 7 febbraio 2010

Storia

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Guardò l’orologio: il tempo era passato in fretta. Aveva avuto la sensazione di ricordare qualcosa, come se… mah! Era stralunata! Probabilmente aveva soltanto bevuto troppa birra. Ma quelle sensazioni così violente le aveva scritte sul retro di una busta che aveva trovato sul tavolino del salotto. Quelle birre bevute in rapida successione avevano allentato l’abituale controllo che aveva su se stessa facendo emergere sensazioni dimenticate ma anche questo prepotente desiderio di scrittura. Rileggendo ebbe la sensazione netta di essere riuscita a comunicare esattamente quello che aveva dentro. Non doveva aver paura né dei ricordi, né delle parole per descriverli. Si chinò su quella bambina, si chinò a guardarla. Le sorrise, le chiese spazio, mentre le dilagava dentro una felicità nuova, così perfetta da lasciarla incredula. Ebbe la sensazione di aver camminato per anni su una bomba, conscia della sua presenza ma incapace sia di farla esplodere sia di disinnescarla. Il botto l’aveva sentito soltanto lei ed era volata come il Barone di Minhausen in quella Terra lontana che i suoi passi avevano cercato instancabili, quella terra lastricata di parole dove il tempo scorreva misurato dalle pagine sfogliate.
Capì, e fu per sempre, che il suo mondo, ignorato e negato per la paura di riportare a galla ricordi dolorosi, era la scrittura, passione che le scorreva nelle vene, sangue del suo sangue. Si rivide nella cucina della zia Maria, il vento che ululava e i cugini e sua sorella che la chiamavano a giocare rincorrendosi lungo il corridoio. Lei non rispondeva intenta ad ascoltare presa da quella malia della parola che avrebbe cercato per sempre nei libri di cui avrebbe riempito le pareti delle sue case. Collezionista di parole, anche quelle inusuali, dimenticate, quelle inventate che a scuola le cancellavano con la matita blu, anche se lei continuava a usarle cocciuta, ne aveva fatto pugnali per difendersi, tane per ripararsi, maschere per celarsi, ma ora erano lì, tutte in fila ai suoi ordini, come soldati sull’attenti davanti al loro comandante. Era arrivato il momento di sguinzagliarle in giro per il mondo, quel mondo di fantasia che aveva bussato per anni alla sua porta e che lei aveva ignorato, ma al quale apparteneva, come la zia Maria cantastorie nata. Le sembrò di vederle volare quelle parole insieme alla farina, mentre pasta e storia prendevano forma, la farina che diventava neve e cipria di donna che si fa bella, e zucchero candito di principessa golosa, nella cucina che sapeva di rosmarino, di caffellatte caldo e strudel di mele morbido come un abbraccio.
Si alzò dal divano e sembrava danzasse. Canticchiando bagnò le piante. Oh mio Dio, il rosmarino stava morendo. Si sentì in colpa, ma la domenica precedente era andata al mare, poi c’era stato il lavoro che l’aveva impegnata e poi, poi non c’era con la testa. Aveva - oppure no! - il diritto di non esserci anche lei con la testa? Pensava a un uomo? Pensava a se stessa? Be’, non aveva novant’anni, ne aveva soltanto quaranta. Sua nonna alla stessa età aveva fatto follie per amore. Raddrizzò le spalle con un gesto deciso, afferrò la borsetta e uscì dall’appartamento. Il caldo era ancora soffocante, ma lei di buon passo si diresse verso la stazione ferroviaria. La gente usciva dagli uffici, l’aria stanca, la giacca sulla spalla, le camicie slacciate sul collo. Passò un uomo giovane, abbronzato. La guardò e lei accennò un sorriso, vago, appena abbozzato. L’uomo sorrise a sua volta. Quando con la coda dell’occhio notò che si era fermato affrettò il passo ridacchiando. Aveva deciso di non tirarsi indietro: la sua vita era stata troppo difficile e si sentiva in credito verso il destino. Si rese conto che provava qualcosa che non osava nemmeno definire, a cui non aveva il coraggio di dare un nome, sensazioni che accendevano le sue giornate. Da quanto tempo viveva immersa soltanto nei bisogni? Un alito di vento le fece turbinare la gonna scoprendole le gambe lunghe e snelle.
Si sarebbe comperata sandaletti legati alla caviglia e abiti scollati e pacchi di fogli e cartellette e non si sarebbe tirata indietro. Aveva una storia da vivere e una da raccontare: una vera e una verosimile. Affrettò il passo dirigendosi verso la stazione. Sulla sua testa stridevano – ubriache di sole - le rondini, piombavano in caduta libera nel cielo che le prime ombre della sera consegnavano alla notte estiva.

