giovedì 25 luglio 2013
mercoledì 24 luglio 2013
Al cinema in una sera d'agosto
Mi vedo La grande bellezza di Sorrentino in un cinema dalle poltrone scomode (soprattutto per la mia disgraziata schiena). Alle mie spalle due donne attaccano a ridere fin dall'inizio e non la smettono. Servillo come Fantozzi... Intanto sullo schermo si succedono le immagini di una città, Roma, bellissima già di suo e che l'abilità di chi usa con maestria la macchina da presa rende, se possibile, ancora più bella. Il film non ha storia: si limita a farci vedere, attraverso lo sguardo, acutissimo ma disincantato, cinico, del protagonista, giornalista, scrittore consacrato da un unico libro promettente scritto in gioventù, lo scorrere dei giorni ripetitivi, fasulli, vuoti di una società, ricca e... guasta. Votata non al piacere, non all'eleganza, non alla ricerca di una forma qual si voglia di senso della vita, ma all'imitazione (mal riuscita) di tutto ciò. Si parla, ma non si comunica, si beve - quel tanto - si fa l'amore, sfiorando freddi e disincantati un sesso da obitorio...
Nulla più stupisce, né potrebbe farlo, anche la povertà è un modo di mettersi in mostra - magari per uno scopo nobile, la raccolta di fondi per i poveri - perché anche la povertà, come tutte le recite, reclama un pubblico e il suo plauso.
Bravissimi gli attori, ottima la colonna sonora, splendide le inquadrature, volutamente, a tratti, incomprensibile e slegato il dialogo, necessario a sommergere in un mare di bla bla bla quel poco o tanto di vero che il mondo racchiude, il film mi lascia addosso un senso d'incompletezza.
Cosa manca? La fantasia, capace di far decollare una storia, la passione (e la compassione), il senso di un futuro. La grande bellezza fa già parte dei ricordi, è passata, il presente non la vuole, il futuro l'avrà ormai già dimenticata. E' questo il messaggio che Sorrentino ci manda?
Nulla più stupisce, né potrebbe farlo, anche la povertà è un modo di mettersi in mostra - magari per uno scopo nobile, la raccolta di fondi per i poveri - perché anche la povertà, come tutte le recite, reclama un pubblico e il suo plauso.
Bravissimi gli attori, ottima la colonna sonora, splendide le inquadrature, volutamente, a tratti, incomprensibile e slegato il dialogo, necessario a sommergere in un mare di bla bla bla quel poco o tanto di vero che il mondo racchiude, il film mi lascia addosso un senso d'incompletezza.
Cosa manca? La fantasia, capace di far decollare una storia, la passione (e la compassione), il senso di un futuro. La grande bellezza fa già parte dei ricordi, è passata, il presente non la vuole, il futuro l'avrà ormai già dimenticata. E' questo il messaggio che Sorrentino ci manda?
martedì 23 luglio 2013
mercoledì 17 luglio 2013
D'amore non si muore, di rabbia sì
Concita De Gregorio ha scritto Io vi maledico, un libro sulla rabbia, sulle radici di questo sentimento.
Ha cercato gli "arrabbiati" di questo nostro Paese, ha parlato con loro, li ha ascoltati, soprattutto. Ne ha trovati tanti. Troppi. Un Paese inferocito.
Sentimento complesso la rabbia. Sentimento la cui manifestazione si differenzia, nettamente, per genere. Un uomo che allunga un pugno su un muro accompagnandolo con una bestemmia, può incutere paura, ma non provoca il riso. E' considerata, a livello sociale, un'espressione - un po' criticabile - di virilità. La rabbia manifestata da una donna è tutta un'altra cosa. Alle donne viene insegnato, e l'addestramento inizia nell'infanzia, a non manifestare la rabbia, a controllarla. Le donne della mia generazione sono state educate cosi; poi è arrivato il '68 e la rabbia è venuta a galla... Non sapevamo nemmeno di essere arrabbiate, pensavamo che quel malessere più o meno profondo che ci sentivamo addosso fosse malinconia, delusione, tristezza o, nei casi più gravi, depressione. Il medico di famiglia ci spiegava che la depressione era una tristezza profonda ma non motivata. E così alla depressione si aggiungeva il senso di colpa, la sensazione di essere delle "donnette", instabili "per natura", un po' invidiose. Perfino del pene.
