Mi sarebbe piaciuta una vecchiaia più rispondente al personaggio: o amorevole, tutta torte, nipotini e storie sussurrate nelle sere fredde, quando fuori piove o nevica e la casa è una cuccia calda, oppure una vecchiaia fiammeggiante, ancora lì a protestare, a chiedere, a pretendere un mondo diverso: più corretto, più equo.
Invece la vita (?) ha deciso diversamente: la mia vecchiaia è dolente e dolorosa, ingabbiata nelle maglie strette di una patologia che non concede spazio...
Della donna che sono stata quasi nulla è rimasto: a volte mi sorprendo a fissare quella sconosciuta che da uno specchio mi sorride. Esitante. Chi sei? - le chiedo, prima di riconoscermi.; solo allora, sconsolata, la faccio entrare. La ospito nella mia casa, già sapendo che "l'ospite è come il pesce; dopo tre giorni puzza"... E convivo con il fetore. A tutto ci si abitua: ci sono giorni in cui non lo sento, anche perché la malattia, benevola, mi ha privato parzialmente dell'olfatto.
Non avrebbe potuto privarmi anche dei dubbi? ( la patologia intendo). E fare piazza pulita delle domande, no? Quelle domande che non trovano risposte, che finiamo per tacitare con risposte vaghe, illogiche, banali.
Troppa grazia! Dubbi e domande, che si alimentano gli uni delle altre e viceversa, punteggiano la mia vita solitaria come pois quel tessuto, passato di moda, che le nonne usavano per confezionare quelle tende vaporose che filtravano la luce nelle camere da letto. "Point d'ésprit" si chiamava quel tessuto, anche se, come la mia attuale vita, non aveva nulla di spiritoso.
martedì 28 febbraio 2012
sabato 25 febbraio 2012
Il nostro insensato vivere
Calava la sera sulla cittadina infreddolita, dove la neve, ridotta in poltiglia fangosa che quasi nulla conservava del suo originario candore,
si accatastava ancora lungo le strade. L'amica le sedeva di fronte, in poltiglia anche lei, eh sì che tracce della sua bellezza, a osservarla con attenzione, ancora emergevano prepotenti, come prepotente, quasi aggressivo, era stato il suo fulgore. Bella era stata, bellissima, ma ora appariva gonfia, pallida, i riccioli scuri aggrovigliati, scomposti, a celarne a tratti lo sguardo sperso, da animale braccato.
Parlava lentamente, scegliendo con cura le parole, quelle stesse parole di cui negava la validità, bocciandole come inutili, in quel suo ripetere e ripetersi: "Non serve parlare, anzi porta fuori strada, consente di mentire, di nuovo, a se stessi. Le parole non sono spiegazione, chiarimento, via d'accesso all'incomprensibile, sono muro, barriera, ultima trincea a difesa di una speranza che è pura illusione, sogno infranto che non abbiamo la forza di contemplare".
La ascoltavo e condividevo, anche se non del tutto.E una frase si legava all'altra, come perle in una collana che, alla fine, non abbellisca ma strozzi...
Troppe parole inutili. Avremmo bisogno di silenzio per risentire le emozioni salire alla superficie, per liberarle dalla zavorra del "detto". Avremmo bisogno di capire perché siamo naufragati proprio lì, su quella costa tanto temuta, razionalmente evitata. Combinazione? Casualità? Fato? Magari! Sarebbe consolatorio non avere responsabilità, imputare al vento e alle correnti, che a noi non obbediscono, di aver fatto naufragare la nostra barca su quegli scogli tanto temuti.
Ma quella paura che le parole negano, la pelle la lascia filtrare, percepire: un vissuto in netta contraddizione con il detto.
La risposta degli altri, a ciò che siamo non a ciò che diciamo, è lo specchio che ci rimanda alla nostra verità...
Nulla è più doloroso, e altrettanto temuto, della verità, ma scoprirla è, forse, l'unico "senso" del nostro insensato vivere.
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ambiguità della parola,
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mercoledì 22 febbraio 2012
Nati tra il '40 e il '45.
Per andare a scuola passava davanti a case bombardate, sventrate dalle bombe degli anglo-americani. C'era qualcosa di osceno in quelle stanze esposte al pubblico sguardo dove, ancora, qualche mobile a pezzi giaceva di sghembo, assurdamente in bilico, quasi proteso sul vuoto. Una madonna, appesa a un chiodo, oscillava quando si alzava il vento. Polvere dappertutto. E macerie, cumuli di macerie da cui sporgevano gli oggetti più disparati che lo scoppio delle bombe, come la rabbia di un un dio irato, aveva fatto a pezzi e lanciato in tutte le direzioni. Più avanti si levava un muro, solo quello rimasto in piedi, di una casa che giaceva a pezzi tutto intorno. Piantato sulle macerie il cartello con la scritta "Pericolo".
