mercoledì 30 dicembre 2009

Racconto a puntate (La vita cambia)

Un pomeriggio vennero a trovarla due amiche, studentesse universitarie.
“Te lo ricordi il professore di statistica? Quello che non concedeva appelli se non in sessione d’esame? Bene, siamo riusciti a …”.
Vedendo l’espressione della sua faccia, si erano interrotte.
“Non sai niente? Non leggi i giornali?”
Giuseppe che le aveva rigurgitato sulla spalla aveva incominciato a piangere.
“Hanno occupato la facoltà di lettere… ” stavano dicendo.
“Come?”.
Giuseppe si era cagato addosso.
“Vediamo che sei occupata, ci sentiremo in un altro momento… ” e, scambiandosi un’occhiata, si erano alzate per andarsene ignorando Giuseppe.
Un po’ impacciate si erano abbracciate.
“Tornerete a trovarmi?” aveva chiesto.
“Sì, certo!” le avevano risposto, aggiungendo in fretta: “Abbiamo molto da fare: le manifestazioni, i volantini, le assemblee…”
Le aveva guardate allontanarsi dalla finestra. Ridevano fra loro. Si erano voltate, agitando scherzosamente il pugno alzato: giovani, libere di giocare alle rivoluzionarie, mentre lei affondava nella sua guerra quotidiana.




Ludovica sentiva sua madre per telefono ma tra loro le parole non dette, le situazioni non affrontate gelavano il rapporto. Super organizzata e ordinatissima, quando arrivava in visita, la nonna lasciava scivolare occhiate sbigottite sulle ceste della biancheria da stirare, sul frigorifero con la roba ammuffita, sulle mani della figlia scorticate dai detersivi e sul disordine che all’interno dell’appartamento regnava sovrano.
Lei aveva ripreso a studiare: di notte, di giorno, quando poteva e come poteva.
Anche Giovanni aveva ripreso a frequentare l’università e a volte rientrava tardi. Si giustificava dicendo che gli strilli del bambino non gli permettevano di concentrarsi. Tra la scuola dove insegnava e la biblioteca dove studiava, cercava di stare con moglie e figlio il minor tempo possibile.
Lei non era più la brillante studentessa che aveva conosciuto.
Era una madre.
Una casalinga che nei ritagli di tempo studiava.
Era triste ed era qualcosa di poco allegro che stava sognando quella notte in cui, al solito, l’urlo invase il sogno facendola sobbalzare mentre con le mani sugli orecchi tentava di sottrarsi alla lacerazione di quel grido. Guardò l’orologio: segnava le tre ed era la terza volta che la svegliava. Dalla sagoma al suo fianco giunse un borbottio: “Fallo tacere!”. Trovò una ciabatta nella quale infilò maldestramente il piede, rinunciando a cercare la compagna.
“Vengo, vengo”.
Era lì e urlava con tutte le sue forze. Allungò una mano e fece dondolare la culla mentre meccanicamente sussurrava quella nenia che lo calmava facendolo riaddormentare. A volte, ma non era la notte giusta. Lo prese in braccio e riprese a canticchiare. L’urlo si andava smorzando in un lamento monotono e angosciato.
La maternità era l’alieno che teneva tra le braccia, quello scontro senza esclusione di colpi, l’impossibilità di trovare un linguaggio per comunicare? Tra il suo, l’urlo, e quello di lei, le nenie, il vuoto. I pediatri consultati avevano allargato le braccia, suggerendo pazienza e camomilla… Le nonne la guardavano incerte, vagamente accusatorie: aveva provato a farlo mangiare di più? Non era servito. E di meno? Idem come sopra. Lo cullava nel modo giusto? E la camomilla calda? E il succhiotto? E una musica distensiva sullo sfondo. No, quella no, perché si era addormentata lei rischiando di farselo cadere dalle braccia. Era colpa sua? Sembrava decisissimo a farla impazzire. Ora dormiva? Con una leggerezza da Arsenio Lupin, trattenendo il fiato, l’aveva adagiato nella culla mentre dalla finestra filtrava il chiarore lattiginoso che annunciava l’alba. Tratteneva il fiato. Lui emise un lungo sospiro, spalancò gli occhi e la guardò. La guardò per un interminabile minuto. Sembrò soppesarla, valutarla. Non piangeva. Lei muta. Lento, quasi irreale, sulla bocca gli sbocciò un sorriso. Sdentato. Gli gorgogliò in gola mentre anche lei rideva, lo prendeva in braccio e ne coglieva il tepore, l’odore, sentendo che, nonstante il sonno, la fatica e la paura, amava quel bambino, lo amava con tutte le sue forze e non avrebbe mai smesso di amarlo.(continua...)

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