sabato 5 novembre 2011

Esiste un paese per vecchi?

La svegliò il rumore di una macchina che stentava a mettersi in moto, ansimante. Come il respiro di un vecchio catarroso. Ma dove diavolo andava la persona alla guida, alle cinque del mattino? In un giorno festivo? Il guidatore continuava, ostinato, a girare la chiavetta dell'accensione: il motore sembrava ingranare ma poi, in un breve rantolo, si spegneva. Al quinto o sesto tentativo, la macchina partì, scivolando sull'asfalto e lasciandosi alle spalle il silenzio, di nuovo intatto, dell'alba che un chiarore appena intuibile annunciava. Ma, ormai, era sveglia.

Si alzò, e curiosò oltre il  vetro della finestra; alitava sul paese il respiro infreddolito di un inverno precoce... Lei non lavorava più: era, da anni, in pensione. Da tutto, non solo dagli impegni professionali. Era lì, sul bordo della vita che le scorreva davanti agli occhi come un fiume in piena, così come si sta al tavolino di un bar - poche seggiole, un cameriere frettoloso, un caffè amaro - lasciando scorrere uno sguardo piatto sul traffico dell'ora di punta, chiedendosi cosa? Nulla, solo domande oziose.

Forse non era stato soltanto quel rumore fastidioso a svegliarla, forse era la qualità del suo sonno a essere cambiata: dormiva poco, sprofondando in un riposo/veglia, quasi vigile. Attenta a tutto. In attesa.
In attesa di che cosa? Nella sua vita non c'erano più né orari né impegni da rispettare. Il tempo  - nell'appartamento troppo grande, troppo silenzioso, troppo ordinato - si era dilatato a dismisura.
Il  tempo non è una variabile indipendente, oh no!, si allunga, si snoda, si contrae fino quasi a scomparire... a seconda dell'uso che ne facciamo.

Quanto breve era stato il tempo in quei pomeriggi lontani, rubati ai figli e al lavoro e dedicati all'amore? Una manciata di minuti, pelle contro pelle, a sentire il tepore di un altro corpo, e già le lancette dell'orologio la obbligavano, colpevole Cenerentola, a salire sul cocchio e correre... correre a casa: prima che battesse la mezzanotte. A lavare, cucinare, stirare, studiare, correggere compiti, già sapendo che il tempo, quel bastardo, si sarebbe allungato di nuovo, a dismisura, fino al prossimo appuntamento.

La gatta le si strusciò contro, emettendo un miagolio di protesta.
La prese in braccio e la portò in cucina. Mise la moka sul fornello e aprì una scatoletta di cibo per animali.
Condivisero la colazione: caffè per l'una e bocconcini di pollo per l'altra.
Erano insieme da quindici anni: era vecchia. Come lei.

Aspettavano entrambe, quietamente, quell'ultima scadenza: senza fretta e senza angoscia, lasciandosi scivolare sulla pelle quell'ultimo scampolo di tempo che, come ogni scampolo che si rispetti, è sempre troppo corto o troppo stretto. Per poterci fare qualcosa. 
E allora?

Allora... niente!, se non gustarsi quell'ultimo caffè.

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