Quel muro sembrava la tavolozza di un pittore con i suoi riquadri azzurri, verdi, gialli e rosa. Ogni riquadro una stanza, o meglio ciò che di quella stanza era rimasto... E gli abitanti? Cos'era rimasto degli abitanti? Lo chiedeva a sua madre, a suo padre, ma loro facendo una smorfia borbottavano: "Se ne saranno andati altrove" e cambiavano discorso. I bambini capiscono quando non è il caso di porre altre domande.
A scuola, accanto alla carta geografica dell'Italia, due manifesti: uno per i funghi velenosi e l'altro per gli "ordigni bellici". Da non toccare né gli uni, né gli altri. Ma si sa che i ragazzini sono curiosi, e Mario, seduto davanti alla cattedra per vedere meglio la lavagna, aveva perso un occhio e la mano destra per aver raccolto da terra quello che gli era sembrato un giocattolo.
Al'uscita da scuola c'erano più donne che uomini, molte vestite di nero. Sua madre, quando la coglieva a osservare con occhi indiscreti quel nero dilagante, strattonandola, le diceva: "E' una vedova di guerra... ". Il padre di Maria era un "invalido di guerra": aveva perso una gamba in Russia, nella "ritirata". Maria ogni tanto veniva a scuola con una guancia gonfia, metteva la testa sul banco e la maestra non le diceva nulla. Fingeva di non vedere.
Poi, pian piano, le macerie vennero rimosse, arrivarono squadre di operai che alzarono impalcature, sui terrazzi tornarono a fiorire i gerani e lungo i viali vennero piantati, a rimpiazzare gli alberi tagliati per riscaldarsi o falciati dalle bombe e dagli incendi, altri alberi...
Lei scoprì il motivo del suo particolare affetto per la nonna materna e la zia: a pochi mesi di vita era stata affidata alla famiglia della madre. Con due bambine piccolissime, quando si erano intensificati a tutte le ore del giorno e della notte i bombardamenti, sua madre aveva portato lei, la figlia minore, a Monfalcone. Per questo motivo sapeva così poco sui suoi primi anni di vita, per questo motivo, a volte, la madre le dava un senso di estraneità...
Nel palazzone, dove viveva con la famiglia da bambina, c'era un appartamento pieno di mobili e di libri -come lei e gli altri bambini avevano scoperto sbirciando all'interno dal terrazzo comune posto all'ultimo piano - che incuriosiva molto i bambini del caseggiato, convinti che fosse abitato dagli spiriti. Un giorno sua madre le disse che il proprietario, un ebreo, era stato "deportato". Quella fu la prima volta in cui le parlò di Mussolini e dei fascisti. Fu la prima volta in cui la guerra ebbe, per lei, un colpevole, diventando non un'aggressione aliena o una punizione voluta da Dio, ma il frutto della scelta di un uomo e di coloro che in quell'uomo avevano creduto.
Nelle famiglie la guerra non trovò facilmente parole per essere descritta: per anni rimase "un non detto" indicibile, qualcosa da dimenticare, un'orrore che ingoiata una generazione, avvolse in un cono d'ombra dai contorni indefiniti, quei bambini nati, come lei, tra il '40 e il '45...
Quel muro sembrava la tavolozza di un pittore con i suoi riquadri azzurri, verdi, gialli e rosa. Ogni riquadro una stanza, o meglio ciò che di quella stanza era rimasto... E gli abitanti? Cos'era rimasto degli abitanti? Lo chiedeva a sua madre, a suo padre, ma loro facendo una smorfia borbottavano: "Se ne saranno andati altrove" e cambiavano discorso. I bambini capiscono quando non è il caso di porre altre domande.
A scuola, accanto alla carta geografica dell'Italia, due manifesti: uno per i funghi velenosi e l'altro per gli "ordigni bellici". Da non toccare né gli uni, né gli altri. Ma si sa che i ragazzini sono curiosi, e Mario, seduto davanti alla cattedra per vedere meglio la lavagna, aveva perso un occhio e la mano destra per aver raccolto da terra quello che gli era sembrato un giocattolo.
Al'uscita da scuola c'erano più donne che uomini, molte vestite di nero. Sua madre, quando la coglieva a osservare con occhi indiscreti quel nero dilagante, strattonandola, le diceva: "E' una vedova di guerra... ". Il padre di Maria era un "invalido di guerra": aveva perso una gamba in Russia, nella "ritirata". Maria ogni tanto veniva a scuola con una guancia gonfia, metteva la testa sul banco e la maestra non le diceva nulla. Fingeva di non vedere.
