giovedì 20 ottobre 2011
martedì 18 ottobre 2011
Ora Mario Draghi "capisce" i giovani. Ora?
L'altra sera, da Fabio Fazio, Giovanni Floris ha detto: " I mercati... beh, i mercati che cosa sono? Non sono poi così misteriosi, incomprensibli, dotati di poteri illimitati. Sono soltanto luoghi d'investimento del risparmio e, di conseguenza, i capitali che li alimentano si spostano al loro interno sulla base della remunerazione che all'investimento viene offerta, tenendo nel debito conto il rischio e la durata dell'investimento stesso".
Una volta, tanto tempo fa, i mercati erano il luogo fisico degli scambi di merce: piazze, normalmente, e merce riconoscibile nei pregi e nei difetti: osservando, annusando palpando. Bestiame, prodotti vegetali e manufatti soprattutto, tanto per intenderci. E, naturalmente, compratori e venditori che incrociando offerta e domanda determinavano i prezzi. Il tutto dopo che le difficoltà del baratto avevano fatto venire, a qualcuno un po' più furbo degli altri, l'idea di una merce che fosse denominatore comune di tutte le altre: il tabacco, il sale, le conchiglie e l'oro, soprattutto l'oro; poi, complici i gestori dei Banchi fiorentini trecenteschi, fu a un pezzo di carta, un semplice pezzo di carta, che venne (arbitrariamente ma istituzionalmente, un vero ossimoro) dato, attribuito un valore.
Era nata la cartamoneta, carta sì, ma ancora capace, frusciando tra le dita, di provocare un'emozione, una sensazione di ricchezza tattile. Ora, un tesserino plastificato, attraverso una serie di numeri ci identifica e ci autorizza a usare la nostra ricchezza. Non più custodita da un materasso, nascondiglio di facile individuazione, ma infilata in un caveau bancario (espugnabile, ma solo con lancia termica!).
Oggi, nell'epoca della moneta scritturale, nell'etere, a velocità supersonica, con file di numeri allineati sui monitor dei pc da solerti impiegati bancari si crea e distrugge ricchezza come se si giocasse, improvvisamente ritornati bambini, a Monopoli. "Diecimila Btp in vendita alle 9 e trenta del mattino... Il Governatore della Bce cosa dice? Ah! benissimo: aumentano il tasso d'interesse? I prezzi dei titoli sul mercato quindi scenderanno. Cosa aspettate? Vendere, vendere... "
Benissimo un aumento del tasso d'interesse? Per l'economia reale mica tanto: significa pagare rate di mutuo più alte, prestiti alle imprese più onerosi e fare la spesa al supermercato spendendo di più. Ma chi se ne frega dell'economia reale; è quella di carta, l'economia finanziaria, che ha bisogno di oscillazioni forti: al rialzo o al ribasso non importa, anzi, meglio al ribasso per ottenere guadagni più veloci e consistenti.
Ma ci saranno pure dei rischi? Ma svegliatevi! i rischi li affrontate voi, pigmei della finanza, noi banchieri abbiamo allevato e allenato squadre di ragazzini in doppiopetto e camicia azzurra che hanno trovato il modo di scaricarli su altri i rischi. Su di voi, su di voi che accantonate i soldini per la pensione (nelle SGR, nei fondi pensionistici, nelle assicurazioni sulla vita o in quelle integrative pensionistiche), su di voi che ci chiedete informazioni, ma soprattutto consigli. Che noi elargiamo a piene mani. Non vi abbiamo forse consigliato Bond argentini, azioni Cirio e Parmalat?
Ma, dato che l'appetito vien mangiando e i guadagni facili a qualcuno (quasi a tutti!) hanno dato alla testa, i banchieri hanno esagerato. Quando il mercato immobiliare, gonfiato come un palloncino, è scoppiato, e quei "prodotti derivati" (che incorporavano garanzie, le case acquistate a debito, che perdevano valore di ora in ora) hanno cominciato a puzzare (è per questo che come i rifiuti più pericolosi li hanno definiti tossici?), gli americani, che un po' bambinoni lo sono sempre stati, e che dell'indebitamento hanno fatto uno stile di vita e della crescita ininterrotta un sogno (quello americano, appunto!)... beh, si sono trovati con il culo per terra: loro e le banche.
Solo che loro e noi cittadini europei (spagnoli, greci e italiani) siamo colati a picco (molti americani vivono ancora in tenda o in roulotte) mentre le banche sono state salvate dagli Stati dei vari Paesi: indebitandosi per salvarle; a discapito del lavoro dei giovani, penalizzando l'assistenza medica, quella all'infanzia, agli anziani, la salvaguardia del territorio, l'istruzione, la sicurezza delle città e dei cittadini che le abitano.
