mercoledì 18 maggio 2016

E' consentita a una donna la rabbia? La rabbia vera, il furore, quello che nasce da strati su strati di rabbia negata, compressa, nascosta ... Non credo. La rabbia sembrerebbe essere un sentimento "virile": richiede pugni alzati, voce tonante, parolacce. Bestemmie?! Che "figura" ci farebbe una donna?Le si può concedere il pianto - meglio se silenzioso -, la stizza, quasi si trattasse di un capriccio. Insomma, una donna furiosa richiama alla mente le Erinni o le donnette isteriche. Ci educano fin dall'infanzia a contenerla, a pigiarla con forza dentro, in fondo, sempre più in fondo, a incarcerarla nell'anima, a sotterrarla nei meandri della mente, dandole come "ora d'aria" solo lo spazio dei sogni. Eppure la rabbia, noi donne, la proviamo, la viviamo anche se spesso, troppo spesso, la tramutiamo in depressione, in malinconia, in tristezza. Io, personalmente, quando ero furiosa, camminavo... Camminavo fino a non sentire più le gambe. Ricordo che mi faceva bene, mi aiutava a ritrovare il sorriso e la razionalità necessaria ad affrontare i problemi. Il Pk mi ha portato via anche questo 

domenica 3 aprile 2016

Lettera a una solerte custode dell'ordine ferroviario

Se c'è una persona rispettosa della legge, quella sono io, quindi lei, solerte dipendente delle Ferrovie, multando Miki e Lia, viaggiatori in possesso di un biglietto del treno non idoneo, ha pienamente rispettato, sotto il profilo normativo, la legge. 
Miki e Lia, però, non hanno cercato di imbrogliare la società che gestisce "Le Frecce", essendo saliti su quel treno per errore. Sì, ma la legge - lei mi obietterà - non ammette l'errore, anche se lo etichetta come comportamento colposo, non doloso e quindi intenzionale. Lo "spirito" della regola che ha giustificato l'applicazione della multa è quello di snidare e punire i "Furbetti", categoria di cui Miki e Lia non fanno parte, appartenendo invece alla categoria dei malati di Parkinson.
Sarebbe stato sufficiente farli scendere alla prossima stazione facendo pagare loro il percorso fatto. Sarebbe stato auspicabile dare loro una mano, tenuto conto delle difficoltà che evidenziavano.
Per inciso: le leggi sono, per loro stessa natura, "giuste" , ma la loro applicazione può essere sbagliata. I nazisti, per esempio, non discutevano gli ordini e a Norimberga  si difesero per le atrocità commesse con quella frase: "Abbiamo eseguito gli ordini", ripetuta fino alla nausea.
Ci sono casi, solerte custode dell'ordine ferroviario, in cui è auspicabile "disobbedire agli ordini"... valutando criticamente lo spirito della norma che applichiamo. Dovrebbe suggerirlo l'intelligenza, ma non quella del cervello, quella dell'anima ... 

martedì 23 febbraio 2016

Che splendido funerale laico quello di Umberto Eco! Tralasciando gli interventi ufficiali, prevedibilmente scontati, mi ha colpito quella sottile aria di festa, quell'arrivederci, non un addio, ad amici e familiari ... 
Sommerso sotto manciate di margherite, con il giusto sottofondo musicale, si sarà "vissuto" - ne sono sicura - questo ultimo incontro, tutto giocato sul filo sottile dell'ironia intelligente e della cultura,lasciando intravedere quella dimensione di sé privata, accuratamente celata in vita al grande pubblico. Mai come in questa occasione l'ironia mi è sembrata scelta di pudore di fronte al dolore che si vuole contenere, filtrare, rifiutandosi di darlo e darsi in pasto all'occhio invadente delle telecamere.
Ha strizzato l'occhio a tutti, Umberto Eco, e per l'ultima volta, accomiatandosi da noi con quella frase (messa in bocca a Moni Ovadia) su un Dio che mal sopporta i credenti e strizza l'occhio, a sua volta, ai non credenti... 
Mi mancherai, ci mancherai ...

domenica 14 febbraio 2016

Se la smettessero di crocifiggerci con quegli sguardi prima curiosi, poi malevoli, infine impazienti...
Se la smettessimo di dare tanto peso a quegli sguardi ...

