Vediamo se ce la faccio ancora a mettere in scena il vecchio giochino... Dimmi una parola e ti regalerò una storia.; la prima parola che ti viene in mente.
"Mandarino? Hai detto mandarino? Troppo facile? Non credere, non credere... E poi, vado lenta anche con le parole".
Socchiude gli occhi e... sorride.
Incisa con il coltello la buccia del mandarino, la stacca dalla polpa del frutto e versa una goccia d'olio su quella specie di stoppino naturale che s'innalza all'interno. Lo accende. Fumiga. Questo non si accende. Profumo: neanche l'ombra.
Allora lo stoppino prendeva fuoco e brillava di una luce soffusa. E profumava.
Si accendevano, curiosi, anche gli occhi dei bambini.
Quanti mandarini scorticati! Mezze calotte spaccate, qualche stoppino che non voleva saperne di accendersi... Depositati sul davanzale i lumini brillavano nella notte natalizia come fuochi di bivacco in una prateria.
"Le renne li vedranno, mamma?"
"Certo!"
"Ora la zucchero e l'acqua; vengono da lontano le renne, da un paese fatto di ghiaccio. Devono essere rifocillate... "
"E ora tutti a nanna; le renne sono animali timidi e... misteriosi: non amano farsi vedere!"
Come folletti, mettendosi il dito davanti alla bocca per zittirsi l'un l'altro, i bambini s'infilavano sotto le coperte. Lei, in cucina, producevo un certo tramestio, faceva sparire acqua e zucchero, spegneva i lumini, metteva i regali sotto l'albero e gridava: "Bambini venite, venite... "
"Cosa pasticci, mamma, con l'olio, finirai per macchiare la tovaglia". La voce si leva . Stizzita
"Ma cosa cavolo stai facendo?"
"I lumini, i lumini per le renne... " , risponde.
La figlia la guarda.
Sorride, ricorda: un Natale diverso, un mondo diverso, una madre diversa....
giovedì 27 marzo 2014
domenica 23 marzo 2014
Cammino, cammino...
C'è un silenzio domenicale. Assoluto. Nemmeno il cane che il padrone si trascina dietro insonnolito osa infrangerlo abbaiando. L'aria è umida, una nebbia leggera avvolge le colline sbiadendone i contorni.
Appoggio a terra con circospezione il piede, anche le dita. Non fa male. Infilo una giacca ed esco. Vorrei affrontare la strada, vorrei camminare, ma le gambe sono debolissime e l'equilibrio non c'è. Sbando paurosamente. Due merli mi osservano curiosi. "Che c'è da guardare: non sono ubriaca... " borbotto, invidiando la leggerezza con la quale tolgono il disturbo.
E' la mia prima uscita: venticinque giorni in gabbia!
Mi si struscia sulle gambe il gatto della vicina, maldestramente mi chino per accarezzarlo e ruzzolo a terra.
Rido perché non mi sono fatta male: ho le violette, le ultime, a un centimetro dal naso. Profumano. Ondeggiando come un salice al vento, mi rimetto in piedi.
Penso: "Je ne sait pas si la vie est belle, mais je l'aime"...
Appoggio a terra con circospezione il piede, anche le dita. Non fa male. Infilo una giacca ed esco. Vorrei affrontare la strada, vorrei camminare, ma le gambe sono debolissime e l'equilibrio non c'è. Sbando paurosamente. Due merli mi osservano curiosi. "Che c'è da guardare: non sono ubriaca... " borbotto, invidiando la leggerezza con la quale tolgono il disturbo.
E' la mia prima uscita: venticinque giorni in gabbia!
Mi si struscia sulle gambe il gatto della vicina, maldestramente mi chino per accarezzarlo e ruzzolo a terra.
Rido perché non mi sono fatta male: ho le violette, le ultime, a un centimetro dal naso. Profumano. Ondeggiando come un salice al vento, mi rimetto in piedi.
Penso: "Je ne sait pas si la vie est belle, mais je l'aime"...
sabato 8 marzo 2014
Un grazie di cuore
Domenica di marzo: la luce s'insinua attraverso le fessure delle tapparelle, curiosa. "Sono sveglia, sono sveglia... " vorrei dirle. Non ho fretta di alzarmi, tanto non potrei uscire. Il piede mi fa male e posso fare solo qualche passo stentato, lento, appoggiandomi al bastone. Il mal di schiena è praticamente scomparso. Un sollievo indescrivibile.