La rabbia è un sentimento forte che induce alla ribellione, e per questo motivo fa paura. Soffocata, ingoiata, non espressa, avvelena anima e corpo, come e peggio di un rifiuto tossico. La depressione femminile si alimentava, e si alimenta, di rabbia, di sacrosanta, comprensibile rabbia. La rabbia dei più deboli, di chi è o si sente impotente, di chi è costretto a subire. Quando esplode è contagiosa. Scatta, violenta, davanti all'ingiustizia.
E' il sentimento che ci fa capire che la nostra capacità di sopportazione è esaurita. Se scoppia per motivi apparentemente banali, forse non abbiamo indagato abbastanza sui motivi, sulle radici della rabbia; quando sfocia in tragedia può rassicurarci definirla rabbia, ma potrebbe essere vendetta, punizione... Un amante deluso non uccide per rabbia, alla base del fenomeno atroce del femminicidio c'è ben altro.
Se e quando si evolve in indignazione si nobilita, diventa sentimento civile, adulto.
Forse è questo il salto di qualità che, nel nostro Paese, la rabbia deve ancora compiere.
Forse...
domenica 14 luglio 2013
Gregor Samsa, amico fraterno
Vivere con una malattia grave è come convivere con un gemello siamese: legati a doppio filo. Non l'abbiamo deciso noi, una mattina ci siamo svegliati così, come Gregor Samsa. Attaccati a questo nostro doppio mostruoso, sconosciuto, che si è insediato nel corpo, nel cervello e nell'anima a nostra insaputa. Da quello che dicono i medici era lì da un bel po', il bastardo, acquattato nell'ombra dava soltanto qualche segnale della sua presenza, ma vago, ambiguo. Da quel momento come Gregor Samsa siamo passati attraverso tutto l'arcobaleno delle emozioni: incredulità, paura, rabbia... vergogna. Vergogna? Come se fosse responsabilità nostra - i cattolici direbbero colpa - esserci ammalati. Qualcuno dei familiari o amici lo ipotizza: hai fatto qualcosa di troppo: mangiato troppo o troppo male, ad esempio. No! Fumato, bevuto? Nemmeno! Hai lavorato troppo? Mica. Be' allora, bella mia, sei proprio sfigata. Troppo sfigata, naturalmente. A questo punto non è escluso che si possa anche ridere. Istericamente, magari, ma ridere. Dice - chi non ce l'ha - che una malattia di questo tipo faccia capire la complessa alchimia della vita, sulla quale ci siamo spremuti le meningi per decenni, in un nanosecondo ed è vero, ma, mi soccorra nuovamente la saggezza ebraica o i proverbi di mia nonna, si sa che la vita dura fa l'uomo forte (anche la donna?) ma io, se me l'avessero chiesto, mi sarei tenuta bene stretta la mia fragilità.
Qualcuno "fa finta di essere sano", finzione che si rivela pesantissima da reggere perché la malattia non può non insinuarsi in tutto ciò che fai, condizionando il tuo umore, agguantandoti stretto quando cambia una stagione, facendoti tremare all'idea che la prossima (stagione) sarà, probabilmente, peggiore di quella che l'ha preceduta.
Quel gemello siamese che occhieggia sghembo tutto ciò che fai è troppo invadente e presente per ignorarlo: tanto vale presentarlo a chi ancora non lo conosce, presentarlo per quel terzo incomodo che è e conviverci sapendo che quella che sei non può né potrà più prescindere da lui.
venerdì 12 luglio 2013
Malala
Come Nelson Mandela, come Martin Luther King, come altri che non dimenticherò mai, Malala, questa ragazzina dagli occhi grandi e profondi, neri come la notte, ha conosciuto la paura, ha conosciuto il dolore ma ha scelto il coraggio. L'ho sentita parlare all'Assemblea dell'Onu, un discorso senza fronzoli, senza odio, senza retorica. Con voce ferma, pacata ha detto: "Non mi faranno tacere... " E' una dichiarazione di guerra, ma senza fanfara o squilli di tromba. E' pronta a ricominciare. Chiede di avere accesso a ciò che ritiene un diritto, suo e di tutte le donne, l'istruzione. Come un uomo.