A me avevano insegnato che "Chi rompe paga e i cocci sono suoi"...
Ma era tanto tempo fa, tanto tempo fa quando ancora i mercati non si criminalizzavano ma si regolamentavano, a tutela del risparmiatore e non a tutela dei guadagni bancari. Per questo motivo molte banche erano pubbliche e esisteva una vigilanza bancaria; quindi regole e controlli. Perché tanta efficienza e celerità nel varare leggi e norme destinate a "fare cassa" per gli Stati e nessuna regola per imbrigliare i predoni della finanza?
Ora, anche l'ex Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi "capisce" i giovani. Ma guarda!Ora?
lunedì 17 ottobre 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n° 1 - Parte seconda )
Gualtiero prese la cartella di Primo e la depose sulla scrivania, afferrò la penna, annotò la data della morte, tamponò con la carta assorbente, appose il timbro "archiviato" e allungò la mano per suonare, ma le sue dita scivolarono lente sul campanello che avrebbe dovuto far accorrere la Rosina.
Archiviato, riposto nella cantina della memoria, cancellato per sempre - pensò, mentre qualcosa baluginava nella sua testa, esplodeva nella memoria un ricordo lontano. Acquattato, là dove si nascondono i segreti, un volto, un nome e le sensazioni di allora: identiche, incancellabili. Primo che si difendeva, Primo che capiva, tremava, veniva ucciso. Come Ninetto, il bracciante dal coraggio leggendario, Ninetto che aveva lottato come un leone prima di morire, afferrando la gola di Desmo con quelle sue mani callose e forti di contadino, e stringendola, stringendola fino a fargli quasi uscire gli occhi fuori dalle orbite, il viso ridotto a una maschera contorta e violacea, il respiro che diventava rantolo sempre più affannoso, sempre più lento... fioco. Era a quel punto che lui, Gualtiero, aveva sparato: quasi senza riflettere, d'istinto. Ninetto era crollato in ginocchio, guardandosi stupito le mani che si andavano colmando di sangue, ma aveva trovato ancora la forza di alzarsi e avanzare barcollando verso di lui, per togliergli dalle mani il fucile. Senza riuscirci.
Poi, quando Desmo aveva ripreso fiato, legato Ninetto a una grossa pietra, l'avevano gettato nel fiume, che ingoiatolo l'aveva trascinato chissà dove. Forse a valle fino al mare o forse, ingabbiandolo tra i canneti, l'aveva inchiodato sul fondo. Da quel giorno Ninetto e il grande fiume erano diventati per lui inscindibili, entrambi custodi di un segreto inconfessabile.
Anche allora, com'era nella natura violenta del suo carattere, l'idea di dare una lezione a Ninetto, una lezione definitiva, era partita da Desmo, ma era stato lui, Gualtiero, a non opporsi e ad accompagnare l'amico sul luogo dell'agguato... Poi, poi tutto era andato storto. Forse Desmo, ubriaco, si era lasciato sfuggire qualcosa, forse al paese la scomparsa di Ninetto era stata attribuita ai fascisti e quindi al loro capetto locale - che era proprio Desmo - o magari era stata una vendetta decisa da altri per colpe di Desmo che lui nemmeno conosceva. E così era scattato un altro agguato e questa volta Desmo aveva avuto la peggio.
Dopo la morte dell'amico non si era sentito più sicuro, e quando avevano ammazzato anche il "Biondino" aveva avuto paura, una paura maledetta che potessero risalire fino a lui o che il grande fiume, come un dio irato, facesse affiorare il suo segreto. Così, soprattutto per paura e vigliaccheria, aveva lasciato il paese, ingannando anche Marilena.
Le bugie sono come le ciliegie, una si tira dietro l'altra - pensò, gettando il fascicolo di Primo in uno scatolone, mentre la sirena dello stabilimento, sovrastando ogni altro rumore, bloccava gli impianti per la pausa del pranzo.
(continua... )
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venerdì 14 ottobre 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°40)
"Primo morto?! Morto come?"
Abitualmente Pioltino saliva, con altri quattro operai, all'ultima fermata del tram e, rumorosamente, dava la sveglia ai compagni che, abitando più lontano, cedevano a un supplemento di sonno appisolandosi, cullati dal dondolio del mezzo, approfittando del tempo che impiegava il tram per completare il suo percorso attraverso le vie cittadine. Ma in quella mattina d'inizio estate, nessuno si era addormentato, nessuno aveva raccontato barzellette o scherzato, e nemmeno litigato, come abitualmente avveniva.