venerdì 12 febbraio 2016

La Vita è diversità


Ieri è stata una bella giornata... be', diciamo una giornata delle solite con alcuni momenti molto belli. Su Fb ho scoperto quell'uomo incredibile  - di cui nulla sapevo - dalla cui bocca digrignata, ma non rassegnata al silenzio, sono scaturite parole bellissime sulll'umanità, sulla musica, sulla solidarietà e la bellezza del vivere...
Ho visto la gente, quella "normale" alzarsi in piedi e applaudirlo. Ho osservato, stupita e ammirata ma soprattutto commossa, quella lotta all'ultimo sangue con la malattia, restando basita di fronte a quelle mani che volavano come farfalle sui tasti del pianoforte... Poi ho letto la testimonianza di Giulio, malato di Parkinson, e di nuovo commozione e ammirazione mi hanno stretto la gola
Anche se il mondo che mi circonda si ostina  a ricercare una ripetitiva e rassicurante uniformità , la Vita lo sconfigge, sparigliando le carte e rimettendo tutto in gioco: niente e nessuno possono impedire a un bucaneve di sbocciare nel ghiaccio, a un bambino di nascere su un barcone da una madre illividita dalla paura e dal terrore, all'arte e alla bellezza, se non di salvare il mondo, perlomeno di regalarci momenti di profonda serenità...

martedì 9 febbraio 2016

Il grande assente?

Ebbene sì, confesso: sono diffidente, profondamente - anche se forse ingiustificatamente - diffidente nei confronti di questo LIBRO: bianco, giallo o azzurro che sia. Nomi prestigiosi presenziano al convegno indetto per pubblicizzare il progetto, obiettivi da Libro dei sogni vengono snocciolati con convinzione...
Sembra che  "chi conta" si sia accorto di questa sorta di mondo parallelo abitato dai parkinsoniani, delle sue dimensioni, destinate a crescere, delle implicazioni che comporta la sua, anche se ancora silenziosa, presenza nella società. La malattia di Parkinson colpisce non solo il malato, infetta e attacca anche la sua famiglia e la società nel suo complesso. Grandi problemi se uniti a grandi numeri sono una bella iattura. Ma anche una grande opportunità. Di cosa? Di guadagno che, in questi tempi grami in cui il denaro risulta essere il re incontrastato del pollaio (leggi mercato), non mi rassicura per nulla. 
Il primo obiettivo che ci si propone è la conoscenza: della malattia, del malato, dell'impatto sulla famiglia che lo cura e sulla società di cui è membro. Per conoscere è necessario non solo guardare, ma anche vedere, fare domande.Tante e a tanti. Riassumo la mia esperienza: è solo la mia, ma arriva direttamente dal fronte, dalla prima linea... Indipendentemente dal neurologo che mi ha curata ( ne ho cambiati parecchi e diversi sono stati quelli incontrati nei miei ricoveri ospedalieri ) ho fatto - se non di fronte a problematiche impreviste e gravi, pagate di tasca mia -  non più di una visita ogni 6 mesi. Si possono riassumere in 15/20 minuti di colloquio le problematiche legate a una patologia progressiva e degenerativa, complessa, incurabile e variabile come sintomatologia e intensità da soggetto a soggetto? A volte trovo medici diversi ai quali devo "riepilogare" la mia storia personale di malattia, a volte sono stanchi - e posso capirli  -, ma non giustificare la loro scarsa disponibilità, soprattutto umana. 
Quasi mai fanno domande, aggiustano la terapia e concludono con quel formale: "Se ha problemi, mi telefoni... " che già so non avrà seguito perché rintracciarli è possibile solo ricorrendo a "Chi l'ha visto". Per quanto riguarda la fisioterapia te la devi pagare ed è costosa  e se non hai un familiare che ti possa accompagnare paghi qualcuno o ci rinunci. Quando le patologie da cui  sei affetta aumentano e si intrecciano vieni scaricata da Ponzio a Pilato, da un medico all'altro, non esiste lavoro d'équipe... Non parlo della malinconia - inevitabile come i momenti di tristezza, almeno in chi ancora ragiona - subito etichettata come depressione e deputata alle cure dello psicologo e agli psicofarmaci (dannosi per il Parkinson), invece che a qualche parola di conforto e incoraggiamento.
Per concludere: quando vedremo riservare al malato lo scranno più alto e la dovuta attenzione? Non vorrei che il malato fosse il "grande assente"...

domenica 7 febbraio 2016

TANTI CARI AUGURI, JACOPO ...