Ozio. Non riesco a scrivere, anche i pensieri scivolano via.
Ho avuto paura, ma nessuno mi ha prescritto psicofarmaci. L'anestesista mi è stato accanto, ha condiviso la mia paura, ha sorriso. Tanto. Pacca sulla spalla, ironia, allegria, e tanta professionalità. Colori intorno a me: viola, arancio, verde mela e verde sottobosco. Ho pensato ai prati della mia terra d'adozione, al fruscio dell'erba, alle margherite, alle viole... Il bianco assoluto, quel candore da obitorio, qui è bandito.
La sala operatoria azzurra mi ha accolta come un mare. Ho tremato: di freddo e di paura, ma l'anestesista è riapparso e io mi sono aggrappata al suo sorriso, come un naufrago allo scoglio. Fuori c'era Elena: la "piccola" non manca mai. Anche lei con il sorriso e gli occhi lustri. Non è bello veder sparire la barella dietro quella porta con sopra scritto "Sala operatoria" e poi, lei e io, siamo un po' piagnone...
Scorrono le immagini sul monitor: il chirurgo spiega a due ragazzi ciò che sta facendo. Fa domande e scherza. Non sento nessun dolore. La paura è passata.
"Finito!" esclama e si toglie il berrettino. Una stretta al braccio, un ultimo sorriso e... via.
Cigolano le rotelle, mi sembra la "Marcia Trionfale" dell'Aida.
La "piccola" è lì: aspetta, fumando una sigaretta.
Eccola la Sanità che funziona. Allora esiste!- penso.
Tanta professionalità, competenza, rispetto, calore, allegria, umanità.
"Grazie dottore" , e questa volta non è ironico: è un grazie di cuore.
giovedì 6 marzo 2014
Con un giorno di anticipo...
Le donne, noi donne: la metà del cielo...
Dove siamo arrivate? Sentirò riparlare della "bravura" femminile, del femminicidio, della maternità, della diversità? Il solito bla, bla. L'usuale distanza - incolmabile - tra le storie che mi crescono, e mi sono cresciute, intorno e il "femminismo" di facciata. Fraintese o taciute la fatica del partorire e crescere i figli e il rimpianto delle maternità prorogate, rimandate all'infinito o non volute, strappate, spesso, al ventre come erbacce alla terra.
Vite spremute fino all'osso per altri, spesso senza nemmeno infastidire con il mugugno: sorridendo, sorridendo con quel sorriso che, come la traccia inguaribile di una paralisi, è diventato smorfia sulla nostra faccia. Eh sì, perché i sacrifici, se fatti per amore, non pesano. Ed è pure vero. Ma il fatto che non pesino, non significa che non paralizzino, che non consentano errori.
Donne e amore, donne e uomini: sessualità e sensualità. Prepotenza e tenerezza: gli opposti che convivono. Sempre. La fragilità, la dolcezza che smorzano la violenza. L'orgoglio, l'autonomia fatti pagare sangue.
C'è qualcosa di nuovo? A parte le (offensive) quote rosa?
Non credo. Se all'orizzonte intravedete qualcosa che a me sia sfuggito, comunicatemelo... e, anche per quest'anno, copiando le parole di un caro amico: "Qualcuna nemmeno si muove, tanto dopodomani è il nove".
mercoledì 26 febbraio 2014
La malattia: passaporto per un altro mondo.
Sul mio blog, invitante, appare quella scritta: "Entra"... E io entro, attraverso quel portone immaginario (basta un clic) e mi trovo in un altro mondo. E' un'anticipazione di quell'aldilà tanto temuto, variamente esorcizzato, intravisto nei sogni? Ma saranno stati sogni? Uno dei tanti mondi possibili? Eh sì, perché se accetto che ce ne sia uno, posso, con una certa legittimità, pensare che ve ne siano diversi.
Si dilata la concezione spazio/temporale e questi mondi misteriosi incominciano a girarmi intorno, prima indolenti, curiosi (come me), poi sempre più veloci fino a turbinarmi intorno come il vento d'estate, per poi sparire lontano, ai confini dell'universo, lasciandomi quell'ultimo dubbio: che i confini siano immaginari, inventati, fantasticati a salvaguardia della nostra sicurezza mentale...
