venerdì 22 maggio 2009

I Dellapicca (Corsari e pirati)

Sigismondo si svegliò. Il Moro aveva diretto l’imbarcazione verso la terraferma risalendo poi lungo la costa. Doveva avere dormito parecchio perché aveva fame e si sentiva riposato.
“ Padrone, tra dieci minuti si mangia “ gli gridò dalla riva, mentre rivoltava sul fuoco un pesce infilzato con uno stecco.
Il veneziano abituato alle comodità del palazzo sul Canal Grande sospirò stizzito e dopo essersi tolto gli stivali scese dalla barca e sguazzando nell’acqua raggiunse la riva. Abituato a essere servito e riverito, cosa avrebbe fatto senza il Moro? Per  fortuna il suo servitore sembrava cavarsela benissimo.
Sigismondo gli aveva salvato la vita sottraendolo alla forca, destino che era toccato ai suoi compagni quando la nave corsara sulla quale scorrazzavano lungo l’Adriatico assalendo qualunque imbarcazione gli capitasse a tiro, si era scontrata con una nave veneziana, dotata di bocche di fuoco che le avevano assicurato un’immediata vittoria.
L’aveva tirato fuori dai “Piombi”e se l’era portato a casa, pensando fosse un pirata qualunque, ma il Moro non era un uomo della ciurma: era stato il braccio destro del comandate. Astuto, coraggioso, dotato di una forza straordinaria, grande conoscitore di uomini e navi, si era rivelato per Sigismondo, una delle poche scelte ben fatte della sua vita.
“ Sono riuscito a rubare una barca, la gondola avrebbe dato nell'occhio...E’ più prudente viaggiare di notte e riposare, nascosti, la barca tirata in secco, di giorno. Che si cada nelle mani dei veneziani, degli austriaci o degli spagnoli, se poi non finiamo in bocca a una nave pirata…” disse il servo.
“ Beh, in quel caso, ti manderei a parlamentare “ rispose ridendo Sigismondo.
“ Conoscete ben poco il mondo della pirateria” rispose l’altro.
“ Effettivamente, anche se so che, voi corsari, siete stati un bel problema per i nostri velieri…”
“ Corsari e pirati non sono la stessa cosa” rispose il Moro pensieroso.
“ Anche se legittimati da qualche scartoffia firmata da un re, imperatore o signore i corsari sempre ladri sono, esattamente come i pirati” e il volto del nobile, arrossato dal sole, s’indurì.
Mangiarono in silenzio, poi Sigismondo si sdraiò a pancia in su a guardare le nuvole. Era da anni che viveva di notte e dormiva di giorno, frequentando bische, feste e, naturalmente, teatri. Pensò, con una fitta di rimorso, a sua madre, conscio che il palazzo sarebbe finito nelle mani dei creditori e lei in qualche convento per la pietà di qualche marchesa con una figlia suora o badessa. Ormai era anziana, non sarebbe vissuta molto, piegata dalla vergogna oltre che dall’indigenza.
L’aria primaverile era già tiepida e il mare davanti a lui, appena mosso dalla brezza, riluceva sotto il sole. Il Moro raccoglieva piccoli granchi scuri che poi abbrustoliva. Si era allontanato tornando poco dopo con un pollo che gli penzolava dalla cintura e, seduto a gambe incrociate, dopo aver riscaldato dell’acqua – quell’uomo aveva pensato a tutto portando con sé anche una sorta di pignatta - aveva incominciato con gesti sicuri a spennarlo.

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