Poi, pian piano, le macerie vennero rimosse, arrivarono squadre di operai che alzarono impalcature, sui terrazzi tornarono a fiorire i gerani e lungo i viali vennero piantati, a rimpiazzare gli alberi tagliati per riscaldarsi o falciati dalle bombe e dagli incendi, altri alberi...
Lei scoprì il motivo del suo particolare affetto per la nonna materna e la zia: a pochi mesi di vita era stata affidata alla famiglia della madre. Con due bambine piccolissime, quando si erano intensificati a tutte le ore del giorno e della notte i bombardamenti, sua madre aveva portato lei, la figlia minore, a Monfalcone. Per questo motivo sapeva così poco sui suoi primi anni di vita, per questo motivo, a volte, la madre le dava un senso di estraneità...
Nel palazzone, dove viveva con la famiglia da bambina, c'era un appartamento pieno di mobili e di libri -come lei e gli altri bambini avevano scoperto sbirciando all'interno dal terrazzo comune posto all'ultimo piano - che incuriosiva molto i bambini del caseggiato, convinti che fosse abitato dagli spiriti. Un giorno sua madre le disse che il proprietario, un ebreo, era stato "deportato". Quella fu la prima volta in cui le parlò di Mussolini e dei fascisti. Fu la prima volta in cui la guerra ebbe, per lei, un colpevole, diventando non un'aggressione aliena o una punizione voluta da Dio, ma il frutto della scelta di un uomo e di coloro che in quell'uomo avevano creduto.
Nelle famiglie la guerra non trovò facilmente parole per essere descritta: per anni rimase "un non detto" indicibile, qualcosa da dimenticare, un'orrore che ingoiata una generazione, avvolse in un cono d'ombra dai contorni indefiniti, quei bambini nati, come lei, tra il '40 e il '45...
lunedì 20 febbraio 2012
Ricordi quella strada che...
Sono quasi le sette. Albeggia, non nevica più in Emilia. La gatta appollaiata sul termosifone spalanca occhi tondi, gialli come i lampioni che illuminano la strada. Qualcuno sfreccia in macchina, veloce.
Comincia un altro giorno.
Tu cosa pensi, immobile nel tuo letto d'ospedale? All'intervento da subire, ai rischi, al dolore del risveglio, ingabbiato nell'intreccio dei tubi? O è la vita, la tua vita che ti scorre davanti agli occhi? Immagini rubate, qua e là: alcune chiare e recenti, altre fumose come cartoline d'epoca, lontane. Sullo sfondo Trieste, la "nostra" Trieste: amata e odiata, impossibile da dimenticare come la giovinezza, la nostra giovinezza che il vento si è portato via... Chissà dove e chissà quando.
Non pensare alla sala operatoria, amore mio, pensa a quella strada, poco più che una striscia sottile d'asfalto, quasi una biscia scura attorcigliata lungo i fianchi della collina, quella strada che costeggia vigneti bassi, zappati a mano, che danno grappoli piccoli di uva aspra, uva cresciuta nel vento... Come noi.
Ricordi la prima volta? La macchina s'inerpicava come un mulo di montagna, ansante e, a ogni curva, il panorama davanti ai nostri occhi si allargava, invaso da un'azzurro che senza soluzione di continuità univa mare e cielo. Ridevamo, di cosa non ricordo: gli innamorati ridono molto e, complici, scacciano la malinconia. Tu eri scuro di sole come uno zingaro, nero di occhi e di capelli... Io ti dicevo che sapevi di spezie, ricordi? Sulla mia pelle di bionda solo un'ombra dorata di sole. Eguali nell'imprevedibilità dei cambiamenti d'umore, diversi in tutto il resto: come il deserto e il mare Erano ancora lontani i litigi: quegli scontri furenti, cattivi, le offese e le minacce di non vedersi più. Mai più. Poi arrivava una tua lettera o una mia telefonata: "Sei tu?" Io tacevo, ma tu riconoscevi il mio silenzio...
Quel giorno d'estate, all'ennesima curva, ci si parò davanti un'osteria: pergolato verde di "fragolino", tavolini di ferro, tovaglie a quadretti azzurri e... mare. A perdita d'occhio. Nel piatto: peoci, sardoni fritti e "radicio triestin". Gusti dimenticati o, forse, inventati. Come la tua camicia azzurra e il mio vestito bianco, quella gonna a balze che, come una vela sul mare, si riempiva di vento.
Non sono più stata così felice.