venerdì 5 febbraio 2010

Giovedì 4 febbraio ( -17 punti blogbabel)

mercoledì 3 febbraio 2010

Paolo Conte in concerto.

Il teatro lo accoglie con un applauso e lui, vestito di grigio, pantaloni un po' sformati, maglione girocollo e giacca che lo avvolge proteggendolo, fa un gesto breve, misurato, in direzione del suo pubblico. Schivo.
Poi siede al piano.
Nel teatro non vola una mosca, un alone di luce lo inquadra...La sua voce arrochita si leva, la musica la sottolinea lenta, lentissima, prima di esplodere lasciando spazio al virtuosismo dei componenti della band. Una canzone dietro all'altra sul filo della nostalgia che evoca i ricordi... Suoi, nostri.
Il pudore dell'ironia si mescola alla poesia, dolce e aspra, delle parole con cui si racconta mentre la musica si spezza, infrangendosi su tonalità contrastanti o evocanti profumi d'oriente.
Canzoni nuove e più raffinate interpretazioni di quelle stranote s'intrecciano, la sua voce si fa sempre più roca, lo strazio del violino lascia il posto alla solitudine che evoca il clarino o alla cascata di note del piano... mentre irrompe a tradimento il clamore della batteria con la sua vitalità incontenibile, come una ciga o una sarabanda popolari che spezzassero la composta geometria di un minuetto.
Alla fine siamo tutti in piedi e il nostro abbraccio lo avvolge, lo scalda, gli fa brillare lo sguardo imprigionato nella rete fitta delle rughe.
Un applauso interminabile sancisce la liaison ritrovata con il vecchio leone.
Paolo Conte strizza l'occhio e sorride, e la lunga linea grigia dei giorni si spezza...
Miracoli che solo la genialità può produrre. (-3 punti classifica Blogbabel)

lunedì 1 febbraio 2010

Perché?

Ultimo commento su Blogbabel, poi mi limiterò a indicare ogni giorno la valutazione: del silenzio o dello "scritto". Avrei preferito, potendo scegliere, optare per la cancellazione del mio blog.
Rilevo un cambiamento radicale nelle valutazioni (altro record: 5 punti in meno al posto dei soliti 80/100) e questo mi basta, anche se la solita domanda mi frulla nella testa: "Perché?"

(-22 punti Blogbabel)

Ma quella di Blogbabel che rivoluzione è?

Oibì, oibò, se per Lenin la cadenza temporale della rivoluzione era "Tre passi avanti e uno indietro..." la mia conquista dell'ultimo posto nella classifica di Blogbabel marcia a "Tre passi indietro e uno avanti". Unica spiegazione plausibile: una discesa un po' più morbida.
Mentre mi godo i 12 punti di premio del silenzio (ma solo se conclamato) di ieri, in mente mi frulla una domanda: "Ma quella di Blogbabel che rivoluzione è?"

Nota bene: su Google il collegamento all'archivio di Blogbabel per i miei post è impossibile a causa di un non meglio identificato error 404. (-5 Blogbabel)

domenica 31 gennaio 2010

Giallo virtuale

Oibì, oibò! 20 punti di retrocessione. Altro risultato eccezionale per me che ho provato l'emozione di 2000 punti in meno in un sol botto! Non scrivere premia perchè rallenta la discesa. A quando un risultato invariato e, soprattutto, sulla base di quali parametri?

sabato 30 gennaio 2010

Scherzi virtuali

Per venerdì 29 gennaio 27 punti di retrocessione soltanto! Era da mesi che non ottenevo un risultato così soddisfacente: più si sta fermi, meno si viene retrocessi. Il miracolo insperato di una pausa di riflessione.