Sono pochi, tra noi bipedi, quelli che osano affrontare i grandi spazi. Non per nulla i cowboys sono rimasti, nell'immaginario collettivo, leggendari.
Mi torna in mente Cormac McCarthy e la sua Trilogia della frontiera... quel baluginio di stelle che attenua di un soffio appena l'oscurità della notte, la solitudine degli spazi che si estendono a vista d'occhio, il silenzio appena incrinato dal nitrito di un cavallo o dalll'urlo di una iena. Intorno rocce, a spezzare, sottolineandola, l'uniformità della pianura.
Il nodo segreto, intuito più dai poeti che dagli scienzati deve essere lì, nel cervello, in quell'organo ancora così poco conosciuto.
Chi ha avuto la sfortuna di ammalarsi di una malattia neurologica lo sa, non più con la razionalità o abbandonando una scelta fideistica, ma lo sa perché lo sente che l'anima è un'invenzione del cervello, che i sentimenti nascono lì, che il furore che ci porta il sangue agli occhi, la dolcezza, la disperazione che ci strazia, l'amore che ci rende insensatamente e prodigiosamente felici, scaturiscono dai neuroni, dai grigi, inpenetrabili neuroni. Lo sente sulla pelle, come sente il calore del sole, il brivido di un desiderio, il gelo della paura. Sentimenti, organi e pelle diventano equivalenti, "funzionano" sulla base degli stessi impulsi.
Cambia la caratterialità della persona, quella struttura portante di base che, come il colore degli occhi, non può cambiare, almeno gli psicologi ritengono non possa cambiare, se non per effetto dela pazzia. Diventiamo altri, sconosciuti ai nostri stessi occhi. Non osiamo guardarci: la diversità fa paura, ache perché non l'abbiamo scelta. Non tutto va "in vacca"; qualcosa si potenzia. Io ho avuto la sensazione di aver superato un confine. Le parole mi servono molto meno, le uso perché mi affascinano, ma le sento, in qualche confuso modo, uno strumento di comunicazione superato (e/o abusato)... Bradipo nei movimenti, sono una velocista nella comprensione dell'indole altrui. Tutti i vecchi lo sono: è un fatto d'esperienza?
E' qualcosa di diverso, è uno sguardo più acuto sul mondo che ci fa avvertire i sentimenti altrui con una velocità strana per i bradipi che siamo. I nostri cervelli stabiliscono nuove connessioni,
ci aprono altre porte... Esitanti ci mettiamo in cammino - si fa per dire - ci addentriamo in terre vergini...
"Hic sunt leones"...
Avanziamo a tentoni, novelli esploratori che stabiliscono contatti con uno dei mondi possibili, quello in cui le gambe non servono, la forza delle braccia nemmeno, le parole - puah! le parole così ingannevoli, tanto inflazionate - diventano un reperto archeologico.
Si potenzia la comunicazione con il pensiero: immateriale, il pensiero altrui si capta, affiora nello sguardo, s'intuisce. Corre, il pensiero, su autostrade virtuali, ha mille sfacettature, si accende, si spegne... come una stella. E, noi malati, voliamo sulle sue ali, come su un tappeto volante. Immaginario? Mica tanto.
domenica 23 febbraio 2014
Uno sguardo
Aspra come uva acerba
è la tua risata
Sfioriscono i papaveri
tacciono le cicale
Cadono,
come foglie inaridite,
le tue parole
come foglie inaridite,
le tue parole
"Taci, taci..."
Bastò per amarci
basterà per lasciarci
...
uno sguardo.
Figlia
Figlia
ti porti nei geni i miei colori,
le collere
l'orgoglio
Li hai passati ai tuoi figli
non lo vedi?
Non s'interrompe la catena
non con il silenzio,
non con il rifiuto
nemmeno col rancore
Una mattina mi troverai nello specchio,
...
e solo allora
ci sorrideremo.
ti porti nei geni i miei colori,
le collere
l'orgoglio
Li hai passati ai tuoi figli
non lo vedi?
Non s'interrompe la catena
non con il silenzio,
non con il rifiuto
nemmeno col rancore
Una mattina mi troverai nello specchio,
...
e solo allora
ci sorrideremo.
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