Tutti sedevano cupi o si aggrappavano ai sostegni metallici, quasi temessero di cadere ad ogni sobbalzo un po' più violento.
"Assassinato!, Assassinato come un cane... "
"Ma chi... ?" chiese Pioltino, più a se stesso che agli altri che lo circondavano.
Giuseppe sbottò: "Chi? Chi secondo voi?"
Un silenzio pesante, spaventato, gli rispose, mentre la sagoma della fabbrica emergeva dalle brume del mattino e il suono della frenata si alzava stridulo nell'aria, seguito da uno scalpiccio di passi, più lenti del solito, quasi esitanti, come se affrontare il lavoro di sempre, la fabbrica e lo sguardo dei compagni fosse diventato più difficile e, improvvisamente, pericoloso.
Gualtiero non era nel suo ufficio: stava, rigido e vestito di scuro come a una parata ufficiale, nel locale che consentiva l'accesso allo stabilimento. Faceva un breve cenno con il capo, ripetuto, monotono, come se salutasse ogni operaio. Il suo volto, privo d'espressione, appariva pallido, quasi cereo, gli occhi scuri, solitamente attenti a cogliere ogni particolare, sembravano fissarsi sul nulla, inquietanti più che rassicuranti...
Poco dopo il lavoro riprendeva, con le macchine che dialogavano nuovamente tra loro, sbuffando e sibilando, e i carrelli che scivolavano lungo il pavimento tra manciate di scintille pronte a incendiare l'aria... come sempre, come ogni mattina.
Uguale eppure diverso.
Al suono della sirena si notò il cambiamento: mancava il suono delle voci. Una cappa di silenzio avvolse la fabbrica, infilandosi in ogni fessura, in ogni angolo...
Minaccioso, più di mille parole urlate, quello fu il canto funebre per Primo.
Minaccioso, più di mille parole urlate, quello fu il canto funebre per Primo.
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n° 39)
Un urlo di donna squarciò il silenzio, rimbombando nella strada improvvisamente animata: imposte, come occhi insonnoliti infastiditi dalla luce, si schiusero, gente si affacciò ai davanzali e si sporse dai parapetti dei terrazzi. Domande s'incrociarono nell'aria senza ottenere risposte se non quel nome, quel nome che passava di bocca in bocca, di casa in casa... E' Primo, è Primo! Lo hanno assassinato!
Due uomini lo raccolsero, mentre dalla tasca del suo camiciotto scivolano le chiavi di casa. Qualcuno spalancò il portone; la gente del caseggiato, i più coraggiosi o forse soltanto i più indignati, già sulle scale, facendo ala al suo passaggio si appiattiva contro il muro.
Gli uomini che lo avevano raccolto, lo deposero sul letto, con delicatezza, e accesero la luce sul comodino. Una donna spalancò a le imposte, quasi mimando un rientro normale dopo una giornata di lavoro.
Qualcuno aveva chiamato la Gendarmeria, ma fu un medico ad arrivare per primo. Gli bastò un'occhiata per valutare la situazione. "Lo hanno aperto come un maiale da macellare" borbottò, chiedendo dell'acqua per lavarsi le mani.
Una donna piangeva, un'altra pregava, e nell'atrio pieno di gente due gendarmi, finalmente arrivati sul posto, cominciarono a raccogliere testimonianze confuse... Nessuno sembrava avere visto in faccia gli assalitori.
"Sarà stata una rapina" ipotizzò una delle due guardie, mentre dalla gente che li circondava saliva una voce: "Per rubargli cosa? La sola ricchezza di Primo era il suo coraggio!" Un' imprecazione tagliò l'aria; qualcuno gridò: "Gliela faremo pagare!", mentre altri uscivano dall'appartamento per tornarsene a casa, spaventati da quelle parole e dalla richiesta dei gendarmi di fornire le proprie generalità.
Pochi minuti dopo l'ingresso si svuotava all'ordine di "Sgomberare, sgomberare!" intimato da uno dei due uomini in divisa, mentre l'altro raggiungeva la camera da letto per parlare con il medico che stava redigendo il certificato di morte.
Un uomo con l'impermeabile, vedendo i gendarmi, abbassò la tesa del cappello sul volto e, con calma, raggiunse la porta d'ingresso dell'appartamento, confondendosi tra la gente.
Pochi minuti dopo spariva protetto dal buio della strada.
(continua... )
sabato 8 ottobre 2011
Ancora sui confini, immaginari o meno
Scarna , scheletrita, privata di ogni fronzolo, resa dura ma splendente come un diamante illuminato dalla luna in una notte solitaria, la scrittura di Cormac Mc Carthy mi prende alla gola in Città della pianura, romanzo che conclude la "trilogia della frontiera".