I talebani hanno cercato di fermarla sparandole alla testa. Hanno sbagliato persona: quella ragazzina non è pane per i loro denti... Uccide chi non ha autorevolezza, cultura, passione e, ripeto, coraggio. La violenza è l'arma dei vigliacchi. Molte donne che l'avevano ascoltata in silenzio, dopo quelle pallottole hanno alzato la testa, hanno scelto la ribellione... Lei non ha avuto parole di odio per chi ha tentato di ucciderla. Le persone speciali in questo si somigliano: sono invase dal coraggio (di avere paura) come spiagge dalla marea; ucciderle o tentare di farlo, non è solo inutile, è stupido: serve solo a far traboccare quel coraggio, a farlo scorrere come sangue vivo per villaggi e città, a centuplicarlo... Come i pani e i pesci di cristiana memoria.
giovedì 11 luglio 2013
Trieste, Trst, Trieszt, Triest...
Trieste è una città particolare della quale è facile parlare aderendo al cliché: il mare in primis, poi il Carso e, a ruota, le mule triestine lunghe di gamba e di lingua, il centro di Fisica... e via discorrendo, per concludere, mi sembra scontato, con la bora che soffia più o meno impetuosa sulla città che profuma di Mittteleuropa come un caffè viennese di Sachertorte.
Io ne ho parlato spesso e, avendola lasciata a poco più di trent'anni, è abbastanza scontato che ne conservi un'immagine legata, intrecciata a doppio filo, ai ricordi della mia giovinezza. In realtà, questa bellissima città,, perché sulla bellezza dei luoghi non si può non essere d'accordo anche dopo tanti anni - il Carso alle spalle, il mare davanti, in cui si specchia e rispecchia vanitosa - se non dorme sugli allori (come una Bella addormentata nel bosco) certo sonnecchia, alternando occhiate compiaciute a un'immagine di sé, che la soddisfa, a garbati sorrisi (evitiamo la scontrosa grazia che le ha attribuito uno dei suoi illustri figli) con i quali ricambia i complimenti che le vengono indirizzati.
E' città che non sa volgere lo sguardo al futuro preferendo vivere di passato, di ricordi, come si può desumere, anche da esempi banali, scorrendo ad esempio la posta dei lettori, fatta pervenire al Piccolo - il quotidiano più letto in città -, e scoprendo che dietro a un "foresto" non si nasconde un marocchino o un polacco o un cinese (come sarebbe ovvio ipotizzare in qualunque altra città italiana) bensì un istriano, uno dei discendenti di quell'ondata di profughi che alla fine della guerra abbandonò l'Istria temendo le rappresaglie degli slavi e che è, a tutti gli effetti, un italiano. Di leggermente diverso avrà forse il dialetto, più simile al veneziano, poiché la Serenissima dominò per secoli sull'Istria e sulla Dalmazia, ma non altro, eppure... eppure la città è ancora lì a considerare i friulani i cugini di campagna, gli sloveni "i s'ciavi" e Roma "un po' ladrona", poiché non dobbiamo dimenticare che la prima forma di "leghismo" nell'Italia settentrionale vide la luce a Trieste con il "Melone", lista autonoma che coagulò il consenso attorno a un programma comune incentrato sul rilancio della città, con l'ambizioso obiettivo di riportarla all'antico splendore. Come la rivale Venezia, si considera città dal passato imponente, ma la sua storia ci rivela che non molto ebbe a che vedere con la raffinatissima nobiltà veneziana, i suoi cicisbei, la musica di Benedetto Marcello, Vivaldi e Albinoni (tanto per citarne alcuni) che nei palazzi lungo il Canal Grande, tra parrucche incipriate e dame invitanti che occhieggiavano dietro ai ventagli, riempiva di sonorità aggraziate i salotti dove si ballava il minuetto e si discuteva dell'ultima commedia di Goldoni mentre, appena più in là, l'Arsenale sfornava navi a getto continuo, come un forno biscotti, e nel Senato veneziano la più ricca, raffinata e incredibile tra le "Repubbliche marinare" faceva esercizio di democrazia.
Diversa storia vanta Trieste che si sviluppò soprattutto come città mercantile, quando Carlo VI - padre di Maria Teresa d'Austria che ne avrebbe continuato la politica - avendo deciso di farne lo sbocco sul mare dell'Impero le attribuì la qualifica di porto franco, aprendo la strada allo sviluppo di una solida economia basata sul porto e i commerci.