Mai più.
sabato 18 febbraio 2012
La politica di Mario Monti è fallimentare?
http://www.facebook.com/photo.php?v=292785457453123
Aggiungo per chiarire:
Aggiungo per chiarire:
"Si chiama Mes, acronimo di Meccanismo europeo
di stabilità. È una sorta di fondo salva-stati, che i paesi membri si
impegnano a costituire versando una quota iniziale che varia da paese a paese
(e quote successive decise ad insindacabile giudizio del consiglio dei
governatori). Nel caso dell'Italia si tratta della terza quota per dimensioni
(dopo Germania e Francia), pari a circa il 18 per cento del totale. Circa 126
miliardi di euro solo come quota iniziale, che se ne escono dalle nostre casse
già stremate. Per finanziare cosa?"…
Anche le banche, private, in difficoltà? Certamente. Quelle stesse banche che non concedono più nemmeno un euro di finanziamento alle imprese e alle famiglie? Bien sûr.
Anche le banche, private, in difficoltà? Certamente. Quelle stesse banche che non concedono più nemmeno un euro di finanziamento alle imprese e alle famiglie? Bien sûr.
Finalmente abbiamo un
meccanismo sovranazionale al quale i Paesi membri hanno delegato quote di
sovranità nell’ambito, delicatissimo, della Finanza. Quella allegra?
Vi invito a rileggere questi post, scritti nel 2008:
http://falilulela.blogspot.com/2008/12/quando-venne-introdotto-leuro-e-la-b.html
http://falilulela.blogspot.com/2008/12/quando-venne-introdotto-leuro-e-la-b.html
mercoledì 15 febbraio 2012
Malattia e solitudine
L’ingresso dell’ospedale era animato da un incessante flusso, in entrata e in uscita, di gente che si portava dietro il sapore della nebbia, il
primo freddo dell’autunno. Aspettava su quella panca scomoda, rabbrividendo nella vestaglia troppo larga. Quando li vide entrare, la faccia tirata che accomuna spesso i visitatori di questi
luoghi di sofferenza, fece loro un cenno, esitante. I figli la raggiunsero e si sedettero davanti a lei.
Si mise a piangere quasi subito, mentre la osservavano impacciati.
Quella malattia neurologica, progressiva e degenerativa,
diagnosticata da poco più di un anno, pur non avendole tolto ancora molto in
autonomia, le aveva devastato l’anima.
Aveva paura.
Aveva tentato, com’era nel suo carattere temprato da una
vita difficile, di ingabbiare quella paura nelle maglie strette della
razionalità, di neutralizzarla con l’ironia, di tenerla a bada con la speranza che la ricerca scoprisse un farmaco miracoloso o si
avventurasse in un trapianto di cellule staminali… Tutto inutile!
Perché a lei, dopo tanti guai, dopo tanta fatica… Perché
proprio a lei?
Perché a lei che non aveva fumato, né bevuto, mangiato in
modo sano: perché? L’unica risposta che aveva trovato – ed era una donna piena
di fantasia – era stata: “E perché no?”
“Non ce la faccio più!” disse.
Silenzio, rotto solo dallo scalpiccio dei passi e da voci
estranee.
Alzò la testa e li osservò, uno a uno, cercandone lo sguardo, come un naufrago cerca un salvagente nel pieno di una
tempesta.
Il figlio maggiore aveva un tono forzatamente calmo,
volutamente rassicurante quando si decise a guardarla. “Ci sono case-famiglia…
“ borbottò. E sorrise, quel sorriso con cui l’aveva conquistata fin da bambino.
La figlia maggiore sbottò: “Devi darti una smossa, ho
parlato con il neurologo… Starai molto peggio di come stai ora”.
Ma cosa ne sai di come sto? – pensò.
“Stai drammatizzando, stai esagerando! Ragiona!”
Non ci riesco – risposero muti i suoi occhi.
“Prenditi degli antidepressivi, degli ansiolitici e…
rimettiti in piedi. Io non posso, nessuno di noi può occuparsi di te, abbiamo
la nostra vita”.
La figlia piccola sobbalzò e incrociò il suo sguardo. Lei vi lesse disperazione, ansia; la sua stessa impotenza.
Aveva fatto di tutto e di più per preservarli dal dolore del
mondo, aveva combattuto contro tutto ciò che aveva o avrebbe potuto procurare loro ansia,
preoccupazione dolore, angoscia. Nelle loro battaglie l’avevano avuta accanto…
Sempre.
Si alzò; si alzarono anche loro: impacciati come bambini
sorpresi a rubare la marmellata, la abbracciarono uno a uno, le sfiorarono le
guance con un bacio.