E così il tema del confne - che mi porto dentro da sempre, che mi sorregge e mi schianta - ritorna. Torna una divisione che non può separare la terra, i suoi fiumi, gli alberi, la sabbia - e il vento che la solleva e la pioggia che la bagna e il sole che la fa ardere - ma può dare l'illusione di una diversità così profonda da diventare identità. Nel romanzo un fiume divide - come una ferita - una terra dall'altra, il Texas dal Messico.
Due lingue che si confondono, due culture che s'incontrano scontrandosi, gelose di un'identità in cui, più che mai, la geografia dei luoghi ne determina la Storia. Nei ranch, spersi nella polvere, uomini e cavalli stringono non solo alleanze di necessità, ma amicizie che intiepidiscono le notti passate sotto le stelle, quando si dorme avvolti in una coperta, la sella per cuscino, i lupi che ululano, i serpenti che strisciano... e il calore è solo quello del fuoco che si sta spegnendo e del cavallo che respira - o sospira? - battendo gli zoccoli sulla terra dura e secca per rassicurarti e rassicurarsi. In quelle solitudini di cieli sconfinati e bui e di terre inospitali e solitarie, vivono i cowboy... e lì nascono le loro storie, esplodono le passioni, affiora la saggezza della vita e l'incapacità di accettarne i limiti, la noia del vero e il bisogno di mistero, il mistero che ti rende vivo solo per dilazionare la tua morte fino al momento della comprensione perché "chi sa... muore". Altrimenti che senso avrebbe vivere?
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martedì 4 ottobre 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°38)
'E anche questa giornata di lavoro è finita, vacca boia!' - pensò Primo, incamminandosi verso casa. Aveva volutamente evitato l'osteria dove si fermava di solito a bere un bicchiere con gli operai dello stabilimento, ben sapendo che Giuseppe, invece, sarebbe passato di lì, si sarebbe seduto a un tavolo e, per tutta la serata, avrebbe infilato qua e là, al posto giusto e al momento giusto, la parola più adatta per fare credere ai compagni di lavoro di avere preso le distanze da lui, Primo.
L'aria si faceva sempre più pallida, smorta, la sera allungava sulla città le prime ombre. Primo camminava di buon passo, fermandosi, ogni tanto, con l'apparente scusa di dare un'occhiata a una vetrina, per controllare che nessuno lo seguisse.
Eccolo! Allora non si era sbagliato! Solito cappello ben calcato in testa a coprire il volto, stesso impermeabile, stesso passo lento cadenzata al suo. Lo stava seguendo, era evidente! Il sangue accelerò, la paura gli fece tremare le mani, già strette a pugno, nelle tasche del camiciotto. Cosa voleva quell'uomo? Era un agguato che intendeva tendergli? Aspettava un complice, nascosto in qualche androne, per saltargli addosso, una pugnalata o un colpo di pistola e via!? Non doveva accelerare il passo, non doveva fermarsi, non doveva, non avrebbe dovuto permettere al terrore di aggrovigliargli i pensieri nella testa.
Aveva paura Primo, la paura che prova ogni preda quando capisce di essere stata avvistata dai cacciatori, quando sente alitarle sul collo il fiato dei cani da caccia, e corre, corre con tutte le sue forze, anche se sa, è ben conscia, di correre verso la morte.
Gli passarono davanti agli occhi il volto di sua madre china su di lui a rimboccargli le coperte, e un volo di rondini, l'ultimo prima di emigrare lasciandosi l'inverno alle spalle, una sarabanda di rondini impazzite che scendevano in picchiata verso il prato, trafitte dagli ultimi raggi di un sole estivo... e la Maria, il corpo bianco sull'erba ancora fitta, che gli si stringeva addosso, tremante, sussurrandogli: "Non ti vedrò più, ho un brutto presentimento... Scappa Primo, nasconditi. Nasconditi!"
E, all'improvviso, sbuca da un portone un altro uomo, e un altro ancora... Sono in tre e lui è solo. Li ha addosso, tenta di difendersi, ma non ce la fa, non può farcela. Il pugnale affonda e non fa quasi male perché uccide lui, Primo, ma uccide anche la paura. Ha ancora il tempo per pensare "Vacca boia, le donne... Le donne non sono soltanto belle, stupendamente belle, hanno anche intuito! Le donne sanno... sentono. Come la Maria!"
Scivola lungo il muro, piomba a terra. Uno scalpiccio intorno a lui ed è tutto finito.
(continua... )
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