La città decollò e la sua popolazione aumentò notevolmente assumendo caratteristiche di cosmopolitismo di cui oggi non sembra aver conservato che poche tracce. Attratti dalla possibilità di trovare lavoro, approdarono a Trieste in ondate successive greci, sloveni, serbi, macedoni, oltre ai burocrati austriaci, selezionati accuratamente a Vienna, e mandati a gestire una delle province più turbolente del'impero. Incalzati dai pogrom russi ma rassicurati dalla tolleranza dimostrata dalla città nei confronti delle diverse etnie andarono ad arricchire la comunità ebraica, già numerosa ma formata soprattutto da ebrei sefarditi, gli ebrei askenaziti provenienti dall'Europa orientale, la componente più colta e ironica del mondo ebraico. Mi chiedo se i gruppi etnici che ancora vi convivono si siano mai fusi. Nonostante le tante bandiere e i molti cimiteri, sono state più numerose le triestine che hanno sposato soldati americani che quelle che hanno contratto matrimonio con uno slavo. La città mitteleuropea crogiolo di razze apparterrebbe dunque al cliché? Direi di sì, perché, se ripenso agli anni vissuti a Trieste, odo un mormorio stizzito, avverto il sapore di rancori ancora vivi, sento serpeggiare la diffidenza. Le ferite aperte dalla guerra, quei quaranta giorni con i neozelandesi fermi alle porte della città stremata, in attesa, fanno ancora male. Cosa avvenne in quei giorni? I soldati di Tito fecero piazza pulita delle ultime sacche di resistenza nazifascista. Non solo. La contabilità della guerra esigeva che si quadrassero i conti? E questo avvenne e il Carso diventò famoso in tutto il Paese per le sue foibe. Il comandante tedesco della città, insediatosi dopo che la Germania aveva istituito la Adriatischen Kustenland un rapporto inviato al fuhrer accenna alle molte delazioni che permisero ai tedeschi d'imprigionare partigiani italiani e sloveni e catturare cittadini ebrei, molti dei quali finirono gasati nella Risiera triestina, l'unico forno crematorio che funzionò nel nostro Paese.
Questa è storia di cui ho sentito narrare da chi la visse in prima persona e ancora ricordo le discussioni accesissime sulle foibe che scoppiavano a casa di mia nonna, quando ci si riuniva per le festività natalizie o pasquali. Noi bambini venivamo spediti a giocare nelle altre stanze mentre le voci salivano d'intensità, fino a quando, più grande, chiesi e ottenni il permesso di ascoltare e fare domande. Quelle delazioni pesano ancora e forse ancora i sopravvissuti cercano, frugando nel passato alla ricerca dei responsabili e delle loro colpe. Quanto di ciò che avvenne è da attribuirsi alla guerra e quanto è riconducibile a una responsabilità non collettiva, ma personale? Personalmente non credo che possa emergere, in circostanze eccezionali, se non ciò che siamo, e io odio la guerra proprio perché legittima ciò che la pace ci obbliga a censurare: la bestia che è in ognuno di noi. "Cità de fasisti" urlava mio padre, concludendo iroso "e de botegheri". Niente a che vedere con la nobiltà veneziana intenta ballare il minuetto, a Trieste la borghesia nascente si scatenò nella ciga, e quando si consolidò assunse quelle caratteristiche di solidità, ricchezza e moderazione che caratterizzano questa classe sociale Quelle discussioni, così intense e appassionate mi fecero capire che appartenevo alla gente di frontiera: confini reali, quelli che passano tra le case e tagliano i cimiteri, ma anche confini immaginari, limiti che avrebbero sempre marcato in me, confondendoli, territori della realtà e della fantasia. Vivere a ridosso di un confine segna, inevitabilmente, ma abitua al confronto con "il diverso" che sta al di là del "muro", allena all'insicurezza perché è costante la paura dello scontro e, contemporaneamente, invita a violare il divieto e, quindi, un po' tutti i divieti. Dà una sensazione di provvisorietà che invita a godere il presente, non incita al cambiamento, arpiona al passato, ai rimpianti, alla malinconia che il pudore colora d'ironia, la caustica ironia dei triestini...
Magris la chiamerà, identificandone i tratti, "identità di frontiera" a legittimazione di una diversità innegabile, orgogliosa e mai priva di un briciolo di follia.
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