“Ti accompagniamo al reparto?”
“Vado da sola” rispose.
Quando rientrò in camera la vicina di letto le disse: “Sono
venuti i suoi ragazzi a trovarla, eh, lei è fortunata: ha tre figli… e due
nipotini “
“Eh sì” rispose.
Ora i nipotini erano diventati tre e alla paura si era
abituata. Come al dolore del corpo e a quello dei distacchi, degli abbandoni troppe volte subiti. Nulla poteva
contro la malattia, nulla contro la solitudine che – quasi sempre –
l’accompagna. La piccola si era dimostrata la più forte e la più tenera. Il
maschio era fuggito lontano ma consapevole delle sue scelte, assumendosene la responsabilità. La figlia maggiore
e i nipotini li intravedeva, a volte, per strada. Un po’ impacciati i bambini,
aggressiva lei: come, quasi sempre, i più fragili.
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domenica 12 febbraio 2012
Storia di nebbie e acquitrini (Puntata n°22 - Parte seconda)
Piero, "il Professore" come lo chiamavano i compagni, sobbalzò, lo sguardo alla porta d'ingresso e la mano alla cintola, il cuore che accelerava i battiti. Il silenzio colmava la stanza che un pallido sole cominciava a illuminare. Il passo che l'aveva spaventato si allontanò attenuandosi, sommerso da altri più rassicuranti rumori: lo sbattere di una porta, il latrato di un cane, il borbottio di una voce.
Un'altra giornata cominciava con la paura, la rabbia e la determinazione di sempre: spingendolo all'azione. Aveva preparato l'articolo da stampare clandestinamente. Sapeva che, passando di mano in mano, avrebbe raggiunto i compagni, ridando loro fiducia, alimentando la speranza, incitandoli alla lotta...
Il regime si faceva sempre più arrogante, ma la gente ancora non capiva, non si rendeva conto, credeva alle fandonie di quell'ometto impettito e della sua spettrale corte di servi. Aveva incantato anche Hitler che, astro nascente della Germania, aveva attinto a piene mani al fascismo per dare vita al nazismo. E L'Inghilterra si limitava alle schermaglie diplomatiche, la Francia non reagiva, la Russia era una speranza ma...
"Vuoi un goccio di caffè?"
La voce di Mario lo distolse dai sui pensieri.
"Mi ci vuole, anche se questo caffè fa schifo".
"Hai finito l'articolo? Fammelo leggere, se lo capisco io, lo capiranno tutti... " e rise, quella sua risata generosa, contagiosa, che gli illuminava il volto largo e solido, dandogli un'aria da ragazzo, anche se ormai doveva essere sulla quarantina. Era la sua ombra Mario, il suo angelo custode. Lo seguiva, passo passo, attento, fiutando il pericolo... se era ancora vivo lo doveva a lui.
Sapeva che il Debosi era sulle sue tracce, sapeva tutto di quel fascista. Come in un minuetto cortese si controllavano a vicenda: ora preda, ora cacciatore, si perdevano e si ritrovavano. Sentì il dolore che quel nome riportava a galla dilagargli dentro, come una marea che solo la vendetta avrebbe potuto fermare. Filtrato attraverso la razionalità quel desiderio di vendetta diventava senso, espressione di giustizia, ma lui non si raccontava balle, lui sapeva che l'odio che provava era la sua forza. E la sua debolezza. Per questo lo nascondeva e lo controllava. Quale poteva essere il punto debole del fascista? Era abbastanza ricco, era temuto e blandito dal potere che lui, il Debosi, ossequiava. Non aveva figli, ormai i genitori erano anziani... I compagni gli avevano ucciso un amico, un fascista privo di sfaccettature. Un bestione violento e arrogante, conosciuto per le spedizioni punitive che aveva quasi sempre capeggiato. Desmo si chiamava, un'anima nera, più nera della notte e della camicia che esibiva indossandola come una bandiera. E poi c'era la moglie del Debosi, la maestrina venuta dal Nord. Ma di lei sapeva ben poco: era una persona riservatissima, che non aveva amiche né parenti. L'aveva incontrata pochissime volte, di sfuggita, ma anni prima, su un treno, l'aveva aiutato a fuggire, senza sapere chi fosse: d'istinto. Un incrociarsi di sguardi, il suo terrorizzato e quello di lei profondo e partecipe, che avevano, anche se solo per un istante, sancito un'alleanza. Poi, lui era stato raggiunto e preso dagli uomini dell'Ovra, ai quali era miracolosamente sfuggito con l'aiuto di Mario, pochi minuti dopo l'aggressione...
(continua... )
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